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Archive for 26 maggio 2010

Succede ormai sempre più spesso. Mi alzo per andare in bagno. Chiudo la porta per non disturbarla. Un attimo di incertezza. Mi guardo allo specchio. Il tubo del dentifricio su una mano. Lo spazzolino nell’altra. Gli occhi fissi. Fuori dal tempo. Un vuoto come una premonizione. E mi succede all’improvviso, quasi senza preavviso. Come altre mattine. Lacrime fredde di sudore mi corrono la fronte. Vuoto nel lavandino tutto il peso che mi sono portato dietro attraverso la notte. A volte sono solo conati.
Tutto bene, caro”?
Tutto bene, cara”.
Mi chiudo dentro. Un attimo di panico. Quel colpo violento. Mi rinfresco faccia e polsi. Le labbra. Succhio un paio di sorsi d’acqua e d’aria. Mi torna il respiro. Mi controllo. Tutto nuovamente in ordine. Sono pronto per affrontare la nuova giornata. E’ che ne ho sempre più bisogno. E’ che il mattino le pago sempre di più. Forse è solo una questione d’età. La bocca ha un sapore da schifo. Forse dovrei stare più attento al bere. Una dieta. Quello che chiamano mangiare sano. Dovrei sentire il medico. Ma che gli dico? Magari un cardiologo. Non ne ho tempo. Certo non posso rallentare. Non ho mai potuto farlo. E che ne sa lui della mia vita? Di questa corsa? Nessuno si può fermare. Così va il mondo. S’è già fatto tardi. Magari un digestivo lo prendo in ufficio. Solitamente non sa togliermi nemmeno questo gusto.
Penso che tutto è cosa fragile mentre Simone mi accompagna in ufficio. Penso che sa più cose lui di Cristine. Forse è la persona con cui passo più tempo. Lui alla guida. Io che mi preparo alla battaglia. Oggi non sarà da meno. A volte riesco a rilassarmi. Approfitto del tragitto. Del traffico. Sono i miei ultimi momenti. Mi informo della famiglia. Sa che non c’è nessuna voglia di conversare. Conosce anche i miei umori. Gli ricordo che deve tenersi pronto. Con la macchina. Gli ricordo di stasera. Di stare a disposizione. Probabilmente finirà ancora una volta tardi. In fondo le nostre giornate hanno le stesse ore. Come si chiama sua moglie? Credo Tamara. I figli? Dovrebbero averne due. In fondo sappiamo così poco di noi. Devo sentire Giovanni. Poi c’è quell’appuntamento con gli immobiliari. La banca. Andiamo in ordine. Meglio che provveda per quello stronzo. Arnaldo Cortiggiani è troppo un buon cliente. Ma gli piacciono giovani. Molto giovani. Troppo.
Ma gli affari sono affari. Deve andare tutto perfettamente. Se non entra nel progetto devo ricominciare d’accapo. Non so perché lo faccio. Entri nel gioco e non puoi che giocare. Forse devo convincermi che quello non è il mio ramo. Sono i soldi a fare i soldi, non le grandi imprese. Non è lui il problema. Chiamo Sileno. Intanto do istruzioni di far salire il barbiere. E la manicure. Me lo passano dopo un poco. La comunicazione è leggermente disturbata. Un fastidioso ronzio. E’ una linea sicura. Si sente di troppi complotti. Mi metto comodo: “Ti ricordi quella di cui mi hai parlato? No! non lei. La figlia. Ho bisogno di vederla. Meglio nel pomeriggio. Preparala un poco. No! Sì! Insomma dille che deve essere carina. Fai tu. No! Non avrà di che pentirsene. Meglio; è quello che ci vuole. Mi raccomando ché io non l’ho ancora vista. Diciamo per cena”.
Intanto provvedo a soddisfare le firme che aspettano. “C’è un certo signor Baldisseri. Agenzia Argo”. Credo di essermi assopito. Stamattina mi mancavano proprio loro. “Faccia passare”. E un uomo robusto eppure trasparente. Tagliato per quel mestiere. Un velo di barba. I vestiti stropicciati. L’aria stanca, affaticata. Non vien certo voglia di notarlo. “Prego”! Cade sulla poltrona. Mi getta il rapporto sul tavolo. “Mi spiace, dottore”. Un lavoro coscienzioso; come il solito. Dettagliato. Fin troppo. Non c’era bisogno delle foto. Inequivocabili. Se le poteva risparmiare. Come quella sorta di condivisione. Di solidarietà. Sono parole di circostanza. Per lui è solo lavoro. Forse per me non è molto di più. Le cose le senti. Le vedi arrivare. Ottima agenzia. Gente seria e affidabile. Ci serviamo spesso di loro. Riconosco la piscina dell’Ambasciatori. Ci siamo stati a marzo. E quella dell’Hilton. Lui è il tipo abbronzato. Deve amare le piscine. Mi sembra naturale. Vent’anni meno anche di lei.
E’ il suo personal trainer, mi viene spiegato. Potrebbe anche essere di colore. Al punto non cambierebbe una virgola. E lo pagava con i miei soldi. Certo, cose che capitano. Settore rischi e benefici. E’ solo una seccatura. Preferisco non coinvolgere l’ufficio legale. Sono faccende private. Prego Evelina di fissarmi con l’avvocato. “Bargianni. No! Parli pure lei. Certo. Se può alle diciotto. Anzi no! diciotto e trenta. Ché prima dovrebbe passare una certa Claudia. La faccia accomodare e mi avverta, quando arriva. Se tarda la faccia aspettare. Nella saletta del Grandara. Veda lei se vuole qualcosa. Se mi cerca qualcuno dica che non ci sono. Che li richiamo”.
Dovrò sistemare tutto domani. Stasera c’è la maledetta cena. Me ne stavo già quasi dimenticando. Non c’è nessuna fretta. Per quello può aspettare. Gli addii hanno bisogno della loro atmosfera. E non credo che nemmeno lei sia impaziente. In fondo è stato un discreto investimento. D’immagine. Mi chiedo che faccia farà. Sono certo che riuscirà a non rovinarsi il trucco. Non è mai stata una grande attrice. O forse, almeno su questo, mi sono sbagliato. Studio le parole. Torno a fissarmi sugli impegni. Non posso concedere troppo alle distrazioni.
Sfoglio l’andamento della borsa. Un altra giornata di cui non c’è da stare allegri. Ormai una delle tante. E’ un mare adatto solo agli squali. Bisogna saper nuotare in queste acque. Niente di grave. Passerà. Mi sorprende la Insaia, ma non troppo. Pensavo avesse un po’ più di respiro. Bisognerebbe non avere troppo bisogno delle banche. Non averle così alla porta. Col fiato sul collo. Duemila famiglie per strada. La strada si sta facendo affollata. Non siamo qui per fare politica. Né assistenza. La pallina gira finché gira. Scorro le news. Sembra di leggere sempre il giornale dello stesso giorno. Forse questa cosa della sanità alla fine potrebbe rivelarsi interessante. Ci devo pensare.
Sileno è stato di parola. E’ sempre stato di parola. Capisce i problemi. Non ho mai avuto di che pentirmi. Quella Claudia è poco più d’una bambina. Anzi è ancora una bambina. Va proprio bene. Avverto che non voglio essere disturbato. Ci sbrigheremo presto. La prego di farsi vedere. Non ha il minimo problema. Nessun pudore. Sarebbe stupido. Fuori luogo. Si vede ch’è una sveglia. Fin troppo. Ha già capito cosa le si chiede. Però la biancheria proprio non va. Può fare in un attimo al centro dopo l’angolo. Le anticipo la spesa. Le brillano gli occhi. Magari si cambia in macchina. Oppure la tiene su dal negozio. Cerco di essere chiaro. “Né merletti e né trasparenze. Niente di vistoso. Di seducente. Solo cotonina. Non devi sedurre. Devi lasciare fare. Cioè devi dare l’impressioni di esserci per caso. Lasciati affascinare. Sedurre. Di subire. Ecco sì! di subire. Sarai la figlia del capo contabile. Lui non c’è. Una ragazzina curiosa. Capisci”?
Forse me la potevo risparmiare. Sono solo dettagli. Meno trucco. Meno sicura. Via quella gomma. Cioè meno sfacciata. Sarà perfetta. Certo che quel tatuaggio… S’informa subito: “Quanto dovrei… cioè fermarmi? E per quanto”? E’ esplicita e diretta. Un tipo pratico. Mira diretta al sodo. Sa che una prima è una cosa preziosa. Di valore. Sa che. le verrà pagato anche il suo silenzio. La sua discrezione. La informo che dovrà avere, come dire, pazienza. E’ fin troppo sicura. Dice che conosce il tipo. Mi tranquillizza che sa anche come fare perché non superi un certo limite. Ci tiene al suo bel faccino. E alla sua aria da finta innocente. Da collegiale. Le spiego velocemente che non c’è tempo. Che mi fido e che non ho bisogno di provarla. Il dialogo acquista un tono surreale. “Mi tolgo un anno, anche due”? “Il rossetto”. “Non macchia. Non lascia traccia”. “Ti macchia la faccia. E niente tacchi. Meglio da ginnastica”. “Avendolo saputo”. Alza le spalle. “Le posso tenere? E’ vero”? “Credo di sì”. “de Kooning. Direi buono. Complimenti”. “Sei Bignaghi”. “Più carino no? Almeno il nome, quello posso tenerlo? Posso, scusami il termine, posso dargliela col mio nome”? “Cerca di essere vera. Ma nemmeno di tirarla troppo”.
Non ho alcun interesse per la sua vita. Mi basta quello che so. E quello che vedo. Sorprendermi mi sorprende. Spegne il cellulare indispettita. La osservo cambiare. E’ incredibile. E’ proprio una bambina. Precisa che se mi va… Che non debbo aggiungere nulla. Né per un prima, né per un dopo. “Dopo non ci sarò. Potrebbe non esserci un dopo. Potrebbe chiederti e potresti doverti fermare. E non abbiamo molto tempo”. “Lei è un uomo chiaro. Pratico. Interessante. Un vero peccato. Spero che ci potremo… rivedere”. Pausa studiata attentamente. Poi la butta sull’ironia fingendosi desolata per aver scordato il pigiama. L’interpretazione è ottima. Ragazza di talento. Lo dice tornando a guardarsi intorno. Pare saper valutare mobilio e quadri al centesimo. Comunque con buona approssimazione. Non che sia poi così complicato. Chiede se ci sarà qualcosa anche per la madre. “Dammi un attimo. Debbo vedere una persona e poi andiamo. Cercherò di sbrigarmi. Poi ti aspetto in macchina”. “Ti aspetto di là”. “Intanto puoi chiedere a Evelina, la mia segretaria, della toilette. E’ meglio che ti lavi. Che togli questo profumo”. “Ai ragazzi piace”. “Scorda i ragazzi”. “Mai aspettato altro. Cosa sono”?
Prima che entri butto un’altra occhiata alle foto. Ancora l’Hilton ma una delle camere. Per la precisione direi la suite. Non hanno badato a spese. Né dell’anonimato. Poi le infilo nel cassetto. Penso che me la potrò risparmiare. Che spero che non serviranno. Davanti al giudice. Conto che abbia ancora un po’ di buon gusto. Invero per gli uomini non molto. Mostrano attitudine e impegno, è vero. Possono anche farla diventare una storia vera. Forse dovrei esserne sconvolto. Non cambierebbe nulla. Questa non gliela posso passare. Potessi lo eviterei; per me. Non voglio chiasso. Non di questa pubblicità. Se vuole il gioco duro i figli li può scordare. Con quello che ho in mano. Il Dario avvocato non può che confermare. Che avallare. “Puoi stare tranquillo”. Lo ero già. Sono in ritardo. Solo un poco irritato. Gli lascio le carte. Gli dico di prepararmi il tutto. Gli spiego che voglio tenere duro. Che voglio che si guadagni anche le lacrime. Ma che non ho tempo da perdere. Che non posso star dietro anche a queste faccende. E’ solo che è successo. E in fondo forse non è nemmeno un male. Comincio a pensare di non tornare proprio. Magari le parlo domani, per telefono. Mi risparmio di vederla. Ma dopo deve sloggiare. Qualche solita stupidaggine. Non c’è molto da dire. E’ tutto così chiaro. Magari non proprio venti. Ecco come me la teneva in forma. Però è ancora bella. Di quella sua bellezza… estranea.
Torno alla mia ragazzina. Guardo l’ora. Non c’è proprio tempo. Dovrà sbrigarsi in fretta. In fondo che ci vuole. Per quattro straccetti. Più stracci sono e meglio è. Che poi le tette non sono ancora nemmeno tette. Potrebbe non prenderlo. Non vorrei che pensasse che ne faccio una questione per i soldi. Meglio lasciarla fare. In fondo se li guadagna. E mi salva. E poi è meglio pudica. Certo che il Cortiggiani è un problema. Un piccolo problema ma un problema. E’ che non si riesce mai a tenere separate le cose. Il lavoro dal resto. E lui ha quel piccolo vizio. Oltretutto gliel’ho già detto che deve tenere le mani a posto. Pare non capire. Perde la testa. Perché poi non si arrangia? Non chiama lui? Non se le procura da sé? Sembra che il problema sia mio. Che sia obbligato a farlo. Va bene che lui è l’ospite. Quella volta con sua moglie era tutto premure e attenzioni. Bella donna sua moglie. Anche lei piena di attenzioni. Ripeto per un pubblico che non c’è: “e lo paga con i miei soldi”. Mi viene da chiedermi perché. Certo conta anche quello. Quando si è lontano ci si sente al sicuro. Comunque giustificati. E lei ha un certo fascino. Quel certo fascino. Sono tentato di capire i suoi gusti….
Hanno fissato un tavolo da Ambrosia. Andrà bene. Anche troppo. Forse non proprio intimo. Un po’ troppo in vista. Certo la gente in vista è sempre in vista. Non passa inosservata. E’ subito passata la notizia del suo arrivo. Tutti aspettano il risultato di ciò che ci diciamo. Vorrei avessimo già firmato. Certo non è che un buzzurro. Ma lo è con le tasche gonfie. E gli affari sono affari. Prima di scendere mi faccio un altro goccio. Certo non cambia granché. Vado in bagno. Ormai dura sempre meno. Fatica a tenermi su fino dal pomeriggio. Devo chiamare Ermes. Ne ho proprio bisogno. Mi rinfresco. Mi controllo. Sistemo la cravatta pronto a ricominciare. Lei è paziente e tranquilla. Si accoccola. Si fa vicina: “Hai un buon odore”.
Sa di sapone. Di pulito: “Anche tu”.
Poi trova il suo posto. Scoppia in una piccola risata. “Avrei preferito con te; pazienza”.
Guarda fuori come se non conoscesse il posto e lo vedesse per la prima volta. Si succhia un dito. Dio com’è carina. Carina è quella sua innocenza. “Se sarai brava saprò mostrarti la mia riconoscenza. Dovevo avere circa la tua età l’ultima volta che ho potuto andare a un cinema”.
Comunque se una lo deve fare tanto vale farlo per qualcosa”.
Credo di capirla. Forse siamo più simili delle apparenze: “Non sostenere lo sguardo. Tanto meno sfidarlo”.
Capito la parte. Sarò tutta rossori. E timidezze”.
Brava”.

P.S. Liberamente tratto da fatti mai avvenuti.
Ai fini del racconto non ha rilevanza alcuna precisare che lui era un ricchissimo uomo ebreo molto influente costretto a mandare a scuola i figli accompagnati da Bodyguards, sposato con quella donna bellissima sensibilmente più giovane di lui. Che il lavoro lo prendeva completamente e conducevano una vita molto appartata.

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