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Archive for 21 gennaio 2010

Che importa se era maggio. Magari dopo ci si scherza, e ci si fa anche qualche risata. Se ne parla prendendo il caffè. Ci si lascia immergere in quella specie di spirito competitivo. Avevo dato retta a Barbara, e a Maria Concetta, e a Tiziana, e a Immacolata, e alle altre; dovevo vederlo da me. Era tutto vero: aveva un pene di notevoli dimensioni. Detta così fa un po’ ridere. Mi sembra di parlare con i guanti. Con rigoroso distacco. E’ forse per questa causa che qualcuno dice che me la tiro, e che mostro un po’ di imperturbabile superbia. Non è nelle mie intenzioni. E’ solo che provo una sorta di riguardo; di doverosa ritrosia a parlare di queste cose. Ho sempre odiato la volgarità. Insomma non ne sono abituata e non so come parlarne. Come dirlo. Insomma… ce l’aveva enorme.
Lo so che c’è una vasta letteratura scientifica che dice che le misure non contano, per quello. Che la donna si adatta. Che il piacere non è dipendente da quello. E tutte quelle cose lì. So cosa sono le emozioni. Sono stata anch’io innamorata, e non una volta. Non sono nemmeno di quelle che non riescono a tenersi su le mutandine; tutt’altro. E non potevo nemmeno certo parlarne con Italo e lui non mi poteva aiutare in nessun modo. Mi restava un sospetto e comunque la curiosità, e si sa come siamo noi donne. Quando ci mettiamo in testa una cosa non c’è verso. Non c’è verso che ce la togliamo. Gira e rigira è sempre là. Magari cerchiamo di esserlo; razionali. Facciano tutti i nostri buoni propositi, ma la curiosità è la curiosità. Finisce sempre che diventa una fissazione; che te la devi togliere, la curiosità. Lo so che non c’è un modo meno aderente alla realtà per spiegare il mio processo mentale ma questa è la lingua che abbiamo.
Di lavorare lui non ne aveva troppa voglia. Lo vedevi gironzolare tra le stanze guardare di fuori la finestra dondolando la testa come se cercasse idee che gli sfuggivano. Non gli si poteva affidare il minimo compito e dietro qualcuno sotto sotto mugugnava. Per lo più era davanti alla macchinetta del caffè. Eravamo state noi donne, cioè le mie colleghe “più esperte”, a crearne il mito. Forse per la parte maschile dell’ufficio c’era solo una sorta di invidia e, per qualcuno, di riscatto. Ma prima di quell’invito sembrava quasi non si fosse nemmeno accorto di me. O almeno non in modo particolare. Certo aveva fatto degli apprezzamenti, lui era così, ma tutto s’era fermato lì.
Sai che sei proprio una gran bella manza”?
E qualche volta erano persino più pesanti in coerenza al personaggio.
Sai cosa ti farei”?
Un paio di pacche dietro. Qualche palpeggiata di passaggio.
Ti spiegherei io cos’è un uomo”.
Io stavo al gioco scostandomi e redarguendolo ma senza respingerlo veramente, con quell’arte tipica di noi donne con cui riusciamo a dire un “ma come”… e persino uno “stronzo”! con una gratitudine spudoratamente manifesta. Insomma, alla fine, le frasi restavano senza un vero seguito. Non si era informato e quelli, gli apprezzamenti, non li lesinava per nessuna, ma non si era mai spinto oltre e il tempo passava. Cominciavo a dubitare delle mie qualità. E certo non poteva, una signora come me, nella mia condizione, fare la prima mossa e prendere una simile iniziativa. Non sarebbe stato decoroso e non avrei saputo come fare. Sono sempre stata abituata ad essere corteggiata. Io non l’avevo certo incoraggiato, almeno non troppo, non così sfacciatamente come aveva fatto Rachele. Mi ero solo limitata a non tenerlo troppo distante, a non riprenderlo con un’aria, come dire? definitiva. Tutto qui. Non mi restava che attendere e sperare.
A dirla così ad uno estraneo verrebbe da chiedere cosa aspettassi di più. In realtà quando allungava le mani erano mani pesanti le sue. Apprezzava con vigore e con commenti e senza alcun riguardo. Se ne riempiva il palmo e stringeva fino a rubare un urlo di dolore. E poi rideva soddisfatto. Ma tutte le tette dell’ufficio le trattava allo stesso modo. Nessuna differenza. Anche se nemmeno l’ingegnere si poteva permettere di spingersi a tanto, con me. Era come controllasse una merce di sua esclusiva proprietà. Le strizzava con vigore. Niente per cui potessi sperare che era il mio turno. Alla fine sembrava non avere la minima fretta. Eppure non c’era collega che non avesse un occhio particolare, di riguardo, con me. Ormai sospettavo di non essere il suo tipo. Mi sembrava strano.
Poi era stato come per una decisione improvvisa. Il quindici o il sedici. Più il quindici. Io non credo ai numeri. Forse solo ai miei. E sono sempre stata persuasa di avere degli ottimi numeri. Delle “referenze” convincenti. Tornai ad essere orgogliosa di quello che ero. Non aveva abbozzato nessun pretesto: “Si esce assieme dopo il lavoro”? Niente. Che so… una cena. Una cosa così. Una spudorata bugia. Un assolutamente inverosimile motivo di lavoro. Insomma qualsiasi cosa per salvare la forma. Si era limitato a quella domanda, ma la sua era una affermazione, senza curarsi se altri lo sentivano. Non potevo nemmeno cercare un argomento per farlo insistere. Non potevo che limitarmi ad uno spudorato sì o ad un impossibile no. Avevo ormai già deciso di accettare, ma mi risparmiò la fatica perché nemmeno si aspettava la risposta, mi comunicò solo che saremmo andati con la sua. Io sapevo che Giordano non me l’avrebbe mai perdonato: erano mesi che mi faceva il filo ed io niente; forse non era nemmeno giusto, ma era troppa quella curiosità. E con Giordano eravamo solo dei cordiali amici anche se la macchina di Giordano è decisamente più comoda.
Non mi lasciò molto tempo per essere curiosa di nient’altro. Lui non chiese ne io ebbi il tempo di chiedere. Partì immediatamente e guidò tranquillamente fino ad uno spiazzo erboso, e fuori c’era quella luce che si appanna quando ancora è appena troppo presto perché si comincino ad allungare le ombre e si possa parlare di sera. Un po’ di timore lo avevo. Anche che qualcuno potesse notare la macchina, ci potesse vedere. Ma ancora non potevo crederci. E solo una siepe ci discostava dalla strada e sentivamo passare le macchine. Non ero mai andata in un posto come quello. Non per fare quello che temevo avesse intenzione di fare. Non almeno in un ora come quella, appena finito il lavoro; prima che fosse completamente buio. Invece lui non ci aveva pensato un attimo né aveva sentito il dovere della minima delicatezza. Semplicemente aveva spento il motore e lo aveva estratto. Io, in qualche modo, avevo cercato di mostrarmi sorpresa e anche indignata. Avevo cominciato a prepararmi ad abbozzare quel minimo di doverosa resistenza. Qualcosa come un “Che fai?” che mi era morto in gola e mi aveva tolto la possibilità di qualsiasi altra parola. Non aveva per nulla mutato la sua aria sfacciata: “Non era di questo che eri curiosa”?
Lo guardavo e lo guardavo lì con gli occhi sgranati e le labbra spalancate dalla meraviglia mentre mi sembrava di soffocare. Credo che mi sfuggì unicamente un “Non dovrei”. Era veramente come me l’avevano descritto. Lui ne era consapevole e per il resto non avevo certo raccolto giudizi lusinghieri sul suo conto. Ne avevo visti ma come quello, senza esagerare, giuro, nessuno. Non che quello di Italo… che con Italo ci ho anche fatto un figlio, e anche bello grosso, Tommaso Alberto Maria, quasi quattro chili e due, e quasi altri due, e non mi ha mai fatto mancare niente, non so se mi spiego, ma al confronto di quello che stavo guardando sarebbe parso come quello d’un neonato. Un bruco e un anaconda. Chiesi scusa a Italo per il pensiero irriguardoso che avevo trovato verso lui nel confronto; non era certo colpa del mio compagno; per altri sarebbe stato ancora più impietoso. Credo che fosse in grado di leggermi quei pensieri dentro gli occhi e non lo volevo. Li abbassai e mi resi conto che ero soggiogata. Aspettavo che quell’uomo mi dicesse cosa voleva e cosa dovevo fare. Forse cosa volevo. Lo fece: “Datti da fare. Non possiamo starcene qui in eterno”.
Pensai solo per pochi attimi che era una situazione squallida. Ancora che ci avrebbero potuti vedere. Pensai persino di scappare ma non riuscivo a sollevare lo sguardo. Con un senso assurdo di vergogna e di colpa. Scioccamente pensai di fare in fretta. Non ero più in grado di mentire nemmeno a me. Era lì che volevo essere. Era quello che avevo cercato e voluto. Anche se non così. Dissi la prima cosa mentre mi lasciava alle prime confidenze: “Sei sicuro che non ci vengano i guardoni”?
Gliene fregava assai di quelli: “Sai cosa sei”?
Sì! lo so.” –e lo dissi da me. Poi pensai che forse lo avevo privato di una sua soddisfazione, che gli spettava; ma avevo provato piacere in quell’insultarmi. Un piacere che non conoscevo, e, in verità, era quello che volevo essere e sentirmi. Non solo non feci nulla per smentire quell’immagine di viziosa, ma cercai in tutto di confermarla e di sondare il piacere di abbandonarmi e lasciarmi completamente andare. Il difficile viene sempre prima; e all’inizio. Non c’era più tempo per fare la ritrosa. Tornai a pensarci e già mi lasciavo sfuggire un sospiro. Ad un certo punto mi ha anche preso per i capelli senza riguardi e di riguardi non ne trovò mai alcuno. Aveva mani enormi e occhi che restavano sempre distratti. Il naso grosso e le orecchie larghe. Si trascinava spesso il dorso della mano sul naso. I denti erano radi e scomposti, e non riuscivano a trattenere la saliva sulle esse e su altre sillabe sibilanti. Non era nemmeno troppo pulito. Certo non era ricco. Se ne raccontano delle belle su come aveva comprato quella macchina e sulla generosità delle donne. Non possedeva nessun altro pregio e bellezza.
Non era certo un raffinato. Non era certo la signorilità che mi potevo aspettare, e forse mi dava proprio quello che avevo cercato. Non è certo da uno come lui che si spera discorsi colti e in punta di forchetta. Persino il suo italiano era alquanto stentato. Era distaccato, tanto che avevo l’impressione quasi che si stesse annoiando. Certo che mi invitava “fai così e fai cosà” e che insisteva, ma sempre senza apparente partecipazione, quasi senza emotività. La cosa che sapeva fare meglio era di lasciar fare. Ma voleva anche vedere. Mi scostava i capelli quando mi scivolavano sugli occhi. Ad un certo punto credetti di soffocare mentre una lacrima si gonfiava e mi bagnava le ciglia inondandole. Questo Floran nascondeva tra i calzoni una vera meraviglia; un tesoro inenarrabile. Era uno straordinario e incontentabile porco, e manteneva tutte le sue promesse. Non so quante volte pensai e sospirai: “Dio! Dio! Diomio! Diobono”!
Avevo ragionato ad una cosa fatta in fretta, insomma ad una sveltina. Anche perché per farlo in macchina cominciavo ad essere un po’ adulta e non è il posto più comodo e che gradisco di più. Io credo di essere una donna seria e come si deve ma se faccio una cosa preferisco farla come si deve. Era semplicemente un’occasione e perché non mi era ancora mai successo al primo incontro; anche se me lo sarei dovuta aspettare. Se ci avevo fugacemente pensato avrei pensato ad un albergo, a casa sua, presso qualche amico compiacente, ad un qualche letto in un qualche posto. A saperlo avrei atteso una trasferta di Italo; un’altra occasione. Comunque lui aveva continuato con i suoi complimenti. Non aveva smesso nemmeno per un momento. Commentava tutto di quelle sue parole. Credo di non aver sentito mai tante oscenità in vita mia. In compenso io non volevo farmi vedere una provinciale; non da lui. Non volevo essere da meno. Credo di non averne sentite tante nemmeno uscire dalla mia bocca. Che credevo nemmeno di conoscerle, tutte quelle volgarità.
Invece ero proprio io a dirle. Ma mica sono cose che si vanno a raccontare. Che a ragionarci non è che mi dispiacesse. Volevo essere una cosa speciale, per lui. E pensare che Italo è così gentile. Ma forse era proprio quello che cercavo lì; da lui. Quando l’ho visto, madonna, credevo che non ci sarei riuscita. Invece mi sono tolta tutte quelle mie curiosità. Lo ammetto. Arrossisco, ma lo ammetto. E non trovo nulla di cui pentirmi. Mi sarei data della stupida se invece mi fossi comportata diversamente. Dopo mi ritrovai completamente e meravigliosamente indolenzita. Non ne avrei più potuto fare a meno di quell’esperienza, anche se almeno per qualche giorno avrei dovuto tenermi a riposo. E qualcosa dovevo pure inventarmi; per lui. Prima ancora di potermelo chiedere mi ricordai che anche per le altre era stato così. L’ufficio ne aveva sofferto e risentito, ma le storie poi, alla fine, sono un po’ tutte uguali. E avevamo dovuto pazientare per un resoconto completo che al momento, stupida, m’era sempre sembrato esagerato.
Fu allora che fece la cosa che mi sconvolse di più: senza nemmeno darsi il tempo e la briga di tirare su la lampo scoppiò in un pianto dirotto.

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