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Archive for 10 gennaio 2010

4. Avevo sentito la sua presenza dietro; il suo passo seguirmi. Sapevo di doverle chiedere delle spiegazioni. Cosa stava succedendo? Quando mi sono voltato non era più lei. Davanti avevo una donna. Una donna che aveva almeno vent’anni più di quella ragazza. In realtà c’erano delle somiglianze. La differenza era data soprattutto da quell’età. Quella che in quel momento avevo davanti e mi sorrideva avrebbe potuto essere la madre della ragazza. Ed è quello che ho pensato. Gli occhi erano gli stessi, cioè dello stesso colore, ma anche la luce era molto simile. Persino quel taglio quasi orientale. Certo c’era quel qualcosa di diverso. La donna aveva forme più piene, evidenti. Un corpo più maturo. Un sorriso diverso, forse stanco. Un trucco più accurato e studiato. Ed era in accappatoio come appena uscita da sotto la doccia. Osservandole appariva come una di quelle donne che sembrano perfette anche appena uscite dal sonno. Quelle che non possono sbagliare né apparire in disordine mai, nemmeno volendolo. C’era una cosa strana di cui mi avvidi solo dopo un po’, mentre su suo invito mi accomodavo sul divano, era in accappatoio ma sotto aveva le calze. Questo era sorprendente e strano, ma confermava le mie considerazioni sul suo conto. Era una donna che si preoccupava di come si mostrava, di come veniva vista. Una donna attenta ad essere sempre e continuamente quella donna. A sembrare una vera signora; appena uscita dall’istituto di bellezza. E profumava da togliere il fiato di un profumo intenso che lasciava una scia vaporosa. Mentre la seguivo per tornare nuovamente in salotto mi riempii le narici di quell’odore caldo e assordante. Per me gli odori possono essere suoni e quel suono mi ricordava le note del basso più rovente di Mingus. Ricordi che si perdevano lontano.
Avrei voluto chiederle dov’era finita l’altra. Non ne conoscevo nemmeno il nome. E la domanda mi era sembrata inopportuna. Credo che fu per questo che la pensai ma non la formulai. Ascoltavo la sua voce che era una voce convincente, di quelle che ti accarezzano e abbracciano avvolgendoti tutto. Non perché si adoperasse di scegliere le parole, ma solo perché metteva estrema cura nel trovare quel suono melodioso. Prima che prendesse posto accanto a me ebbi il tempo di valutarla e convenni che anche i suoi fianchi erano più larghi; più larghi di quelli della ragazza. E poi il suo bacino era anche diversamente pieno e più mobile. Quella vestaglia di spugna dondolava pigramente come fosse governata da una autonomia propria, ma accompagnava acconciamente ogni suo passo. Lei non camminava scalza ma anzi le sue pianelle, dello stesso colore, erano graziose e avevano i tacchi. E ogni passo sembrava il frutto di una lunga riflessione; studiato e provato. Il fatto che avesse tardato dandomi le spalle mi aveva lasciato dell’altro tempo in questi pensieri. Un suono appena udibile, come un bisbiglio, sembrava uscire più dal petto abbondante che dalle labbra. Non sono certo di poterla definire una risata di soddisfazione. In quella posizione non potevo cercare conferme. Mi limitavo a guardare la spugna riempita di lei. E poi, dopo che si era voltata, il violento rossetto rosso di quelle labbra.
Non mi hai ancora detto come ti chiami”?
Lo tolse, quel rossetto. Non so se quel gesto ha un significato in qualche modo preciso; appartiene ad un linguaggio. So che le labbra e tutto il volto dopo avevano un altro aspetto. E sulle labbra si passò la lingua pigra tornando a ridere in un modo che mi sembrò che ridesse di me. Lo so che non ne avrebbe avuto motivo, ma la cosa mi diede del fastidio ugualmente. Riconobbi con estrema esattezza la statuina della damigella. Aveva quella stessa piccolissima scheggiatura che aveva sempre avuto dopo che mi era scivolata di mano e l’avevo salvata per miracolo agguantandola al volo. Purtroppo il bordo della gonna doveva avere già un piccolo difetto e si era staccato un frammento di smalto dorato e di porcellana. Solo un occhio allenato e che ne era a conoscenza poteva cogliere quella piccola imperfezione. Certo che anche la luce che entrava di striscio dalla finestra metteva in risalto la scalfittura. Le cose erano le stesse cose ed erano le mie cose; ma a che serve dirlo se era a casa mia facendo l’ospite.
Lei giocava con la cintura dell’accappatoio come fosse nervosa, ma ero sicuro che non era nervosa. Sembrava lei a casa sua. Non era donna da trovarsi in imbarazzo. Era piuttosto una donna che poteva mettere in imbarazzo. Aveva sempre mostrato, fin dal primo sguardo, di essere sicura di sè. Pensai che mi aveva guardato come si guarda un ragazzino. In quel momento usava uno sguardo diverso. E usava sostanzialmente due sorrisi: uno molto amichevole come per mettermi comodo e uno come curioso e interessato, cioè uno che avevo difficoltà a definire più compiutamente. Questo secondo era più sfuggevole e meno definito. A volte mi pareva questo e a volte quello. A tratti curioso e a tratti intrigante. A volte sembrava adatto a chiedere nuovamente di me, subito dopo mi sembrava come se volesse attrarre da me la curiosità. Che ci faceva a casa mia? E così?
Non sei un tipo di molte parole”.
Abbiamo avuto per lunghi periodi delle donne delle pulizie, ma non si sono mai permesse certe libertà. Usavano casa loro per lavarsi e mettersi comode. Arrivavano e partivano. Si limitavano ai lavori domestici. Tanto meno si sedevano a conversare con qualcuno, non ne avrebbero nemmeno avuto il tempo, comunque non il modo ne il permesso. La povera nonna, finché aveva comandato lei la casa, le avrebbe richiamate al loro posto. Sono sempre stato molto legato a quella nonna. Era una piccola donna che sapeva dove stava l’ordine e la disciplina. Era stata lei a farmi da mamma. Era una dolce vecchietta ma piena di energia e di certezze. Avevamo tenuta la sua camera così com’era, con ancora quel crocefisso che lei adorava appeso alla parete sopra il letto; povera donna. Avrei voluto portare quella donna nella stanza per farle vedere chi era a casa propria. Ancora una volta avevo preferito non sottrarmi alla mia curiosità; e lei e la situazione mi incuriosivano. Per un attimo fui preso da un pensiero strano, quello di una porta che si apre su di un mondo diverso. Era un pensiero in qualche modo affascinante. La porta non si apriva per svelarti un volto diverso per degli oggetti quotidiani, quel volto che tu e la tua fantasia volevate trovare. Semplicemente quella porta cambiava tutto quel mondo su cui vigilava e che avrebbe dovuto difendere. Mi annotai quella piccola e magica osservazione per rifletterci in seguito. Per il momento volevo solo occuparmi di lei e non farmi più cogliere mentre non la ascoltavo.
Sai che sei proprio un bel ragazzo”?
Accavallando le gambe la stoffa si era leggermente scostata. Lei non ci fece caso. Io non riuscivo a distogliere il mio sguardo. Credo che mi chiese cosa guardassi ma non credo di averlo udito. Oppure l’ho udito solo nella mia immaginazione. So che non le risposi e so che mi sentivo molto confuso. Ma forse mi chiese cosa gradivo. Mi sembrò anche di sentirla ridacchiare già mentre diceva quella cosa e anche dopo averla detta. Lasciando che la stoffa continuasse ad allargarsi senza darsene pena mentre le gambe restavano sempre più scoperte. Cercai di pensare il più velocemente possibile. Cercai allo stesso tempo di impormi di alzare lo sguardo, senza riuscirci minimamente. Forse mi diede anche dello sciocco. La sua risata era sempre più canzonatoria e soddisfatta. Non mi andava di farmi prendere per uno stupido. Aprii la bocca e stavo quasi per dirglielo quando sentii la sua mano risalire lentamente dal ginocchio. Quella donna era una donna ed io ero solo un ragazzo. La vidi per quello che era. Trovai il suo gesto sconveniente e sconvolgente. Come poteva? Forse era la madre della ragazza. Dovevamo essere all’incirca coetanei, io e la ragazza. Forse non era sua madre. Se lo era dovevo presumere che la ragazza fosse rimasta di là, in un’altra stanza. Sarebbe potuta entrare da un momento all’altro. Lei poteva essere mia madre. Ma come può una donna avvicinarsi ad un ragazzo che potrebbe essere suo figlio? E atteggiare le labbra in quel modo socchiudendo gli occhi? Fare di quegli occhi espressioni sognanti e imploranti? Labbra carnose; protese. Palpebre appena accostate. Le dita a cercare i lembi del chimono.
Le piacevano quelli un po’ misteriosi. Credeva di potersi permettere qualsiasi cosa. Fu solo allora che la vidi: la collanina le pendeva al collo. Fu allora che capii, come in un lampo. La riconobbi appena lei accennò a sporgersi verso di me. Il metallo dondolava e dondolavano leggermente le sue carni, in quell’inizio di seno che cominciavo ad intravvedere. Che cominciava a mostrarsi. Liscio e pieno di luce abbagliante. Era proprio quella. Era la collanina che portava mia madre, non se ne separava mai. Quella donna era mia madre o almeno lo era stata. Per uno strano gioco stavo parlando con mia madre e forse non era ancora mia madre. Bella di quelle cose che rendono bella agli occhi una donna. Deplorevole di quelle cose che rendono biasimevole una donna. Lei era già una donna ma una donna ancora giovane, ed io ero già un ragazzo. Forse un ragazzo che come diceva lei era anche un bel ragazzo. Era solo una donna. Una donna come le altre. Quella donna era mia madre ed era una donna. Colsi in quello sguardo, per la prima volta, negli occhi di mia madre, la lascivia. La conobbi allora. La dovevo cancellare.
Al primo colpo quegli occhi si spalancarono trovando un’espressione di sorpresa e di meraviglia, forse anche di sgomento; e le labbra si spalancarono mute. Credevo che la statuina non avrebbe retto all’urto. Che la damigella sarebbe andata in frantumi. Ne fui rincuorato ma era comunque troppo leggera. Al secondo colpo dalle labbra le uscì un gemito di dolore e dalla fronte cominciò a scorrerle sangue. Non cercava di difendersi o di proteggersi. Spesso la vittima impara subito il suo ruolo e accetta immediatamente di farsi vittima. Oppure semplicemente non lo sapeva e non lo capiva. Forse io avevo capito ma lei ancora no. Al colpo successivo il sangue si fece più copioso e il rosso del divano divenne più rosso. Sentii il rumore di un sinistro stridore. Non guardavo più quegli occhi. Colpivo e gridavo: “Sei mia madre”! Al sangue si mescolavano piccole schegge bianche. Alle schegge una materia gelatinosa. Quello che dovevano essere stati i pensieri di quella donna si riversavano dalle ferite tutto intorno. Il sangue ormai imbrattava tutto e schizzava e virava facendosi bruno. Bruno e denso. Viscoso. Appiccicoso. Lo sentivo sulle mani e sulla maglia. Macchiarmi il viso, gli occhi e le labbra. Continuavo a gridare e a colpire. Nel suo viso era scomparsa ogni espressione. Stava scomparendo il viso. Non aveva più nessuna forma. E quei pensieri non abitavano più lì. Finalmente non era più mia madre. Finché la fatica mi prese e la ebbe vinta e rimasi imbrattato sospirando un ultimo “Mamma”.
Scoppiai in un pianto liberatore. Non è vero che dopo la toccai o le feci quelle altre cose. O almeno questo non lo ricordo. Non ricordo più niente. Guardavo quel corpo immobile e pensavo che il racconto che avrei voluto scrivere si era scritto da solo. Ed era un racconto strano. Strano perché quel racconto non mi raccontava dell’orrore. In quel racconto ero io l’orrore. E forse la storia era finita bene solo per me. Quando vennero a prendermi ero solo tanto stanco. Mi chiesero perché. Come potevo spiegare che era colpa di quella porta. Che si apriva su un mondo che non era più questo mondo. Che dietro di lei gli oggetti non erano più gli stessi oggetti. Che prima era ragazza e poi donna. Quello che avevo visto e che non riuscivo più a cancellare. Ma soprattutto che io non ero più io e che lo dovevo fare. E’ per questo che sono qui a parlare con la signorina Margheretta. Parlo solo con lei. Veramente, in questo momento è lei che parla. Non so se lo sa ma nemmeno la ascolto. Ascolto solo i miei ricordi. I miei pensieri. Non mi va più di parlare. Anche negli occhi della signorina Margheretta vedevo quegli occhi. In certi momenti persino quegli sguardi. Una sola cosa la so: è sempre colpa delle donne.

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