Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 27 luglio 2010

pittura con tecnica mista su cartone telatoNon lo sopportava. Non era una stupida. Forse non ne conosceva la ragione ma lo vedeva. Vedeva il modo in cui gli occhi di Eva, sua figlia, guardavano Ermes. E non riusciva a convincersi che si era trattato di un caso. Per caso si erano trovati lì. In vacanza. Nello stesso posto. Nello stesso periodo. Certo era stata mirabile l’interpretazione di Eva. Sembrava veramente sorpresa. Non potevano dargliela a bere. Lei non era una stupida. E poi erano sempre assieme. Non va certo bene. Anche per gli altri, per la gente. E poi non è una questione di etica. Certe cose non si fanno. Né in pubblico né in privato. Nemmeno si pensano. Quando una donna ha marito dovrebbe pensare solo a lui. Nemmeno farsi sfiorare dalle distrazioni. Non che lei volesse pensare male. Solo che il male viene anche quando non lo pensi. Ed è una buona politica tenersi distanti dalle tentazioni. Lei aveva sempre fatto così e si era sempre trovata bene. Insomma una donna seria ha delle regole. Deve avere dei comportamenti. Aveva deciso di parlarne nuovamente. Non era molto sicura che alla fine l’avrebbe fatto. Invece si fece forza e trovò il coraggio.
Il suo solito imbarazzo. Non era riuscita che a ricevere frammenti; risposte evasive. “Tu non puoi capire”. Cosa c’era da capire? E perché? Non era più una ragazzina. Lei, a quasi sessant’anni. Ne aveva viste di cose. Credeva di aver visto tutto. Cioè molto. Insomma avere comunque imparato quello che le serviva. Lei non aveva più guardato nessuno dopo il suo povero marito. “E’ solo un amico”. Cosa voleva dire? Non si guarda così un amico. Non sapeva come si guarda. Anzi lo sapeva. Non sapeva cioè non conosceva quello sguardo. In una donna. In sua figlia. Ma una donna sposata può avere un amico? E guardarlo così? Si vergognava dei propri pensieri. Si sentiva stupida. E stupita. E confusa. Aveva visto ragazzine guardare così. O almeno in un modo simile. Con quell’aria confusa. Sorpresa. Sognante. Ma erano solo stupide ragazzine. Non avevano delle figlie quasi da marito. Avrebbe fatto meglio a non pensarci. Semplicemente a non pensarci. Pensò a Genziana.
Era rientrata. Perché toccava a lei ricordarsi. Preoccuparsi delle spese. Non fossero mai partite. Madre e figlia in vacanza. Le nipoti ormai per conto loro. Stava riponendo le cose. Canticchiando semplicemente una canzone. Sicuramente non l’avevano sentita. Le erano giunti quei rumori. Senza un perché era salita. Provenivano dalla sua camera. Era come un guaito. Non era riuscita a resistere. Qualcosa la tratteneva. Qualcosa la spingeva. Aveva ancora le scarpe addosso. Come voleva non averlo fatto. Aveva avvicinato la testa. Aveva spiato. Era Eva. Cosa facevano nel suo letto? Ci fosse stata possibilità di dubbio. Nessuna. Era nuda. Sotto Ermes. Erano sudati. Ignari. Troppo presi di se stessi. Troppi abbrancati ad un amore osceno. Era quella la loro amicizia. Forse lo era fin da sempre. Pensò a suo genero. A quel povero marito. Rimasto a casa. Ignaro. Per lavoro. Era come se fosse lei quella tradita. Non trovava giusto quello che faceva sua figlia. Non aveva parole per giustificarla. E per di più sul suo letto. Lui, suo genero, avrebbe avuto tutte le ragioni del mondo…
Si sentiva colpevole, come una ladra. Non solo per averli spiati. Non era stata nemmeno curiosità. E poi quel suono non era un suono… di due che lo fanno. Avrebbe voluto sprofondare. La verità è che non riusciva a togliere gli occhi. E sua figlia ansimava, si liberava di sillabe, suoni gutturali. Forse voleva, in quel modo, gratificare il suo amico. Il suo amante. Come suonava assurda e oscena quella parola. E non voleva credere che fosse proprio sua figlia. E non aveva mai sentito quel modo di fare, per così dire, l’amore. Quel modo così sconveniente. Di giorno. Senza intimità. Senza buio. Lasciandosi andare. Gridando. Così. Sguaiatamente. Come cani. Come pazzi.
Come se non conoscesse l’amore. Come se non avesse amato suo marito. Era vedova da nove. Ne conservava memoria. Una buona memoria. E improvvisamente si ricordò: spesso si era risposta se era tutto lì? Ma soprattutto… comunque una donna non avrebbe dovuto farlo. Non con un amico. Non con un estraneo. Una donna per bene dovrebbe farlo solo con il marito. Con il proprio marito. Così era scritto. E si vergognò di sé. E per lei. Non era forse amore anche il suo? Quello con il suo povero Piero? Cos’era quel bisogno di… di… gridare? L’amore sta nelle parole. Sta nel cuore. Il sesso c’è quando c’è l’amore. Ma era quell’amore che le sembrava in qualche modo diverso. Esagerato. Sudati. Sembravano impazziti. Scatenati. Incapaci di controllarsi. Era come qualcosa che aveva solo letto. In qualche romanzo. Senza averlo mai cercato. A cui non aveva mai creduto. Un pettegolezzo esagerato. Se ne dicono tante che non ci sono. Fu il quel preciso momento che decise. Si allontanò prima di poter essere scoperta.
Il mattino seguente disse a Eva che se n’era proprio scordata. E non poteva farne a meno. Prese il primo treno e se ne tornò. Non voleva restare oltre. Non voleva sentirsi di più responsabile. Non voleva collaborare ulteriormente a quella… bestemmia. Sua figlia. Non poteva ancora crederci. Durante il viaggio pensò a Gualtiero. All’uomo tradito. Al marito ingannato. Alla vera vittima. Se avesse saputo… non sarebbe stata certo lei a dirglielo. Non avrebbe potuto. Era un segreto che le pesava. Che avrebbe voluto non avere. Che avrebbe mantenuto. Le sembrò più solo che se fosse rimasto l’ultimo uomo al mondo. Ma pensò anche a quel modo di fare all’amore. A come quei due corpi sembravano provare quella sorta di pazzia. Le sembrò un modo indecente. Un uomo è una donna non dovevano farlo. Avevano entrambi dei doveri. Lei verso il compagno di una vita. Il padre delle sue figlie. Lui anche verso l’amico. E non dovevano farlo in quel modo. Era una follia. E sembravano proprio folli. Non riusciva a togliersi quell’immagine dagli occhi. Forse era stata stupida. Ingenua. A non averlo capito prima. E forse non doveva sbirciare. Poteva pensarlo trovando la porta chiusa. Ma una madre non pensa. E poi questo non cambiava. Anche se lei avesse continuato ad ignorare. E a crederle. La cosa era successa e stava lì. Non avrebbe spostato di una virgola. La colpa di sua figlia c’era.
Quella sera lo invitò a cena. Quel povero uomo non poteva restare solo. Le sembrava un modo di scusarsi. Di liberarsi di un rimorso. Preparò le lasagne come gli piacevano. E poi l’arrosto con le patate. E lui la raggiunse puntuale. E portò il vino. Gualtiero era sempre stato così, non si era mai fatto attendere. Era sempre stato una persona a modo. Non capiva cosa non andava in lui. Forse era solo Eva che non capiva cosa si perdeva. Pian piano la sua tensione prese a stemperarsi. Si rendeva conto che lui non sapeva. Che lui si fidava della moglie. Che nemmeno sospettava. Che tutto era rimasto uguale. Che il mondo continuava. E lui aveva la stessa voce. Aveva sempre quella sua invidiabile calma. Si trovava bene con lui. Parlare cominciò a esserle più facile. Le parole scivolavano leggere. Scorrevano. Qualcosa di più. Le scappò anche qualcosa che forse avrebbe dovuto pensare prima. Niente di sconveniente. Pensò che… Forse avrebbe dovuto fermarsi. Smettere di bere. La testa le ronzava. Lui le versò un altro bicchiere. Le sembrò di tornare ragazzina. Non aveva più cinquantanni. Per dirla tutta cinquanta tre. Era tornata ad averne venti. Pensò ad una cosa stupida: aveva ancora un bel seno.
Cercò di capire cosa le stava succedendo. Un poco tutto intorno girava. Era tutto confuso. Provava quella specie di euforia. Si sentiva come ubriaca. Non lo era mai stata. Vide quella mano. Sentì la mano di lui sul suo ginocchio. Lui le spiegò calmo che le cose con Eva non andavano proprio bene. Che stavano passando… Non riusciva più a capire. Le venne da ridere. Non sapeva perché. Non riusciva a trattenere quella euforia. Il vino scendeva fresco. Leniva l’aria di quella sera torrida. Tutte le sue preoccupazioni. Tornò a guardare quella mano. Continuava a non capire. Ne sarebbe dovuta essere lusingata? Stava per aprire la bocca. Cercò di dire qualcosa. Improvvisamente non seppe più cosa doveva dire. Era suo genero. Era un uomo. Non capiva più alcunché. Gli disse Gualtiero! Lui le disse Adelina! Non aveva nessuna scusa. Aveva sentito il respiro dell’uomo addosso. E non riusciva a crederci: era stata proprio lei a tirarlo fuori. A liberarlo. E aveva scoperto quanto quell’uomo, suo genero, era uomo. Non aveva mai visto niente di simile. Ne era rimasta affascinata. Si erano trovati sul divano. Non ricordava come né perché. Chi era stato… Chi aveva guidato l’altra. E si era persa. Aveva finito di perdersi.
Non può una donna della sua età… Quello era il marito di sua figlia. Era Gualtiero. Aveva scordato chi era lui. Chi era lei. Ed era tanto Gualtiero. Certo che non ci aveva mai pensato. Non ci aveva più pensato da quando era rimasta vedova. Ma non avrebbe mai immaginato. Era una persona diversa. Era solo un uomo. E lei… lei… quello che la sconvolgeva di più… era solo una donna. E per la prima volta… quella donna. Un’altra donna. Ma era ancora una donna. Tutto era… era tutto un’altra cosa. Una fretta la prendeva. Lo accolse come una condanna. Come una liberazione. Con un’enorme impazienza. Qualcosa le era impazzito dentro. Non poteva essere lei. Non quella che gemeva. Non quella che si sentiva crescere quel grido in gola. Non quella che provava… le sembrava di impazzire. Non poteva pensare di non provarne vergogna. Quello che provava la squassava dentro. Non riusciva più a trattenersi. Era una cosa… indescrivibile. Lo teneva a se. Lo tratteneva. Lo stringeva. Lo implorava. Lo incitava. Sperava che non smettesse mai. Le scappavano parole che credeva che nessuna bocca di donna potesse dire. Le frasi più oscene. Era un’altra nel suo corpo; una che non conosceva.
Non era mai stato così. Aveva cominciato a provare un piacere che non aveva mai provato. A ondate. Che sembrava mai pago. Mai domo. Non finire mai. Che chiedeva… ancora. Che inseguiva altro piacere. Senza nessun pudore. Senza tregua. Senza nessuna vergogna. Affogava nella sua bocca. Nei suoi baci. Non voleva aprire gli occhi. Non voleva vederlo. Non voleva svegliarsi. Non voleva scoprire che era proprio lui. Ma allora era vero? Esisteva quell’amore? Quel modo di fare all’amore? Poteva essere così pieno. Così coinvolgente. Cos’era stato quello con Giuseppe? Non le importava più nulla. In quel momento era solo… solo quella donna. Era solo in quel piacere folle. Illegittimo. Smisurato. Pazzesco. Ed era solo in ansia per lui. Voleva solo… cioè non voleva… ma voleva. Voleva che lui restasse soddisfatto. E che le strizzasse il seno. Anzi le tette. E continuasse a succhiargliele. E non finisse mai. Ma anche di sentirlo dentro. Non sarebbe nemmeno riuscita ad immaginarlo che farlo poteva essere così… così… bello. Stupendo. Gli passò una mano tra i capelli e sospirò mentre lo sentì. E lui cadde tra le sue braccia.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: