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Archive for 12 luglio 2010

Moneta con Giano bifronte

Non particolarmente. Sono a cena da mia sorella con un plotone di parenti di suo marito. Che succede”?
Aveva letto la frase e poi chiuso il libro. Si versò un bicchiere di chianti freddo dal frigo. Se ne fregava. Aveva bisogno di qualcosa di fresco. Era comunque il suo modo di combattere l’estate. Teneva le finestre chiuse che non entrasse il caldo. Il condizionatore al minimo. Mordeva respiri larghi. Sudava, e questo gli dava il maggiore fastidio. Così, con le imposte abbassate, non sapeva mai che ore erano. Sapeva solo che era domenica. E che niente e nessuno lo aspettava. Era solo tempo suo. Aveva imparato a vivere con quel tempo. Lì, tranquillo. A coltivare la sua pigrizia. E non aveva una gran voglia di ragionare. Bisognerebbe avere vent’anni per poter sognare. Veramente bisognerebbe avere sempre vent’anni. In fondo la vita è stupida. Se ne va e te ne accorgi che è già andata. Quando ti manca qualche energia. Quando certi piccoli fastidi decidono di rimanere. Che poi viene a mancare anche l’entusiasmo. Era ormai troppo tempo che non si chiedeva cosa ne fosse di lei. Non aveva la minima idea di parlarne. E poi lei era uscita definitivamente. Non era più nemmeno uno sternuto nella sua vita. Forse era stato una carogna. Forse si era comportato male. Mica si può fare nulla. Ti accorgi che una cosa è finita e non puoi più tornare indietro. Tutto perde anche la minima importanza. Non conta nulla. Se solo fosse possibile. Invece ti scopri vecchio.
Lo dici perché non li hai più”.
Il tempo passa per tutti”.
La tua è solo invidia”.
Nemmeno quella. Purtroppo solo rassegnazione”.
Dovresti starci attento. Freddo si fa sentire dopo”.
Alzò le spalle. Tanto valeva far finta di non aver sentito. Possibile che non ci fosse niente di meglio, a cui lasciare andare i propri propositi? Voleva solo cambiare discorso. Era in un momento di blocco. Si era infilato in un vicolo cieco. La storia a cui si stava dedicando sembrava non aver più né capo né piedi. E non gli andava di mettere in piazza il diario della sua vita. Non gli andava di parlarne, con un estraneo. Che lo facesse pure Annastella; se questo le garbava. Fingendo di dirlo degli altri. Cioè di altre. Lei aveva fatto la giornalista. Ma quello che faceva era qualcosa di diverso. Non voleva dire. Guardò i fogli sul tavolo. Dove erano rimasti. Cosa fa di un libro un buon libro? Anzi, cosa fa di un insieme, di una accozzaglia di parole un libro? Anzi, cioè, cosa fa di uno che scrive uno scrittore? Lui aveva queste alzate di ingegno. Si dilettava, cioè provava un vero piacere gudurioso a scrivere. Anche piccole e stupide cose. Così si isolava. Viveva che cose che voleva. Faceva succedere tutto e il contrario. Entrava in qualsiasi panno.
Qualcuno dice che è una cosa che so fare. Che lo faccio bene”.
Ha ragione Enrico, ci sono più scrittori che lettori. E tutti si credono scrittori. Come i pittori. Il mondo è pieno di pittori tutti presi di sé e intenti ad imbrattare tele. Che non valgono più di quella della domenica. Che immane spreco. Cosa autorizza la tua presunzione? Cosa te ne da il diritto? Quali studi hai fatto? Quelli che parlano sono gli amici. Nella maggior parte dei casi. E gli amici hanno sempre un approccio benevolo. E a volte sanno mentire come fosse una missione per generosità. E nemmeno se ne accorgono. Agli altri non frega niente e non costa niente. Torna con i piedi in terra e pensa a cose pratiche. Utili. I panni da stirare sono accatastati ormai da mesi”.
C’era del vero. Non viveva in un ambiente che gli desse grandi stimoli. Amava i suoi amici ma erano persone semplici. Anche intelligenti. Ma sapevano quello che erano. Giovanni si occupava della sua osteria. Era sempre stato il suo sogno. Ora l’aveva realizzato, e gli prendeva ogni energia. Alvise amava l’arte. Cioè amava la pittura. Aveva la casa piena zeppa di quadri. Alcuni erano buoni. Era una passione e un hobby allo stesso tempo. Ma era in pensione. Si era guadagnato quel riposo facendo il postino per tutta una vita. Anche Silvano era in pensione, da una municipalizzata. Non ricordava di cosa. E Gabry, sua moglie. Anzi no, lei probabilmente non aveva aspettato l’età per usufruire regolarmente della pensione. Aveva avuto fretta. Non si erano preoccupati del futuro. Ma nemmeno a loro mancava nulla. Nessuno era ricco, in fondo se la passavano.
Poi c’era lui. Faceva il commercialista. Un semplice ragioniere. Lui i soldi li aveva fatti. Forse ne aveva. A sentir lui… ma a sentir lui. E lui forse quei soldi non li aveva più; se mai c’erano stati. Se li era presi la moglie. Ormai ex. Era convinto che non la raccontasse giusta. Non l’aveva mai fatto. Lui lo sapeva bene. Nessuno lo sapeva meglio di lui. Ma di lui non amava parlarne. Nemmeno pensarci. Nemmeno nominarlo. Gli sembrava che tutti avessero fatto qualcosa. Lui no. Lui un lavoro ce l’aveva ancora. E poi c’era un abisso tra il dilettarsi e interrogarsi su cosa faceva di un dilettante uno scrittore. Che quando poteva, e doveva, non aveva la voglia di studiare. Probabilmente nemmeno la testa.
Non hai più l’età per certi voli pindarici. E non fa nulla se ti scopi la segretaria. Non vale. Dovevi pensarci allora”.
Tornò al libro. Rilesse quella frase: “Non particolarmente. Sono a cena da mia sorella con un plotone di parenti di suo marito. Che succede”?
In fondo la rete distribuisce a mani generose queste ed altre illusioni. Lui era già sopra il computer tutto il santo giorno, per lavoro. Quand’era a casa preferiva tenerlo spento. Ne aveva abbastanza di recensioni di libri degli altri. La maggior parte non valevano di più del peggiore dei suoi raccontini. Tornò a posare il libro. Una frase che presa da sola non era particolarmente significativa. In effetti non voleva dire nulla. Affogava nel mezzo delle pagine. Non avrebbe mai permesso di capire di che romanzo si trattasse. Cioè una frase qualunque in un punto qualsiasi. Era solo l’ultima frase su cui si era interrotta la sua lettura. L’avrebbe ripresa più tardi; a letto.
E questo cos’è? So già cosa stai per dire. Domenico è una eccezione, tra i tuoi amici. Si può dire che lui è un intellettuale. Lui sì! Brutta parola questa. Ha pubblicato un paio di libri. In verità li ha fatti pubblicare; a sue spese. Lo sai. Poi li ha fatti girare tra gli amici e poco più. Nemmeno questo fa di lui uno scrittore. Soldi gettati”.
Infilò una porzione di melanzane alla parmigiana nel forno a microonde. Decise di seguire lo stomaco. Di quel parlare inutile se ne fregava, ed era stanco. Rilesse quel breve racconto sul labirinto. Semplicemente gli era piaciuto scriverlo. E gli sembrava buono. Sì! gli piaceva. Non capiva cosa ci fosse da ridire. Ne a cosa servissero tanti sofismi. Si mise a tavola. In quel momento tornò a rendersi conto di essere da solo. Accese sul primo per vedere il telegiornale.

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