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Archive for 1 giugno 2010

II. La vita è tutta una sorpresa. Nei giorni seguenti mi rendo conto che la reazione alla notizia non è nulla di quello che mi sarei aspettata. Non cerca, che ne so, in un certo senso di riconquistarmi. Nemmeno di umiliarmi; di farmela pagare. Pensavo avesse di che rinfacciarmi. Non la sente nemmeno come una competizione. Niente di tutto quello che mi sembrerebbe umano, normale. Non usa quelle carinerie che usa un uomo per affascinare. Non arriva con fiori. Non apparecchia la tavola. Non mi chiede che programma voglio vedere. Non rinuncia alla partita. Non mi porta fuori. La cosa semplicemente lo eccita. Forse sono solo i primi tempi. Lo eccita sapere che nella mia vita c’è un altro. Lo deluderei smascherando il mio gioco. Denunciando la mia bugia. Ammettendo che nulla di quanto detto è vero. E’ questa la sensazione che ne ricavo.
Mi sto accora chiedendo come posso essere stata così stupida. Perché l’ho fatto. Così presa dalla situazione. Prigioniera delle cose. Mi sentivo assediata. Volevo solo liberarmene. Liberarmi di lui. Delle sue fobie. Delle sue follie. Delle sue manie. Dei suoi sospetti. In quel momento pensavo che niente fosse peggio di quei sospetti. Nemmeno una bugia. Nemmeno un’ammissione di colpa. Di una colpa che c’è solo nella sua mente bacata. Che c’è sempre stata comunque. E poi, finalmente, non mi sentivo più in colpa. Responsabile. Frustrata. Vittima. In fondo non era andata male. Un risultato l’avevo raggiunto. Mi sembrava quasi che fosse l’unica soluzione. Non sono fiera di me. Ne sono stata costretta. In un certo senso mi ha ridato la tranquillità. Una tranquillità che con lui non avevo mai avuta. Ora che può credersi tradito non si è più soffermato sulla gelosia. Semplicemente mi chiede delle nostre intimità. Se con l’altro mi piace di più. Se lo faccio anche con l’altro. Mi viene da ridere. Cerco di restare seria. Lui non sospetta.
Però c’è un però. Ho sempre paura che si incontrino. Che incroci Guido. Magari quelle sere che mi viene ad aspettare. Mi chiedo che reazioni potrebbe avere. Mi domando della faccia del mio amante che è all’oscuro di tutto. Mi interrogo se è possibile. Un amante virtuale. Credo di essere un caso raro. Unico. Irripetibile. La complicazione è anche che me lo vedo sempre davanti. Lui si comporta come non fosse cambiato niente. In realtà non è cambiato niente. Lui non è il mio amante tranne per quegli istanti di follia. A volte credo che se lo auguri. A volte sono sicura. A volte credo che l’abbiamo fatto, ma nella sua fantasia. La cosa non mi attrae. Non da chiedermi come potrebbe essere. Lui è e resta un semplice collega. Un collega con cui ho legato, magari più di altri. Una persona simpatica. Alla fine mi decido. Potrei non farlo, ma penso che glielo devo. E poi è meglio essere prudenti. Perché magari Alfio trova il coraggio che non ha mai avuto.
E’ improbabile, assolutamente inverosimile, ma se si trovano e… cioè… E’ giusto che lo sappia. Magari solo per un atteggiamento. Per essere eventualmente preparato. Magari non potrà mai succedere. Cioè non troverà mai il coraggio. Non si merita nemmeno un contegno di sfida. Di disprezzo. Non ha proprio nessuna colpa. Certo la cosa mi crea imbarazzo. Con lui ci lavoro. Trovo l’occasione. Mi armo di coraggio. Alla fine, non so come né perché, ma glielo confesso. Non prendo respiro nemmeno tra una frase e l’altra e gli confido tutto. Al primo momento sembra non capire. Mi guarda sorpreso. Incredulo. In realtà sembra uno scherzo. Lo sembra anche a me. Non so se ci crederei. Poi nemmeno lui ha la reazione che mi sarei aspettata. “Non voglio problemi”. “Non ne avrai, Sai com’è lui”. E non aggiunge altro. Come se la cosa non lo riguardasse. Forse è la semplice sorpresa. Forse ha bisogno di riprendersi. Di elaborarlo. Di riflettere e capire. Cioè torna sul lavoro come non fosse successo.
Non ci ripenso più, o quasi più. La calma dura un paio di giorni. Cioè un paio di giorni dopo torna sull’argomento. Verso sera. Poco prima di finire l’orario. Durante il giorno aveva cercato di essere spiritoso. Più del solito. Non ci ho fatto caso che dopo. Era più interessato del solito a me. L’aria solo leggermente cafona. Forse volutamente. Provocatoriamente. Ci sono stati piccoli e più o meno velati cenni sul problema. Sulla nostra relazione. Ci scherza, insomma. Lo prendo come un aspetto positivo. Non sono sempre pronta. A volte mi prende di sorpresa. Mi chiede, ad esempio, se mi è piaciuta l’ultima volta. Di ricordargli quando lui non c’è. Cose che a lui devono sembrare palesemente spiritose. Devo sembrargli almeno distratta. Anche quando mi chiede lo fa quando non me l’aspetto. “Come l’ha presa”? “Niente”. “Come”? “Non come mi sarei immaginata. Pensavo si arrabbiasse. Che reagisse. Perfino che mi colpisse. Niente. Era solo come se l’avesse sempre saputo. Se gli avessi tolto un peso. Mi sembrava quasi gratificato”. Naturalmente taccio delle sue maggiori, diciamo così, attenzioni. Di questo ritrovato entusiasmo. “Contento lui”. Non che che i risultati siano entusiasmanti. Direi più patetici. Ci mette più impegno. Mi chiede continuamente. Si vede più uomo. Ha bisogno continuamente di essere tranquillizzato. Ma nemmeno di questo gli parlo. “Forse cercate solo la certezza delle cose”.
Eppure c’è qualcosa che non mi convince. Che suona falso. Non so cosa ma c’è. Forse nella voce. Forse nel suo sguardo. Non si spinge oltre. Poi ride e sembra decidersi. “Posso accompagnarti”? Non sono certa che sia un invito. Una galanteria. Credo di non ricordare com’è essere corteggiata. Cosa si prova. La strategia del maschio. Poi tutto mi pare chiaro. Lo fulmino con uno sguardo. Ma cosa si crede? Cosa si è messo in testa? Per chi m’ha presa? Pare battere in ritirata. Poi capisco anche di essere dalla parte del torto. Di dovergli delle scuse. “Temo di averlo fatto io il guaio”. Non posso trattarlo così. Non l’ha chiesto lui. Gli altri sono usciti. Forse non è un caso. Forse non aspettava che questo momento. Ho fretta di andare. Non posso credere che stia succedendo a me. “Dovresti smetterla. Evitare questo discorsi. Non sei più divertente”. Sono anche stanca di una giornata di lavoro. Mi dico che sono scuse. Che sono una vigliacca. Che sono una pazza. Cosa mi prende. E mi dico mille e altre cose e tutte assieme. A momenti entrano le donne delle pulizie. Mi accorgo che si è vestito con attenzione.
Chissà se è la sua tattica? “Credo che me lo devi”. “Come, ti devo”? Sento solo ora l’odore del suo dopobarba. Ci sono molti come dire nelle sue frasi. “Non è bello, per me, passare per uno che fa senza aver fatto niente. Passare da carogna. Da vero stronzo. Con un amico”. “Ma se appena lo conosci”. “Che c’entra? E’ tuo marito è questo basta. Mi sembra peggio che se l’avessimo fatto”. Non so se arrabbiarmi. La pazienza rimasta è poca. “Forse è meglio che ci incamminiamo”. Ma il mio è solo un modo per dar fine a questo dialogo. Oppure per rimandarlo. Per togliermi d’impaccio. Poi mi chiedo come lo può prendere lui. Non può leggerlo come un incoraggiamento. Intanto lasciamo la stanza. “Cosa vuoi dire con questo discorso”? “Che dovremmo farlo. Che in fondo me lo devi”. Non può parlare davvero. Si vuole profittare della situazione? Sembra serio; non avere più nessuna voglia di scherzare. Convinto di quanto dice. Forse, anzi certamente, deve semplicemente mostrarsi convinto. Deciso. Vorrei essere un uomo per capire come ragiona un uomo. Per essere in quella testa. “E poi nessun discorso, tu mi piaci veramente. Mi ecciti. Lo sai che ho sempre avuto un debole per te. E per il tuo culo”. Questo è troppo. Ci mancavano anche le volgarità. “Guarda che”. Poi fermo la frase lì. Non so come esprimere quella rabbia. Mi sembra che nessuna parola sia quella giusta.
Ma se ci penso il ragionamento non fa una grinza. In realtà le farebbe, e molte, ma ha una sua logica. Non ha nessun diritto. Non ho nessun dovere. Posso ritirarmi. Per irritarmi mi sono irritata. Mica sono costretta, ci mancherebbe altro. Forse ha scelto il modo sbagliato. Forse la donna sbagliata. Ha torto marcio. Ma qualche ragione ce l’ha. L’ho fatta grossa. Non saprei come farmi perdonare. E poi un uomo è un uomo. Certo che non ci pensavo. Mica… Io non sono mai entrata in queste cose. Magari mi crede una diversa. Affondo in quei mille pensieri. Per poco non incespico per le scale. Gloria ci incrocia e ci saluta. Gl’occhi pieni di malizia. Non sa pensare ad altro, quella, Altro che male. Chi sa cosa crede? Le basta vederci uscire assieme. Deve pensare che tutti sono uguali a lei. Come non sapessimo. Lo sanno anche i sassi. Certo che… eppoi che sarà mai? Prendo, come si dice, il toro per le corna. Con un coraggio che non è mio. Abbasso gli occhi. “Che si fa”? “Non ti preoccupare. Conosco io un posticino proprio adatto. Un posto discreto. Ti piacerà”. Ha una risposta per tutto. Non so se ho detto quello che volevo dire. Mi fa salire e si dirige fuori dal centro.
Cerco di non farmi domande. Non troverei nessuna risposta. Non lo so perché. Preferisco non pensarci. E lasciarmi trascinare. Non ci vuole molto. Non facciamo tanta strada. Lui è sicuro per due. Per lui sembra del tutto normale. E’ disinvolto. A suo agio. E anche quello al banco sembra conoscerlo bene. Lo saluta appena entriamo. Lui gli fa un cenno. Non può essere ancora del tutto sicuro. Si accerta. “Hai il tempo”? Gli rispondo prima di darmi il tempo di pensare. Mi ricordo di un vecchio film. Le mie uniche esperienze le ho viste al cinema. Mi ripeto che non è ancora successo niente. Che non è la fine del mondo. “E’ a un convegno. Sono completamente sola. Libera. Fino a domenica. E tu”? Sembra stupito. “Avverto che torno tardi. Semplicemente”.
Avrei creduto di dover lasciare un nome. Un documento. Non mi sento tranquilla. Fuori c’è un piccolo giardino. Si sente un pigolio confuso. “Vuoi prendere qualcosa”? Torno al presente. “In che senso”? “Rilassati. Sembri tesa. Vieni, ceniamo”. Abbasso lo sguardo. “Preferirei di no. Magari dopo. Sono un po’… nervosa. Preferisco salire. Prima che ci ripensi. E poi, credimi, ora non riuscirei proprio a mangiare nulla. Ma se vuoi”. Credo di essere arrossita. Non so se dopo saprò trovare il coraggio. Adesso non mi va di farmi vedere. “Sei sicura? Come vuoi. Meglio così. Però fanno un buon arrosto”. Mi fa strada. E’ come se conoscesse la strada. La conosce certamente. Mi dispiace. Sono una stupida. Non c’è ascensore. Mi fa salire la scala davanti a lui. Lo so che lo fa per approfittare per guardarmi. Mi sento i suoi occhi addosso. Non mi imbarazzato più. Ho superato almeno quell’ostacolo. Fortuna che ho messo questa gonna. Mi sta proprio bene. Al piano mi prende un’ultima vampa di calore. Non presto troppa attenzione alle sue parole davanti alle porta. Credo di non sentirle. “Sai ancora stento a crederci, voglio dire, di essere qui con te. Se ci fossimo fermati prima a cenare sarebbe stata troppa attesa. Sarebbe stata snervante. Hai avuto ragione tu. Non sai da quando aspetto questo momento. Mi metti fretta”. Non so se ringraziarlo o rimproverarlo. Ormai credo di aver finito di pensare. Mi limito a seguirlo. Mi sento come un automa. Priva di volontà.
Mi informo qual’è la sua squadra del cuore. Ride e mi spiega che preferisce le donne. Provo una sorta di leggera gelosia. Mi rendo conto che non mi ha mai nemmeno sfiorata. Certo i suoi occhi parlano. E quegli occhi mi hanno spesso detto molte cose. Non so se dispiacermene. Credo di essere fortunata. “Scusami ma è la prima volta”. “Come”? “La prima volta che tradisco mio marito”. “Anche per me. Siamo pari”. “Come”? Se la ride sotto i baffi. “Che tradisco mia moglie con te”. Torna quel senso di vertigine. E’ come se mi trovassi solo ora davanti al fatto compiuto. Ancora non ci posso credere. La stanza è solo letto. Mi fermo sulla porta. C’è un senso di squallore. Mi prende per la mano per farmi entrare. Se la ride divertito. La sua mano trasmette sicurezza. Certezze.
Il mio imbarazzo cresce. Quel letto è fatto ma non sembra nemmeno troppo pulito. Forse ho bisogno del bagno. Forse sono solo nervosa. Lui accosta le tende. Mi sembra un gesto di cortesia. Cosa devo fare? Trattengo la domanda tra le labbra all’ultimo. Non posso farmi vedere così sciocca. Alla mia età. Lui non mi ha ancora baciata. Mi chiedo se lo farà. Se mi devo mostrare innamorata. Se devo usare le parole degli innamorati. Non può pretendere che gli dica che lo desidero. Dentro i miei panni c’è un’altra.
Inizio a spogliarmi risoluta. Senza darmi altro tempo per pensare. Senza alzare gli occhi. Senza guardarlo. So che mi sta osservando. Attento. La cosa mi mette disagio. Mi rende più incerta. Mi fa più impacciata. La cosa non mi da fastidio. Anche se non li vedo i suoi occhi sembrano dirmi grazie. Mi chiedo come mi vede. Spero di non deluderlo. Non ho mai dubitato altrettanto di me. Mi aspetta nel letto. Allunga la mano. Abbiamo lavorato assieme. Abbiamo riso. Scherzato. Ci conosciamo da tempo. E’ un altra persona. Mi accorgo che è nudo. Di una nudità che mi colpisce. Credevo mi facesse un altro effetto. Più forte. In fondo è rassicurante. Distolgo lo sguardo. Ride. Pare leggermi anche nei pensieri. Sono solo una stupida. Non sono la prima. Non sono l’ultima. Nel suo sorriso c’è orgoglio.
Cerco di non pensare nemmeno a quello. E’ l’ultima cosa. Non è bello fare paragoni. Non è corretto. Però… forse è solo perché devo ammetterlo a me stessa che la situazione comincia ad intrigarmi. Non mi sono mai sentita così. Forse è questa la ragione del tradimento. La molla. E poi dicono che le dimensioni non contano. L’ho letto da qualche parte. E’ come se lo vedessi per la prima volta. Mi sento una ragazzina. Cosa penserà di me? Non mi importa. Spero solo che mi veda bella. Di non deluderlo. Allunga la mano. E’ un invito e lo fa con un sorriso tranquillo. Ho tenuto le mutandine. “Meglio, preferisco farlo io”. Vorrei fuggire. Invece lo raggiungo. Lui è paziente. Decido che devo smetterla di pensare. Decido di accettare tutto. Mi nascondo tra le sue braccia. Siamo finalmente due amanti. Non vorrei che pensasse… Cerco di essere appassionata. Scaccio il pensiero di Alfio. Mi perdo in mille emozioni. Mi spiego che quello è sesso.
Mi sento dire una cosa che non credevo che avrei mai detto. Parlo ed è come se parlasse un’altra. La voce trema: “Sono abbastanza… troia per te”? Quello che Alfio mi ha sbattuto in faccia come offesa tra le mie labbra diventa invece una lusinga. Vorrei dirgli… fargli capire… che in fondo… gli sono grata. Guido non ha bisogno di interpreti. Sembra capire. Oppure non mi ascolta. Dimmi qualcosa. Mi piace sentire le sue labbra che sfiorano la mia pelle. Non so trattenere un brivido. Vuole che lo guardi. Mi trovo a suggerirgli dentro la mia testa. A sperare che faccia quello che spero che faccia. Che mi stringa più forte a sé. Che mi accarezzi i capelli. E poi le cose degli amati. Quelle su cui non ci si ferma a pensare. Quelle che eviti quando non è uno di questi momenti. Mi vergogno dei miei pensieri. In certi punti la sua pelle è liscia. Anche lì. Mi incoraggia.
Sei meravigliosa”. Sono ancora leggermente impacciata. Me lo sento dentro. Non può accorgersene. Cerco di mostrarmi sicura. Disinvolta. Cerco di fare quello che dovrei fare. Quello che lui si aspetta. Di non lasciare tutta la responsabilità a lui. Tutto il gioco a lui. Cerco di concentrami su quello che sento. Lo cerco. E’ incredibile ma… lo desiderò. E’ una fretta violenta. Lui invece riesce a controllare la sua impazienza. A preoccuparsi anche per me. E sono proprio io a dirlo: “Fallo”! A incitarlo. Senza ce ne sia alcun bisogno.
C’è emozione. Nella mia voce. Che mi prende tutta. Mi lascio trasportare. Mi abbandono. Non mi riconosco. Cerco una liberazione. Non so se mi piace. Se mi piace di più. Sicuramente mi sento lusingata. Gratificata. E’ diverso. Mi scordo dove sono. Perché. Con chi. Vorrei che durasse all’infinito. Mi sembra di averlo già fatto. Che questa storia duri da sempre. Di conoscerlo bene. Mi sento a mio agio. Ma questo l’avevo fatto solo nell’euforia del racconto. Trascinata dalle parole. Per dar soddisfazione alla sua bramosia. Non è servito nemmeno che me lo chieda.
Pensavo fosse, come dire, cosa che mi avrebbe ripugnato. Che ne avrei provato schifo. E vergogna. Che anzi non l’avrei mai fatto. Ne ero sicura. Certa. Quello no. Per non provare quel senso di schifo. Certo che ci si fanno delle idee in testa. Poi magari scopri che non è niente vero. Che niente è come te lo sei immaginato. Poi… è tutto così improvviso. In quel momento vorrei soffocarlo di coccole.
Mi abbraccia. Mi sussurra all’orecchio: “Dopo cena torniamo su”.
Giuramelo”.

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