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Archive for 14 Mag 2010

Improvviso un fulmine squarciò la notte. Come dire? bisognerebbe fare più attenzione alle parole; al loro uso, al loro senso. Per quanto elettrico e livido e bianco e improvviso nel buio stracciò realmente il cielo e i due pezzi caddero senza fragore. Solo nel suo attimo tutto era stato chiaro, poi non rimase che un enorme buco cavo e nero. Solo un guaito si levò allarmato, nell’aria fradicia (pur in assenza di pioggia), davanti a quel disastro immane. L’ultima corsa del tram era già passata e non gli restò che alzarsi il bavero e avviarsi mestamente perché nessuno lo aspettava. Non era più la pioggia quella che temeva.

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Alla povera bestia mancava solo la parola. Certo non gli poteva rispondere ma il suo ciuco sapeva tutto di lui e lo ascoltava paziente. Che poi facesse quello che voleva questa era un’altra cosa e nella sua natura perché lui era asino e asino rimaneva ma non asino come certi uomini, solo asino come animale. Il suo universo era tutto là, si allungava fino alla staccionata che aveva piantato a delimitarlo e quando ci poggiava sopra i gomiti fino dove si poteva spingere il suo sguardo. Era nelle sue fatiche quotidiane e nell’odore del suo stesso sudore. Era in quella casa che si era costruito pietra dopo pietra. Era nei calli duri delle sue mani. Ed ormai era vecchio. Se solo lei non fosse stata lei cioè se non fosse stata solo una donna cioè se lo avesse capito. Non gli restava altro. Al suo asino confidava ormai tutte le sue pene, i dolori vecchi e nuovi che sentiva. Lui lo ascoltava mite come sempre con quegli occhi che soli lo potevano capire. Quel poco che aveva l’avrebbe lasciato a quella povera bestia.

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