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Archive for 28 agosto 2010

La prima volta accadde lungo l’autostrada, all’imbrunire. Quasi con naturalezza. Filari di viti correvano nell’altro verso. Colori. Tutto correva nell’altro verso. Scivolava via, come un giorno di pioggia sui vetri, anche se in una carrellata orizzontale.
Forse questo lo conquistò: la spontaneità o meglio quella specie di noncuranza; o forse fu colpito dopo dalla mancanza del bisogno di parole che dimostrò. La pura affermazione dei gesti compiuti, senza analisi, senza bisogni di premesse o promesse. Correva l’autostrada. Il tempo li bruciava come non riuscissero a coglierlo.
Le aveva detto come l’aveva notata e – prima che dovesse continuare le si accoccolò sulla spalla e lo toccò – altre banalità ben certo di dire banalità, senza preoccuparsene. Si trovò a stropicciarle un seno sodo e abbondante, ben modellato (come avrebbe poi potuto verificare). Una sigaretta. Per un attimo il fumo gli ferì gl’occhi.
Niente di troppo. La sua mano corse e scorse, la guida divenne meno sicura; la macchina rallentò. Silenzio rotto da rumori estranei. Resti sbriciolati di mura e case passavano più lenti nel suo campo visivo; perdevano le scie e si disegnavano netti in una luce pallida.
Le calze sulle gambe trasmettono elettricità, la pelle trasmette calore (trattenuto stridio microscopico, il tatto sul nylon). Il calore gli saliva alla testa. O forse fu la sua mancanza di pudore. Il ritrovarsi privo di incertezze. Quasi. O forse solo che lei non portava mutandine. Il film di quei minuti. I tepori che il suo tatto frugava; diversi, impronunciati.
Lei si piegò su di lui per un lungo, interminabile tratto. Tutto gli si fece più confuso. Ebbe paura di uscire di strada, di perdere quegli istanti; balbettò. Le macchine passavano, coi loro rochi rumori di motori, lungo la sua stessa direzione, poi si risucchiavano in un punto, lì davanti loro; poco sopra il volante.
Quando si rialzò ravvivando i capelli aveva provveduto ad infilargli un preservativo e allora abbassò il suo sedile. Lui provvide a fermare l’automobile approssimativamente al lato dell’autostrada. Il passaggio delle altre macchine scuoteva la loro; ma più ancora lo faceva il passaggio dei grandi camions. A ogni folata di quel vento impetuoso temeva di essere spazzato via. Tutto gli sembrò approssimativo.
Non si curò di niente altro. Fu una febbre, una cosa veloce. Non ebbe il tempo di pensare a lei. Le macchine continuavano a passare e fuggivano come pensieri. Non ebbe il tempo di pensare a loro lì. La luce era diventata un pulviscolo traslucido. I pensieri non passavano per niente.
Poi lei, con gesti semplici, rialzò il sedile e si ricompose; quasi subito. Nemmeno un rossore a colorarle le guance. Il silenzio non si interruppe. Non chiese nulla e questo divenne quasi un regola per entrambi, un tacito accordo. Il loro patto.
In seguito fu sempre uguale (e sempre diverso), nessuna domanda, nessun perché o quando. I gesti avevano continuato a correre precisi. Quei gesti che precisi si rincorrevano, che si inseguivano senza interruzioni o esitazioni. In posti qualsiasi. Trovati o improvvisati. A volte incredibili.
Sempre arrivava già senza rossetto ne mutandine. Il trucco ridotto al minimo; parca in tutto (ma non per questo aveva mai rischiato di scivolare nella frettolosità o nella trascuratezza… anzi…). Le parole saluti o brevissimi orpelli. Sillabe. Sempre lo stesso profumo, il sorriso pacato e tenue.
Quel suo naturale essere a proprio agio in qualsiasi posto, in qualunque condizione, gli era entrato dentro. Con lei riusciva ad essere completamente presente; come se vivesse unicamente in (e di) quell’istante. Senza problemi, senza angosce; senza un prima né un dopo. Non era null’altro che con lei. I loro appuntamenti precisi, staccati episodi, completamente estranei a tutto il resto. Di lei diventava importante poco più che il suo nome. Di lui non aveva chiesto niente.
L’ultima volta l’attese quarantacinque interminabili minuti, inutilmente, contandoli tutti, contandoli tutti come in un rosario, granello per granello, o quasi fossero le sue ultime parole e per questo misurate e trattenute fino all’impossibile, con affezione, davanti ad un parrucchiere ormai chiuso, rigirando il pacchetto tra le dita.¹


1] 19 novembre 1985

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