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Archive for 25 febbraio 2010

13 novembre 2009. La prima volta che l’aveva visto gli era parso uno simpatico; gioviale. Alto, biondo, era arrivato da uno di quei paesi che fino a qualche anno fa nemmeno esistevano. Quelli spuntati da dietro la cortina dopo che la cortina non c’era più. Cercava un posto dove stare e la fortuna e un lavoro. Certo che non era in regola, ma non si preoccupava per quello. La sua inquietudine andava al ricordo del paese da dove era fuggito. La fame, diceva, la misera; ma quella vera.
Glielo aveva mandato un amico. All’inizio, per un po’ lo aveva ospitato. Per il lavoro se l’era trovato quasi subito ma non era durato molto al mercato. Se non si ha paura le opportunità ci sono sempre e Ivan non aveva paura. Per quelli che venivano da dove veniva lui, e da posti simili, la paura è un lusso che non si possono concedere. Non che avesse qualcosa contro quelli che venivano da fuori; per questo nemmeno contro i musulmani. E in fondo gli stava simpatico.
La città era piccola, capitava spesso che si incontrassero. E poi non gli mancavano mai notizie. Certo la fortuna non dura per sempre per nessuno. Aveva fatto bene a smettere di ripulire le case. Prima o dopo se lo sarebbero pizzicato. E allora niente e nessuno l’avrebbe potuto salvare dal foglio di via. Solo che forse avrebbe dovuto avvertire prima che voleva uscire da quel giro. Non puoi rischiare di pestare i piedi a qualcuno; ci vuole rispetto.
Poi una sera aveva offerto da bere a tutti. Si erano ubriacati assieme. Gli uscivano soldi come se non contassero nulla. La voce che circolava era che erano dei suoi amici a rischiare per lui. Portavano la roba dentro a dei container. Lo avevo avvertito di andare delicato. Quella è gente che non scherza. E la roba non era nemmeno della migliore. Mi disse che sarebbe stato per poco; che gli occorrevano quei soldi. Mi sembrava uno che sapeva quello che faceva. E forse aveva anche saputo prendere le proprie informazioni, e degli accordi. Non sapevo, naturalmente, quanto tempo fosse quel poco. Intanto le cose gli andavano meglio. Si vestiva come uno di noi,anche più elegante. Lui correva, anzi galoppava.
Poi si era messo tranquillo. Aveva trovato due di qua. Niente di eccezionale ma quello che gli bastava a vivere. Qualcuno aveva soffiato che sapeva qualcosa su come era finito in canale il Graziano. Forse erano solo chiacchiere perché le due erano la scuderia dell’annegato. Quando erano andati per prenderselo aveva un alibi e documenti falsi più buoni di quelli veri. In serata avevano dovuto lasciarlo andare. Avevamo festeggiato assieme. Aveva capito che Ivan era soprattutto un gran figlio di puttana. Aveva però la sensazione che fosse di quelli che non si sanno accontentare. Stava esagerando.
Non si sbagliava: il ragazzone biondo si stava facendo spaccone. Le aveva fatte arrivare dal suo paese. Prima una, poi un’altra, e altre ancora. Alte e bionde; per essere belle erano belle, e pallide come la luna. Ormai la gente le voleva solo ucraine. I prezzi erano saliti. Per le nostre non c’era più mercato.
Lui era stato costretto a tenere Tamara tra le braccia. Piangeva. La poverina gli chiedeva scusa; sapeva che non era colpa sua. Aveva dovuto consolarla. Non sopportava le donne che piangono. Eppure era bella Tamara, e ci sapeva fare. Erano più le sere che se ne tornavano a mani vuote. Prima dicevano che lui aveva le migliori. Così va il mondo. Ancora un poco e avrebbe perso il rispetto di tutti. E non era nemmeno giusto starsene alzato la notte, per le strade, per quelle che ormai non erano che due miserabili lire.
Forse avrebbe dovuto parlarci. Il biondino, con quel suo sorriso disarmante, gli avrebbe spiegato tutto. Una pacca sulle spalle e avrebbe cercato di convincerlo. Non c’era più nulla da capire. Non poteva venirsene da lì a rompere le palle. Quando arriva lui esce dal portone e dal buio. Ivan non lo riconosce subito. Lo guarda e gli chiede come va. La tira fuori e allora a quello, allo straniero, il sorriso si spegne. Gli chiede con quel suo italiano all’inizio e rimasto difficile: “Cosa fai?” Ma lui non ha più voglia di spiegarglielo e di ricordargli che ognuno deve comandare in casa propria. Gli esce dal cuore:
Vaffanculo Ivan!” –e non gli lascia altro tempo che quello necessario per riconoscere che suono ha quel piombo. Dopo sta meglio.

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