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Archive for marzo 2010

Ciottolato fumoso

Giuseppe partì,
raccolta la sua roba
maledetto ordine. Quale
illusione fuggire da sé
dai propri panni
dai propri drammi:
e partì
sorretto ad un bastone
il cielo di cartone
sopra e sotto
un ciottolato nero,
fra sterpi secchi, nero
come il carbone      nero
quel cielo era          un grido enorme
silenzio e senso di morte
le pietre                    presaghe compagnie
dove i passi risuonavano
strusciate odi echi infranti
sogni taciuti, traditi
quel grido di bimbo
(leggero pigolare) una speranza?
una vergogna?
una menzogna?
quale fragoroso silenzio cela la notte.

Lo sorpresero sotto la volta della grotta celeste
(se c’era un senso nelle cose
egli lo ignorava)
e ancora le cianfrusaglie gli ricadevano
qua e là
tintinnando      sgraziatamente
(suono discordato
stonato) lo sorprese un grido
fra quelle grida della notte
e così subì
e poi migrò      tacito
con la testa china; pensoso forse?
con pagine messianiche in tasca
mai lette, mai dette
giammai tradite, ma mai tradotte
ma notte – pianse e pregò –
in te continuò ramingo
lasciandosi dietro spesso
cose affascinanti       e fuggevoli,
la fortuna,
calori e gesti, le
vele candide di gabbiani gonfie in volo,
la schiuma amara sull’onde,
le corde madide e tese
ma tese come un arco appena palpabile
percepibile il sussurro tenue e leggero
delle frasche appena sporche di
primavera
– si fermò alla ferrovia di Kalda –
(non aveva biglietto né destinazione)
ma vi raccolse solo malinconia amara
mentre il silenzio s’era fatto denso
soffocante      quanto la parola
prima di riandava gravido di umori
raccolti qua e là      anch’essi
come a Pisa      un’estate secca
in case buie e soffocate
redasse un manifesto
(quale estate?) che minacciò –
ostentò per tutta Nuova Delhi.
Tutto era terribilmente inutile,
la stanza sempre affollata
e pur sempre vuota
così restò teso un attimo      impotente
e mentre provò a rintracciare il senso
tutto tornò alla mente;
si sentì annegare,
un grido gli assalì la gola,
quel grido, quale dolore
ma si chinò a pregare
e tacque.¹


1] Qui è proprio finita questa raccolta poetica del ricordo. A chi mi ha amato e a chi ho amato… ora come allora…

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A volte prima di parlare bisognerebbe riflettere. Pensare. Un esempio come tanti: i pericoli del mestiere dell’attore.
Aveva indossato quella maschera per tanti anni. Quella sera provò a toglierla senza riuscirci. Tornò a casa ma lei non lo riconobbe. Lui teneva a lei ma in quell’altra vita lui disprezzava le donne. Le usava e le gettava. Aveva quell’espressione arrogante nel volto. Il pubblico lo invidiava. Cosa ne sa il pubblico? Non aveva faticato a trovare compagnia per la notte. Un bar, un superalcolico anzi due, uno sguardo stanco e annoiato e via. Una stanza anonima. Due colpi di tosse perché l’altro non fumava. Lei, quella, che credeva di essersi fatta un’idea. Al dunque gesti frettolosi. Alla fine nessuno gli aveva scritto le battute e non provava amore ed era stato il suo corpo a tradirlo lasciandola delusa. La realtà non era obbligata al lieto fine.

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Non era facile trovare una come lei. Giovanna ne sapeva di cose da raccontare. Evitava le solite frivolezze. Aveva poi la pazienza anche di ascoltare. Modulava una voce che rapiva. Non che non avesse le proprie convinzioni, tutt’altro. Era donna di ideali e di idee precise. Chiara nell’esporle. Non che sacrificasse le parole. Nemmeno ne profittava. Sarebbe rimasto ad ammirarla. Era ora di andare. L’aiutò ad alzarsi dalla sedia. Si vedeva che era stata educata dalle suore. Per quella sera aveva messo un vestito a fiori che le stava talmente bene che lui avrebbe voluto toglierglielo. Se lo tolse da sé e lui restò senza fiato.

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Tiriamo su le Kefiah fin quasi agli occhi e incominciamo a riempire i carrelli. In un attimo tutto è confusione. La vecchietta si prende nella paura. Sento un “era un po’ che li osservavo” –e arriva lo stronzo. Sempre qualcuno che vuole fare l’eroe. Già mi prende la rabbia ma Sandy risponde per prima, pronta; sempre lei: “Cazzo vuoi, servo! E’ la spesa del popolo”.
Ci ha le palle la ragazzetta. E’ minuta ma con le palle; quadre. Ha coraggio, ma soprattutto è cattiva che è difficile a trovarne. Gliel’ha sibilato dosso come uno sputo. E ci ha anche un gran culo. Gli tira un calcio di anfibi e lo lascia agonizzante. “Nemmeno è roba sua” –e pensare che volevo pensare io a lei. Invece a Napoli mi ha estratto dei guai. “Facciamo finta di essere due regolari. Due per caso”. “Cioè?” –le dico. “Baciami, stupido. Facciamo ai fidanzatini che se la bevono”. Al momento quasi non mi fido. La schiaccio contro il muro. La spingo verso l’angolo. Non la bevono. Non la bevono. La bevono. Quelli ci guardano, ci credono; strabuzzano e ci sorridono. La cosa è talmente convincente che convince anche me. Per lei è come non fossimo lì. Come fossimo soli. Intono i black mettono tutto a fuoco. Forse tanto realismo non è nemmeno del tutto necessario. In un amen ho la sua mano dentro i calzoni. Non fosse per scaga c’è da crederci. Finisco che ci credo. Mi innamoro all’istante, sul posto.
Credo di aver già detto del culo. Già l’avevo notato. E’ la prima volta che posso e glielo controllo. Mi fa prendere la sbronza. Finisco per scordarmi dei cavalli, che nemmeno li vedo andarsene. Non mi importa del mondo. Nessuna mi ha mai rincitrullito così. E quando l’ho trovata con Davide ci son rimasto una merda. Mi ha spiegato che “Lui non conta”. E con Giamba… e con gli altri… mi son sentito un coglione. Neanche a chiederlo? Se glielo dico magari mi dice che lei non è mica roba mia. Che anch’io sono libero. E’ facile con le parole. E mi tocca pure darle ragione. Mi richiama il grido: “Veloci. I cavalli”.
Quella volta l’avevano fermata quattro fascistelli. Volevano farle violenza. Ne ha violentati tre. Il quarto s’è ritirato; non c’è l’ha fatta. Dopo li ha guardati sprezzante e gli ha detto “Su le braghe che vi faccio il culo”. Li ha sprangati con la stecca di una panchina che stavano ancora ansimando. Quando lo racconta ride come una pazza. E poi aggiunge che a uno che era rimasto ultimo gliel’ha proprio infilato nel culo, quel bastone. “Così s’è imparato cosa vuol dire donna”. Stavolta ho paura che siamo proprio nella merda. La molotov avvampa la macchina di servizio. Quelli sono incazzati neri. Carlito è salito al primo piano e gli piscia sulla testa, dall’alto. Non mi sembra una grande idea. Non avevano bisogno di nessun altro pretesto. Lascia stare amico, son già bestie così. Lei grida: “Dammi una mano.” –e con altri tre facciamo cadere lo scaffale. Quello precipita di mezzo proprio come una barricata. Cazzo! sembra guerriglia vera. Quello con quei gradi minaccia urlando come un ossesso. Lo prende in pieno un barattolo di tonno e gli sanguina il naso. Fuori anche il cassonetto brucia. Filiamo!
Ci siamo persi nel ritorno. Dopo si fa festa. Abbiamo ancora in corpo l’adrenalina. Furio s’è messo tutto nudo e se la scopa a tutto spiano. Lei gli carezza dolce la cicatrice. C’è proprio mancato poco. Avevamo la merce in mano ma quella è rimasta là. Qualcuno aveva detto: “Facciamo i tupamaros”. Non ho capito perché i cellulari sono strumento di potere; e di alienazione. Non l’ho trovato scritto da nessuna parte. Ormai non me ne frega più niente. Domani taglio e arrivederci a tutto. Non ci sto più con la testa. Lei non dice più nulla, mi guarda e squittisce. Quegli occhi annegati parono chiedermi scusa. Forse le dovrei un altro grazie. Forse li vedo solo da me. Esther si strona la testa. Me lo chiede, lo passo, non torna indietro. Leo non è ancora arrivato. Rusty si infila le dita nel naso. S’annega di birra. Ozy scordato cerca per l’ennesima volta di strimpellare Hallelujah. Garbo dice che se la farebbe, non fosse ch’è troppo fatto. “Che culo che ci-hai”. La sai la fortuna? Avere Sandy è come rincorrere niente. Non che io creda alla proprietà, ma c’è. E poi una donna è una donna. Mica merce. “Lascia stare, amico”. Quello, se c’è, e solo mio.

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Livio era entrato per prendere il solito prosecchino. Ordinò un caffè perché non sapeva come farlo capire alla cinese dietro il banco. Quel lavoro socialmente inutile lo faceva sentire messo da parte; inutile, appunto. Era quello che lo rendeva sgarbato. Lo sapeva ma non poteva farne a meno. Suo padre gli aveva detto: dove si mangia in due si può mangiare in tre. Gli giravano lo stesso le palle. Avrebbe avuto molto da dire ma erano parole sputate e nessuno era disposto a starle a sentire. Con la tazzina in mano si fermò anche lui a guardare quelli che giocavano impegnati a carte. Aveva molto tempo e nessuna voglia di tornare. Si trovò coinvolto a parlare della partita anche se non l’aveva potuta vedere. Prima di pagare prese un gratta&vinci ma naturalmente la fortuna rimandò l’incontro. A pensarci bene non aveva poi nulla da raccontare.

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Un amore meccanico. Tutto era cambiato. Camminava nelle sue scarpe. Era un giorno che non capiva. Un sole opaco. Avrebbe dovuto cambiare la macchina. Avrebbe dovuto? Non aveva più nessuna soddisfazione nemmeno ad incazzarsi. E non riusciva a provare pietà di sé. Si lavò le mani pulite prima di mettersi a tavola. Eppure alcune cose erano rimaste nella sua testa e non riusciva a liberarsene. Continuava a sentire le macchine ringhiare come cani in catena. Sempre alla stessa ora si destava e doveva aspettare il momento per alzarsi cercando di non disturbare il sonno di lei. Continuava ad odiare quell’amore,  quell’amore fatto in fretta, poco prima di dormire¹. Ma ormai lei non lo cercava nemmeno più. E non gli interessava nemmeno sapere. Non avrebbe potuto cambiare nulla.


1] Paolo Pietrangeli: La leva

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

Torni a casa con la moto
hai la testa che rimbomba
riesci a odiare anche i tuoi figli
riesci a odiare anche i tuoi figli
che ti urlan nelle orecchie.

E quell’attimo di sosta
che sarebbe la tua vita
non ti può più appartenere
serve solo a caricare
la tua molla che è finita.

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

C’è tua moglie che ti aspetta
anche lei ha le sue esigenze
come odi quell’amore
quell’amore fatto in fretta
poco prima di dormire.

Non puoi avere più problemi
non ti è dato di pensare
devi essere efficiente
non ti resta proprio niente
neanche il lusso di impazzire.

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

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Forse Michele dovrebbe dire qualcosa sul viaggio, anche per giustificare l’assenza da questo spazio. Per molti motivi o senza motivi non l’aveva mai visitata. In verità, a parte i suoi voli di fantasia, non è mai stato un grande viaggiatore. Non un viaggiatore di spazi, almeno. Non sapeva decidersi se non né aveva voglia e non sapeva che dire. In fondo per quelli della sua generazione, ovvero per chi è vissuto e invecchiato in questo tempo, Londra è stata e rimasta la meta di fin troppe cose. Parlarne gli sembra quasi di profanare sogni che vorrebbero rimanessero intatti. Non gli rimane che sperare che sia lei a parlarne.
La verità è che lui e Rossana sono partiti appena di ritorno da un breve ma intenso soggiorno in Toscana. Giusto il tempo di aggiornare le valigie e, in una giornata tremenda di bufera per Venezia, di prendere il volo. Acqua alta, ed è il meno, neve, gelo e vento strapazzavano la città. Non viaggiavano battelli né autobus, trovare un taxi è stato una fortuna sfacciata ma la fortuna si muove sempre al fianco di Michele. Giunti a destinazione l’inverno era finito e splendeva il sole. Loro erano vestiti come per una spedizione nel circolo polare artico e intorno erano miti sia la city of Westmister che la city of London.
Questa trasposizione sotto mentite spoglie rende allo scrivente le cose più semplici. Addossare le cause ad un personaggio immaginario permette di dire e non dire e di lasciare un piccolo libero sfogo anche alla fantasia. In fondo è comodo avere una identità di riserva. Dicono, da quelle parti, che basta fermarsi a Piccadilly circus per incontrare qualcuno che si conosce. Non si sono fermati abbastanza. La sensazione è comunque di essere in uno di quei posti magici che sono il centro. Non poteva essere diversamente tra tanti nomi magici come Trafalgar square, Portobello road, Tower bridge, Abbey road, i parchi con Hyde park, Kensington garden, Greenwich park, gli scoiattoli che vengono curiosi a guardarti da vicino e i pellicani tranquilli del loro laghetto, oltre la già citata Piccadilly circus e chi più ne ha più ne ricordi. Ad ogni stazione della metropolitana, ad ogni angolo, c’è qualcuno che suona e spesso e buona musica; quella musica.
Le emozioni, naturalmente, sono tante, è impossibile riassumerle. Per questo conviene partire della fine. Prendono un taxi per tornare e dentro suona una canzone che non tardano a riconoscere subito: Get off my cloud. Nella terra dei favolosi quattro allora Michele, a dispetto della compagna, era fan sfegatato proprio dei Rolling, naturalmente perché erano ragazzacci; come subito dopo lo diventerà dei meravigliosi Who di My generation; quelli che spaccavano tutto. Ma questa è un’altra storia e ci vorrebbe troppo per raccontarla. A Londra tutto scorre a destra e viene sorpassato a sinistra. Ciò che lascia perplessi è che questi londinesi devono superare a mancina persino sulle scale mobili. Per le strade hanno la precedenza i pedoni e il pericolo di essere messi sotto da una qualunque macchina è minore. Michele si intrappola controllando sempre la parte opposta di marcia, ma è sorpreso che gli automobilisti rallentino e cedano il passo. Strano popolo gli inglesi: hanno scoperto dopo cent’anni che quella di Londra non era nebbia ma smog, cioè proprio vero fumo di Londra. La moda dice che le ragazze devono mostrare le gambe e tutte le gambe. Vanno le gonne corte, anzi cortissime, a sfidare il pudore e l’eventuale freddo.
Cosa potevano portare da Londra al ritorno i nostri due protagonisti preferiti oltre a una enorme valigia di emozioni e ricordi se non una manciata di quella musica che è stata la colonna sonora delle loro vite da quei fatidici e fantastici e mitici anni sessanta? Allora Michele guarda sotto dal finestrino dell’aereo la città che stanno lasciando e in cuore il suo saluto è un arrivederci. Apre il libro ma è distratto; si sente a disagio, per un attimo la sua vita non gli sembra più la sua. Avevano da festeggiare due scadenze importanti, soprattutto la seconda, ma lo imbarazzava ricordare che erano stati in un albergo, anzi in una camera, anzi in un letto, dove si sarebbe potuto dormire in quattro senza recarsi disturbo, mentre poco distante qualcuno doveva accontentarsi di dormire sotto il cielo sui cartoni. Si lasciò andare al romanzo e poi al torpore: il mondo è in vecchio testardo che cerca di mantenere le sue abitudini.

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