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Archive for 2 febbraio 2010

Io l’avevo detto subito. A dire il vero il titolo per esteso dovrebbe essere Se un giorno un blog. In fondo il bambino che gioca non ha altra colpa che l’esserci lasciato fascinare. Nemmeno quello, il bambino, che sopravvive in me. E il titolo richiama un romanzo; un romanzo come scatole cinesi¹. E’ l’immagine che mi detta e che mi sembra più adatta. Ma è pur sempre un romanzo. Prosa. Parole. Rumori. E allora “Venghino, siori venghino, alla grande fiera”. C’è chi parte. La maggioranza arriva. Stazione affollata. Stagione sempre puttana.
Non c’è un modello. C’è chi lo apre, il suo blogghino, per noia, chi con presunzione, chi per solitudine, chi par stare alla moda: lo fanno gli amici, chi per dire cose importanti, chi credendo di dirle importanti, chi per cambiare il mondo, chi solo per capirlo; e poi tanti altri. Per fortuna, a volte, un post, serve anche per testimoniare, per militare, per denunciare. Cioè la colpa non è mai dell’oggetto ma dell’uso che se ne fa. Non sono qui per questo. Non sono un giudice. Son tutte belle le maschere, persino quando mostrano la carne nuda.
In realtà volevo solo colpire “certe” presunzioni del momento o di sempre. Perché mi sembrava buffo. E poi non avevo voglia di scrivere. Volevo lasciare le idee a riposare. Certo non credevo ne nascesse discussione. Ma il non credere non giustifica né emenda. E ci rimpalliamo. Ifigenia mi segnala un bel post sull’argomento. Ross lo richiama nel suo blog. Martina denuda la nudità virtuale e cerca il bello nel bello del blog. Siamo già una piccola comunità. Non che sia qui, certamente, ma… E’ così che si nascondono gli assassini poeti, spesso pessimi poeti ma ottimi assassini; e la grettezza che a volte si cela dietro una maschera di perbenismo e di nobiltà d’animo. Ma anche nella celia. Nemmeno la rete è il paradiso. E io sono agnostico.
L’avevo detto prima ancora di cominciare: è solo un blog. Era un giorno d’aprile quel giorno. Il 30 aprile dell’ormai lontano 2008. Non che non ne fossi cosciente: collaboravo allora con un amico. Poi… non è il caso di parlarne. Ancora oggi mi risulterebbe più semplice dire quello che non è. Non cercavo un ventre materno dove nascondermi nel tepore; non era per alcun timore. Non avevo il bisogno di dar aria alla mia voce. Non cercavo incontri. Lì, tra le macerie, ci stavo bene. Beh! non proprio bene ma ci stavo. Mi ci ero abituato. Anzi rassegnato. A ripeterlo me ne sono annoiato.
Il blog è un meccanismo infernale, ti trascina nel suo chiacchiericcio, fino a scrivere a me stesso, o a scrivere per non scrivere. Proprio come nel post a cui faccio riferimento. La rete ti prende. Giochi a rimpiattino. Magari è anche perché non ami i no. Non ti riesce di nasconderti. Nemmeno quando hai voglia di silenzio. Magari ti dici “ci vediamo su Facebook”. Sei una bestia ma una bestia sociale. Io ho iniziato perché volevo solo essere d’aiuto ad una cara e bravissima amica blogger. Non so se mi posso definire un blogger. So che me la sono cercata. A propositi della Cara è soprattutto femminile il bisogno di cambiare spesso abito.
Per tornare a me spesso licenzio scritti che nemmeno mi piacciono, e lo faccio con soddisfazione. Scrivo quasi con dispetto. Raramente mi prendo sul serio. Non anatemo. Per questo e molto altro non mi dico “Cazzo se sono bravo”; non è per questo ed è l’ultima cosa ad interessarmi. Non lo sono e la mia presunzione non è così vasta, né la mia libido così esigente. Poi questo imbroglio e questo labirinto di post. Non è valido. E’ un colpo basso. E’ un imbroglio. Mi seguite? siete matti. Perdonate la digressione ma ricordate che “I matti non hanno il cuore o se ce l’hanno è sprecato”².
Perché non potrei anch’io voler essere “splendido”? Ad esempio il 23 ero alto, biondo, con occhi verdi (ma quelli li ho) e molto ma molto affascinante. Storia complicata la nostra, quel giorno. Soprattutto non avevo nessun dolore perché avevo ventiquattro anni. Non vi dico le avventure che mi sono successe. Degli altri sapete. Il 19 ero un partigiano. Nemmeno lo ricordo quando fui furbo. Ho amato amori mai nati. E donne non esistite. E persino una vera. E simpatizzato con tutti. Senza pietà. Ho ammazzato. Non ho mai avuto paura.
Potrei essere qualunque cosa. E oggi somiglio più di sempre a quel Quasimodo. Nella realtà sono di quelli che avevano vent’anni nel 68. Scorza dura e non un ex. Scusate, anzi no, va di moda: qui non siamo che avatar. L’avevo detto prima ancora di cominciare. Certo dovevo saperlo. Solo uno stolto poteva fingere. Dovevo capire come sarebbe finita. Eppure “s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto”³. Eppure anche a me, non lo nego, piace far casino. Poi capita che ci si conosce. No! non è del tutto vero. Non è quel “Finalmente!” che dice Ross. Ecco dove volevo finire. Si incontra la persona, non il blogger. Il blogger resta nella sua schermata. Inchiodato. Fotografato per sempre. Come in una immagine funeraria. Lui non è di carne ma di parole. Non è reale. Io non lo sono, con pace di tutti, me compreso. E se volete parlarne seriamente dovremmo rimandare tutto a quando ho un attimo serio. L’ultima volta è stato un immane casino. Ma questa è una storia di baracche e di occupazioni e non. E per quelli come me non viene mai la voglia di rinunciare, anche poco dopo ogni ultima sconfitta.


1] Italo Calvino: Se una notte d’inverno un viaggiatore
2] Francesco De Gregori: I matti
3] Francesco Guccini: L’avvelenata

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