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Archive for 12 febbraio 2010

Ci sono libri. Libri che ti parlano. Libri a cui non puoi non parlare. Libri che ti intrigano. Libri che ti spiegano. E anche quelli che si spiegano. Libri per l’estate. Libri per la nostalgia e per un attimo di tristezza. Libri per farti una risata. Libri di trama. Libri solo di parole; raffinati libri di sole parole. I libri d’arte. Libri di immagini e libri privi di immagini. Persino libri che ti ascoltano. Persino libri da tenere in mano per il piacere di sentirli nella mano. Libri su carta pattinata e libri su carta ruvida. Questi ti aiutano a seguire la lettura col dito che scivola liscio sotto le righe. Quelli ti invitano a leggere anche coi polpastrelli e paiono trattenere lo sguardo per far riflettere ad ogni parola. Non ammettono distrazione nemmeno su di una sillaba. Poi ci sono i libri grande meretrice. I libri come una epidemia. E poi ci sono quelli: i libri magici. Quelli che in qualche modo ti parlano in modo particolare. Direttamente al cuore. Che in quella maniera strana non puoi più scordare. Quelli che ti ricordano.
E’ più facile per noi, basta frugare in borsetta. In fondo si mescolano tranquillamente a tutto quello che comunque ci portiamo sempre appresso. Inutile nasconderlo, è facile trovarmi con un libro in mano. Senza pregiudizi. Sorprendermi con gli occhi chini intenta a leggere. Succede appena ho tempo, anche pochi minuti; tempo e spazio da dedicare alla mia ultima passione. Al momento sono alle prese col nuovo libro di miss. George: La donna che vestiva di rosso. Avrei giurato fosse inglese. Credo di aver letto tutto, naturalmente appena finisco questo. Come gli altri mi ha preso. Non riesco a togliere gli occhi da dentro le sue pagine.
Sono cioè una lettrice ma… Anche quelli usi vedermi, come le persone che incontro ogni mattino, nel battello, per recarmi al lavoro, mi guardano con due occhi. Voglio dire, certo che mi guardano con due occhi, salvo non siano ciechi, solo la loro espressione è di sorpresa; quasi sempre attonita. Pare sia singolare poter osservare qualcuno intento a dedicarsi ad un libro. I più trattengono l’istinto di qualche curiosità, anche di un semplice interloquire, quella voglia di infastidirti; quasi dovessi essere a disagio o che il gesto mi ponesse nelle sembianze di una bizzarra estraneità. La cosa è ancor più accentuata, penso, ma ne ho certezza dopo aver raccolto prove, dal fatto che oltre che lettore sono anche donna. In alcuni sguardi mi pare cogliere anche dell’allarmismo e della diffidenza. In altri persino della compassione. Solitamente torno al libro e mi libero della loro presenza. Riesco bene a isolarmi, a non farmene distrarre.
Non c’è in me nessuna forma maniacale, per carità, né ho velleità. Sono una come tante. Leggere è solo un piacere. Un piacere come altri. Certe sere me ne sto lì semplicemente a fare la donna di casa, ad occuparmi in altre faccende. Certe altre me ne sto lì buona a curiosare nella casa del grande fratello e mi diverto pure: offre un’infinità di spunti ed è un emozionante coacervo di pettegolezzi. Il ring adatto dove sbranarsi. Non sembrano nemmeno veri. Una situazione ideale. Scorre il sangue. Ne ho nulla contro o qualche invidia per veline e consimili. Questo per dire che mi diverto anche col divertimento di tutti. Non è, la mia, una ostentazione snobistica; per carità. Ci sono state anzi, non lo nego, sere in cui avrei gradito la compagnia e poggiare il libro lasciandolo sul comodino; sere però in cui era quel libro l’unica compagnia o almeno l’unica gradevole. Ma tutto questo fa parte di un passato e di un passato breve. Mi sembra naturale e mi viene da credere che il libro possa anche essere un buon rifugio. Non sapessi che non è così direi che tutti hanno avuto di quei momenti in cui trovarvi conforto e nascondersi dentro le sue pagine. Per me, certi libri, sono stati anche e soprattutto dei buoni amici. Persino migliori di certi amanti.
Ma è d’altro che volevo parlare. In fondo leggere è un po’ mettersi in discussione ma anche in contatto e in relazione. Come abbiamo anche avuto modo di vedere i lettori sono una comunità a parte, una sorta di eletti. Credo però che non ci sia nessun lettore che non abbia vissuto la stessa esperienza. Quella sorta di incidente sul lavoro; di inghippo. A me è successo anche recentemente. Era un libro destinato. Un libro un mito. Se ne straparlava già da prima dell’uscita e l’uscita aveva fatto fragore. Aveva creato aspettative. E già tutti a dire che erano ben riposte. Matteo mi aveva detto: mamma lo devi proprio leggere. Me lo aveva regalato come fa lui che regala i libri e poi se li riprende, e anche li presta che poi, si sa, che quando si prestano son più le volte che si perdono. Infatti avevo dovuto ricomprarlo. A dirla tutta quella che avevo cominciato a leggere era la terza copia che acquistavo. La terza copia del primo libro di un nome già leggenda: Luther Blisset. Certo non il calciatore cioè il bidone occorso al Milan (questa notizia la debbo a Michele, né io né Matteo sappiamo alcunché di calcio). Proprio quel Luther Blisset rimasto tutti e nessuno. Come l’hanno definito: un nome collettivo. Quel Luther Blisset che aveva tenuto in scacco le menti. Quello delle grandi beffe. E il libro elargiva quella curiosità che si sommava alla curiosità. Si sarebbe detto impossibile da non leggere. Ma tutte queste cose e altre ancora non le sapevo quando avevo preso tra le mani il corposo volume.
Non mi ha mai spaventata la quantità delle pagine, ma ero andata a controllare: 643 (seicentoquarantatre), senza le immagini e gli indici. Come quei libri che scegli apposta per portarli con te in vacanza dove la disponibilità di tempo ti consente quella continuità. Poi la ridda delle ipotesi sui giornali e un po’ da per tutto. Solitamente non ci faccio molto caso. Qualche sospetto, ma non era di Umberto Eco. Eppure di lui avevo amato “Il nome della rosa”. Mi sono detta che non era la stessa cosa. Che il periodo, ad essere pignoli, non era proprio lo stesso. Insomma viceversa non riuscivo a lasciarmi prendere. Non vado per categorie. Non ho antipatie preconcette, in fatto di lettura. Può avvenire tra gli uomini che ci siano posizioni o titoli che mi sconsigliano ogni sorta di empatia. Non ho mai avuto nulla contro i romanzi storici in genere. Oltre a quello di Eco, di cui ho già fatto cenno, ho avuto modo di amare “La cattedrale del mare”, e “I pilastri della terra”, in ordine di lettura tra le ultime letture; ed altri. Che ne so? così su due piedi… come “L’armata perduta” o, in ordine sparso, “La pelle”, “Viaggio al termine della notte”, “Siddartha”, “Romanzo criminale“, “L’ottava vibrazione“. In fondo anche “Il tamburo di latta”, forse il mio libro magico che amo di più, si può dire che appartenga al genere, così come “Ho servito il re d’Inghilterra” o “Sostiene Pereira”. In fondo la storia è un po’ da per tutto. Che anzi mi muovono le curiosità, e appena a casa frugo in internet. Al momento non me ne vengono in mente altri. Però non quei grandi romanzi storici, quelli che mi sono persa dai tempi della scuola, perché ho dovuto tornarci ormai adulta e fare i cinque anni in due. E quelli persi sono persi, chi si metterebbe oggi a leggere opere come “I miserabili” o “Germinale”? No! “Memorie di Adriano” è un altro di quelli; ha fatto la stessa fine.
Non so quante, forse settanta, forse solo una cinquantina di pagine, non lo ricordo più. Dopo di quelle non sono riuscita ad andare oltre. Ed è ancora lì sul comodino. Come pronto ad essere ripreso in mano. E io, dopo averlo consigliato anche a Michele, sono ancora qua a chiedermi perché. A guardarlo come se potessi risfidare quella lettura. Ma tutte quelle lettere indirizzate al reverendissimo Gian Pietro Carafa mi mettevano angoscia. Forse, per me, un po’ è quel contesto, la religionità, ma non credo nemmeno quello. Nemmeno quel senso di pietosità: ho sempre parteggiato per gli sconfitti, per gli oppressi, per gli sfortunati. Michele dice che in fondo anche quel farsi del male può essere un arte; riesce ad appartenere ai grandi progetti degli uomini e della civiltà. Ma lui, Michele, ha le sue idee sulle cose e sui libri; a lui è piaciuto e, anzi, se ne è lasciato fascinare. Per me non è stato così. E’ di questo che volevo finire a parlare: sì! ci sono anche il libri lasciati a metà. Certo ho cercato, anche in questo caso, di darmi delle vere spiegazioni. Un poco mi ero convinta che il linguaggio non era omogeneo, come se non fosse di una sola mano. Ancora non sapevo che nella realtà era proprio così: scritto a più mani. Che era anzi un suo pregio. Anche su questo Michele dissentiva. Ma in fondo forse nemmeno quello è stato causa. E forse è stata la giustificazione più bizzarra che mai ho saputo inventarmi. E’ che non saprei proprio dire il perché. Non era il suo momento; semplicemente.
Mi sento come una donna frivola e volubile, che ha tradito il proprio uomo; peggio: che ha tradito l’amore. E peggio ancora perché il male di quei libri è che quei libri, quelli interrotti, quelli che hai smesso di leggere, quasi mai vengono ripresi in mano. Restano con i libri dove semplicemente il segno di dove si è arrivati è fermo ad un certo punto per non procedere più. Insomma i libri incompiuti. E ogni volta che capita di accennarne, magari con qualche amico, cerchi ancora una volta una ragione valida, un perché. Continui a non trovarlo, quel motivo. Finisci per rimetterli in libreria cercando di scordarli. Chissà perché però prima o poi ti ritrovi a parlarne. Chissà perché è il libro lasciato a metà il libro che nessuno ti chiede di prestargli o che invece tutti si ricordano di restituirti. Sarò stupida ma a me da persino riguardo a ricordarne il titolo.

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