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Archive for 12 maggio 2010

Ai suoi tempi non si usavano quelle feste. Alcide aveva la sua età, ma quella era la seconda volta che si sposava. Si trovò a pensare, per un attimo, che si preparava a commettere per la seconda volta lo stesso errore. Avrebbe dovuto avere più pazienza; aspettare. Lasciare che la delusione lo attraversasse. Invece aveva incontrato subito dopo Giovanna, appena solo, per uno strano gioco del destino proprio ad una festa. E Giovanna assomigliava troppo a Valentina. Sembravano due gocce d’acqua. Piccole, biondicce, chiacchierone e slavate; in fondo quasi prive di fascino. Cosa ci trovava in quel tipo di donna? E Valentina (persino il nome sembrava adatto a una prima volta) se n’era andata lasciandolo nella disperazione. Per uno di quelli con l’aria di sfida. Per uno che la portava a ballare. Se n’era andata dicendo che lui non era abbastanza cioè poco maschio. Per quanto ne sapeva ora s’era pentita, un po’ troppo tardi, e aspettava un invito per il ballo di fine anno, ma anche per un boogie del sabato sera, si sarebbe accontentata. Pensò che in fondo Valentina gli faceva un po’ pena. Che una telefonata, magari, non gli sarebbe costata nulla.
Ma il promesso, Alcide, ormai aveva altri pensieri. Sembrava al settimo cielo. Tutti i colleghi maschi a festeggiarlo. Lui a passare dall’uno all’altro. Di tavolo in tavolo, già un poco alticcio. A ridere della prima cosa. Tutti i colleghi maschi e lei, Amelia detta Lia. Non sarebbe dovuto succedere ma era lì. Non bastava come giustificazione il fatto che loro, lei e il futuro, naturalmente, fossero amici da sempre. Quelle sono occasioni per solo uomini. Come poi se la fosse trovata di fianco era stata la fortuna del caso. In seguito pensò che lei avesse aiutato quel caso, ma non ci volle credere. Certo era diversa. Vestita per l’occasione e truccata sembrava un altra donna. Un poco si sentì in colpa per non averle mai prestato troppa attenzione. Con quella gonna che le lasciava un poco scoperte aveva delle gambe niente male. Aveva una camicetta bianca che le accarezzava le forme, forse con un bottone di troppo slacciato. Fu quasi imbarazzato quando si accorse che anche il reggiseno era bianco. Si chiamava troppo spesso perché lui potesse non notare quel particolare.
Guardava la ragazza sulla tavola ormai quasi nuda e portava la mano alla bocca in un gesto pudico in un modo che stregava. Forse anche riusciva ad imporporare un po’ le guance. E nel chinarsi richiamava l’attenzione dei suoi occhi. Certo lo faceva senza malizia. Ad ogni risata. Ad ogni boccone. Per lasciarsi ad una confidenza sussurrata. La ragazza intanto cercava di mimare lascivia, spudoratezza, incitava l’animo degli uomini. Lei, Lia, se ne mostrava come stupita. Si propose di accompagnarla a casa. Lei gli respirò che era ancora presto. Che non voleva che lui dovesse rinunciare.. ma che era stato carino, da parte sua. Magari tra un po’. Ma non capiva quale rinuncia. Pensò che le gonfiavano splendidamente il reggiseno. A quanto era stato stupido. E cieco. Per lui lo spettacolo aveva perso anche quel minimo di fascino. Non che la giovane non fosse bella, tutt’altro. Se ne era sentito eccitato. Si limitò a tacere ed a riempirle di nuovo il bicchiere.
Fu lei, Lia, ad appoggiare la mano sulle sue decidendo che forse avevano visto abbastanza; non credi? Per un altro attimo gli balenò quell’idea: non c’era niente di male. Lei si alzò e lui fu rapido a spostarle la sedia. Lei gli sorrise con quel sorriso e con un leggero inchino. Lui si sentì ancora una volta un po’ soffocare. Respirò cercando di ingoiare l’aria. Forse gli era andato un po’ alla testa. Lei si attardò per salutare gli altri. Nessuno sembrava troppo farci caso, troppo presi da quello spettacolino, distratti. Fu come un lampo che ricacciò subito. Non ci aveva mai pensato o forse non aveva mai avuto occasione. A un paio di tette così non si poteva certo dire di no. E quando rideva tremolavano. Solo Alcide la trattenne un secondo per sfiorarle le guance con le labbra. Si informò e si tranquillizzò che lui la accompagnasse a casa. Sembrava dirlo con un po’ di ironia nella voce, ma anche di allusività. Forse non era stupido come sembrava. E poi quella frase: domani mi racconterai com’è andata. E come doveva andare? Le tenne aperta la portiera e poi salì alla guida. Pensò che in fondo non avrebbe fatto così tardi. E lei non stava tanto fuori mano. In quel momento non stava prestando troppa attenzione alle scuse e ai ringraziamenti di Lia. Non stava facendo nulla che non avrebbe fatto per qualsiasi persona. A quell’ora non c’era da sorprendersi: trovò da fermarsi proprio davanti al suo portone. Per un attimo si trovarono entrambi senza parole. Lei tornò a ridere in quel modo che aveva imparato a conoscere, in quel suo modo di ridere. Facendo dondolare il petto.
Vide che lui la guardava. Se lo guardò. Divenne per lei un altro motivo per liberare la proprio allegria. Guardò lui di una luce che non conosceva: forse con soddisfazione, forse per sfida. Lui si sentì avvampare. “Sei sicuro di non voler salire… nemmeno per un attimo”? Capì che non era più sicuro di niente. Non aveva domande; nella sua testa frusciava solo un confuso ronzio. Corse ad aprirle la portiera. Corse a chiudere quella dalla propria parte. Corse per mettersi al suo fianco. Sbatté sull’angolo della macchina il ginocchio. Si lasciò guidare. Si lasciò prendere per mano. E lei rideva di un riso ancora più argentino. La baciò appena entrati in ascensore: si era semplicemente trovato le labbra di lei troppo vicine alle sue, e troppo invitanti, per qualsiasi come e perché. Lei si lasciò spogliare appena dentro la porta. Forse gli impose di farlo. Forse lo chiese. Forse cominciò da sola destreggiandosi in quel bacio che sembrava destinato a non finire. Lui la trascinò. Lei lo lasciò fare e lo guidò. Quel maledetto gancetto del reggiseno, naturalmente, aveva posto resistenza. Si sentì un cretino. Lo aiuto senza farglielo pesare; ridendo divertita e allegra. Nuda era bella più di qualsiasi promessa di quella sera. Gli disse stupido senza fornirne una ragione. Che lui si sentisse veramente stupido non aveva alcuna importanza. In verità nient’altro aveva importanza. Nemmeno s’accorse quando lei aggiunse finalmente.
Si ricordò di Maura solo dopo e guardò l’orologio. “Forse è ora che tu vada”. Si rivestì in silenzio, senza fretta. Si sentiva pigro. Solo prima di salire in macchina per tornare si chiese come e perché era potuto succedere. Si ricordò di come si era raccomandata. Di come lo aveva controllato. Di come gli aveva sistemato il nodo della cravatta. Del bacio sulla porta. Di Nino e Michele. Cercò una sigaretta nel cruscotto ma aveva smesso da otto mesi. Alzò le spalle. Si chiese che donna era quella. Il tutto troppo in fretta per cercare una sola risposta. Si sentiva il suo odore addosso. Pensò alla scusa da raccontare. Pensò che non aveva bisogno di nessuna scusa. Persino che nulla era più lo stesso. Intanto cominciavano a circolare i camions della nettezza urbana.

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