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Archive for 6 maggio 2010

Era stato Lunardo: “Sono usciti proprio dalla villa, col buio”.
Sei sicuro”?
Con questi miei occhi”.
Non c’era niente ad essere sicuro. Persino gli occhi potevano mentire, ma cosa importava? Era ormai il tempo e allora dico “Si va”!
L’ultima era stata la Marta. Se ne tornava tranquilla a casa, povera ragazza. Solo una ragazza. Io mica le so raccontare le cose. Ora sembra pazza. E così siamo entrati, sventrando la porta. Armati con quello che si aveva. La rabbia era tanta; troppa. Ermes era di vedetta: “Dov’è il conte”? Maremma maiala! mi vien ancora da dire “il signor Conte”. Mi toglierò mai questo vizio? Ma quello era nelle sue stanze, con tutta la sua famiglia. Si va a cercarlo. Ha gli occhi che si spalancano. Non l’ho mai visto con quella faccia. Fa il cordiale: “Calmi ragazzi, che volete fare? Sono sempre stato dei vostri”. “Ci va di divertirci anche noi“. Dei nostri un cazzo. Gli riesce facile a fare il cordiale, ma non troppo. Gli tiro il pugno prima che provi a passarmi il braccio sulla spalla. Si regge a fatica. Mi guarda con odio solo per un attimo, e se ne pente. Si crede che sia ancora tutto come ieri. Ho i calli delle sue zolle tra le dita, la sua terra tra le unghie. Non è mai stato dei nostri. E noi non siamo più suoi. E’ stato allora che ha capito, e s’è preso dalla paura. “Non fatemi del male”.
Tutto per niente. E’ peggio di prima. Era meglio morire in collina, che adesso in piazza. Almeno lì sapevi da che parte era il pericolo. Forse credevi di saperlo. Questo paese non è più il mio paese. Io le cose le so fare. Io le cose non le so raccontare. Tanto ho già la valigia pronta. Da domani sono in Belgio. Cerco di mettere tutto il mio disprezzo nei miei occhi. E’ solo un animale ferito; impaurito. Eppure non fa nemmeno pena. Lei tiene una mano sulla bocca. Con l’altra stringe il pugno sulla gonna. Agguanta con violenza più stoffa che può. Il mondo è pieno di servi, ma oggi è un giorno diverso. Mi vuole sfidare ma anche mi teme. “Pensa tu a lui. Io penso a lei”.
Non è il vino a darci coraggio, non ci serve; basta la rabbia. Lei cerca di dire qualcosa che non riesce a dire. Riesce a trattenere il pianto. L’ho spinta per terra, là, sopra il tappeto. Si dibatte, cerca di liberarsi. Certo non è comoda come nel suo letto. Per una volta. Eppure s’è anche accontentata anche del pagliaio; qualche volta. “Aiutami a tenerla ferma”. Faccio da solo che faccio prima. E faccio meglio. Quando lei ha provato a gridare e ribellarsi l’ho colpita con uno schiaffo e ho gridato: “Se non sta buona uccidi quel porco”. Ho messo tutta la mia forza in quel palmo che le resta il segno e il volto si gira e si contorce. Un rumore secco. Un rivolo di sangue le scende sulla guancia. Dopo s’è messa più tranquilla; non che abbia smesso di divincolarsi ma mi sono accorto subito che la sua resistenza era meno decisa. Eppure avevo spesso pensavo che non mi sarebbe dispiaciuto conoscerla: “Fai la brava, contessa”. Non c’era verso che volesse fare la brava. Ma è pur sempre una donna.
Tiro e le mutandine vengono via subito, come fossero fatte di niente. “Dai che poi facciamo divertire anche gli altri”. Ma Magno ha preferito andare di là col giovane conte. Dice ch’è un gesto politico. Ch’è un disprezzo maggiore. Ch’è le colpe ricadono sui figli. E che non ne devono nascere più. E c’ha pure ragione ma comincio a pensare che il suo possa diventare un vizio. Comunque non è che ne ho una gran voglia, mi è come passata, ma torno a pensare a Marta, a Juri e agli altri. Mi torna la rabbia. Non la posso far passare liscia. So che lo devo fare. Dovevo lasciargli un saluto. Non potevo andarmene via così. “Il porco deve stare a guardare. Poi lo porti a far compagnia ai signori maiali”.
Le strappo la gonna. Sono un po’ deluso, in fondo è fatta come ogni donna. Ha solo un odore diverso. Il conte cerca di girare la testa. Ci pensa Manolo a tenergliela dritta. Intanto gli fa provare la punta del coltello. Non so se lui ci vede veramente. Non credo gli importi molto. Pensa alla propria pelle. Quello è inorridito, ma di più è che ha paura. Una paura boia, ma paura per sé. Non che mi piaccia particolarmente farlo davanti agli altri. Mentre stanno a guardare. Manolo se la ride e ha scritto nello sguardo che aspetta il suo turno. La contessa piace anche a lui. Gli occhi sono febbrili. Ha fretta. Si sta divertendo più di me. Io so solo che lo debbo fare. Sento la sua carne liscia; curata. Una carne che ha ignoranza della fatica. La fatica l’ha sempre comandata agli altri.
Mi incazzo perché ho come il sospetto che alla cagna cominci a dare un po’ di gusto. Così non va bene. Mi ricordo della sua alterigia, della sua arroganza. Alda pare soddisfatta. Come fosse anche la sua rivincita. “Adesso vieni via”. Forse un po’ ne è anche gelosa. Ha paura che non sia solo un capriccio. Che possa non finire oggi. Che mi sia piaciuto troppo. Ma è solo un attimo. La tranquillizzo. Mi pulisco sul tappeto e su quel vestito morbido, ormai lacero.
Poi lei, la contessa, ha pianto in silenzio. Ormai rassegnata. Non piangerà altrettanto per quel marito. Il tempo di raccomandarlo a quel loro dio. Mi sento più libero. Niente di cui andare fiero, ma mi sento più libero. E poi anche gli altri si sono tolti uno sfizio. Parto mentre i conti tornano ad essere conti. Almeno il nostro continua ad esserlo ma sotto un metro di terra. E il mio conto l’ho saldato.

Paolo Pietrangeli: Contessa [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Contessa.mp3”]

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Chiacchiere

Sta diventando una consuetudine per la mia pigrizia postare il giovedì un divertimento del mio pennello e anche oggi inserisco la pessima copia di una mia modesta piccola opera dovuta solo a mio personale divertimento. Potrei anche accompagnare i “dipinti” con un post ma allora a che servirebbe? Protesterebbe quella pigrizia. Certo che questo blog lo sto trascurando. E’ un anno che praticamente non scrivo nulla a questo fine e riciclo cose vecchie. Passerà anche questa mia smania di vivere; meglio di no.

Chiacchiere: tecnica mista; 11.04.2010 (25*20)

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