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Archive for marzo 2010

Era un po’ che lo osservavo, distrattamente, con non eccessiva curiosità, con blanda attenzione, senza farmene vedere. Come dovrebbe fare una donna. Come sarebbe lecito cercando di mostrare e non mostrare quel leggero interesse. Non che qualcosa fosse mutato tra noi. Nemmeno che vi fosse qualcosa che aveva smesso di funzionare nelle mie cose. Potevo ancora dirmi contenta e soddisfatta. Forse si potrebbe parlare di una sorta di regressione; di un rimpianto. Cose da psicologia da quattro soldi. Niente di più falso. Avevo solo orecchiato alcune frasi tra i loro discorsi. Ero al corrente di alcuni successi. Era tornato ad essere libero e sembrava poterselo permettere. O forse era solo perché mi ero trovata a chiedermi un motivo (uno solo) per il quale non gli avessi mai dato attenzione. O forse non era niente di tutto ciò. Mi faceva vedere il suo profilo destro e il suo orologio, in continuazione. La macchina parcheggiata fuori era una bella macchina, ma questo lo sapevo già. A dire il vero era anche comoda; questo invece, prima, non lo potevo sapere.
Un posto vale l’altro. Mi lascia sotto casa. Lo lascio con solo la cravatta addosso. Non è nemmeno un piccolo segreto che possa restare tra noi. Lui potrà anche raccontare che è andata diversamente, ma lo sappiamo entrambi e ce l’aveva scritto negli occhi sgranati prima di salutarmi: avevo ucciso il suo amor proprio.

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L’aspirante scrittore

Nereo aveva un sogno, un libro nel cassetto, invece era costretto a correggere manoscritti degli altri. Se non sempre quasi erano cose senza valore, deliri, sfoghi, frustrazioni. Era anche una lettura faticosa perché la meticolosa attenzione gli rendeva difficile seguire il corso logico, quando c’era. Anche quello che aveva davanti non valeva più di niente. Non c’era nemmeno un’idea eppure… Mentre si distraeva addosso e pensava al suo rapporto con i libri ne fu sorpreso: i personaggi non parlavano come personaggi letterari ma come persone; e parlavano proprio a lui.

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La mamma di Fernando Brusnago aveva la forma di una modella di vogue: così diceva Aristermo che già la guardava con interesse. Era una donna che aveva una voce sempre un’ottava più alta o più bassa ma che all’occasione sapeva dire le cose sottovoce o diventare suadente. Il suo intenso profumo arrivava sempre molto prima di lei ma un mattino non era arrivato.
Brusnago aveva aspettato a lungo perché una televisione locale stava intervistando le persone che passavano.
Vestiva suo figlio da imbecille e il ragazzino lo era; solo con quello di scienze aveva sempre una sufficienza che non meritava.
Suo padre non riusciva a sostenere per molto tempo gli occhi della donna, quasi sempre gl’occhi presto gli scendevano, ma riusciva a sostenere a lungo la vista del suo culo che a lui non sembrava molto ma solo fasciato. Poi gli spiegava, guardando il ragazzino, che gli imbecilli erano fatti a quel modo.

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Lapide per ricordare il gruppo partigianoOrmai non si alzava più dal letto ma gli occhi erano ancora quelli suoi: “Tua madre voleva chiamarti Francesco perché era devota al santo fraticello. Mi sta anche simpatico ma a me quelli in tonaca sai che fanno il prurito. Tuo padre era deciso per Leone per non scontentare nessuno. Sai com’è lui che quando c’è da decidere. Eh no, Porcoboia! ho detto, deve chiamarsi Libero e Libero dev’essere e non hanno avuto il coraggio. E così sei Libero, e il nome vorrà pure dire qualcosa”.
Ma nonno”…
Non li aveva mai visti abbassarsi, quegli occhi: “Io non ti devo dire niente; Libero. Le cose le devi sapere da te”.
Certo che non poteva non capire quello che suo nonno gli voleva dire. Suo nonno era rimasto quello di sempre: fiero e prima di tutto antifascista. Quando gliel’avevano detto voleva alzarsi dal letto. Aveva tirato un bestemmione che erano tremati i lampadari e anche i muri. “Non si può più tollerare, aspettare”. Era vero che era solo un ragazzo ma le carogne non hanno mica gli anni che hanno; nascono carogne. E poi anche Frigerio era solo un ragazzino. Aveva la chefia solo perché gli piaceva, e poi ce l’avevano anche i suoi amici. Avevano chiamato “compagno!” e lui, stupidamente s’era girato. Vai ad immaginare che… L’avevano preso di mezzo, in quattro. Nemmeno il tempo di vederli. E giù a dargli che a vederlo faceva male.
Le voci erano arrivate subito in sezione, ma ormai più che i commenti non si riesce a decidere. Quella sera se ne sarebbe parlato anche al Centro ma quello che gli voleva dire il nonno lo sapeva: la faccenda se la doveva sbrigare da sé. Frigerio lo conosceva a malapena, quattro parole ed una birra. Gli stava simpatico. Solo che quelle azioni cominciavano a ripetersi. Sempre uguali i neri, a qualunque età. Si mise in bocca una canna, non sarebbe passato dal C.S.O. Sarebbe stato inutile. Non sapeva degli altri ma Ciccio, che all’anagrafe faceva Ferrario Giuliano, in quelle azioni c’era sempre. Com’è che diceva sempre suo nonno: “insegnare a uno per educarne cento”. Era proprio vero. Ed era un lavoretto che non si poteva più rimandare. Le leggende restano leggende, come quella della volante rossa; che il partito poi se n’era lavato le mani. Le aveva sentite raccontare solo da quel vecchio fiero partigiano che aveva in casa e che non si poteva più muovere da quel letto. Non lo aveva mai sentito lagnarsi. Al massimo smoccolava. Gli ripeteva sempre: “Se li avverti «chi è stato è stato ma io vengo da te» a quelli gli prende la scaga e tornan nelle fogne”. Ma Ciccio era veramente uno grosso, e tosto; anche se non capiva un cazzo. Insomma proprio una gran testa di cazzo.
Lui era per parlarle le cose. Carlito gli aveva detto che stava su quella stradina subito dietro piazza Martiri; se lo ricordava ancora. L’aveva affrontato a scuola ma un poco se la faceva sotto. Insomma era uscito con gli altri e si era guardato circospetto. Adesso doveva proprio andarci. Sulla porta c’era il suo cognome. E s’era messo dentro quel portone. Era rincasato il padre, stessa pasta, stronzo uguale. Da lì quella merda doveva passarci se voleva andare a casa. E stava quasi per perdere la pazienza quando lo aveva sentito arrivare. L’altro mica aveva potuto vederlo così al buio. Gli era passato di fianco come se non esistesse; tranquillo e fischiettando. Il primo colpo l’aveva preso proprio dietro la testa. Libero ci aveva messo tutta la sua forza e vent’anni di rabbie. In quel momento era solo odio a caricare il tubo da tre ottavi. Quando l’aveva lasciato cadere aveva fatto un suono metallico che aveva rimbombato fino all’ultimo piano. Erano anni che aspettava quel momento. Si sentì finalmente libero. “Adesso sai dove te lo puoi infilare, il tuo tirapugni. E anche questo tubo. Te lo regal… te lo regala la volante rossa”.
Si rese conto in quel momento che non si sentiva meglio. Non provava soddisfazione. Semplicemente era come se fosse entrato in una nuova età. Se avesse accettato un nuovo incarico. E improvvisamente provò un presentimento. Aveva paura dei presentimenti. Spesso s’erano dimostrati esatti. Non lasciò trascorrere nemmeno un attimo per correre verso casa. Capì appena entrato. Si diresse dal nonno. Il padre lo abbrancò in un abbraccio. “Meglio se non entri. C’è il medico”. E scoppiò in un pianto a dirotto.
Appena ritrovò la forza della voce volle chiedere: “Dimmi almeno come”?
Sto ancora che ci penso. E’ appena successo. Stavo imboccandogli la colazione che ha sorriso e mi ha detto «adesso posso morire tranquillo. Libero è diventato uomo. Non è stato tutto per niente». Non ho capito cosa voleva dire. Ha chiuso gli occhi come si addormentasse e non mi ha parlato più. So quanto gli eri affezionato. Forse era la sua ora”.
Aveva sempre amato e ammirato quel vecchio testardo che non avrebbe mai voluto arrendersi, troppo fiero per accettare che i tempi potessero pentirsi. Che gli ripeteva sempre: “Tu sei di quelli buoni. Tu sei come tuo nonno”. Quelle parole lo avevano sempre fatto sentire bene. Volle vederlo: “Ciao nonno Comunardo, ti voglio bene”.

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Cuore spezzatoCosa aveva Kuki? Cosa aveva che tutti… ma perché gli uomini sono tutti… tutti… tutti… così? così… stronzi? Ma quanto era stata stupida. Certo che vedi sempre gli altri e magari non ti accorgi di quello che ti capita sotto il naso. Non ci voleva molto. Era che lei non ci riusciva proprio. Non ci metteva cattiveria. Ma ora che ci pensava… certo… la guardava con due occhi; lo stronzo. E non glieli toglieva da lì. Ecco cosa aveva, aveva che era una troia. Lei e gli uomini… cioè lei i suoi ragazzini. Se li cercava giovani; la zoccola. Non che lui… ma lei era sempre lì a sbattertele davanti. Anche se un paio di tette non sono che un paio di tette. Solo che ne aveva di più. Un po’, poi. Cosa avevano le sue? Non avrebbe mai pensato… che anche Luca fosse così… così mammone. Forse non aveva voluto vederlo. Aveva degli occhi. Sembrava vedesse la madonna. E aveva un bel dire, l’aveva capito subito. Lei non si faceva fare stupida. Con quella faccia: “Ma ti figuri. Ma cosa vai a pensare. Io”. Se non bastasse erano gli occhi di lei che avevano quell’aria soddisfatta. E Virginia li aveva visti. Ma proprio visti; altro che balle. Come da qua a là. Proprio mentre si baciavano. Come due ragazzini, aveva detto quella serpe. Sì! perché anche quella… ne avrebbe avute da raccontare. Meglio lasciare perdere.
Una promessa è una promessa. Gliel’avrebbe fatta vedere. A lei, a Elena, nessuno si può permettere di mettere le corna. E con una sciacquetta qualunque, come Kuki, per giunta. Una che c’ha il culo che pulisce i marciapiedi. E che appena si sa soffiare il naso. Quella sa solo togliersi le mutande; la sgualdrina. Manco fosse la Selen. Ma chi si credeva quella. E lui. Che avrebbe dovuto ringraziare. Ma perché per lei era sempre così? Perché perdeva sempre la testa per quello sbagliato? Perché non aveva mai trovato uno… uno come Giulio, per esempio? Certo che lui era un vero amico. Certo che, si rendeva conto, era furibonda. E chi non lo sarebbe stato? Chi al posto suo? E si era anche fatto aspettare. Certo che… povero Giulio, gli aveva scaricato addosso tutta la sua rabbia. Ma Giulio era Giulio. Lui le voleva bene, ed era paziente. E aveva capito. E poi anche lei l’avrebbe fatto per lui. Caro, aveva preso subito il treno. Non sapeva perché ma con lui riusciva a ritrovare sempre la tranquillità. Lui riusciva a renderla serena. A lui riusciva a dire tutto. Ma proprio tutto. Sapeva che non l’avrebbe mai tradita.
Non valeva certo la pena. Nemmeno rovinare il trucco. Doveva prepararsi. Non voleva farsi trovare così. Non poteva. Aveva deciso di andargli incontro, alla stazione. Non fosse stato Giulio… ma con lui proprio non poteva. Non ci riusciva. Non sentiva quella cosa. Quella scossa. Eppure quella volta… dopo quell’altro stronzo. Ma era stata solo stupida. Certo che se lo sarebbe fatto. Solo che lui sembrava proprio non vederla. Come sempre. Eppure era mancato solo un attimo. Che con lui, con Giulio, glieli avrebbe fatti volentieri. Gli avrebbe reso la pariglia. Perché lei non era una di quelle. Non era una facile. Ma forse sarebbe stato meno difficile. Eppure non poteva fargliela passare liscia; pan per polenta. E quella volta, con Giulio, le aveva anche provate. Sarebbe bastato un attimo. Capita a tutti, un momento di debolezza. E lei era proprio depressa. Si può capire: era un’altra storia finita male. Che andava a farsi fottere. Veramente gliel’aveva proprio sbattuta in faccia. Eppure credeva che non ci sarebbe ricascata. E adesso era d’accapo. Tutto di nuovo come sempre. Fuori uno ed ecco che te ne trovi un altro, di stronzo.
Certo che quando Giulio la teneva tra le braccia… ma era una sensazione diversa. Una donna lo sente. Una donna lo capisce. Un amico è un amico. Cioè era un’altra cosa. Lui era tranquillità. Lui era sicurezza. Non c’erano rischi con lui. Forse era stato perché era ancora con Valentina. Aveva sbagliato. Quella ragazza era giusta per lui. Stavano bene assieme. Ma forse ne era stata la causa. Era gelosa, Valentina. Eppure alla fine non era successo niente. Proprio niente. Non poteva sentirsi in colpa per niente. E poi lo sapeva, Valentina, che erano amici. Che con lui… Solo una debolezza. Non che fosse una vera bellezza; ma era giusta. Ne era ancora convinta. Se li vedeva già. Ora erano nuovamente liberi entrambi. Lui sarebbe stato paziente. Forse avrebbe dovuto ascoltarlo anche lei. E’ che ognuno capisce quello che sente. E in quel momento lei non aveva che quello, nel cuore, nella testa. Quella rabbia. Era furibonda. Lo odiava proprio. Luca l’aveva proprio delusa. Proprio perché lui pareva diverso. Vai a fidarti. Anche con lei sembrava uno che non si fa prendere troppo dalle cose. Sì! era un poco distaccato. Non certo uno che non sai come tenerti le mani distanti. Era più lei; nei limiti, certo. Sembrava sempre padrone di sé.
Potevano tornare in quel localino. In quello dell’ultima volta. Si mangiava bene. E non era nemmeno troppo caro. E stavolta non avrebbe dovuto permettergli di pagare. In fondo l’aveva chiamato lei. Era meglio se preparava il letto. E se partiva. Ormai doveva essere quasi arrivato. Che cretina: s’era scordata di dirgli dove. Ma lui sapeva dove abitava. Vista l’ora quasi quasi le conveniva non muoversi. Rischiavano di incrociarsi senza trovarsi. E’ stato in quel preciso momento che compose il numero per chiamarlo, per sentire dov’era, e che decise che, fanculo tutto ma, quella sera non ci sarebbero stati santi: amico o non amico… Non si può restare stupide tutta la vita. Lo sapeva anche lui che non reggeva il vino. E che sarebbero bastati due bicchieri. E dopo…

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Aveva occhi di sole. Grandi occhi di sole. Come sono gli occhi di sole? Che stupida domanda. Bastava guardarla per trovare la risposta.
Lui per quegli occhi s’era perso di senno, ma quegl’occhi parlavano una lingua e il suo cuore ne parlava una diversa. Con gli occhi gli dava un sorriso che lo riempiva di speranza, il cuore gli strappava lamenti e lo condannava irrimediabilmente senza attenuanti.
Era stato per quello che aveva deciso di cavarle gli occhi perché erano loro che gli avevano mentito e l’avevano illuso. Cosa ne può capire la legge dei fatti di cuore?

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Le cose avvengono perché lo decidono in una loro autonomia. Scambiatevi un segno di pace. Elvira aveva stretto la mano che il vicino le aveva offerto. Non aveva mai visto quell’uomo. Una scossa l’aveva attraversata tutta. Si chiese chi era e restò turbata per tutti i giorni seguenti. Non riuscì a saperne di più. Il sabato lo confessò riluttante al confessore e si sentì libera. La domenica lo vide entrare. Andò a sedersi tre panche più indietro e si sentì soggiogata. Il tempo non guarisce ma acuisce i dolori nel ricordo. Da Teresa finalmente ne seppe il nome e altro, quella ne sapeva una più del diavolo. Elvira quella stessa sera gli vendette l’anima e gli regalò il corpo. Antonio la stava aspettando per la cena.

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