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Archive for maggio 2010

I. Ero stata imprevidente: ero tornata dopo di lui. Per di più prima mi ero fermata a prendermi una borsa. Una magnifica borsa di un magnifico rosso. Ne ero restata affascinata. Vaglielo a raccontare ad un tipo come lui che me l’ero dimenticata dal parrucchiere. Non mi aveva trovata. Era un animale nella sua gabbia. Girava su e giù per salotto e cucina. Così ero preparata al suo interrogatorio. Si vedeva dov’ero stata ma non voleva sentire ragioni. Troppo tempo. “Mi nascondi qualcosa”. In fretta ho messo in tavola. Era lampante che non era finita lì. Aveva guardato la partita e si era preparato a letto. Quando l’ho raggiunto fingeva di dormire, raggrumato nel suo angolino. Caparbio. Non mi ha degnata della minima attenzione. Nemmeno sfiorata. Anche se c’era stata la partita era sabato. Ci speravo ma la bufera era solo cominciata e la nuvolaglia si stava addensando. Eppure lo sapevo. Alfio è sempre stato geloso e la gelosia non sente ragione. Si innesca da sé. Ricordo un dramma per aver salutato un amico per strada. Un interrogatorio senza fine. Una settimana di stupide ripicche. Poi sono scivolata in un sonno profondo, cercando di non pensarci.
Il mattino mi son svegliata pronta a dar battaglia. Già i capelli non mi stavano più. Era chiaro che mi ero voltata e rivoltata durante la notte. Lui aveva già tirato fuori gli artigli. E si muoveva minacciandomi con una tazza di caffè fumante. Canottiera, mutande e ciabatte e un aria da guerrigliero indignato. “Non puoi dirmi che c’erano altre prima di te. Ci vai con l’appuntamento. E poi vuoi farmi credere che c’era il mondo intero”? Ho immediatamente perso ogni voglia velleitaria. La sua stupidità mi ha svuotata. “Guarda che sono stata veramente solo dal parrucchiere”. Pare non darmi retta. Piomba sulla poltrona. Si arma di telecomando. Finge di fermare la sua attenzione sul terzo. E’ teso e risoluto. In agguato. Pronto ad azzannare. Non disposto ad ascoltare che sé. Lo so e lui sa che lo so. “Lì ci sei andata ma non puoi sperare che me la beva. Tutto il resto del tempo dove sei stata? So che c’è qualcuno”. Non fosse drammatica la sua testardaggine mi verrebbe anche da ridere. Ne ho abbastanza di lui per avere anche altre fantasie. Basta lui a rovinarmi la vita. Maledetto il giorno che non ho deciso di farmi monaca. Non mi saprò mai abituare. Eppure ne ho vissuti momenti simili. E giorni interi. Settimane. Quando si mette un’idea in testa niente e nessuno gliela può togliere.
Alzo le spalle e decido di tacere. Pare che questa sia la peggiore delle offese. “Parlo con te.” –mi richiama alla realtà. Che io non abbia più voglia di parlare con lui è indifferente. Mica glielo posso dire. Sarebbe peggio. E’ comunque indifferente. Lui ha bisogno di rovinarmi la vita. Di esasperarla. Senza lasciarmi nessuna via di scampo. Il tarlo lo rode. “Ma per chi m’hai presa”? Rinuncio ad andare a finire di prepararmi. Mi siedo davanti a lui col mio caffè, mescolando lentamente nella tazzina. Pronta a sostenere la battaglia. “Hai sempre una scusa pronta. Da tua madre. Le spese. Il telefono che non senti. La parrucchiera. Un’ultima pratica da sbrigare. E quella più assurda dell’amica incontrata per caso, dopo tanto tempo. So io che amica. Tu che non hai mai avuto amiche. Mi credi scemo? E alla fine sei sempre fuori”. Forse coglie nei miei occhi un’aria di sfida che non c’è. “E poi, quei fiori, chi te li aveva mandati; vediamo”? “Tu, scemo”. “Beh! Non importa. Se non è quello è un altro. Magari li hai gettati prima che rincasassi”. “Ma cosa avrei gettato”. “Lascia stare che tu lo sai. E anch’io lo so”.
Mi arrendo. Raggiungo il bagno. Cerco di rendermi presentabile. I capelli non ne vogliono sapere. Ogni ciocca se ne sta per conto suo. Ritti come soldatini. Sull’attenti. Sembrano anni che non vedo un casco. Ho persino l’impressione che si siano persi anche i colpi di sole. Naturalmente è solo un’impressione. Mi segue anche lì. “Guarda che io ti faccio seguire”. Ci manca altro. Suona come una vera minaccia. Spero dica per dire. Che non l’abbia già fatto. Ci manca di buttarli in una panzana del genere. “Posso stare tranquilla almeno qui”? Passo alle unghie dei piedi. “No! Finché non mi dici la verità”. Mi sembra di impazzire. Di essere io, la pazza. “Guarda che mi scappa”. “Sei mia moglie. Un po’ di rispetto. E poi mica sarebbe la prima volta”. Non c’è verso. Non sarebbe la prima volta ma non mi è mai piaciuto. Non che mi scappi veramente. Ci ho provato. Non ha funzionato. Sembra imperterrito. Adesso se mi costringe come faccio? L’unico stimolo è di strozzarlo. Mi infilo le mutandine. Tolgo l’accappatoio. “Ma non ti vedi, anche adesso; sei facciata. Sembra lo fai apposta. Già! Non sai fare altro”. Non so proprio cosa intenda. Tutto vorrei. Soprattutto essere lasciata in pace. Non ho nemmeno la voglia di infilarmi sotto la doccia. Comincio a spalmarmi la crema. Si offre. Ci manca altro. Magari dice che mi piace. Che sono io che vado in cerca. Che lo provoco. Magari per farmi perdonare. Ma cosa? E poi non le voglio nemmeno sentire; le sue mani. “No! Grazie; faccio da me”.
Quando il mattino comincia così non sai più dove rifugiarti. Il telefono non squilla. Mi guardo allo specchio. Non sono poi così male. Gli uomini mi guardano ancora. Non mi interesso più a loro da quando ero ragazza. Da quando sono prigioniera di questa follia. Da quando sto con lui. Ma chi me l’ha fatto fare? Ero una ragazzina. Samuele era così carino. Pieno di premure. Suonava la chitarra. E mi ha anche dedicato una poesia. Poi… Lui m’era sembrato un uomo. Che stupida sono stata. In fondo non mi merita. E pensare che Guido è così carino. A volte ha attenzioni che mi imbarazzato. Non sa che dopo le pago io. Che quando siamo soli devo ingoiare le sue scenate. Eppure io non gli ho mai mostrato nessuna attenzione. Non faccio che rispondere con gentilezza. Direi anche con un poca di freddezza. Per farglielo capire. Certo che gli uomini sono dei veri imbecilli. E io sono una donna sposata. Doveva incontrarmi prima. E poi anche lui ha moglie. Cosa va cercando? Sembra che non possano fare altro. Pensare ad altro. A volte è anche un po’ malizioso. Ma mai quando c’è Alfio. Alfio non ne avrebbe motivo. Ma lui non ha bisogno di un motivo. “Io so farli i conti. Ti avevo chiamata alle tre. Non eri in casa e dal parrucchiere, massimo massimo, non si possono perdere più di due ore”. Ma che ne sa lui. Comincio a pensare che prima parlasse sul serio. Capace di farlo. Mi viene proprio da sbottargli in faccia: Fanculo. Lo guardo e cerco di metterci una buona dose di odio.
Meriterebbe che glieli facessi. Sono ossessionata. Non ne posso più. Vorrei buttare tutto all’aria. E tutto al diavolo. Alla fine cedo. Non so perché lo faccio. Sono disperata: “Hai ragione; mi son vista con qualcuno”. Sarei disposta ad ammettere qualsiasi cosa, purché la finisca. Qualsiasi cosa per non vedermelo davanti agli occhi. Però non so come cavarmela. In realtà vorrei ucciderlo. Credo che non si accontenterà. Che non basterà. Con sorpresa mi accorgo che non mi manca la fantasia. Cerco di sostenere il gioco. Mi sforzo. Mi sembra palese che si tratti di una bugia. Non le so dire le bugie. Ma se è quella che vuole; una bugia. Meglio quella di questa continua tortura. Di questa ossessione. Non ho esperienza. Credo che tutte le storie siano uguali. Mi posso salvare restando sul vago. E’ poi… mi aspetto uno schiaffo. Che sbatta la porta. Che se ne vada adirato. Furente. Furioso. Non so cosa aspettarmi. Un qualcuno suona finto. Fasullo. Forse dovevo dirgli: con uno. Che ne so. M’è venuta così. Un po’ impersonale. Certo che mi vengono le idee più stupide. E adesso che gli dico?
Invece stranamente quella mia strappata confessione sembra metterlo tranquillo. Ho un attimo di respiro. Mi chiedo se l’episodio si può concludere così. Ci spero. Per ora posso rilassarmi. Ho la tensione della rabbia appiccicata sul viso. Che poi tutta la sua magia del sesso io mica la vedo. Ne ho abbastanza, anzi fin troppo, di correre dietro a tutte le sue voglie. Di farmi trovare pronta quando mi cerca. Mi son sempre chiesta come fanno le altre. Ho sempre pensato che sono solo fantasie. Mi annoia. Chi è quella pazza che se ne trova un altro? Che si vuole tanto male? Quello che ho è già uno di troppo. Noioso e preciso. Tranne quando lo prende l’euforia. Ed è anche peggio. O quando fa cilecca. Che è peggio ancora. Insomma non è altro che un uomo.
Dopo un po’ torna. E’ tutto accomodante. Suadente. Vuole sapere. Me lo potevo immaginare. E’ come temevo. E ora? Cosa cavolo mi invento? Temo, se possibile, d’aver fatto anche peggio. Ha quell’aria bastonata. Ma perché siamo sempre così Stupide? Povero cucciolo. “Dove”? Mi fa incazzare. Mi ci vuole un attimo per capirlo. Per interpretare le sue parole. Cosa ti importa? Da non credersi. “In un posto così. Non mi va di parlarne”. “Adesso me lo devi dire. In macchina”? “No! In uno di quei posti”. Come sono stupida. E proprio così mi sento; stupida. Candidamente stupida. Come invidio quelle che hanno sempre una scusa pronta. La scusa buona. Per un attimo persino quelle che lo fanno veramente. Ho sempre pensato male di loro. Almeno loro sanno cosa dire. E magari a loro queste cose non succedono.
E’ proprio vero che chi li ha è sempre l’ultimo a saperlo. “E’ tanto che dura”? “No! non molto”. “Quanto”? “Solo un po’”. Ma in fondo a suo modo è ragionevole. Non pretende delle risposte, come dire, esaurienti. Gli basta la mia attenzione. Una risposta vale un’altra. Solo a tratti parla come se le sue parole fossero dettate da un rimorso. “Lo dicevo io. Vedi che… ho sempre avuto ragione”? Mi distraggo un attimo. “Chi è”? “Chi è chi”? “Chi è lui”? Sempre la domanda che non ti aspetti. “Non lo conosci”. “Conosco tutti quelli che conosci. Dove l’hai incontrato”? E ora che gli dico? E’ incalzante. Non si arrenderà facilmente. Non su questo punto. E se mi chiede di descriverlo? Buttò lì il primo nome che mi viene in bocca. Non so perché, non c’è nessun motivo. So solo che devo continuare: “Guido”. “Guido Guido”? La storia comincia ad annoiarmi. Comincia ad intrigarmi. “Guido Guido”. Ci pensa un po’. Mi guarda con attenzione. S’infuria ma non ne è del tutto convinto. “Ti faccio vedere io cos’è un vero uomo. E poi l’ammazzo”. Parole dette per dire. Non ha mai avuto altro coraggio che quello delle parole. E anche quelle solo per quelle dette con me. In casa.
Mi viene vicino. Ha occhi strani. Ho ancora un po’ di timore. Non l’ho mai visto così. Le persone non si conoscono mai abbastanza. “Come”? “Come cosa”? “Ormai non puoi mentire. Come l’avete fatto? Ora che hai cominciato voglio sapere tutto”. Non credevo di avere tanta fantasia. Vuole i particolari. Tutti i particolari. Proprio io che non sono mai riuscita a parlare di queste cose. Nemmeno da ragazza. Nemmeno con le amiche. Che credevo di non poterlo fare nemmeno sotto tortura. Ma l’amore non ha molta fantasia. E io glieli do dettagliatamente. Mi accorgo istantaneamente che ha quegli occhi: iniettati di libido. Non li vedevo da tempo. Anzi ho il dubbio che glieli vedo per la prima volta. Basta poco a convincerlo. E farglieli sgranare. Interessato. Ne provo quasi un sottile piacere. Una sorta di importanza.
Il ceffone non arriva. Nemmeno alza la voce. Mi invita a seguirlo con un cenno. Senza dire niente. Lo accompagno di là. Mi prende disperato. Nasconde la faccia tra i miei capelli. Mi sospira dosso. “Sei una brutta…” e mi chiama con un epiteto che non è da lui. Che non gli avevo mai sentito dire. Offensivo. Detto con rabbia. Ma non c’è solo rabbia nella sua voce. Ha un suono strano. Non so se dovrei mostrarmi offesa. Le sue mani mi accarezzano. Sembra contento di portarle. Finalmente soddisfatto. In un qualche strano modo orgoglioso di me. Ma anche, dio lo sa perché, di sé. Forse di avere una moglie per cui essere invidiato. Forse non gli basta la mia pazienza. Forse… se lo avessi saputo prima… Sono esterrefatta.
E pensare a tutte le volte che ho finto di non vederle quelle tracce di rossetto. Gliele ho dovute pulire io. In silenzio. E’ proprio vero che chi sbaglia pensa che gli altri siano uguali. Vorrei dirgli che può dirlo a sua madre quello che pensa di me. Naturalmente viene troppo presto. Lo lusingo. Gli dico che è piaciuto anche a me. Molto. Moltissimo. Che non è mai stato tanto appassionato. Nel suo piccolo questo in qualche modo è vero. Ho il sospetto di aver fatto un guaio. Di essermi cacciata nei guai. E di aver coinvolto anche chi non ne ha colpa. Di essermi inventata una storia più grande di me. Dovevo insistere con la storia dello sconosciuto. Ma poi cos’è la verità? E’ questa la verità che vuole.

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II. Tintinnio è suono di vili metalli impreziositi
e si giocano nell’aria profumi lontani
(tempo, spazio) mentre      vibra la lamella
e si sprigiona l’atomo dinamo.
E’ il sole dolce senso di pace quando
rugiade avvolge nei suoi occhi tranquilli
e va dell’uomo, spensierato istante,
l’ombra silente fra i trambusti del niente
l’illusionista che cela la realtà
traspare allora di fra le mani minacce di rosa
e lieve è il minuto e l’attimo che si confondono
mirandosi in pace tenue;
solo rispettano le loro stagioni nel magro pasto
le ombre della notte.
E notte è ancora notte ma
il giorno incede lentamente,
fa e disfa i suoi versi ancora imprecisi.

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Tutto cambia in questo mondo che cambia. Ci aveva perso tempo e denaro seguendo a naso un chiacchiericcio. Dora era stata una bella donna e il tempo la stava sfasciando. Niente ancora di inaccettabile e in qualcosa manteneva intatto il fascino di anni migliori. Erano soprattutto gli occhi che l’avevano tradita. Era per quegli occhi che l’aveva seguita. Alla fine era riuscito a coglierla in piacevole, molto piacevole, compagnia di Giangiacomo, il socio di Anselmo, il marito. Non aveva perso troppo tempo ed era riuscito a trovare, un posto, come dire? in prima fila. Era riuscito a filmare abbastanza bene il tutto salvo all’ultimo accorgersi che con i due c’era lo stesso marito a guardare.
Cosa deve fare un onesto ricattatore se non sentirsi una prima volta un completo imbecille quando al dunque le cosiddette vittime si pestano la fronte per non averci pensato da loro e chiedono di rifilmare tutto poiché non ripreso alla perfezione? Semplicemente una questione di luce. Lui il suo l’aveva svolto egregiamente. E poi una cosa e farlo, come dire? di nascosto. Con camera a mano. Un altra con tanto di fari e cavalletto, e quella sua macchina che gli era costata un mutuo. E ancora una seconda se contenti ti pagano tempo e spese e te ne ordinano quindici copie per mandarle ad amici e parenti, e sono loro stessi a chiederti di metterlo in rete?
Certo che ormai di ricatti non si campa più. Pensava che avrebbe potuto dedicarsi a quello: agli avvenimenti come matrimoni e funerali. Non ci si fa certo ricco ma si può, forse, mettere assieme pranzo e cena. E per il servizio era stato pagato profumatamente. E quando avevano deciso di utilizzarlo nuovamente non aveva che potuto esserne contento. E cominciare a sentirsi meno imbecille. Certo che non li capiva, ma ormai conosceva la strada. Stavolta c’era anche Guglielmo, e avevano preparato casa come un vero studio, con quadri e mobili in prestito che nemmeno l’aveva riconosciuta. E si erano pure inventati una specie di trama: una specie di dramma della gelosia che naturalmente finiva bene. Gli avevano annunciato che dalla prossima avrebbe visto anche la Patrizia. E gliel’avevano tanto magnificata. E lui l’aveva notata per le sue labbra. La Dora, grata, gli aveva chiesto se era proprio sicuro di non averne nemmeno un po’ di voglia e aveva provato smorfie da attrice consumata, ma lui non mescolava mai il lavoro e poi la telecamera era ancora in funzione e così non gli garbava, anche se un po’…

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Aveva la pazienza di un santo ma per quanto grande la stava esaurendo. Ormai se la vedeva arrivare puntualmente mattino e pomeriggio per attirare la sua attenzione con quell’indelicato e stimolante: “Pss!… pss!… padre. Sono qui.” –che rompeva il silenzio per poi aggiungere immancabilmente– “mi devo confessare”. Forse non era stato abbastanza paziente il suo passo, il suo sospiro deluso e disperato, il suo “accomodati” né il suo “dimmi pure. Cosa c’è ancora”? Naturalmente ne era seguito l’ennesimo “Mi perdoni padre perché ho peccato”. Certo che tutto quello faceva parte anche della sua missione. Ma c’è un limite a tutto. Quella donna era il suo viatico per il paradiso. Si sentì pervaso da una luce improvvisa. Forse era il caso di dire una cosa definitiva. Benedetta donna; padre Gelindo aveva accavallato le gambe: “Non da me devi cercare perdono ma al Signore”… Lui era semplicemente un suo umile servo. Sospettava che quella perseveranza tradisse il vero senso del pentimento. Romilda era una, come dire? donna piena di energia; sarebbe bastata anche per due e voglia, ma nemmeno questo la poteva giustificare. Non possiamo restare in eterno schiavi di ciò che ci detta il momento. Dovremmo imparare da noi e dagli altri. Sapere governarci. Ma lo sconcerto della sua risposta: “Proprio con lui ho peccato.” –si dissolse rapidamente perché la stessa provvide subito a precisare: “si! voglio dire… quello del terzo; insomma”. Le diede due avemaria e due padrenostro e non aveva ancora finito che lei chiese se poteva fare sei e sei, ché il giorno appresso avrebbe avuto da fare.

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linguacciaLa differenza tra un ladro e un gentiluomo a volte è quasi difficile da scorgere. In certi uomini è quasi invisibile. Ci sono ladri che sanno anche porgere un fiore. Ci sono gentiluomini che sbagliano l’entrata del discorso. Nei primi ci sono anche quelli attenti. Nei secondi anche i distratti. Lei si chiedeva di che tipo fosse. Se quella era gentilezza o furbizia, scaltrezza o imbecillità. Fece tintinnare il bicchiere e il rosso, alle luce, aveva il colore del sangue e riflessi accecanti. Doveva stare attenta. Quel vino le stava già annebbiando le sue capacità di giudizio. Forse era per quello e forse lui era un pirata. Certo la stanza cominciava lentamente ad andare alla deriva. E le sue dita che musicavano la voce delle sue parole la confondevano. Ormai rideva sguaiata alle sue gentilezze e non si sapeva trattenere. Le comprò una rosa gialla. In ogni ristorante ci sono quelli. Che significato aveva il giallo? Lei, dannazione, non sapeva tutti i significati dei colori delle rose. Si aggrappò alla cortesia del cameriere che portava il conto. Si aggrappò come ci si aggrappa nel tentativo di non naufragare. Lui le scostò la sedia e l’aiuto a infilarsi il soprabito. La porta le sembrò lontana e imprecisa. Lui la prese sottobraccio. Quando alla fine la fissò in fondo agli occhi lei non aveva ancora deciso. La verità è che una donna, alla fin fine, forse per i tempi, non sa più che farsene di un gentiluomo. Anche lei lo preferiva ladro; e anche un po’ cialtrone.

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Tecnica mista su cartone telato Petrolkimica; Tecnica mista su cartone telato, 12 dicembre 2009 (40*30)

Potrei scriverne, con un po’ meno pigrizia, un post. L’idea mi “ronzava” dentro da un pezzo, ma avevo smesso. Inutile fermarsi qui a parlarne. D’altro canto l’elaborazione è la stessa che muove qualsiasi post e gli gira intorno: il tentativo di mettere le cose dentro una storia. Di raccontarla quella storia. L’aria sporca. Che uccide. Io ci ho passato anche qualche anno della mia vita (quell’altra) a Marghera. La condanna e la difesa. La difesa e la condanna. Salvare l’ambiente e i posti di lavori. Equazione impossibile. Tanto si stava condannando questo e quello. E ancora oggi a dire le stesse cose di quarant’anni fa. Le le stesse parole. La stessa pittura si sporca dell’aria. Assieme ad una muta rassegnazione. Quella classe che non ha salvato il mondo. E sembra morta. Se non c’è un’altra storia è meglio tacere.

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Succede ormai sempre più spesso. Mi alzo per andare in bagno. Chiudo la porta per non disturbarla. Un attimo di incertezza. Mi guardo allo specchio. Il tubo del dentifricio su una mano. Lo spazzolino nell’altra. Gli occhi fissi. Fuori dal tempo. Un vuoto come una premonizione. E mi succede all’improvviso, quasi senza preavviso. Come altre mattine. Lacrime fredde di sudore mi corrono la fronte. Vuoto nel lavandino tutto il peso che mi sono portato dietro attraverso la notte. A volte sono solo conati.
Tutto bene, caro”?
Tutto bene, cara”.
Mi chiudo dentro. Un attimo di panico. Quel colpo violento. Mi rinfresco faccia e polsi. Le labbra. Succhio un paio di sorsi d’acqua e d’aria. Mi torna il respiro. Mi controllo. Tutto nuovamente in ordine. Sono pronto per affrontare la nuova giornata. E’ che ne ho sempre più bisogno. E’ che il mattino le pago sempre di più. Forse è solo una questione d’età. La bocca ha un sapore da schifo. Forse dovrei stare più attento al bere. Una dieta. Quello che chiamano mangiare sano. Dovrei sentire il medico. Ma che gli dico? Magari un cardiologo. Non ne ho tempo. Certo non posso rallentare. Non ho mai potuto farlo. E che ne sa lui della mia vita? Di questa corsa? Nessuno si può fermare. Così va il mondo. S’è già fatto tardi. Magari un digestivo lo prendo in ufficio. Solitamente non sa togliermi nemmeno questo gusto.
Penso che tutto è cosa fragile mentre Simone mi accompagna in ufficio. Penso che sa più cose lui di Cristine. Forse è la persona con cui passo più tempo. Lui alla guida. Io che mi preparo alla battaglia. Oggi non sarà da meno. A volte riesco a rilassarmi. Approfitto del tragitto. Del traffico. Sono i miei ultimi momenti. Mi informo della famiglia. Sa che non c’è nessuna voglia di conversare. Conosce anche i miei umori. Gli ricordo che deve tenersi pronto. Con la macchina. Gli ricordo di stasera. Di stare a disposizione. Probabilmente finirà ancora una volta tardi. In fondo le nostre giornate hanno le stesse ore. Come si chiama sua moglie? Credo Tamara. I figli? Dovrebbero averne due. In fondo sappiamo così poco di noi. Devo sentire Giovanni. Poi c’è quell’appuntamento con gli immobiliari. La banca. Andiamo in ordine. Meglio che provveda per quello stronzo. Arnaldo Cortiggiani è troppo un buon cliente. Ma gli piacciono giovani. Molto giovani. Troppo.
Ma gli affari sono affari. Deve andare tutto perfettamente. Se non entra nel progetto devo ricominciare d’accapo. Non so perché lo faccio. Entri nel gioco e non puoi che giocare. Forse devo convincermi che quello non è il mio ramo. Sono i soldi a fare i soldi, non le grandi imprese. Non è lui il problema. Chiamo Sileno. Intanto do istruzioni di far salire il barbiere. E la manicure. Me lo passano dopo un poco. La comunicazione è leggermente disturbata. Un fastidioso ronzio. E’ una linea sicura. Si sente di troppi complotti. Mi metto comodo: “Ti ricordi quella di cui mi hai parlato? No! non lei. La figlia. Ho bisogno di vederla. Meglio nel pomeriggio. Preparala un poco. No! Sì! Insomma dille che deve essere carina. Fai tu. No! Non avrà di che pentirsene. Meglio; è quello che ci vuole. Mi raccomando ché io non l’ho ancora vista. Diciamo per cena”.
Intanto provvedo a soddisfare le firme che aspettano. “C’è un certo signor Baldisseri. Agenzia Argo”. Credo di essermi assopito. Stamattina mi mancavano proprio loro. “Faccia passare”. E un uomo robusto eppure trasparente. Tagliato per quel mestiere. Un velo di barba. I vestiti stropicciati. L’aria stanca, affaticata. Non vien certo voglia di notarlo. “Prego”! Cade sulla poltrona. Mi getta il rapporto sul tavolo. “Mi spiace, dottore”. Un lavoro coscienzioso; come il solito. Dettagliato. Fin troppo. Non c’era bisogno delle foto. Inequivocabili. Se le poteva risparmiare. Come quella sorta di condivisione. Di solidarietà. Sono parole di circostanza. Per lui è solo lavoro. Forse per me non è molto di più. Le cose le senti. Le vedi arrivare. Ottima agenzia. Gente seria e affidabile. Ci serviamo spesso di loro. Riconosco la piscina dell’Ambasciatori. Ci siamo stati a marzo. E quella dell’Hilton. Lui è il tipo abbronzato. Deve amare le piscine. Mi sembra naturale. Vent’anni meno anche di lei.
E’ il suo personal trainer, mi viene spiegato. Potrebbe anche essere di colore. Al punto non cambierebbe una virgola. E lo pagava con i miei soldi. Certo, cose che capitano. Settore rischi e benefici. E’ solo una seccatura. Preferisco non coinvolgere l’ufficio legale. Sono faccende private. Prego Evelina di fissarmi con l’avvocato. “Bargianni. No! Parli pure lei. Certo. Se può alle diciotto. Anzi no! diciotto e trenta. Ché prima dovrebbe passare una certa Claudia. La faccia accomodare e mi avverta, quando arriva. Se tarda la faccia aspettare. Nella saletta del Grandara. Veda lei se vuole qualcosa. Se mi cerca qualcuno dica che non ci sono. Che li richiamo”.
Dovrò sistemare tutto domani. Stasera c’è la maledetta cena. Me ne stavo già quasi dimenticando. Non c’è nessuna fretta. Per quello può aspettare. Gli addii hanno bisogno della loro atmosfera. E non credo che nemmeno lei sia impaziente. In fondo è stato un discreto investimento. D’immagine. Mi chiedo che faccia farà. Sono certo che riuscirà a non rovinarsi il trucco. Non è mai stata una grande attrice. O forse, almeno su questo, mi sono sbagliato. Studio le parole. Torno a fissarmi sugli impegni. Non posso concedere troppo alle distrazioni.
Sfoglio l’andamento della borsa. Un altra giornata di cui non c’è da stare allegri. Ormai una delle tante. E’ un mare adatto solo agli squali. Bisogna saper nuotare in queste acque. Niente di grave. Passerà. Mi sorprende la Insaia, ma non troppo. Pensavo avesse un po’ più di respiro. Bisognerebbe non avere troppo bisogno delle banche. Non averle così alla porta. Col fiato sul collo. Duemila famiglie per strada. La strada si sta facendo affollata. Non siamo qui per fare politica. Né assistenza. La pallina gira finché gira. Scorro le news. Sembra di leggere sempre il giornale dello stesso giorno. Forse questa cosa della sanità alla fine potrebbe rivelarsi interessante. Ci devo pensare.
Sileno è stato di parola. E’ sempre stato di parola. Capisce i problemi. Non ho mai avuto di che pentirmi. Quella Claudia è poco più d’una bambina. Anzi è ancora una bambina. Va proprio bene. Avverto che non voglio essere disturbato. Ci sbrigheremo presto. La prego di farsi vedere. Non ha il minimo problema. Nessun pudore. Sarebbe stupido. Fuori luogo. Si vede ch’è una sveglia. Fin troppo. Ha già capito cosa le si chiede. Però la biancheria proprio non va. Può fare in un attimo al centro dopo l’angolo. Le anticipo la spesa. Le brillano gli occhi. Magari si cambia in macchina. Oppure la tiene su dal negozio. Cerco di essere chiaro. “Né merletti e né trasparenze. Niente di vistoso. Di seducente. Solo cotonina. Non devi sedurre. Devi lasciare fare. Cioè devi dare l’impressioni di esserci per caso. Lasciati affascinare. Sedurre. Di subire. Ecco sì! di subire. Sarai la figlia del capo contabile. Lui non c’è. Una ragazzina curiosa. Capisci”?
Forse me la potevo risparmiare. Sono solo dettagli. Meno trucco. Meno sicura. Via quella gomma. Cioè meno sfacciata. Sarà perfetta. Certo che quel tatuaggio… S’informa subito: “Quanto dovrei… cioè fermarmi? E per quanto”? E’ esplicita e diretta. Un tipo pratico. Mira diretta al sodo. Sa che una prima è una cosa preziosa. Di valore. Sa che. le verrà pagato anche il suo silenzio. La sua discrezione. La informo che dovrà avere, come dire, pazienza. E’ fin troppo sicura. Dice che conosce il tipo. Mi tranquillizza che sa anche come fare perché non superi un certo limite. Ci tiene al suo bel faccino. E alla sua aria da finta innocente. Da collegiale. Le spiego velocemente che non c’è tempo. Che mi fido e che non ho bisogno di provarla. Il dialogo acquista un tono surreale. “Mi tolgo un anno, anche due”? “Il rossetto”. “Non macchia. Non lascia traccia”. “Ti macchia la faccia. E niente tacchi. Meglio da ginnastica”. “Avendolo saputo”. Alza le spalle. “Le posso tenere? E’ vero”? “Credo di sì”. “de Kooning. Direi buono. Complimenti”. “Sei Bignaghi”. “Più carino no? Almeno il nome, quello posso tenerlo? Posso, scusami il termine, posso dargliela col mio nome”? “Cerca di essere vera. Ma nemmeno di tirarla troppo”.
Non ho alcun interesse per la sua vita. Mi basta quello che so. E quello che vedo. Sorprendermi mi sorprende. Spegne il cellulare indispettita. La osservo cambiare. E’ incredibile. E’ proprio una bambina. Precisa che se mi va… Che non debbo aggiungere nulla. Né per un prima, né per un dopo. “Dopo non ci sarò. Potrebbe non esserci un dopo. Potrebbe chiederti e potresti doverti fermare. E non abbiamo molto tempo”. “Lei è un uomo chiaro. Pratico. Interessante. Un vero peccato. Spero che ci potremo… rivedere”. Pausa studiata attentamente. Poi la butta sull’ironia fingendosi desolata per aver scordato il pigiama. L’interpretazione è ottima. Ragazza di talento. Lo dice tornando a guardarsi intorno. Pare saper valutare mobilio e quadri al centesimo. Comunque con buona approssimazione. Non che sia poi così complicato. Chiede se ci sarà qualcosa anche per la madre. “Dammi un attimo. Debbo vedere una persona e poi andiamo. Cercherò di sbrigarmi. Poi ti aspetto in macchina”. “Ti aspetto di là”. “Intanto puoi chiedere a Evelina, la mia segretaria, della toilette. E’ meglio che ti lavi. Che togli questo profumo”. “Ai ragazzi piace”. “Scorda i ragazzi”. “Mai aspettato altro. Cosa sono”?
Prima che entri butto un’altra occhiata alle foto. Ancora l’Hilton ma una delle camere. Per la precisione direi la suite. Non hanno badato a spese. Né dell’anonimato. Poi le infilo nel cassetto. Penso che me la potrò risparmiare. Che spero che non serviranno. Davanti al giudice. Conto che abbia ancora un po’ di buon gusto. Invero per gli uomini non molto. Mostrano attitudine e impegno, è vero. Possono anche farla diventare una storia vera. Forse dovrei esserne sconvolto. Non cambierebbe nulla. Questa non gliela posso passare. Potessi lo eviterei; per me. Non voglio chiasso. Non di questa pubblicità. Se vuole il gioco duro i figli li può scordare. Con quello che ho in mano. Il Dario avvocato non può che confermare. Che avallare. “Puoi stare tranquillo”. Lo ero già. Sono in ritardo. Solo un poco irritato. Gli lascio le carte. Gli dico di prepararmi il tutto. Gli spiego che voglio tenere duro. Che voglio che si guadagni anche le lacrime. Ma che non ho tempo da perdere. Che non posso star dietro anche a queste faccende. E’ solo che è successo. E in fondo forse non è nemmeno un male. Comincio a pensare di non tornare proprio. Magari le parlo domani, per telefono. Mi risparmio di vederla. Ma dopo deve sloggiare. Qualche solita stupidaggine. Non c’è molto da dire. E’ tutto così chiaro. Magari non proprio venti. Ecco come me la teneva in forma. Però è ancora bella. Di quella sua bellezza… estranea.
Torno alla mia ragazzina. Guardo l’ora. Non c’è proprio tempo. Dovrà sbrigarsi in fretta. In fondo che ci vuole. Per quattro straccetti. Più stracci sono e meglio è. Che poi le tette non sono ancora nemmeno tette. Potrebbe non prenderlo. Non vorrei che pensasse che ne faccio una questione per i soldi. Meglio lasciarla fare. In fondo se li guadagna. E mi salva. E poi è meglio pudica. Certo che il Cortiggiani è un problema. Un piccolo problema ma un problema. E’ che non si riesce mai a tenere separate le cose. Il lavoro dal resto. E lui ha quel piccolo vizio. Oltretutto gliel’ho già detto che deve tenere le mani a posto. Pare non capire. Perde la testa. Perché poi non si arrangia? Non chiama lui? Non se le procura da sé? Sembra che il problema sia mio. Che sia obbligato a farlo. Va bene che lui è l’ospite. Quella volta con sua moglie era tutto premure e attenzioni. Bella donna sua moglie. Anche lei piena di attenzioni. Ripeto per un pubblico che non c’è: “e lo paga con i miei soldi”. Mi viene da chiedermi perché. Certo conta anche quello. Quando si è lontano ci si sente al sicuro. Comunque giustificati. E lei ha un certo fascino. Quel certo fascino. Sono tentato di capire i suoi gusti….
Hanno fissato un tavolo da Ambrosia. Andrà bene. Anche troppo. Forse non proprio intimo. Un po’ troppo in vista. Certo la gente in vista è sempre in vista. Non passa inosservata. E’ subito passata la notizia del suo arrivo. Tutti aspettano il risultato di ciò che ci diciamo. Vorrei avessimo già firmato. Certo non è che un buzzurro. Ma lo è con le tasche gonfie. E gli affari sono affari. Prima di scendere mi faccio un altro goccio. Certo non cambia granché. Vado in bagno. Ormai dura sempre meno. Fatica a tenermi su fino dal pomeriggio. Devo chiamare Ermes. Ne ho proprio bisogno. Mi rinfresco. Mi controllo. Sistemo la cravatta pronto a ricominciare. Lei è paziente e tranquilla. Si accoccola. Si fa vicina: “Hai un buon odore”.
Sa di sapone. Di pulito: “Anche tu”.
Poi trova il suo posto. Scoppia in una piccola risata. “Avrei preferito con te; pazienza”.
Guarda fuori come se non conoscesse il posto e lo vedesse per la prima volta. Si succhia un dito. Dio com’è carina. Carina è quella sua innocenza. “Se sarai brava saprò mostrarti la mia riconoscenza. Dovevo avere circa la tua età l’ultima volta che ho potuto andare a un cinema”.
Comunque se una lo deve fare tanto vale farlo per qualcosa”.
Credo di capirla. Forse siamo più simili delle apparenze: “Non sostenere lo sguardo. Tanto meno sfidarlo”.
Capito la parte. Sarò tutta rossori. E timidezze”.
Brava”.

P.S. Liberamente tratto da fatti mai avvenuti.
Ai fini del racconto non ha rilevanza alcuna precisare che lui era un ricchissimo uomo ebreo molto influente costretto a mandare a scuola i figli accompagnati da Bodyguards, sposato con quella donna bellissima sensibilmente più giovane di lui. Che il lavoro lo prendeva completamente e conducevano una vita molto appartata.

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