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Archive for 9 gennaio 2010

3. Quel mattino l’ascensore non andava. Erano più numerose le volte che non funziona. Non avevo nemmeno provato a prenderlo. Stavo appunto pensando a come avrei potuto scrivere una di quelle storie. Appena dopo la porta, sul cassettone, sapevo che c’era un piccolo campanello di bronzo. Non riuscivo proprio a trovare la soluzione. Non era nemmeno abbastanza pesante per essere usato come arma. Ci stavo arrivando. Ero quasi giunto alla conclusione che si può decidere di scegliere, per farne un oggetto demoniaco, anche il secondo oggetto che colpisce l’attenzione. In fondo è abbastanza inutile disperdere energie in imprese impossibile. Questo stavo pensando quando quella ragazza è venuta ad aprirmi l’uscio. Me la sono trovata davanti. Credo di non averla mai vista, eppure non era un volto completamente nuovo, vi era qualcosa di famigliare. Forse potrei trovare qualcosa di famigliare nel volto di ogni ragazza della sua età. Forse sarà dovuto al trucco. A come si vestono e si atteggiano. Al fatto che cercano in tante di assomigliare a pochi modelli.
Vieni avanti. Entra pure”.
Parlava come fosse casa sua. Per un attimo fui sul punto di distrarmi dai miei pensieri. Ero a casa mia, uguale come sempre, eppure c’era qualcosa di diverso. Non riuscivo a cogliere cosa. Tutto era al suo posto. Sembrava la stessa stanza e contemporaneamente non esserlo. Nonostante il mio spirito di osservazione la cosa non mancò di colpirmi immediatamente e di intrigarmi, nonché di incuriosirmi. Anche lei, quella ragazza, mi incuriosiva. Dove finiva la manica sinistra della maglietta aveva un tatuaggio che sembrava continuare lo stesso disegno della T-Shirt. La seguii guardandola da dietro e la lasciai condurmi dentro casa mia come fosse la sua.
Come ti chiami”?
Presi posto sulla mia solita poltrona. Lei mi stava di fronte. Sulla punta della lingua aveva una pallina d’argento. Cosa conta il mio nome? Un nome è uguale ad un altro. Anche se le avessi detto che mi chiamavo Alessio se non mi conosceva avrebbe continuato a non conoscermi. Trovavo sconveniente quella pallina sulla sua lingua. Ma in fondo lei mi stava anche simpatica e la trovavo ugualmente carina. Portava i jeans stretti e bassi in cintura. Le potevo vedere la pancia. Avevo accettato di seguirla per ascoltare la mia curiosità. Lei aveva acceso dei bastoncini di incenso. Quello era un odore quasi sgradevole che non avevo mai sentito dentro casa. Le chiesi se aveva un cane. Mi disse che no! non l’aveva mai avuto. Non so perché la cosa non mi ha sorpreso. Era buffo che lei non avesse mai avuto un cane. Mi sembrava di poterne annusare l’odore. Mi sono accorto solo allora che camminava scalza.
Anche gli occhi erano belli. Me lo ha chiesto. Non riuscivo a liberare i miei occhi dai suoi nemmeno per un secondo. Erano di quelli occhi che parlano e pieni di sorrisi. Non che non mi trovassi in imbarazzo, io sono sempre in imbarazzo davanti ad una donna, era solo che non riuscivo a districare lo sguardo; a distrarlo. Poi finalmente lo lasciai scivolare sopra la maglietta. Me ne sembrò grata con un sorriso gratificante. Pensava che ero un tipo strano. Non credo di esserlo ma se le faceva piacere poteva continuare a pensarlo.
Ma mi senti con quelle cuffie? Cosa stai ascoltando”?
Cosa gliene fregava di saperlo? Magari nemmeno la conosceva e non l’aveva mai ascoltata “Highway to hell”. Veramente non la trovo nemmeno troppo hard. Niente mi sembra abbastanza hard nella musica hard. E’ una ricetta riuscita approssimativamente o in progresso. Una musica veramente dura non l’hanno ancora scritta. Lei mi sembrava più il tipo della musica dolce, di ambiente. Tenevo come sempre alto il volume per riceverne un poca di adrenalina che non trovavo nella musica stessa. Capii che quella ragazza carina era una ragazza curiosa. Ancora non ci eravamo nemmeno presentati e già mi chiedeva delle cose di me. Forse era anche una che fumava qualcosa. Io non ho mai fumato. Non so come mi sarei comportato. Mi sarebbe dispiaciuto dover rifiutare se lei me ne avesse offerto. Credo che sarei finito per soffocare di tosse. Speravo che non lo facesse. Scoprii così che i suoi occhi sapevano essere degli occhi che cercano di guardarti dentro. Non mi è mai piaciuto il tè ma l’avrei preso per farle compagnia, per essere gentile. Certo sarebbe stato più facile che prendere una di quelle sigarette. Credo che stavo per confondermi. Le chiesi se mi scusava solo un attimo. Andai alla porta e controllai il nome sul campanello. Nessuna sorpresa: era sempre lo stesso, era il mio.

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