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Archive for 31 Mag 2010

I. Ero stata imprevidente: ero tornata dopo di lui. Per di più prima mi ero fermata a prendermi una borsa. Una magnifica borsa di un magnifico rosso. Ne ero restata affascinata. Vaglielo a raccontare ad un tipo come lui che me l’ero dimenticata dal parrucchiere. Non mi aveva trovata. Era un animale nella sua gabbia. Girava su e giù per salotto e cucina. Così ero preparata al suo interrogatorio. Si vedeva dov’ero stata ma non voleva sentire ragioni. Troppo tempo. “Mi nascondi qualcosa”. In fretta ho messo in tavola. Era lampante che non era finita lì. Aveva guardato la partita e si era preparato a letto. Quando l’ho raggiunto fingeva di dormire, raggrumato nel suo angolino. Caparbio. Non mi ha degnata della minima attenzione. Nemmeno sfiorata. Anche se c’era stata la partita era sabato. Ci speravo ma la bufera era solo cominciata e la nuvolaglia si stava addensando. Eppure lo sapevo. Alfio è sempre stato geloso e la gelosia non sente ragione. Si innesca da sé. Ricordo un dramma per aver salutato un amico per strada. Un interrogatorio senza fine. Una settimana di stupide ripicche. Poi sono scivolata in un sonno profondo, cercando di non pensarci.
Il mattino mi son svegliata pronta a dar battaglia. Già i capelli non mi stavano più. Era chiaro che mi ero voltata e rivoltata durante la notte. Lui aveva già tirato fuori gli artigli. E si muoveva minacciandomi con una tazza di caffè fumante. Canottiera, mutande e ciabatte e un aria da guerrigliero indignato. “Non puoi dirmi che c’erano altre prima di te. Ci vai con l’appuntamento. E poi vuoi farmi credere che c’era il mondo intero”? Ho immediatamente perso ogni voglia velleitaria. La sua stupidità mi ha svuotata. “Guarda che sono stata veramente solo dal parrucchiere”. Pare non darmi retta. Piomba sulla poltrona. Si arma di telecomando. Finge di fermare la sua attenzione sul terzo. E’ teso e risoluto. In agguato. Pronto ad azzannare. Non disposto ad ascoltare che sé. Lo so e lui sa che lo so. “Lì ci sei andata ma non puoi sperare che me la beva. Tutto il resto del tempo dove sei stata? So che c’è qualcuno”. Non fosse drammatica la sua testardaggine mi verrebbe anche da ridere. Ne ho abbastanza di lui per avere anche altre fantasie. Basta lui a rovinarmi la vita. Maledetto il giorno che non ho deciso di farmi monaca. Non mi saprò mai abituare. Eppure ne ho vissuti momenti simili. E giorni interi. Settimane. Quando si mette un’idea in testa niente e nessuno gliela può togliere.
Alzo le spalle e decido di tacere. Pare che questa sia la peggiore delle offese. “Parlo con te.” –mi richiama alla realtà. Che io non abbia più voglia di parlare con lui è indifferente. Mica glielo posso dire. Sarebbe peggio. E’ comunque indifferente. Lui ha bisogno di rovinarmi la vita. Di esasperarla. Senza lasciarmi nessuna via di scampo. Il tarlo lo rode. “Ma per chi m’hai presa”? Rinuncio ad andare a finire di prepararmi. Mi siedo davanti a lui col mio caffè, mescolando lentamente nella tazzina. Pronta a sostenere la battaglia. “Hai sempre una scusa pronta. Da tua madre. Le spese. Il telefono che non senti. La parrucchiera. Un’ultima pratica da sbrigare. E quella più assurda dell’amica incontrata per caso, dopo tanto tempo. So io che amica. Tu che non hai mai avuto amiche. Mi credi scemo? E alla fine sei sempre fuori”. Forse coglie nei miei occhi un’aria di sfida che non c’è. “E poi, quei fiori, chi te li aveva mandati; vediamo”? “Tu, scemo”. “Beh! Non importa. Se non è quello è un altro. Magari li hai gettati prima che rincasassi”. “Ma cosa avrei gettato”. “Lascia stare che tu lo sai. E anch’io lo so”.
Mi arrendo. Raggiungo il bagno. Cerco di rendermi presentabile. I capelli non ne vogliono sapere. Ogni ciocca se ne sta per conto suo. Ritti come soldatini. Sull’attenti. Sembrano anni che non vedo un casco. Ho persino l’impressione che si siano persi anche i colpi di sole. Naturalmente è solo un’impressione. Mi segue anche lì. “Guarda che io ti faccio seguire”. Ci manca altro. Suona come una vera minaccia. Spero dica per dire. Che non l’abbia già fatto. Ci manca di buttarli in una panzana del genere. “Posso stare tranquilla almeno qui”? Passo alle unghie dei piedi. “No! Finché non mi dici la verità”. Mi sembra di impazzire. Di essere io, la pazza. “Guarda che mi scappa”. “Sei mia moglie. Un po’ di rispetto. E poi mica sarebbe la prima volta”. Non c’è verso. Non sarebbe la prima volta ma non mi è mai piaciuto. Non che mi scappi veramente. Ci ho provato. Non ha funzionato. Sembra imperterrito. Adesso se mi costringe come faccio? L’unico stimolo è di strozzarlo. Mi infilo le mutandine. Tolgo l’accappatoio. “Ma non ti vedi, anche adesso; sei facciata. Sembra lo fai apposta. Già! Non sai fare altro”. Non so proprio cosa intenda. Tutto vorrei. Soprattutto essere lasciata in pace. Non ho nemmeno la voglia di infilarmi sotto la doccia. Comincio a spalmarmi la crema. Si offre. Ci manca altro. Magari dice che mi piace. Che sono io che vado in cerca. Che lo provoco. Magari per farmi perdonare. Ma cosa? E poi non le voglio nemmeno sentire; le sue mani. “No! Grazie; faccio da me”.
Quando il mattino comincia così non sai più dove rifugiarti. Il telefono non squilla. Mi guardo allo specchio. Non sono poi così male. Gli uomini mi guardano ancora. Non mi interesso più a loro da quando ero ragazza. Da quando sono prigioniera di questa follia. Da quando sto con lui. Ma chi me l’ha fatto fare? Ero una ragazzina. Samuele era così carino. Pieno di premure. Suonava la chitarra. E mi ha anche dedicato una poesia. Poi… Lui m’era sembrato un uomo. Che stupida sono stata. In fondo non mi merita. E pensare che Guido è così carino. A volte ha attenzioni che mi imbarazzato. Non sa che dopo le pago io. Che quando siamo soli devo ingoiare le sue scenate. Eppure io non gli ho mai mostrato nessuna attenzione. Non faccio che rispondere con gentilezza. Direi anche con un poca di freddezza. Per farglielo capire. Certo che gli uomini sono dei veri imbecilli. E io sono una donna sposata. Doveva incontrarmi prima. E poi anche lui ha moglie. Cosa va cercando? Sembra che non possano fare altro. Pensare ad altro. A volte è anche un po’ malizioso. Ma mai quando c’è Alfio. Alfio non ne avrebbe motivo. Ma lui non ha bisogno di un motivo. “Io so farli i conti. Ti avevo chiamata alle tre. Non eri in casa e dal parrucchiere, massimo massimo, non si possono perdere più di due ore”. Ma che ne sa lui. Comincio a pensare che prima parlasse sul serio. Capace di farlo. Mi viene proprio da sbottargli in faccia: Fanculo. Lo guardo e cerco di metterci una buona dose di odio.
Meriterebbe che glieli facessi. Sono ossessionata. Non ne posso più. Vorrei buttare tutto all’aria. E tutto al diavolo. Alla fine cedo. Non so perché lo faccio. Sono disperata: “Hai ragione; mi son vista con qualcuno”. Sarei disposta ad ammettere qualsiasi cosa, purché la finisca. Qualsiasi cosa per non vedermelo davanti agli occhi. Però non so come cavarmela. In realtà vorrei ucciderlo. Credo che non si accontenterà. Che non basterà. Con sorpresa mi accorgo che non mi manca la fantasia. Cerco di sostenere il gioco. Mi sforzo. Mi sembra palese che si tratti di una bugia. Non le so dire le bugie. Ma se è quella che vuole; una bugia. Meglio quella di questa continua tortura. Di questa ossessione. Non ho esperienza. Credo che tutte le storie siano uguali. Mi posso salvare restando sul vago. E’ poi… mi aspetto uno schiaffo. Che sbatta la porta. Che se ne vada adirato. Furente. Furioso. Non so cosa aspettarmi. Un qualcuno suona finto. Fasullo. Forse dovevo dirgli: con uno. Che ne so. M’è venuta così. Un po’ impersonale. Certo che mi vengono le idee più stupide. E adesso che gli dico?
Invece stranamente quella mia strappata confessione sembra metterlo tranquillo. Ho un attimo di respiro. Mi chiedo se l’episodio si può concludere così. Ci spero. Per ora posso rilassarmi. Ho la tensione della rabbia appiccicata sul viso. Che poi tutta la sua magia del sesso io mica la vedo. Ne ho abbastanza, anzi fin troppo, di correre dietro a tutte le sue voglie. Di farmi trovare pronta quando mi cerca. Mi son sempre chiesta come fanno le altre. Ho sempre pensato che sono solo fantasie. Mi annoia. Chi è quella pazza che se ne trova un altro? Che si vuole tanto male? Quello che ho è già uno di troppo. Noioso e preciso. Tranne quando lo prende l’euforia. Ed è anche peggio. O quando fa cilecca. Che è peggio ancora. Insomma non è altro che un uomo.
Dopo un po’ torna. E’ tutto accomodante. Suadente. Vuole sapere. Me lo potevo immaginare. E’ come temevo. E ora? Cosa cavolo mi invento? Temo, se possibile, d’aver fatto anche peggio. Ha quell’aria bastonata. Ma perché siamo sempre così Stupide? Povero cucciolo. “Dove”? Mi fa incazzare. Mi ci vuole un attimo per capirlo. Per interpretare le sue parole. Cosa ti importa? Da non credersi. “In un posto così. Non mi va di parlarne”. “Adesso me lo devi dire. In macchina”? “No! In uno di quei posti”. Come sono stupida. E proprio così mi sento; stupida. Candidamente stupida. Come invidio quelle che hanno sempre una scusa pronta. La scusa buona. Per un attimo persino quelle che lo fanno veramente. Ho sempre pensato male di loro. Almeno loro sanno cosa dire. E magari a loro queste cose non succedono.
E’ proprio vero che chi li ha è sempre l’ultimo a saperlo. “E’ tanto che dura”? “No! non molto”. “Quanto”? “Solo un po’”. Ma in fondo a suo modo è ragionevole. Non pretende delle risposte, come dire, esaurienti. Gli basta la mia attenzione. Una risposta vale un’altra. Solo a tratti parla come se le sue parole fossero dettate da un rimorso. “Lo dicevo io. Vedi che… ho sempre avuto ragione”? Mi distraggo un attimo. “Chi è”? “Chi è chi”? “Chi è lui”? Sempre la domanda che non ti aspetti. “Non lo conosci”. “Conosco tutti quelli che conosci. Dove l’hai incontrato”? E ora che gli dico? E’ incalzante. Non si arrenderà facilmente. Non su questo punto. E se mi chiede di descriverlo? Buttò lì il primo nome che mi viene in bocca. Non so perché, non c’è nessun motivo. So solo che devo continuare: “Guido”. “Guido Guido”? La storia comincia ad annoiarmi. Comincia ad intrigarmi. “Guido Guido”. Ci pensa un po’. Mi guarda con attenzione. S’infuria ma non ne è del tutto convinto. “Ti faccio vedere io cos’è un vero uomo. E poi l’ammazzo”. Parole dette per dire. Non ha mai avuto altro coraggio che quello delle parole. E anche quelle solo per quelle dette con me. In casa.
Mi viene vicino. Ha occhi strani. Ho ancora un po’ di timore. Non l’ho mai visto così. Le persone non si conoscono mai abbastanza. “Come”? “Come cosa”? “Ormai non puoi mentire. Come l’avete fatto? Ora che hai cominciato voglio sapere tutto”. Non credevo di avere tanta fantasia. Vuole i particolari. Tutti i particolari. Proprio io che non sono mai riuscita a parlare di queste cose. Nemmeno da ragazza. Nemmeno con le amiche. Che credevo di non poterlo fare nemmeno sotto tortura. Ma l’amore non ha molta fantasia. E io glieli do dettagliatamente. Mi accorgo istantaneamente che ha quegli occhi: iniettati di libido. Non li vedevo da tempo. Anzi ho il dubbio che glieli vedo per la prima volta. Basta poco a convincerlo. E farglieli sgranare. Interessato. Ne provo quasi un sottile piacere. Una sorta di importanza.
Il ceffone non arriva. Nemmeno alza la voce. Mi invita a seguirlo con un cenno. Senza dire niente. Lo accompagno di là. Mi prende disperato. Nasconde la faccia tra i miei capelli. Mi sospira dosso. “Sei una brutta…” e mi chiama con un epiteto che non è da lui. Che non gli avevo mai sentito dire. Offensivo. Detto con rabbia. Ma non c’è solo rabbia nella sua voce. Ha un suono strano. Non so se dovrei mostrarmi offesa. Le sue mani mi accarezzano. Sembra contento di portarle. Finalmente soddisfatto. In un qualche strano modo orgoglioso di me. Ma anche, dio lo sa perché, di sé. Forse di avere una moglie per cui essere invidiato. Forse non gli basta la mia pazienza. Forse… se lo avessi saputo prima… Sono esterrefatta.
E pensare a tutte le volte che ho finto di non vederle quelle tracce di rossetto. Gliele ho dovute pulire io. In silenzio. E’ proprio vero che chi sbaglia pensa che gli altri siano uguali. Vorrei dirgli che può dirlo a sua madre quello che pensa di me. Naturalmente viene troppo presto. Lo lusingo. Gli dico che è piaciuto anche a me. Molto. Moltissimo. Che non è mai stato tanto appassionato. Nel suo piccolo questo in qualche modo è vero. Ho il sospetto di aver fatto un guaio. Di essermi cacciata nei guai. E di aver coinvolto anche chi non ne ha colpa. Di essermi inventata una storia più grande di me. Dovevo insistere con la storia dello sconosciuto. Ma poi cos’è la verità? E’ questa la verità che vuole.

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