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Archive for 29 agosto 2010

Pittura informale su cartaQuel piccolo batuffolo di tenerezza è, per tutti noi, una grande compagnia. Sempre in movimento. Sempre impegnato in un continuo affaccendarsi. Frettoloso e febbrile. Sempre curioso. Di una curiosità piena di distacco. Con un sussiego contenuto. Infila il becco in ogni posto e in ogni parola. Ama farsi ammirare ma mai si è preoccupato di attirare la minima attenzione. Di cercarla. Non si abbassa a richiedere quanto gli sembra dovuto. E non si abbasserebbe mai a farlo. E perché poi dovrebbe darsene pena? ha già l’attenzione di tutti. E’ naturale. Quei piccoli esseri strappano sempre facilmente l’affetto. Lo rubano o se ne appropriano come cosa loro.
In fondo non ha un brutto carattere. E’ sempre stato riflessivo ed educato. Naturalmente educato. Ma non concede molto di sé e non canta. E non canta non perché non sappia cantare, sarebbe offensivo il solo pensarlo. Forse per orgoglio. Forse per ceto. Forse per mancanza di passione. Ma quest’ultima ipotesi sembra molto improbabile. Semplicemente non canta. Veramente, e questo sembrerebbe sfatare alcune congetture ardite quanto forzose, una volta ha cantato. Diede una brevissima dimostrazione della sua arte quella prima volta che giunse a casa nostra. In verità una mirabile dimostrazione e del suo canto abbiamo tutti goduto. Nessun canto era più canto dopo quel canto così bello. Poi basta.
Non giungo a pensare a una scelta voluta e tenacemente perseguita per rendere più preziosa quella esibizione. Si sa che la memoria gioca con il tempo e gioca strani scherzi. Che il ricordo tende a vivacizzare il passato estraendolo dal ricordo, che via via si fa flebile, con una patina di nostalgia e rimpianto. No! non posso pensare che giunga a tanto. Solo da allora non l’abbiamo sentito che tacere. Mai più ha cantato. E niente che neanche possa assomigliare a un canto ne a nessun simile segno distrattamente giocoso.
Parla anche poco: piccole sillabe stridule e null’altro. E non per timidezza o per falsi riguardi. Aspetta e solo respira faticosamente perché lui soffre d’asma. Come un piccolo mantice il rantolo sottile sbuffa e si comprime. Un respiro catarroso stretto testardamente in gola. Ma senza abbassarsi ad accettare del compatimento o forme pietose di solidarietà. Per il resto se ne resta lì come intento ad aspettare senza mai concedere eccessive confidenze. Presta la sua attenzione con distacco e resta lì; chiuso sulle sue.
Ti osserva di spalle e poi ti guarda fisso negl’occhi e si fa distante. Si allontana altezzoso e non si affanna nemmeno all’ora del pasto. Mai una volta che abbia invocato il cibo. Sa che il cibo gli spetta di diritto. Gli spetta da quella prima volta in cui ha cantato così mirabilmente. Gli spetta per la sua paziente abnegazione. Gli spetta e sa che non tarderà mai. E quando gli viene avvicinato il cibo lui lentamente gli si fa appresso e molto educatamente lo consuma a piccoli bocconi. Quel canarino ama il miglio ma di più ama il pastoncino con il miele. Di questo ne va ghiotto; allora capita che se ne rimpinzi un po’ e poi resti con il ventre gonfio e prominente. Ma neanche davanti a questo cibo si lascia andare e tradire, non indulge mai a mostrarsi goloso e ad abbuffarsi.
In verità ama anche i biscotti al miele. Forse è il miele che gli fa gradire certi cibi. Ma ama anche l’uovo e la mela. Non ha mai fatto mistero dei suoi gusti. Li ha lasciati capire fin dai primi istanti. Quello che non gli va lo lascia stare, quasi sdegnato, non concedendogli la minima attenzione. E nell’acqua prende e sorseggia, senza fare storie, tutti i tipi di vitamine che gli vengono propinati. Ma continua a perdere le penne. Durante tutto l’anno perde le penne. Le perde e le rifà continuamente. Ed è gonfio di sé e delle sue penne perfettamente gialle. D’un giallo limone. Eppure, forse a causa di una controllata pigrizia questo animale ha vestito ormai una taglia più simile a quella di un passerotto o di un merlo che a quella di un normale canarino della sua specie.
E’ un essere estremamente pulito ma anche riservato. Approfitta delle distrazioni per prendere il bagno. Ne esce come un pulcino bagnato. Con quelle sue piume assottigliate che sembrano rinsecchite. Si scrolla l’acqua e riprende il suo aspetto consueto. Il suo aspetto robusto e rubicondo. Con un po’ di pennuta pappagorgia sotto il becco. E in quel suo aspetto dottorale c’è tutto il suo carattere. Forse, se un difetto c’è, è nel suo essere abitudinario. Non sopporta le cose fuori posto. Quel bagno lo prende sempre alla stessa ora del mattino e deve, per esempio, fare i suoi bisogni sempre là; nel medesimo posto. E non presta interesse se inavvertitamente la bimba ha messo lì un bastoncino o un biscotto. Lui non cambia la sua vita per così poco. Lì fa i suoi bisogni e poi se ne tiene a debita distanza.
Quell’uccello ha una sua profonda dignità a cui non sa rinunciare. A tutto ma non a quella. In verità lui preferirebbe mangiare carne di aquila di mare. Lo ha fatto capire spesso. E’ per ciò che siamo costretti a tenerlo in gabbia. Perché si sa che questo uccello, l’aquila s’intende, è in via di estinzione. Che è proibito per lui cacciarlo. Lui non comprende molto le nostre regole perché poco si accordano con quella sua filosofia della vita del tutto naturale. Sarebbe sempre pronto per partire per una battuta. Vi rinuncia perché non ama la polemica. Solo a volte guarda tutti noi con un che di commiserazione. Poi si rassegna e accetta le sbarre di questa gabbia senza nemmeno tentare di fuggire.¹


1] 7 ottobre 1994

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