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Archive for agosto 2010

Mica lo sapeva perché la mamma volesse che lui… insomma… La storia era fatta di grandi che si mangiavano l’un l’altro: mica era un bell’esempio; di grandi come i soldatini. Lui non lo sapeva se voleva diventare grande e se voleva imparare tutte quelle cose; non gli sembravano un gran che belle ne importanti. I numeri che andavano con i numeri e tutto che diventava una noiosa filastrocca. E non sapeva cosa provava per la bella professoressa perché era una emozione nuova ma la guardava in silenzio e nemmeno respirava ma non riusciva a sentirla, era come se parlasse parole di vento. Certo stava diventando grande perché si sentiva diverso e anche la scuola non era la stessa delle elementari che lì sei proprio bambino. Così Giovanni viveva il suo mondo e cercava di costruirlo intorno. Quando gli avevano dato il tema, che lo avevano chiamato elaborato (quella mania di chiamare le cose con un altro nome quando le cose restavano le stesse), di raccontare della sua famiglia lui aveva raccontato di una famiglia che sognava. Sua madre era paziente con lui e ancora giovane e suo padre mica beveva e stava ancora con loro. Si chiedeva se era più veloce lui o se cambiava più in fretta il mondo. Questo si gli pareva un pensiero da grandi e non gli sembrava poi così difficile essere grandi.

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Pittura informale su cartaQuel piccolo batuffolo di tenerezza è, per tutti noi, una grande compagnia. Sempre in movimento. Sempre impegnato in un continuo affaccendarsi. Frettoloso e febbrile. Sempre curioso. Di una curiosità piena di distacco. Con un sussiego contenuto. Infila il becco in ogni posto e in ogni parola. Ama farsi ammirare ma mai si è preoccupato di attirare la minima attenzione. Di cercarla. Non si abbassa a richiedere quanto gli sembra dovuto. E non si abbasserebbe mai a farlo. E perché poi dovrebbe darsene pena? ha già l’attenzione di tutti. E’ naturale. Quei piccoli esseri strappano sempre facilmente l’affetto. Lo rubano o se ne appropriano come cosa loro.
In fondo non ha un brutto carattere. E’ sempre stato riflessivo ed educato. Naturalmente educato. Ma non concede molto di sé e non canta. E non canta non perché non sappia cantare, sarebbe offensivo il solo pensarlo. Forse per orgoglio. Forse per ceto. Forse per mancanza di passione. Ma quest’ultima ipotesi sembra molto improbabile. Semplicemente non canta. Veramente, e questo sembrerebbe sfatare alcune congetture ardite quanto forzose, una volta ha cantato. Diede una brevissima dimostrazione della sua arte quella prima volta che giunse a casa nostra. In verità una mirabile dimostrazione e del suo canto abbiamo tutti goduto. Nessun canto era più canto dopo quel canto così bello. Poi basta.
Non giungo a pensare a una scelta voluta e tenacemente perseguita per rendere più preziosa quella esibizione. Si sa che la memoria gioca con il tempo e gioca strani scherzi. Che il ricordo tende a vivacizzare il passato estraendolo dal ricordo, che via via si fa flebile, con una patina di nostalgia e rimpianto. No! non posso pensare che giunga a tanto. Solo da allora non l’abbiamo sentito che tacere. Mai più ha cantato. E niente che neanche possa assomigliare a un canto ne a nessun simile segno distrattamente giocoso.
Parla anche poco: piccole sillabe stridule e null’altro. E non per timidezza o per falsi riguardi. Aspetta e solo respira faticosamente perché lui soffre d’asma. Come un piccolo mantice il rantolo sottile sbuffa e si comprime. Un respiro catarroso stretto testardamente in gola. Ma senza abbassarsi ad accettare del compatimento o forme pietose di solidarietà. Per il resto se ne resta lì come intento ad aspettare senza mai concedere eccessive confidenze. Presta la sua attenzione con distacco e resta lì; chiuso sulle sue.
Ti osserva di spalle e poi ti guarda fisso negl’occhi e si fa distante. Si allontana altezzoso e non si affanna nemmeno all’ora del pasto. Mai una volta che abbia invocato il cibo. Sa che il cibo gli spetta di diritto. Gli spetta da quella prima volta in cui ha cantato così mirabilmente. Gli spetta per la sua paziente abnegazione. Gli spetta e sa che non tarderà mai. E quando gli viene avvicinato il cibo lui lentamente gli si fa appresso e molto educatamente lo consuma a piccoli bocconi. Quel canarino ama il miglio ma di più ama il pastoncino con il miele. Di questo ne va ghiotto; allora capita che se ne rimpinzi un po’ e poi resti con il ventre gonfio e prominente. Ma neanche davanti a questo cibo si lascia andare e tradire, non indulge mai a mostrarsi goloso e ad abbuffarsi.
In verità ama anche i biscotti al miele. Forse è il miele che gli fa gradire certi cibi. Ma ama anche l’uovo e la mela. Non ha mai fatto mistero dei suoi gusti. Li ha lasciati capire fin dai primi istanti. Quello che non gli va lo lascia stare, quasi sdegnato, non concedendogli la minima attenzione. E nell’acqua prende e sorseggia, senza fare storie, tutti i tipi di vitamine che gli vengono propinati. Ma continua a perdere le penne. Durante tutto l’anno perde le penne. Le perde e le rifà continuamente. Ed è gonfio di sé e delle sue penne perfettamente gialle. D’un giallo limone. Eppure, forse a causa di una controllata pigrizia questo animale ha vestito ormai una taglia più simile a quella di un passerotto o di un merlo che a quella di un normale canarino della sua specie.
E’ un essere estremamente pulito ma anche riservato. Approfitta delle distrazioni per prendere il bagno. Ne esce come un pulcino bagnato. Con quelle sue piume assottigliate che sembrano rinsecchite. Si scrolla l’acqua e riprende il suo aspetto consueto. Il suo aspetto robusto e rubicondo. Con un po’ di pennuta pappagorgia sotto il becco. E in quel suo aspetto dottorale c’è tutto il suo carattere. Forse, se un difetto c’è, è nel suo essere abitudinario. Non sopporta le cose fuori posto. Quel bagno lo prende sempre alla stessa ora del mattino e deve, per esempio, fare i suoi bisogni sempre là; nel medesimo posto. E non presta interesse se inavvertitamente la bimba ha messo lì un bastoncino o un biscotto. Lui non cambia la sua vita per così poco. Lì fa i suoi bisogni e poi se ne tiene a debita distanza.
Quell’uccello ha una sua profonda dignità a cui non sa rinunciare. A tutto ma non a quella. In verità lui preferirebbe mangiare carne di aquila di mare. Lo ha fatto capire spesso. E’ per ciò che siamo costretti a tenerlo in gabbia. Perché si sa che questo uccello, l’aquila s’intende, è in via di estinzione. Che è proibito per lui cacciarlo. Lui non comprende molto le nostre regole perché poco si accordano con quella sua filosofia della vita del tutto naturale. Sarebbe sempre pronto per partire per una battuta. Vi rinuncia perché non ama la polemica. Solo a volte guarda tutti noi con un che di commiserazione. Poi si rassegna e accetta le sbarre di questa gabbia senza nemmeno tentare di fuggire.¹


1] 7 ottobre 1994

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La prima volta accadde lungo l’autostrada, all’imbrunire. Quasi con naturalezza. Filari di viti correvano nell’altro verso. Colori. Tutto correva nell’altro verso. Scivolava via, come un giorno di pioggia sui vetri, anche se in una carrellata orizzontale.
Forse questo lo conquistò: la spontaneità o meglio quella specie di noncuranza; o forse fu colpito dopo dalla mancanza del bisogno di parole che dimostrò. La pura affermazione dei gesti compiuti, senza analisi, senza bisogni di premesse o promesse. Correva l’autostrada. Il tempo li bruciava come non riuscissero a coglierlo.
Le aveva detto come l’aveva notata e – prima che dovesse continuare le si accoccolò sulla spalla e lo toccò – altre banalità ben certo di dire banalità, senza preoccuparsene. Si trovò a stropicciarle un seno sodo e abbondante, ben modellato (come avrebbe poi potuto verificare). Una sigaretta. Per un attimo il fumo gli ferì gl’occhi.
Niente di troppo. La sua mano corse e scorse, la guida divenne meno sicura; la macchina rallentò. Silenzio rotto da rumori estranei. Resti sbriciolati di mura e case passavano più lenti nel suo campo visivo; perdevano le scie e si disegnavano netti in una luce pallida.
Le calze sulle gambe trasmettono elettricità, la pelle trasmette calore (trattenuto stridio microscopico, il tatto sul nylon). Il calore gli saliva alla testa. O forse fu la sua mancanza di pudore. Il ritrovarsi privo di incertezze. Quasi. O forse solo che lei non portava mutandine. Il film di quei minuti. I tepori che il suo tatto frugava; diversi, impronunciati.
Lei si piegò su di lui per un lungo, interminabile tratto. Tutto gli si fece più confuso. Ebbe paura di uscire di strada, di perdere quegli istanti; balbettò. Le macchine passavano, coi loro rochi rumori di motori, lungo la sua stessa direzione, poi si risucchiavano in un punto, lì davanti loro; poco sopra il volante.
Quando si rialzò ravvivando i capelli aveva provveduto ad infilargli un preservativo e allora abbassò il suo sedile. Lui provvide a fermare l’automobile approssimativamente al lato dell’autostrada. Il passaggio delle altre macchine scuoteva la loro; ma più ancora lo faceva il passaggio dei grandi camions. A ogni folata di quel vento impetuoso temeva di essere spazzato via. Tutto gli sembrò approssimativo.
Non si curò di niente altro. Fu una febbre, una cosa veloce. Non ebbe il tempo di pensare a lei. Le macchine continuavano a passare e fuggivano come pensieri. Non ebbe il tempo di pensare a loro lì. La luce era diventata un pulviscolo traslucido. I pensieri non passavano per niente.
Poi lei, con gesti semplici, rialzò il sedile e si ricompose; quasi subito. Nemmeno un rossore a colorarle le guance. Il silenzio non si interruppe. Non chiese nulla e questo divenne quasi un regola per entrambi, un tacito accordo. Il loro patto.
In seguito fu sempre uguale (e sempre diverso), nessuna domanda, nessun perché o quando. I gesti avevano continuato a correre precisi. Quei gesti che precisi si rincorrevano, che si inseguivano senza interruzioni o esitazioni. In posti qualsiasi. Trovati o improvvisati. A volte incredibili.
Sempre arrivava già senza rossetto ne mutandine. Il trucco ridotto al minimo; parca in tutto (ma non per questo aveva mai rischiato di scivolare nella frettolosità o nella trascuratezza… anzi…). Le parole saluti o brevissimi orpelli. Sillabe. Sempre lo stesso profumo, il sorriso pacato e tenue.
Quel suo naturale essere a proprio agio in qualsiasi posto, in qualunque condizione, gli era entrato dentro. Con lei riusciva ad essere completamente presente; come se vivesse unicamente in (e di) quell’istante. Senza problemi, senza angosce; senza un prima né un dopo. Non era null’altro che con lei. I loro appuntamenti precisi, staccati episodi, completamente estranei a tutto il resto. Di lei diventava importante poco più che il suo nome. Di lui non aveva chiesto niente.
L’ultima volta l’attese quarantacinque interminabili minuti, inutilmente, contandoli tutti, contandoli tutti come in un rosario, granello per granello, o quasi fossero le sue ultime parole e per questo misurate e trattenute fino all’impossibile, con affezione, davanti ad un parrucchiere ormai chiuso, rigirando il pacchetto tra le dita.¹


1] 19 novembre 1985

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Alessia cantava sotto la doccia con una voce sottile da soprano. Alzò il tono per farsi sentire, voleva dirgli che era allegra. Voleva dirlo al mondo. Ma non le bastava quella piccola voce e ne era così poco convinta che l’acqua gli entrò in bocca, ma tornò a provarci. Uscì e nuda sfidò lo specchio. Aveva diciotto anni ma questo non la consolava. In quel mondo… in questo mondo… chi ha diciot’anni non ha futuro; –pensò. E non era certo fiera di sé, di quello che era stata, di quello che voleva dire o che avrebbe potuto dire, di quello che stava diventando. Se le sarebbe strappate quelle… quei seni gonfi. Quello che era peggio era che tutti avevano perso persino il diritto di guardarsi negl’occhi. Si fece delle smorfie senza riuscire a riderne. Perché gli specchi sono così crudeli e non sanno mentire? Frugò fra i flaconi disperata convinta che non avrebbe trovato quello che voleva. Ingoiò un paio di pillole e si diede coraggio. Non erano le pillole a dargli quel sapore amaro e a spingerla a sputare. Raccolse le cose che aveva lasciato per terra. Si vestì di fretta come per uscire e prese diritta la porta. Si lasciò tutto dietro con i capelli ancora bagnati e si sentì più leggera, ma era una scelta provvisoria e lo sapeva. Si fermò e si svuotò alla prima panchina.

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Pollution: tecnica mista su cartone telato (15*20) 9 giugno 2010

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1. Quella storia non poteva continuare ancora. Quella sera era come inquieto. In un primo momento aveva cercato una scusa qualsiasi. Il risultato fu deprimente. Eppure doveva esserci una via di uscita. Invece tutto gli era riuscito così poco convincente e imbarazzato e goffo che lei fu quasi costretta ad insistere e così non aveva saputo dirle di no. In più, nemmeno gli amici si erano fatti vivi. E non davano niente neanche a pagare. In verità, a modo suo, a un certo punto, l’aveva detto, farfugliando e balbettando quel “E’ meglio di no. Non ci possiamo proprio vedere”. Ma lei non lo aveva neanche sentito.
A dirla tutta non aveva trovato mai un motivo per stare con lei ma allo stesso tempo non aveva avuto niente di meglio da fare. Eppure ci deve pur sempre essere un motivo per fare. Ma è poi così? Si vestì allora quasi con dispetto e si avviò senza entusiasmi; quasi annoiato.
Per strada ebbe il tempo di prendersela ancor più con sé stesso. Pensò alla propria arrendevolezza, a quell’indeterminazione, ai propri inutili timori, alla propria vigliaccaggine –come definirla ancora e più precisamente– e ciò non contribuiva affatto a rendere l’incontro più semplice. Gli sembrava che stare o no con lei avesse lo stesso valore ma ogni volta che sembrava ormai determinato a dare un taglio, questo suo ritornare continuamente su decisioni che gli parevano giuste anche se scomode, ecco… questo era ciò che non si sapeva perdonare. Una delle cose per cui perdeva rispetto di sé. Un uomo, ma che uomo? incapace di dire di no.
A volte le storie diventano importanti solo per il tempo. Si fanno importanti lentamente senza che nessuno se ne accorga. Diventano ingombranti. Imbarazzanti. No! non era quello il caso. Il loro caso. Forse non gli era facile lasciarla proprio perché non c’era mai stato un vero motivo per stare assieme.
A quell’età, in cui tutto può apparire facile e tutto è invece maledettamente complicato, le parole acquistano uno spessore metallico. E poi lasciarsi è sempre dannatamente semplice e allo stesso tempo così impossibile. Trovare le parole per uscire silenziosamente, in punta di piedi. Misurarle, sillaba per sillaba, senza far rumore.
Almeno gli avesse dato un pretesto come attraverso uno scatto d’ira in cui lui potesse perdere il controllo. Ma perché continuava a stare con lui? Gli sembrava di dargli tanto poco e così palesemente senza entusiasmi, quasi malvolentieri. Aveva tentato un’interminabile sequenza di addii che erano quasi sempre naufragati in balbettanti fughe. Era praticamente incapace di lasciare. Non poteva neanche dire che si erano persi lentamente, come succede, senza voler rendersene conto. Perché non c’era stato il tempo. E poi perché si consuma solo qualcosa che c’è o c’è stato. Qualcosa.
Così quando l’aveva veduta, persino l’allegria di Emma, che avrebbe dovuto fargli piacere, almeno per contagio, l’aveva infastidito. E lui era ancora là. Là invece di provare a chiamare Giulia. Là quasi controvoglia. Poi tutto era precipitato. Un’idea di penombra non aveva avuto il tempo di confondersi alle loro ombre che Emma l’aveva preso per mano. Si era così, semplicemente, trovato a baciare la sua bocca. Si era così trovato ad accarezzare quel seno. Aveva dimenticato tutto, e improvvisamente.
I giovani prima che dagl’altri si nascondono da sé stessi. Avevano cercato il buio. Si erano trascinati in quel buio respirando entrambi lo stesso respiro. E nel buio ruffiano Emma gli aveva quasi imposto che la frugasse; fra gl’abiti. Che frugasse in quel corpo di ragazza.

2. Chi era Emma? Emma era stata fino allora una storia esile. Fragile e breve. Una storia che doveva rimanere breve. Una storia che sarebbe già dovuta finire. Forse nemmeno cominciare. Ma quale storia. Emma era una distrazione. Emma era solo isolarsi. Forse neanche crescere. Guardarsi in un’altra persona. Cercarsi in un’altra persona. Sfidarsi in un’altra persona. Sottrarsi. Era il destino e il pudore.
Certo non era bella ma non si poteva nemmeno definire brutta; non almeno nel modo che si usa normalmente. Cosa c’era allora che lo… lo… ripugnava? Aveva una voce roca piena di rumori e di rancori, grossolana, sferragliante; tradita da suoni popolani, per così dire, gutturali. Una voce che ci si può aspettare in un amico di bisbocce; ma non in una ragazza. Portava sempre scarpe basse. E aveva di quelle caviglie che senza un po’ di tacco non prendono slancio e si schiacciano al suolo. Ad esser eccessivamente pignoli si poteva dire che il sedere era un po’ basso e le spalle forse troppo ampie. La figura ne sembrava appesantita; niente più. Anzi, lo si poteva dire solo dopo un’indagine meticolosamente crudele. Ma poi quel nome.
Poteva avere sedici o diciassette anni; forse. Non se ne era mai interessato minimamente. Non era mai stato interessato a nulla di lei. Il volto era di quelli che invecchiano prima di subito; frettolosamente. Per i quali è sempre difficile esprimersi. Azzeccarla. Vestiva con qualche anno in più. Per così dire, in modo privo di carattere. La giovane età salvava quel corpo e ne rassodava la pienezza ma era un corpo che corrispondeva con una esattezza incredibile all’immagine di quella voce. Una somiglianza come forse non se ne trovano altre. Si! in modo incredibilmente fedele. Era il corpo di quella voce.
Un corpo, anche a causa della stagione, pieno di indumenti. Eppure era un corpo di donna. Un corpo che incuriosiva le sue mani. Attraverso i trabocchetti di quel corpo lei lo guidava. E lo invitava. E lo indirizzava nella, solo propria, ricerca del piacere. Era come se Emma si amasse attraverso le sue mani.
Era sempre così quando potevano stare assieme. Soli. Quando, col favore del buio, potevano in quel ventre nascondere i loro sentimenti. Sentimenti? forse pulsioni. Forse curiosità. E lei si immergeva in quei baci abbandonandosi al piacere. Si abbandonava all’essere così infantilmente desiderata. Eppure lui non gli aveva mai dato nessun’altra attenzione ne sentimento. Ma forse questo, e solo questo a lei bastava.
Quei baci erano impazienti, numerosi e gonfi. Le labbra si aprivano per aspettarlo e lei chiudeva gl’occhi per abbandonarsi ancora di più. E si lasciava baciare ma non baciava. Eppure… La bocca ansimava delicatamente; forse prima del dovuto. Eppure… La lingua si offriva grossa e morbidamente umida. Eppure… Quei baci erano febbricitanti e numerosi nel rincorrersi, e poi ancora gonfi come colmi in un vuoto.
E lui, ancora una volta, sembrava perdersi in grandi spazi. Ma l’arte passiva di quei baci non era una grande cosa. Anche se non distratta da altra partecipazione quell’arte sembrava modesta. Questo lo sapeva anche lui. Forse perché ancora una volta Emma si atteneva scrupolosamente, ed esclusivamente, al proprio piacere.
Era semplice come lei attirasse in alcune parti del proprio corpo le sue attenzioni impacciate. Le attenzioni del maschio. Con quale semplicità, poi, lo faceva. In modo così spudoratamente diretto. E lui a sentirsi semplicemente stupido. E forse osava sempre meno di quello che Emma si aspettava e avrebbe voluto.
Quando si ritrovava da solo, dopo, ne era convinto. Ma con lei era sempre e comunque circospetto. Timoroso; almeno quanto lei sembrava sfrontata. Si! sfrontata. Lei lo guidava imperiosamente. Gli sussurrava come e dove gli piaceva essere baciata. Non si muoveva tanto a causa della carezza quanto per guidarla da sé.

3. Non ricordava che lei si fosse mai sottratta, che gli avesse mai negato quella conoscenza di se. Di una parte di se. Una parte del proprio corpo. Non ricordava un gesto di pudore. Neanche al loro primo incontro. Un incontro, per altro, già, rapidamente, sbiadito.
Come era iniziata? si erano incontrati così. Forse per noia o per una di quelle solitudini passeggere. Quelle solitudini che si cercano e si fuggono continuamente. Quelle giovani solitudini che ti fanno incontrare. E forse per noia erano entrati lì.
Certo il buio, certo il film, certo il cinema con la gente intorno; non più distante di un sospiro. Eppure il film era un film qualunque. Era un film solo perché quello davano. Era un film che nemmeno ricordava quale.
E lui che era stato così cauto. Così tenero. Così delicato. Lui che aveva temuto di poter morire del proprio coraggio e del proprio impaccio. Allora le aveva circondato col braccio le spalle. E dopo un’eternità la sua mano era lentamente scesa fino a sfiorarle il seno.
Lei non gli aveva detto un no. Non un cenno, neanche il più fragile, neanche il più esile. Neanche allora, neanche scostandosi o allontanandolo. Neanche con uno sguardo. Anzi lei lo aveva ricompensato con un sorriso distratto. Aveva guardato quella mano senza la minima disapprovazione, anzi con simpatia. Aveva continuato a guardare lo schermo finché nessuno dei due era stato più capace di trattenere quello che urlava loro dentro. E si erano dati il loro primo bacio.
Ma lei era quasi annoiata. E lui cretino neanche il nome le aveva chiesto. Era stata lei. Come sempre, lei, a ritrovarlo. Eppure, già da allora la mano gli era parsa come una sorta di protesi insensibile. E quel corpo di ragazza come un terreno ricco di asperità eppure arido e avaro di sé.
Da allora era stata sempre la mano di lei a guidare la sua al seno. Imperiosamente; appunto. Un seno che per la verità ancora lui non conosceva bene, che non gli dava confidenza. Che forse non avrebbe conosciuto mai. Un corpo intero che si lasciava cercare senza dargli confidenza. Colpa forse di quelle mani impacciate. Quelle mani sembravano prive di sensibilità. Sentiva contorni, non calore. Un tatto confuso. Febbrile, impaziente ma confuso.
Lo spingeva solo la curiosità. Curiosità selvatica. Certo conosceva più le forme che quella pelle. Il calore era quasi sempre nascosto nel nailon, nel cotone, nella lana; attutito nelle calze, nella biancheria, negli abiti. Non c’era stato quasi mai vero contatto. Solo ammiccamenti furtivi anche se presi a tutte mani. Gli sembrava di agguantare il niente. Si riempiva le mani di oggetti sterilizzati. Di pure forme. Della stessa idea. Solo brandelli di epidermide si denudavano, qua e là, furtivamente quanto casualmente, alle sue carezze; fugacemente. Allora sì, solo in quei momenti fin troppo rapidi, quel calore lo faceva impazzire. Lo costringeva a sensazioni forti.
Forse erano proprio quelle mani impacciate, inesperte, ad aumentare il piacere di Emma. Chi può capire le donne? Forse a lei bastava. Ma chi può mai sapere? E se invece lei capiva? Forse si divertiva di lui. Forse aveva capito subito che per lui non c’era amore. Ma allora che cosa era il suo? desiderio? Forse lei si accontentava di questo. Di essere per lui solo quello.
Forse a lei bastava perché sapeva che lui non sapeva dare di più. E non chiedeva di più. Forse perché quella storia era una storia di noia. Solo di noia. Una storia senza storia. Una storia di silenzi. Un trovarsi per ignorarsi. O forse sapeva bene perché ogni volta era una prima volta. Forse pensava che per lui fosse così perché era quasi la prima volta. E anche questo non poteva non disturbarlo.
Ma almeno quello lo esigeva. Voleva essere toccata di quel contatto e gli imponeva di toccarla, senza però concedere nient’altro di sé. Voleva essere amata quanto rifiutava di amare. Rifiutava di assumere una vera parte attiva durante quei baci; nel gioco di quelle mani. Lei apriva il gioco e poi lo lasciava giocare indisturbato. E sembrava semplicemente fiera di sé.
Quando non si limitavano a pendere inermi lungo i fianchi le sue mani lo trattenevano semplicemente e morbidamente a lei. Solo i fianchi si spingevano verso di lui come ad affrontarlo; con forza; quasi con violenza. Il gesto, in verità, gli sembrava più che privo di pudore. Quasi sconveniente. Questo lo confondeva ad ogni loro incontro. E sempre più.
I giovani si cercano e si sfiorano con quella curiosità a quella fugacità tipica di certi animali sospettosi. L’amore non è tutto o, se vogliamo chiamarlo amore, spesso non è molto. O meglio, all’inizio, è il loro meravigliosamente tragico goffo mistero. E vanno a tentoni. Semplice desiderio di qualcosa. Ferito da turbamenti, paure, dubbi. Un grande viaggio verso l’ignoto nel quale ogni pausa interroga, ma serve anche per ritrovare coraggio.
Lui, e se ne vergognava un poco, non conosceva molto più che quei baci. E loro non avevano un posto che non fosse un angolo di strada poco illuminato dove essere interrotti continuamente, non tanto da eventuali passanti, quanto dai rumori che forse solo si crede di sentire. E lui sarebbe morto senza il coraggio dell’amore.
Ma forse lei era la donna che avrebbe potuto guidarlo a conoscere le donne, aprirgli la porta, aiutarlo. Ne aveva la speranza non confessata. Ma anche il sospetto. Per quel suo spingere il bacino contro il suo. Cercava di immaginarla nuda. Avrebbe voluto almeno vederla. Sapeva già che non si sarebbe accontentato. Il desiderio corre; corre sempre più avanti. E poi… poi? La scossa elettrica della scia della saliva sul corpo. Allora era solo violenta la forza delle parole e l’immagine che esse inventavano. Di più. Tutto. Tutto cosa?
Gli bastavano quei pensieri a confonderlo. Ma del loro nascondersi restava quel non avere una stanza, un angolo, un posto solo per loro. Forse era una causa? e le sue timidezze. Forse non era quello che lei voleva. E poi già un paio di volte, quando aveva trovato un briciolo di coraggio di cui subito si era pentito e vergognato, lei gli aveva detto che lui era il primo. Ma si dice sempre così? E poi forse non era anche quello che lui voleva? Lui che aveva ogni timore e ogni paura di sé?
Quando si separavano non tutto gli pareva chiaro e quelle e altre domande gli ronzavano in testa. Ma oltre al sentirsi confuso era come se in lui qualcosa si ribellasse. Un’inquietudine fisica affondava fin nel suo stomaco. Un dolore sordamente lancinante lo prendeva da sotto il ventre. Il sonno dopo era agitato e quello era ancora il niente davanti alla vergogna del mattino successivo.
A tutto questo ripensava a volte anche mentre la baciava e anche fra un bacio e l’altro mentre, ormai autonomamente, le dita continuavano in quei percorsi che si facevano monotoni. A gratificare di loro quel corpo esangue. E quando, come una condanna, si avviava a riaccompagnarla a casa proprio quando, come sempre, ormai aveva deciso di chiederle perché lei non cercasse lui con lo stesso trasporto, con lo stesso piacere che pretendeva, e esigeva; con cui voleva essere cercata? perché non lo guidava oltre quel niente, quei confini? se anche lei era turbata quanto lo era lui?

4. E stava quasi per chiederle– “Senti Emma, mi sembra quasi impossibile, inverosimile, beh! ecco… che tu…” –e balbettava anche nei suoi pensieri– “ma infondo cosa siamo noi? Intendo noi… uno per l’altro. dove andiamo? Non siamo più bambini; ne io ne tu. Cosa vuol dire? amarsi… e… amarsi… come?” –quando eccoli lì i suoi amici. Quelli che lui aveva, come sempre, cercato di evitare attraverso percorsi insoliti e ore insolite e insolite scuse. Trascinandosi sospettoso lungo i muri di vicoli bui.
E lei lo teneva per mano con allegria imbarazzante. E non fecero nemmeno finta di non vederlo. Lo chiamarono a voce alta; tra una risata e l’altra. Si senti morire e l’inferno gli avvampò il viso, e gli andarono incontro con quel loro fare eternamente canzonatorio, e continuavano i loro discorsi senza interrompersi, e guardavano solo loro e di loro due si lasciavano distrarre.
Allora non poté che presentare loro Emma. Avrebbe voluto sparire, morire; –“si è questa Emma”– invece la sua voce lo tradì. Non fu capace di dire che lei non era poi molto per lui. Disse che era un’amica con uno sforzo che caricava di importanza quella ragazzina, che denunciava l’imbarazzo in cui era stato smascherato, di cui si pentiva già mentre ogni sillaba gli usciva di bocca.
E loro si divertivano e scherzavano che avevano scoperto dove spariva le sere nelle quali non restava, lo sapevano, nemmeno in casa. Smascherate così tutte le sue arzigogolate scuse, le riunioni, i cicli di films, i malori, le stanchezze. Avevano tanta meno pietà quanto più lui era nudo davanti loro. E lo ferivano anche quando tentavano di mostrarsi indifferenti.
E giravano intorno a lei con curiosità. E sembravano prendersi gioco di entrambi. E lei sembrava divertita; –“Eri poi tu a portarcelo via”– quasi inorgoglita. E la guardavano bene, e la pesavano, e la misuravano, e le guardavano il culo. E lei sembrava a suo agio come li avesse sempre conosciuti. Le loro parole si erano fatte subito confidenziali e amichevoli. Come si ricomponesse una vecchia amicizia mai venuta meno. E i giovani maschi guardavano il suo corpo con disprezzo o come un felino una preda? avrebbe voluto capirli. E si muovevano come ogni maschio giovane nella stagione degli amori; con rarefatta goffaggine. E forse i loro sguardi si soffermavano sul culo. O annusavano persino i suoi più piccoli sapori?
La voce di Emma era solo leggermente più stridula. Il suo profumo era fra loro. Come una cosa perfettamente visibile. Anche fra le loro parole. Ora era uno, ora era l’altro a parlare con lei. Tutti le prestavano attenzione, tutti si rivolgevano a lei. Tutti erano cortesi. Sembrava quasi uno di loro. E ognuno aveva qualcosa da chiederle, da dirle. Una nuova forma di cameratismo perché lei era il centro della loro compagnia. L’elemento di novità e di rottura. Perché erano curiosi di lei.
Veramente era la prima volta che andava con lei a bere qualcosa in un bar. Anzi no! una volta era successo perché lei aveva bisogno. Poi tutto il gruppo, finalmente riunito, aveva accompagnato quella donna fin nei pressi di casa. Parevano tutti sinceramente dispiaciuti che se ne dovesse andare, così presto. Davanti alla porta, prima che lei si allontanasse, si erano salutati. Lui, nel salutarla, aveva cercato i suoi occhi ma erano distratti. Non aveva certo pensato ad un ultimo momento di intimità per loro due. Non a un gesto. Anzi, forse, fra i risolini, era stato più furtivo del solito. Forse la sua era stata una rapida evasione. Forse era fuggito. Ma era ormai più tranquillo. Il suo piccolo segreto era finito e non si sentiva tradito.
Non ricordava più ora le battute scivolate via come arrivederci ne il commiato di Antonio che, pure, aveva scatenato l’allegria di tutti. Dante l’aveva solo guardata negl’occhi. Lei aveva guardato negl’occhi di Dante. Infine si era voltata ancora una volta e aveva fatto un cenno. E aveva sorriso. Sorriso verso loro. Allora l’aveva confuso per un gesto d’intesa, rivolto a lui. Ancora ora non si crede in grado di interpretare quel loro sguardo.

5. Tutti avevano atteso che al citofono la madre chiedesse e lei rispondesse con il suo nome. Fra i due istanti vi era stato un momento sospeso nel nulla. Avevano aspettato che la porta si aprisse subito dopo un suono secco. Avevano aspettato che lei sparisse dietro quella porta pesante. Rapida e senza più voltarsi indietro; scacciando il rimpianto. Poi la porta si era chiusa. E ancora un istante. Poi non era rimasta che quella porta. Allora si erano allontanati tutti allegramente. E lo avevano trattato a pacche dietro le spalle. Ed erano finiti a fare quelle piccole al bar.
Gli successe spesso nei giorni seguenti di ritrovarsi solo senza la voglia di uscire per andare intorno a fare niente con gli amici. Ne quella di ridere di niente, fumare e poi bere qualcosa e sentire la sete aumentare. O sprecare benzina attorno ad un’autoradio che perde continuamente la stazione e che grida troppo. O solo a cercare un locale ancora aperto; come solo vagabondi. Non aveva più la voglia del branco. Gli era così estraneo fare, per così dire, baldoria. Poi una sera la sua mano si era stretta attorno all’asciugamano e aveva riconosciuto la stoffa della maglietta, e sotto quel reggiseno e dentro il seno che la riempiva. Ne era rimasto sorpreso; con nel pugno uno straccio vuoto. Solo allora si era reso conto che i giorni erano passati così, senza Emma. Lei non lo aveva cercato. Non lo aveva chiamato. Restava l’immagine di quella porta. Quella porta per sempre.
Non c’era più stata Emma. Il tempo era continuato a passare vuoto e distratto tra altro e altre e Emma che ogni tanto tornava a visitare confusi ricordi, ma senza invadenze. Senza che lui ci pensasse più di tanto. Ma ora se ne rendeva conto: non aveva più telefonato. Aveva smesso di telefonare. Solo allora si era accorto come però il suo profumo gli era rimasto indelebilmente impresso, penetrato per sempre nella memoria. E solo allora si era chiesto a chi aveva sorriso quella sera. E solo allora non aveva resistito e l’aveva cercata; ma non c’era. La madre disse che no! era dovuta uscire. E a lui non restò che scusarsi.
Non chiedeva nulla a sé ma voleva solo accertarsi che lei stesse bene, di sapere come se la passava; salutarla. Fare due chiacchiere. Gli sembrava una cosa normale. Una carineria. Il minimo fra… gli era restata solo la sensazione precisa di quel profumo di cui non avrebbe mai potuto ricordare il nome. E poi non era per lei ma se l’era ritrovata tra in piedi. In quell’asciugamano.
Una sera era venuta al telefono ma le sue parole erano sembrate distratte e contate. Da allora molte volte ancora l’aveva cercata senza trovarla e le poche volte che l’aveva trovata o lei aveva molta fretta o era stanca o era assente. Infine era stato allora lui a chiederle, sorprendendosi, di rivederla. Lei stranamente imbarazzata aveva borbottato che non poteva, di un impegno preso a cui non poteva, o non voleva, rinunciare.
In seguito, trovandosi dalle sue parti, come un coglione, era andato lui da lei. L’aveva aspettata davanti a casa. Non proprio davanti, un po’ in disparte, quel tanto perché la sua presenza potesse essere notata e essere nascosta; ignorata. O ancora in modo di poter eventualmente giustificare, per estrema necessità, la sua presenza accidentale. Lei uscì frettolosamente e non lo vide. Non avrebbe visto nessuno. Corse a gettarsi fra le braccia di Dante che si avvicinava dalla fermata dell’autobus.
Dopo quella sera c’era stata Luciana, e Paola. E poi la Titti e Roberta; quale delle due? E poi… era inutile ricordare. Ancora amoretti fugaci; storie da ragazzi. E il tanto tempo passato e passato lentamente. Adesso c’era Adriana. E ancora ma che cos’era stata Emma per lui? C’era una risposta fra le mille che si era posto che più delle altre potesse imporre un senso? Certo non era stata molto più, e molto altro, che uno degli amoretti distratti. Anche lei. E non era bella. Non era niente. E poi c’era stata Luciana, e Paola. E poi la Titti e una delle due Michele, e… e poi basta. Adriana… e il tempo. E in verità nulla era cambiato.
Ma loro due dovevano pure essere cambiati. E d’altro non sapeva che dire. Con lei non ricordava nemmeno di aver veramente mai parlato, almeno una volta. Gl’occhi, quelli sì, erano vivi; e parlavano e ti piegavano. Infondo non avevano che vissuto insieme alcune piccole cose. Cose prive di vera importanza. Solo alcune canzoni. Qualche film. Cose da ragazzi.

6. E i ragazzi crescono. Ma i ragazzi crescono? Questa mattina ha riconosciuto subito la sua voce. La voce di Emma. Anche se meno sicura, anche se avvilita; è stata subito completamente la sua voce. Come la ricordava; così bene da non crederlo possibile. Era nei guai. Per un eterno istante aveva tenuto di esserne la causa. Aveva tenuto o desiderato? Anche se sapeva che non era possibile. Eppure quell’istante gli aveva spezzato il respiro. Gli aveva devastato ogni pensiero. In un istante si era sentito morire e poi vivere. “Mi capisci? –chiese– non pensare male di me”.
Altre parole disse lei, rapide rapide. Già! a volte il suo parlare correva rapido. Rapide come avesse paura di perderle. Non per pudore; solo rapide. Parole che si confondevano nella sua testa.
In quei mesi aveva pensato a lei solo qualche volta, distrattamente, fra una cosa e l’altra; quanto si può cercare di non ascoltare qualcosa che piano ti fruga dentro. E lei è ancora lei e come può ora dirle di no? Come può farlo quando non ne è mai stato capace? Come può ora riuscire a dirlo quel no? Come le può ora rifiutare qualcosa? Ora come allora ci si può solo provare senza nemmeno crederci. Biascicando delle giustificazioni imbarazzate. Vergognandosene già mentre si dicono. E soffocandole in una rapido moto di scuse. Ma come fare? non sa dove andare a sbattere. Soldi poi! quelli che non ha mai avuto; sempre quelli. Non sa proprio come fare, ma un no è uno schiaffo che non sa dare. Che non ha mai imparato a dare. Che non le può dare; non a lei. Non ora e poi proprio ora che è nei guai. E Dante l’ha lasciata. Proprio per questo l’ha lasciata. Quel figlio d’un cane.

E non è bello quello che gli passa per la testa. Dai Emma! lascia stare. E non è certo per quello che lei è stata per lui e per quello che lui è stato per lei. Perché poi non sono stati molto l’uno per l’altra, e questo lo sanno entrambi. Almeno su questo non si possono mentire. Si! lui era sempre stato dolce con lei; carino. Solo si è sentita disperata, persa, spaventata, e non sapeva proprio a chi rivolgersi. In quei casi gli amici scappano a mettersi al sicuro delle loro tranquille noie. Non gli era venuto alla mente nessun altro da cui andare che a lui.
Sa che forse lo ha deluso e che forse ha sbagliato e che forse… ma poi lui non è obbligato. Ma lui è sempre stato così dolce, carino, gentile. E sa pure che lui è condannato. Come poi lei sappia leggere in lui così distante nel tempo e nello spazio questo è un mistero che gli lascia. E non si chiede come lei sappia quello che lui stesso non sa. Cioè che non le può dire di no. E perché non lo può fare. E non pensa che Adriana potrebbe non capire questa storia che lui stesso non sa capire. Non sa a chi rivolgersi né dove andare. Adriana, già, in un baleno si era scordato di Adriana. Ma Adriana può aspettare. Ci sono sempre cose più importante di una Adriana. Nulla gli può dare più gioia di quella voce che nel momento del bisogno è tornata da un ricordo già lontano e si è ricordata di lui.¹


1] 2 ottobre 1994 (il racconto non è mai stato riletto)

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Se ne stava sola in cucina, sola fra i tintinnii vari, canticchiando mentalmente brandelli di canzoni, alla rinfusa, come i ricordi le suggerivano. Silenzio: solo quei fragili tenui odori, quei gesti misurati. Versò precisa i pelati sullo sfrigolare della cipolla nell’olio, questi produssero un suono roco, breve e acido; sprigionarono una piccola colonna di fumo sottile.
Di lui sentiva unicamente, provenire dall’altra stanza, attutito, l’armeggiare attorno a chissà che cosa. Si divertiva, lavorando, a indovinare i rumori come messaggi, e attraverso essi i gesti e i movimenti di Carlo, le sue espressioni, il suo aggrottare le ciglia, le sue mute smorfie.
Percepì e distinse il brandy che veniva versato nel bicchiere, il giaccio tuffatovi dentro. Per continuare nel suo gioco aveva spento l’aspiratore. I vetri erano opachi, appannati; e sudavano. Un tramestio appena accennato: lo sfogliare i dischi.
Si chiese se aveva fatto quanto lui si aspettava e se lui si sentiva più o meno a suo agio mentre consumava quell’attesa. Pensò a quando era arrivato. Poi solo un breve silenzio. Un tonfo sordo; cosa poteva essere? Si fece fretta, ora si trattava di indovinare più che di intuire. Infine, quando non fu più possibile trattenerlo e il tempo riprese il suo normale scorrere e a decidere l’ordine delle cose, …si… certo, il trascinarsi della puntina sul disco.
Le prime note, un attimo ancora per riconoscerle, era un vecchio disco di tanti anni fa, un disco che da molto tempo non ascoltava; note una volta frequenti e famigliari. Non lo canticchiava ormai più. I versi le tornavano alla mente nel loro procedere, avrebbe fatto fatica a precederli. Cominciò ad accelerare i gesti, scoprì una certa impazienza.
Eppure le sembrava di ricordarle quasi tutte quelle parole, gl’anni non avevano cancellato che poche marginali cose (note a margine con (quasi un quiz per (provate a indovinare): quale cantante? Il titolo preciso?) tecnica cinematografica – piano sequenza: lei che si lava le mani.) e si trovò giocoforza a canticchiare assieme al disco quella storia che era appartenuta al suo passato, cresciuta e morta con lei: l’uomo, il sudore (diciamo così) e l’amore; hanno tempi diversi e luoghi diversi ma uguale schermo per i sentimenti che vi si mercanteggiano. Lui aveva riccioli neri e solo un principio di barba filamentosa; allora. Era diverso, anzi, era un altro ma anche lei era un’altra. Fatta di altri colori, altri sorrisi. Forse altri sapori.
Versò il sugo sulla pasta, continuando a canticchiare in modo quasi immobile, l’odore si mescolò agli odori che evocavano più dei versi i suoni. Con i piatti fumanti lo raggiunse. Altre cose presero ad affollarsi e da quel passato giungere. Cantilene. Sovrapporsi. Qualche tra-lla-llà per giustificabili amnesie. Malinconia. nostalgie. Il sale del mare sulla spiaggia che rivomitava gli oggetti che il mare aveva masticato. Spiaggie. una vitrea alba. Ombre, ombre e ombre.
Carlo era lì, immerso nella penombra, nella poltrona e in un pianto a dirotto.¹


1] 29 ottobre 1985

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