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Archive for 16 aprile 2010

Credo sia pazza. Una pazza scatenata. Non fa ormai che chiamare. Non so proprio come liberarmene. Per fortuna non ha quello di casa. Mi dovrò inventare qualcosa. Non è stata che una piccola storia. Cosa ci posso fare se lei s’è messa in testa… s’è messa a sognare? Se mi ha scambiato per un altro. Se s’è fissata che era la sua favola che aspettava. In fondo è stato bello. E’ stato bello finché è durato. Come sempre. Per sempre non esiste. Forse nemmeno con Elena. Non ci voglio pensare. Dovrebbe essermene grata. Non c’è stato nessuno prima. Probabilmente non ci sarà nessuno dopo. E chi se la sarebbe presa? Con quella faccia. Con quell’aria da ultima spiaggia. Da suffragetta. Subito pronta a illudersi. A credere. A sognare. Cosa ci posso fare io? Le conosco quelle come lei, ed è questo che mi piace in quelle donne. Il loro essere indifese. Già il primo complimento le colpisce allo stomaco, duro. Non è che te ne vai a vantare, ma le facili prede hanno almeno quello di bello: non costano troppa fatica. Cerchi la scopata e sembrano là ad attenderla. Basta dir loro che sei quello che stavano aspettando. A volte basta una semplice cortesia.
Non per vantarmi ma ho esperienza per le donne indifese. E’ stato esattamente così. Mi faceva allegria. Mi scappava da ridere. Seduta nel silenzio del suo giornale. Il parco. Gli occhiali e la sua aria intellettuale. Il suo pranzo frugale: un panino. Tutta attenta a coprire le gambe e ai suoi infiniti rossori. “Scusi, è libero”? Era come se la conoscessi già; da sempre. “Posso sedere”? Quella sua aria di sospetto. Certo sono frasi stupide. Non è che una panchina, ai giardini, possa essere prenotata. E come si può dire di no? L’approccio è sempre fatto di parole stupide. Del tempo di studio; cauto. La diffidenza che si stempera. Era buffa. E se non avesse voluto avrebbe potuto ritirarsi già da allora. In fondo forse mi stava veramente aspettando. Quel suo giornale progressista. Non me ne frega niente, ma se serve credo anch’io alle libertà, ai principi; a quello che vuole. Alle baggianate di ogni giornale. Se serve al mio scopo. Basta fingere di leggere proprio quello che sta leggendo, con interesse. Non è la prima né l’ultima. E sapeva di bucato. E di donna romantica.
Le avevo già messo gli occhi addosso. Ero certo che non mi sarebbe sfuggita. Non aveva bisogno che di un po’ d’attenzione. Di essere ascoltata. Di farsi illudere. Avevo capito immediatamente che voleva sentire parlare d’amore. Che le sarebbe bastato. L’avevo capito guardandola. Quei capelli e quei vestiti fuori moda. Alla fine non ci vuole molto a dire quello che una così vuole sentirsi dire. Per poi fissarla negli occhi. E leggerle dentro. Quella sua ansia. Quei suoi tremori. E timori. Incatenarla ad uno sguardo di velluto. Lei che implora una piccola attenzione. Le donne sono donne; soprattutto quelle. E lei non aveva che il bisogno di sentirsi donna; finalmente. Credo sia il tipo che si innamora del suo direttore. Molte impiegate lo fanno. Si innamorano della figura dell’uomo. Di chi le sa comandare. E’ questo che vogliono: sentirsi dire quello che devono essere. E soprattutto come non devono essere.
Bisogna saperci fare. Basta un po’ di parlantina. Così l’ho tenuta lì incollata. Tutta attenta. Dopo i primi momenti le parole fluivano naturali; come i cenni suoi del capo, di assenso. E’ così che il tempo passa che nemmeno te ne accorgi. Naturalmente ho evitato di controllare l’orologio. Sono piccole precauzioni; elementari. Con l’uso diventano spontanee. E’ nel gioco delle parti; dargli attenzione. Farle sentire che esistono. Basta molto poco. “Una cena”? Era fatta. Le avevo già sfiorato la mano. I suoi occhi s’erano incantati. Eppure, istintivamente, una cena le sembrava una cosa eclatante, assurda; compromettente. Certo lo è. Deve sapere cosa c’è dietro; dopo. Non ho colpa se una finge di non saperlo. Ed erano gli stessi suoi occhi a chiedermelo; ad implorarmi. E dopo la cena… non sono abituato a gettarli per niente. Non è mai successo che una vanifichi il mio investimento. Interessato, certo. Finalizzato.
Dopo è stato solo pieno di quello che viene dopo. E di un bicchiere di buon vino. Col senno di poi paiono avere un altro senso. Le carinerie divengono parole da sole. A chi non è mai successo? Certe cose si dicono: le parole sfuggono. Vengono da sé. Fanno parte dello spettacolo. Non si può star lì a pensarci. Sei con una donna e le racconti; le dici quello che si aspetta di sentirsi dire. E non lo nego certo: gliel’avrò anche detto. Ascoltando il suono della mia voce. Quale donna non vuole illudersi di essere bella? Che è unica. E allora le dici che è unica. Ma solo per quello. E’ il gioco della seduzione. Poi smetti di parlare. Glielo dici coi baci. Con delle piccole studiate tenerezze. La avvolgi nelle tue braccia. Chi non lo sa? La vita va così. La vita è quella che è. Non potevo immaginare che lei credeva a tutto. In verità era un problema solo suo. Niente dura tutta una vita, figuriamoci l’incontro di una sera. L’avventura per qualche sera. L’ho lasciata pagare. Si è offerta: ero certo che l’avrebbe fatto. Alla fine era un po’ brilla. Io le so fare le mie cose. Ma quale orgoglio. L’ho lasciata credere che gradivo la sua generosità, il suo gesto. L’ho fatta sentire orgogliosa, di sé.
Che poi spogliata non era niente male. Ha il corpo maturo di una donna nel momento più bello della sua vita. Quasi quasi lo rimpiango. E non lo nego che mi è proprio piaciuto. E non ho nemmeno fatto molta fatica. Certo che lei avrebbe voluto che finisse allo stesso modo: in modo romantico; magari, al massimo, in un alberghetto. Meglio a casa mia. Insomma una cosa con tutti i crismi. Ma io non posso permettermi di gettarli. E poi alla fine avevo un po’ di fretta. E assolutamente non è vero che le ho giurato. Evito queste esagerazioni. E non le è bastato vergognarsene. “Ci possono vedere”. Nemmeno ho dovuto insistere più di tanto. Come l’ho baciata si è lasciata andare; almeno quasi subito. Certo che me la sono guadagnata, ma avrei pensato che sarebbe stato più difficile. Ed ora viene a raccontarmi le sue fole. Le sue paranoie. Al telefono. Certo che ho dovuto insistere. E anche energicamente. Cosa centra? Me la facevo più difficile. Che se una se le vuole proprio tenerle addosso, le mutandine, non c’è verso; niente gliele può fare togliere. Se l’ha fatto è perché lo voleva fare. Al di là delle parole. Certe cose le hai dentro. E dentro lei è quello che non vorrebbe essere. Quello che si è sempre mentita. E poi me ne frega.
Ma perché sto qui a raccontarmi queste cose? Non potevo certo dirle che era solo un capriccio. Il gusto della caccia. Della preda. Che io una donna mia ce l’ho. E che lei mi aspetta a casa. L’ho trattata come una signora. E non si può certo lagnare. Devo ammetterlo: uno come me non si trova tutti i giorni. Con una donna, non per vantarmi, ma ci so fare. E poi… quale ragazza? Una donna non è mai ragazza. E poi alla sua età. Le ho semplicemente fatto un favore. E’ stata quasi un’opera di bene. Cioè… non mi piace essere volgare. Non è proprio nel mio stile. Certo che per essere alla prima era disponibile. Fin troppo arrendevole. Così remissiva. E pronta ad imparare. Ma come si può credere a tutto? E’ perché si vuole.
E sarei io lo stronzo.

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