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Archive for 30 aprile 2010

N.B. Forse serve a meno che poco ricordarlo ma è un po’ che riciclo questo materiale vecchio, per pigrizia e allora, ma per evitare le solite domande imbarazzate, tanto vale tornare a precisarlo. Tempo fa, circa un paio d’anni, forse tre, un amico mi chiese di collaborare al suo sito rivista (più volte citato e oggi morto) con una serie di racconti. Scrissi allora questi raccontini chiamandoli Profili. Erano volutamente brevi, e in alcuni casi, soprattutto inizialmente, brevissimi, per una sorta di polemica: dimostrare che si può dire qualcosa anche in poche righe. C’era anche un altro scopo: pensare al mezzo. Ritenevo, allora, che un buon post dovesse comunque essere contenuto in una schermata. In seguito, spesso, ho badato più al divertimento mio, ovvero al gusto che mi da giocare a scrivere, che a relazionarmi al mezzo, in questo caso informatico. A quel tempo inviai all’amico questi raccontini, circa duecentocinquanta, qualcuno in più, ovvero il lavoro di circa un mese delle mie ore libere, affinché potesse scegliere. Poi, per vicissitudini umane, cioè caratteriali, ne sono stati pubblicati meno di una decina prima che smettessimo di collaborare. Loro, i Profili, sono rimasti nel cassetto e allora, quando è più forte la pigrizia, ovvero qualche volta, o sono distratto d’altro, quasi sempre, come la brama di vivere, riciclo quel materiale. Tutto questo per dire che scelsi di usare il meno possibile questo blog come un diario elettronico, pur evitando di parlare generalmente di politica o attualità. Volevo e amo parlarmi addosso. Resta il fatto che niente, o quasi, di quello che allora scrissi, e oggi pubblico sotto il titolo di Profili, ha riferimenti con la mia vita personale, almeno diretti. Sono solo e semplicemente racconti partoriti da una fantasia forse malata.

Da quando il suo povero Giorgio se n’era andato nessuno aveva potuto occupare il suo posto a tavola. Lei aveva continuato ad apparecchiare anche per lui sul lato corto perché sapeva che sarebbe tornato nonostante gli occhi di compatimento dei figli e/o dei parenti quando la venivano a trovare e si fermavano per mangiare. Quando additavano verso quella vuota attesa lo facevano come per un rimprovero ma avevano smesso, per stanchezza, di rinfacciarglielo. Lei doveva ammettere di non aver mai voluto dar a nessuno alcuna spiegazione né tanto meno circa la sua certezza.
Quando Giorgio tornò era sola in casa ma non le interessava dimostrare quanto avesse avuto ragione o che le venisse riconosciuto alcunché. Aveva preparato il ragù come piaceva a lui e le bastava vederlo lì, al suo posto.

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