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Archive for 31 gennaio 2010

Anch’io quel venerdì 15 gennaio ero a Trieste a salutare il ritorno dell’amico Luca. Ne avevo parlato e volevo scriverci un post, ma lo hanno fatto in molti così come egregiamente l’ha fatto l’amico Marco. Resta l’assurdità dell’esperienza e l’amarezza frustrata davanti all’arroganza esibita del potere. Cosa conta se quell’arroganza condanna il mondo? Oggi di Luca arriva una mail e mi sembra possa essere un bel giusto post. Arbitrariamente e senza permesso posto le sue parole così come mi sono arrivate e sono arrivate agli amici. Spero che il buon Luca mi perdoni la libertà che mi sono preso.

Ok. L’ho fatto. Con un ritardo di poca eleganza.
Il primo impulso è di dire almeno “grazie”.
“Ma de che?”, sarebbe la giusta replica. Io c’entro poco.
Solo, di essere fra noi, coloro che disdegnano parimenti di essere oppressi e di divenire oppressori. Coloro che vivono il mondo senza dimenticarsi di sognarlo.
Alla fine non ho resistito e mi sono affacciato su fb. E ora anche ai anche ai gruppi su fb.
Ieri scadeva il termine perché l’accusa facesse ricorso.. e non l’ha fatto (e volevo anche vedere, cazzo). Allora mi son detto: diavolo posso meta-iscrivermi anche alla mia meta-liberazione sui gruppi di fb. Come farsi il caffè con il caffè precedente.
Il computer mi ha fatto capire che non ce l’avrei fatta a leggere tutto. Del resto sono già abbastanza intimidito così. Il primo impulso è, appunto, di dire almeno “grazie”.
“Ma de che?”, sarebbe, appunto, la giusta replica.
Dopo gran cogitare di cervello, mi sono reso conto – e ci ho messo un po’ – che non ce la faccio ad arrivarci. Direi per un decimo di quanto vorrei solo un decimo delle cose che vorrei.
Soprattutto, io c’entro poco. Non sono qualcuno, sono uno. E potrei essere ognuno e ciascuno di noi. Noi, coloro che disdegnano parimenti di essere oppressi e di divenire oppressori.
Coloro che vivono il mondo senza dimenticarsi di sognarlo, che sono ricchi di prospettive e poveri di paure, che non credono ai muri ma piuttosto alle carovane di desideri che attraversano i deserti aridi dei nonluoghi.
Noi che sciamiamo in mille rivoli e in mille storie, senza obbedire alla tristezza, con amore, giustizia, dignità (e rabbia, che quando ce vo’ ce vo’).
Allora, invece di ragionare tanto, vi scrivo solo quello che sento, che ho già scritto alle compagne e ai compagni di ogni giorno (diversi dei quali se lo ciuffano qua un’altra volta). Sono le parole più semplici e più immediate.
Ognuno e ciascuno ci troverà quel che vuole.
Intanto, semplicemente, grazie.
Ma de che? dell’amore, giustizia e dignità.

Gracias a la vida,
Que me ha dado tanto,
Me ha dado la risa
Y me ha dado el llanto
[Me ha dado la rabia
Y me ha dado la dignidad]
Asi yo distingo
Dicha de quebranto
Los dos materiales
que forman mi canto
y el canto de ustedes
que es el mismo canto,
y el canto de todos,
que es mi propio canto

Gracias a la vida,
Que me ha dado tanto

Ero sommerso dagli abbracci mentre ero in galera e mi raggiungeva quello che in tant*, tantissim* mi avete scritto, lo sono stato non appena fuori e continuo ad esserlo mentre leggo tutto quello che avete scritto, detto e fatto, immaginato e pensato.
Quello che tutti noi avremmo fatto per ognuno, perché di noi ognuno è ciascuno, è un canto, ed è lo stesso canto di tutti.
Se – anche quando ero convinto che sarei stato dentro tre, quattro o più mesi, per dovermi poi reinventare un lavoro di crisi – ho mantenuto 2 pences di dignità lo devo a questo canto, di tutti e di ognuno, a “la family” nordestina che ha firmato quel (vigliacco 🙂 ) manifesto con la mia faccialinguaccia sui muri di Trieste e al fatto che non avevo colto che chi lava i piatti nelle galere danesi guadagna 1700 euro al mese (se lo scoprivo prima.. era ovvio che le avevo buttate io le bocce).
Ora quel canto è di rabbia, di lotta, di pianto per chi è in galera ancora, per rosarno, per la shock economy di haiti, per la vita di ogni giorno nella crisi e in ogni dove, che in italiano si dice “precaria”, in francese “intermittente”, in spagnolo “eventuale” (in danese “fanculo”). Un canto con i denti di fuori e con i bastoni, ma pur sempre di abbracci e di sorrisi a chi ti è compagn*, fratello e sorella in ogni luogo: perché l’unica “giustizia giusta” è la conquista delle lotte e dell’intelligenza comuni e mai è un regalo.
E pure, in questo che è un fottuto mondo non facile, gracias a la vida che mi ha regalato qualche oretta di galera (di lusso per di più) per provare la meraviglia di questo canto collettivo che, non me ne vergogno, risuona anche di amore.
grazie. adelante “with a wind stronger than ever”.
..e cominciamo dal primo marzo, perché gli stranieri a questa violenza costante contro la vita siamo noi, tutti noi.

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