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Archive for 15 aprile 2010

Un racconto e la ragione di un quadro:
Alla fine di un rapporto non era rimasto dolore. La storia si era consumata lentamente. Se era amore era sfumato quasi distrattamente diventando abitudine, alla fine quasi noia. Se non proprio noia indifferenza. Così quando se n’era andato le stanze risuonavano solo di vuoto, non di ricordi; nemmeno di rimpianti se non per il tempo. E se ne era andato portandosi dietro anche un torto e poco altro. Eppure qualcosa di impalpabile rimaneva: un senso di amarezza, di sconfitta, di inutilità. Una polvere sottile tanto da essere impalpabile. Che si respirava senza apparenza alcuna. Era come se avesse gettato via qualcosa. Come se avesse sprecato quel tempo. Eppure niente era come prima. Viveva quasi serenamente quella solitudine ma non si sentiva abbastanza vecchia. Le erano rimasti i suoi affetti. Le mancava qualcosa: la voglia di tornare ad accettare una sfida; di rimettersi in gioco, in discussione. Mancava quella che per coloro che sanno o dovrebbero si fa chiamare l’elaborazione del lutto.
Mise quanto era del ricordo di lui nei cassetti. Quanto si poteva buttare nei sacchetti. Poi fu invitata ad unirsi a dei cari amici per un viaggio. Conobbe il deserto. Le notti nel deserto. Lo spazio infinito del deserto. Un piano di sabbia e un cielo che appariva come senza fine. La sua mente si distrasse da tutto per guardarsi solo attorno. Si riconobbe completamente sola davanti alla natura. Qualcosa si liberò dentro di lei. La memoria, quella piccola, esile e leggera memoria, uscì e si disfece nell’aria. Si sentì come sgravata d’un peso e ritrovò quella che era la sua vita.
Difficile descrivere a parole quello che provò ma al ritorno aveva finalmente chiuso un altro capitolo della sua esistenza e ritrovato la fiducia e il coraggio. Pensava che non avrebbe più ricominciato ma non aveva nessun timore, né per le cose né per le parole. E si sbagliava. Di tutti i ricordi questo le sembrava il più bello, senz’altro il più vivido, degli altri viveva meglio senza. Mi parlò di tutto questo solo molto tempo dopo o almeno abbastanza. Più che dalle parole colsi il senso nei suoi occhi.
E’ questo che mi ha suggerito questo quadro che la fotografia tradisce soprattutto nei colori. Ho cercato di dire di una distesa piatta di sabbia (fatta anche di sabbia vera) e di un cielo terso senza fine. Così come io posso immaginare il deserto che non ho mai visto. Al centro il senso di una vita che si libera dalle sue pastoie e dai piccoli dolori che le portava appresso un recente passato. Ecco perché le corde cominciano a spezzarsi.

Anime metamorfiche; tecnica mista su cartone telato, 70*50. 1 dicembre 2009

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