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Archive for 3 maggio 2010

Rosina

Non solo di morte si vuole parlare. Lo si dovrebbe dire all’omino che soffia nella tromba; sillabe di cristallo le sue. E a quello che scrive parole di carta. E a quello che riesce ancora a provare meraviglia. Lei, Rosina, si era allontanata da Quattrocase solo quella volta, perché solo a Parma c’era l’ospedale, e non era più tornata. Tutta una vita e non aveva potuto godere tutti quei fiori, ma lei avrebbe detto che erano solo uno spreco.

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Su quel divano una sera era stata appassionata. Su quel divano una sera lo aveva straziato di dolcezza. Era passato molto tempo ed era diventato vecchio e si sentiva quella compagnia non cercata pesargli. Ora lui lì la stava aspettando e lasciava con uno strano piacere quasi ritrovato che i ricordi lo inchiodassero a quella lusinga con nitidezza. Quando entrò nella stanza sua figlia Clara ne fu distratto e reagì quasi di vergogna. Tornò a leggere il giornale, era passato troppo da quella sera che lo aveva lasciato cadere arrendendosi alle sue lusinghe.

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Nel raccogliere il libro che era caduto e nel rimetterlo esattamente nel suo posto ne uscì una vecchia cartolina. Era di una località sconosciuta senza grande attrazione. La girò per leggere la firma; un nome che non riconobbe. I suoi occhi non erano più quelli di una volta ma riuscì a decifrare quella calligrafia minuta: grazie per tutto quello che hai voluto fosse; seguiva un: tuo. Nemmeno più la sua memoria era quella di una volta. Era indirizzata proprio a lei e lei non era solita infilare le cartoline nei libri, sembrava quasi vi avesse cercato rifugio, vi fosse stata nascosta. Quelle poche parole non sembravano appartenerle, ma nemmeno il suo cuore era più quello di una volta.

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