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Archive for 21 maggio 2010

Chiedo scusa preventivamente. Non dico nessun segreto. Non qui. Io, ma proprio io, di mio, non ho che la mia esperienza. Poca cosa, invero. Poi, come accade, si parla del mondo. E sembra che possa stare in un pallina di vetro. Sapete, quelle con la neve che cade solo dopo se le hai capovolte? Intendevo il mondo, naturalmente. Mettiamo le persone in fila come soldatini. Come birilli. E allo stesso modo le storie. E quando parliamo del mondo mettiamo assieme le due metà del cielo. Una non è sufficiente. Il mondo ha tutto un cielo. Per intero. Cosa c’entra? Non ne ho la più pallida idea. Non lo so nemmeno io. Era tanto per dire. Per trovare un inizio. Una partenza. Potremmo anche dire un input. Anche se non strettamente introduttiva.
In verità è proprio quando si parla di sé che ci si espone meno. E c’è sempre quel gioco sottile delle parti. Indossiamo la maschera. Illudiamo, e ci illudiamo. Se non possiamo nasconderci dietro l’anonimato, dietro un nick, il nostro privato diventa il giardino dove trapiantare i fiori più belli. Le assi del palcoscenico. Inventiamo la commedia o il melodramma. La fola. Grandi amori. Incredibili avventure. Insopportabili dolori. Comunque solo ismi. Solo superlativi. Ma nella realtà noi quale personaggio siamo della rappresentazione che andiamo ad inscenare? Non è quasi mai dato a saperlo. La misura non è data sapere. Il ruolo è quello: quello dell’eroe.
Io ho sempre conosciuto donne caparbie. Incapaci di un passo indietro. Decise. Volitive. Disposte piuttosto agli eroismi. Non che abbia mai preteso delle scuse. Una ammissione di distrazione, se non proprio di sbaglio. Non so se lo sono tutte le donne, certo quelle che hanno avuto un ruolo nella mia vita. Donne che anche quando ignoravano sapevano. Ma nemmeno di questo volevo parlare. E nemmeno correre il rischio di innescare una qualche polemica. Amo le donne. Le amo e ne sono affascinato. E per mia tutela aggiungo che le amo una alla volta. Il che è anche vero; non chiacchiere. Anche se ciò è dovuto unicamente a mia incapacità; temo. Non so essere che così. E poi sono una figura unica. In questo degna di tutela. Solo per la singolarità. E’ l’etica a rendermi mascalzone. E a volte la mia fantasia si prende delle libertà. A volte spesso. In modo molto autonomo.
Ricomponendomi: ci sono donne che sanno tutto degli uomini. Altre che sanno altrettanto tutto. E altre ancora. Singolare è la differenza di tutti quei tutto. Che ognuna sa un proprio tutto diverso da tutti gli altri. E da tutte le altre. Ma lo avevo confessato già da molto tempo come io consideri la donna un angelo. Non per modo di dire ma in senso letterale. Qualcuna non è proprio nel ruolo, ma comunque gli angeli sono sicuramente di sesso femminile. Non c’è astuzia. Quelle donne sono certe delle loro affermazioni. E temo che sto entrando in un terreno minato. Pericoloso. Di rischiare i loro strali. Ma mi siedo al bar e mi ripropongo, nel silenzio dei miei pensieri, l’ultima domanda posta dall’altra metà del mio cielo. Lei la mette in bocca a un tale Guido, che è interprete in uno suo post la seguente domanda: “Ehi, ma perché non chiediamo a questo Davide come fa? Magari ci fa capire cosa fa alle donne perché ne siano entusiaste”.
In ultima analisi, alla fine del dettato, non è nemmeno importante il contesto. Davide, nelle dichiarazioni di una protagonista (di cui non ci è dato nemmeno sapere il nome), è il super eroe. Il maschio e compagno perfetto. Nella fantasia della protagonista, naturalmente. Nei suoi sogni. Nelle favole che si racconta; quella protagonista. Ma esiste questo Davide; un Davide? Se si tratta di affrontare un Golia la cosa si presenta difficile. Quando si deve affrontare una donna l’impresa si trasforma in impossibile. Eppure… C’è sempre un eppure e almeno una eccezione. Che già quella frase di Guido ha un suono falso. Leggermente ipocrita. Me ve lo immaginate? L’uomo non chiede, come sappiamo, ma spiega. Vi immaginate un uomo che chiede e si allarma? E non lo dico solo perché anch’io provo intimamente una certa invidia per quel Davide. Una sorta di rancorosa gelosia.
Mi guardo intorno. Sono al bar da Clara. Sarà capitata anche a voi una situazione simile. L’aria è mite. Intorno al tavolo alcuni amici. Chi con il caffè. Chi con l’amaro. Persone differenti. Esempio di varia umanità. In qualche caso sono all’ultimo respiro. Il tempo passa inesorabile anche per gli amici. Nemmeno io sono più un ragazzino. Beh! nemmeno lei lo è. Una ragazzina, mica un ragazzino. E le storie lunghe spingono alle favole. Spingono per le stanchezze. Sono difficili da gestire. Da affrontare. Così piene di spifferi. Di acciacchi. Intricate di memorie che non si vogliono risolvere. Che ricordano le storie un po’ come vogliono. Insomma con la speranza che eravamo migliori.
Avete capito. Torno a quel tavolo ci sono altrettanti Davide. Amatori perfetti. Molto dotati. Compagni di compagne che non possono avere lagnanze. Nessun rimpianto. Completamente realizzate. Con l’eccezione di Martino che ammette, per mancanza di materia prima (leggasi donna o donne): “Ditele di venire da me che glielo faccio vedere io”. Esatto! Certo nessuno dice a nessuna di andare da lui. Su questo ne potremmo parlare a bizzeffe. Intendo sui perché e sui per come. E non mi chiedo cosa è nelle intenzioni del povero tapiro, cioè tapino, di far vedere. Intendo che forse dovrò avvisare la mia compagna in oggetto. Quando siamo tra noi… Al bar siamo tutti Rocco Antonio Tano. Come: chi è? Naturalmente si parla di Rocco Siffredi.

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Testa di statua di Giulio Cesare. E' già troppo la testa, figuriamoci la statua interaVicino a noi si siede Felice. Solo lui è condannato, dal nome, ad essere Felice. In realtà non lo è. Non è felice ed è anche taciturno. Da alcuni giorni anche un po’ di più. Noi sorbiamo il caffè. Lei mi guarda e sorride. Anche lui sorride, al tavolo acconto. Sorride verso il vuoto. Un sorriso suo solo per sé. Dipinto in faccia per certe giornate. Forzato. Quasi buttato per l’occasione. Quando si spegne torna al suo volto doloroso. Non c’è bisogno di alcuna parola. Una sola parola direbbe anche troppo. Lui non fa nemmeno cenno di conoscerci.
Nessuno si prenderebbe la briga di raccontarne la storia, non lo troverebbe di alcuna utilità. Sono solo i pazzi che amano le imprese impossibili. Mi è stato spesso detto che un po’ di pazzia c’è, da sempre, in me. Forse per causa ereditaria; un nonno? Forse semplicemente me la sono cercata, in tutta autonomia. Forse per camminare nel mondo che vivo. Lo guardo senza farmi notare. Ha ancora quella maschera di un sorriso. Decido in quel momento di scriverne. Lei osserva che è impossibile. Non si può parlare di qualcosa che non c’è. Bisogna poter amare il personaggio e anche l’amore ha le sue esigenze. Eppure anche lei ci prova (ammetto e ricordo che il copywriter di Spinola è suo). E poi a me piacciono le sfide impossibili.
Infondo Felice è nell’aria. C’è un po’ di Felice in ognuno di noi. Quel dovere che ci chiama di cui faremmo a meno. Quelle volte che vorremmo sparire perché esserci ci scoccia; non è il momento giusto per un posto sbagliato. Quella volta che non ci siamo proprio perché la testa s’è assentata. A volte solo per un attimo di comprensibile stanchezza. E come accade crede d’essere un altro. E dura per convincerti. Insiste come insisterebbe che in quel preciso momento in verità lui è da tutt’altra parte.
Ciò che sorprende è che lui ha sempre una sua opinione, anche se non sa quale e nessuno la sa. Anche se magari e solo la tua. Ma lui la comincia dal preambolo. Come mai espressa. La fa sua. La fa nuova. Se la gode. Lui è di sinistra ma né con questi, né di quelli, tanto meno con quelli passati dall’altra parte. E naturalmente non si può fidare di quello che gli hanno raccontato, eppure piuttosto che fare preferisce aspettare. Veramente non è certo di potersi fidare nemmeno di sé. Lui è pronto a dare ragione ma ha sempre pronto un però. Potesse metterebbe una scarpa per colore, e la farebbe apparire come non fosse distrazione.
Dimenticavo: naturalmente veste casual, ovvero con cura in modo casuale. Matto non è, avrebbe una qualche giustificazione. Del titolo della canzone basta limitarsi al sottotitolo, tra parentesi. E sua moglie, cioè la sua nuova compagna, s’è lasciata sfuggire in confidenza che tiene una cartina in tasca per sapere dov’è e dove andare e due sassi per restare per terra.

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