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Archive for 10 marzo 2010

Cominciavo ad essere stanco di tutto quello. Mi piaceva Efelide. Mi era sempre piaciuta. Ma erano tempi disperati. Trovarmela là era stato un colpo al cuore; tremendo. Anche se sapevo. Perché non era scappata? Come la Carmen? E avevo dovuto essere io a rasarla. Sfiorandole prima i capelli, poi la testa con delicatezza. Era ancora giovane Efelide. Forse non era nemmeno proprio bella, ma graziosa sì. Con quel suo sorriso. Però era molto che non glielo leggevo più, il suo sorriso. L’altra aveva ancora quell’arroganza nel viso. Il vestito a brandelli era sconcio già prima; vistoso. Il strucco disfatto non la faceva migliore. Quella piccolina implorava che non era vero. Una menzogna così era intollerabile. Era stata sulla bocca e davanti agli occhi di tutti. Sempre strusciata al braccio di qualche ufficiale. C’è persino chi dice che avesse assistito; e riso. La condannava anche quel nome. Ma lei no: “E’ che lei l’ha fatto per bisogno. Per quei due povere vecchi”.
Domani non ci chiede eccezioni. Nemmeno per la propria madre”.
In fondo anche loro avevano combattuto; dalla parte sbagliata. Sia che lo avessero fatto per generosità o per disperazione. Era stato il loro modo di combattere; il loro modo di tradire. Aveva ragione Orso. Cosa avremmo risposto a Giannetta? Come avremo guardato negli occhi Silvana? E c’erano gli altri. E c’erano i morti. E non era ancora tempo di perdonare. Dovevo scordarmi come mi avevano implorato i suoi occhi e come mi aveva detto “Grazie”. Quale fosse stato il motivo lei ne era colpevole. Tanti avevano pagato le colpe degli altri. Non potevamo fare sconti. Però non ero più nemmeno io molto convinto: “Perché”?
Per quelli che non hanno accettato. E’ la giustizia”.
Le spingevo con la canna del mio novantuno-trentotto, col moschetto. Dio fa che non sia io. Anche se sapeva che non credevo non gli sarebbe costato nulla farmi quel piacere. Ferruccio le strattonava e nel farlo le toccava. Fermava le mani su quei corpi; mani padrone. Mi sembrava non avessero più fascino. Forse ne avevano anche di più. Per lui erano ancora comunque culi e tette. Erano soprattutto prede. Era rivincita. E loro facevano finta di nulla; sarebbe stato inutile. E poi l’avevano già dovuto assaggiarlo. Avevano avuto modo di imparare come poteva diventare se si incazzava. Come ti rende quella rabbia. No! Cos’è la bestia.
Io marciavo vicino a Efelide, almeno quello se lo risparmiava. Sembrava capirlo e i suoi occhi continuavano a guardarmi con gratitudine. Ci sono cose che non sono giuste o sbagliate ma solo necessarie. Forse Ferruccio è sempre stato Ferruccio ma gli avevano ammazzato il fratello. Quello nessuno avrebbe potuto restituirglielo. Ma forse non sarebbe cambiato nulla. Sembrava provare piacere per quelle lagrime. Più gli imploravano pietà e più sembrava fiero e deciso. Lui non era mai stato come gli altri. Non era uno che segnava. Lui combatteva per combattere. Era nato con lo sten. Temevo che il futuro sarebbe stato di quelli come lui.
Tamara anzi gli sputò in faccia “Tocca pure ch’è roba buona. Anche troppo di lusso per un vigliacco come te”. Non c’era tempo di provare ammirazione. Tanto lo sapeva che niente l’avrebbe salvata. Lui non se l’era nemmeno presa. Gli aveva solo spremuto quel seno con più violenza. L’aveva offesa anche con le parole e gli aveva promesso che a lei avrebbe provveduto lui. Non volevo più sentirlo. Dovevamo fare giustizia. Infierire era un di più, gratuito. Il barbiere l’avevo già fatto e fin troppo. Quella magra ci aveva provato la sera anche con me: “Era solo uno. Potrei essere gentile. Non sai quanto sono brava. E tu sei solo un bel toso”. E toccava ancora una volta a me. Mi giuravo che sarebbe stata l’ultima. Si può costruire il futuro sulla morte? Erano solo donne davanti alla guerra, alla miseria, a quella merda. Erano solo le puttane dei porci. E’ la rabbia che muove il mondo. Non si può capire se non si capisce che ci sono cose che non si possono perdonare.

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