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Archive for settembre 2010

pittura con tecnica mista su cartone telatoL’appartamento era pulito, senza cure eccessive; uguale a molti altri. Posters di grafica e riproduzioni di contemporanei alle pareti. Mobili di finto legno; anonimi. Imbarazzo. Quando i carabinieri erano entrati avevano tentato di negare.
“Quale bambino?
Ma io non sono il padre”
.
Nella stanzetta, nella penombra, è legato al letto. Ritto, in piedi. Gl’occhi gonfi, arrossati ma non piange più. Sorpresa e vergogna. Gl’occhi si dilatano nella smorfia delle ecchimosi. Le braccia smagrite. Segni bluacei e verdastri, rossi graffi. Il sudore bagna la maglietta strapazzata e sporca. Anzi un diffuso senso di sporco. Occhi enormi che si spalancano. Che si dilatano. E segni rossi anche sui polsi.
La madre piange: “Non volevo. Sono stanca, lavoro e lui piange sempre. Guardate i giocattoli. Non mi ascolta. Disubbidisce”.
Anche l’uomo piange ma la voce ne é meno rotta: “E’ vero… io non
sono il padre… non siamo sposati. Il piccolo
…”
Piccolo, dice, e piangono. Il bimbo li osserva, ora, gl’occhi fissi e immensi …ma restano asciutti.¹


1] scritto l’ 11.04.1991

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Ci sono uomini. Ci sono uomini che riescono a fingere (+ o – bene) del compito disinteresse. Ognuno per motivazioni e finalità proprie. Che non fossero così garbati guarderebbero e come. In fondo sono uomini, nel senso di maschi, e guardare ce l’hanno nel sangue. Ci sono uomini che si girano (+ o – teatralmente) davanti ad un espressione di notevole interesse. Uomini che non riescono a trattenersi dal sottolinearla con fischi o suoni vari. Ci sono infine uomini che davanti ad una donna con qualche, anche minima, evidente avvenenza non riescono a non lanciarsi in commenti. Commenti che spesso toccano punte di particolare volgarità. Proprio ieri ne ho visto uno che per una bionda, a dir il vero sciapa, ha tamponato il cofano di una Cherokee ferma. E lui era a piedi. Insomma ci sono anche uomini che sentono il dovere comunque di corteggiare.
Incontro Michelangela. Succede spesso lavorando nella stessa società. Ora davanti alla macchinetta per il caffè, ora per i corridoi, ora per le scale. Da alcuni giorni porta spesso scollature vertiginose. E non è che non abbia argomenti. Forse ha realizzato il suo stato di separata. E mi ritrovo spesso davanti le sue tette. Mi raggiunge sempre quel drammatico dubbio: uno sguardo (+ o – insistito) la vedrebbe a disagio o la offenderebbe un ben mimato disinteresse. Il fatto è che Sabrina, tanto per chiarirmi le idee, mi ha spiegato: “Mi vesto, mi agghindo e mi spoglio solo per il mio uomo”. Una donna con le tette fuori la vedono tutti e la dovrebbe guardare uno. Ci vorrebbe, che ne so, un’etichetta; un avviso. A volte quell’uno non sempre è in grado di saperlo. A volte solo lei sa di lui. E inoltre ci sono donne che vogliono decisamente richiamare l’attenzione di quei tutti.
Mi ricordo Elvira, incontrata l’altro lunedì. Elvira ha un paio di tette eccezionali. Eccezionali perché non né ha. Le ha cercate l’intera squadra del Fansculiamolo Rugby club, poi tutta la marina mercantile, un numero innumerevole di volontari e altri individui assortiti, inutilmente. Tutti senza alcun risultato. Affonda le sue scolature con l’unico misero risultato che è arrivata a mettere in mostra il piercing sull’ombelico. E’ disperata perché la nuova maglietta è costretta ad indossarla senza mutandine per non farne vedere l’elastico e/o il colore.. Alla fine ha deciso di farsi tatuare due boe di segnalazione, con tanto di catarifrangenti fosforescenti per la notte, per indirizzare gli appassionati del genere. Per altri meriti di appassionati non ne troverebbe molti. Chi non la guarda viene ringraziato da un’occhiata sprezzante. Chi la guarda deve sorbirsi la sua logorroica nullità. Ma l’uomo spesso si accontenta o cerca il suo male. Così lei per passarsela se la passa. Non dico che la evito.
Non che ci siano solo le tette, perché Sonia ha un notevole culo e Riccarda di notevole ha tutto, tranne il nome, ma parliamo di tette. Anche Giusy, che si chiamerebbe Albertina, ha due tette notevoli. Per ragioni opposte. Sono da lasciare senza fiato. Sono due monumenti. Due veri cocomeri. E dure come il marmo o quasi. Si rischia sempre di sbatterci addosso. Quando le ho chiesto informazioni sul chirurgo s’è offesa ma poi, alla fine, mi ha dato l’indirizzo. Mi ha detto, il chirurgo, di averle ridotte di quattro taglie abbondanti. Ho chiesto cosa ne aveva fatto di quelle quattro taglie abbondanti; così per dire. Ha precisato confidenzialmente che essendo di ottima qualità se l’è portate a casa. Anche se non è sua abitudine portarsi a casa il lavoro. Ora le tiene sul comodino. Hanno dimostrato più volte di essere utili. Avevo pensato a qualcosa di simile. Non ho avuto coraggio di chiedere che rinunciasse per me. E non so se sarebbe stato disposto a farlo. Due tette senza la donna attaccata devono essere una grande comodità.
Poi, giusto ieri, esco con Ivana. Si sta insieme da quasi un anno. E Ivana è quella che si dice una gran bella… figliola. Ha indossato per me una minigonna vertiginosa. Non si poteva muovere senza mostrare tutti i suoi segreti. Ero lusingato che si fosse fatta bella per me. Ero inorgoglito di averla al mio fianco. Ero eccitato dalla sua provocazione. Non ero il solo. Per tutta la giornata era tutto un eccitarsi. Alla fine non ero più così contento che per mostrare le gambe a me mostrasse gli slip a tutti. L’ho pregata di indossare per la prossima volta un paio di pantaloni. Oggi ho già avuto modo di pentirmi del mio consiglio. Tutti cercano di ricordarsi dove l’hanno conosciuta o almeno incontrata. Le aprono la porta. Con una scusa o l’altra stiamo prendendo l’aperitivo in quattro. Mi manca decisamente un po’ di intimità. Lei invece sembra perfettamente soddisfatta. E a suo agio. Sono inoltre sorpreso che le altre guardino me con più interesse.
Anche quando vivevo da solo nell’invitare un’amica a cena non ho mai pensato di dover esibire le mie doti amatorie. Oggi sono felice con Ivana. Giusy, che di nome farebbe Albertina, lo sa. Eppure ho l’impressione che le sue scollature profonde le indossi per me. O anche per me. Ci sono mille cose che eccitano i miei sospetti. Non sono propriamente un guardone e nemmeno quello che si definirebbe un bell’uomo. Ho visto come le donne osservano i belloni. Anche in modo sfacciato. O che sguardo assumono per parlare del loro attore preferito. Solitamente non mi guardano così. Non provoco simile attenzione. E interesse. In quel momento al loro fianco mi sento solo una comparsa. So che mi è fedele per mancanza di quell’occasione. E a volte ho persino avuto, con qualcuna, il sospetto che era e sia stata disposta ad accontentarsi anche di meno. Per esempio non ho mai avuta la certezza di Rebecca con Carlo. E Carlo mi pareva l’ultima delle tentazioni. Senza la sua auto sportiva varrebbe meno del niente. Il fatto è che l’uomo non riesce a non guardare le donne.
Quando sono con Gerardo mi accorgo che anche lui guarda le donne. Ma le guarda in modo diverso. Non so. Sembra spogliarle. Accarezzarle tutte. E non lesina le parole. Il complimento. E se appena può le fa seguire, quelle parole, dai fatti. Ho la sensazione che Toni Schiavon, detto Matusalem quattro polmoni ,fatichi a ricordarsi perché le segue con gli occhi. Poi si confida in apprezzamenti che mi imbarazzano ancora. Ci fantastica sopra. Sogna di farci cose che non sarebbe più in grado di fare. Tempi ed acrobazie più che d’altri tempi da guinnes dei primati. O da palesi spacconate. Poi respira singhiozzando enfisemicamente l’aria della sua bombola di ossigeno. Si scorda di tutto e cerca ricordi lontani. Si sfila le cannule e sorseggia il suo caffè. Finisce sempre così: se ne torna con una depressione latente. Non è mica sempre così facile guardare una donna.

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[Storia di Gualtiero detto Guy]¹

La paura dei venditori immigrati abusiviNon è raro trovarlo in portineria di quel condominio popolare con il bocchino della tromba fra le labbra che ci da dentro a tutto spiano. Gonfia le guance che sembra Gillespie e stringe gl’occhi e suona la sua musica silenziosa verso il cielo. Allora non fa caso a nessuno e prende assoli come solo i grandi sanno. Non c’è musica più bella e più nera della sua. Allora mi è facile capire perché gli angeli hanno scelto questo strumento, mentre suona con loro.
A causa di un brutto incidente, che gli occorse in autostrada mentre partiva per le ferie e che gli valse questo posto, Guy ha perso l’uso della mano sinistra. Il braccio pende completamente inutile alla fine del braccio rinsecchito. Questa menomazione gli crea disagio in tutti i suoi movimenti ma lui non vive il suo stato come una menomazione. E questo non può creare ostacoli alla sua musica. C’è sempre un bicchiere pieno sulla tavola di casa sua.
A volte, mentre se ne va distratto, dimentica anche di essere per la strada o in qualsialtro posto. Silenzioso e assorto con la destra fa virtuosismi incredibili privo anche dell’ancia. Le dita che frugano l’aria premono rapide sui pistoni mimando interamente qualche grande classico, nota per nota, della registrazione tal dei tali. E suona. Suona spostando il capo a scatti di lato o si suona fin dentro allo stomaco. Suona da per tutto e quando non suona le sue dita tamburellano e tengono il tempo perché la musica, quella musica, per lui è tutto; è la sua stessa vita.
Non beve e non fuma Gualtiero, perché questo è il suo nome completo, quel nome che nessuno ormai rammenta più per intero. Tutti lo conoscono così e lui è personaggio molto conosciuto. E’ molto magro con naso che gli ombreggia la bocca. Ha sempre un po’ di peli ispidi di barba mal rasata e i capelli radi tagliati cortissimi che accarezza verso la fronte e ha sempre un sorriso largo stampato in viso. Non ricordo mai di averlo visto se non sorridente.
Continuamente con la mano buona si tira su, data la magrezza, i pantaloni prendendoli per il davanti, sulla fibia della cinta. E ha un incedere leggermente claudicante e dinoccolato grazie a quella maledetta disgrazia. Quasi come avesse un equilibrio incerto. E’ un po’ come se quello scheletro di poco rivestito non fosse altro che una struttura morbida, di gomma. Tutto questo lo aiuta a farne il bianco più negro del luogo.
Nessuna banda dei dintorni potrebbe suonare mai senza invitarlo a unirsi con loro. Nessuna serata sarebbe possibile senza di lui, anche solo a far baldoria e tirare notte. Non si può passare dalle sue parti senza andare a bere un gotto da lui. Anche perché lui sogna in grande ma con gli amici ama la compagnia e non guarda la musica; suona all’occorrenza.
Prima non badava molto al vestire ma da quando si è sposato la moglie si prende cura anche di questo e ha sempre una lunga sciarpa intorno al collo. Forse è un po’ meno lui ma lei se lo coccola come un cucciolo. Lei è molto più alta di lui e questo accentua il senso di protezione che esprime il loro abbraccio. Quando gli mette la mano sulla spalla lui si fa piccolo piccolo come sotto un’ala piumata; il pulcino.
E’ stato un matrimonio il loro, come se ne son visti pochi, e non solo dalle nostre parte. In un’area allestita con capannoni, grande come due campi da calcio. E c’era la pista per ballare, naturalmente; dove si è ballato per due giorni. E c’era il posto per mangiare e per due giorni quel nuovo paese ha mangiato e bevuto. Ha cantato, gridato, brindato e fatto i suoi bisogni nei bagni in lamiera o dietro la sponda del canale. Non si ricorda a memoria una festa paesana tanto grande. Quattro maiali di notevoli dimensioni hanno fatto le porchette e non sono sopravvissuti. Vagoni di cibo sono stati spazzati via come foglie dal vento. La catasta vuota delle botti di birra ha richiesto due camions. Il parmigiano veniva affrontato con tanto di accetta per ridurlo in scaglie.
Ma dentro al suo cuore ha sempre avuto un grande cruccio: quella maledetta canzone che non è mai riuscito a suonare. Nota per nota l’ha ricostruita tutta, ogni passaggio, ogni sfumatura ma giunto sempre in quel preciso punto la tromba del maestro prendeva un acuto in modo divino, la sua cornetta precipitava in un raglio sgraziato; o guaiva. Ogni volta sperava, si emozionava e con l’incedere dello spartito si caricava e poi quel suono, cadeva e gli precipitava addosso lo sconforto e la rassegnazione più assoluta.
Nel bene o nel male con quella musica sognava e si addormentava. Forse è questo che distingue i semplici mortali dagli Dei –si diceva; e sempre dopo l’ennesima delusione riponeva lo strumento nella custodia, la sbatteva in un angolo imprecando e poteva stare anche giorni senza riprenderlo in mano. E anche se durava poco per quel poco restava scontroso. Ma poi c’era sempre qualcuno e una ragione per svuotare quel bicchiere di vino. Tornava con gli uni a fare quella loro musica campagnola da ballo sull’aia e con gli altri ad accompagnare improbabili cantanti che inseguivano inverosimili ska e con altri ancora a intonare marcette o tutto quello che era tessuto nelle note.
Forse bisognava essere stati nel Delta, a New Orleans, per suonare e vivere quella musica. Forse non bastava averla vista in faccia ma sarebbe stato necessario averla accompagnata, la morte, almeno per un breve tragitto. E aver bevuto di quelle notti e veder salire le puttane e poi ridiscendere ancora tristi. E aver sfidato il cielo e aver fatto a chi la suona più forte. Forse neanche la luna è la stessa. Certo quella musica non lo era perché gli mancava una nota, sempre quella. E vallo a spiegare tu che era semplicemente un mezzo quando questa diventa un tutto.

Il disco girava sul piatto: “The complete town hall concert”² pieno di nomi mitici e di suoni mitici. Con quel “St. Louis blues” che restava inarrivabile. E c’era anche il grande Jack. Ma su tutti quella tromba rantolante.³
Prese il disco fra il pollice e l’indice. Lo tenne piatto e deciso colpì l’angolo della cassa. Il disco andò in frantumi.


1] Il titolo deriva da: Dippermouth (o più semplicemente Dipper) perché aveva una bocca a forma di mestolo.
2] I grandi suoi classici dal 1928: Ain’t Mibehavin’
3] Satchmo (da Satchelmouth, bocca a forma di borsa).
scritto il 11.11.1994

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Matteo disse solo: “Sai? Parto.” La sua voce si accarezzava cercando indulgenza. Un sussurro che si riverbera. Alzò gl’occhi ma questi tentarono di fuggire. Poi tacque proprio come chi fruga in sé cercando le parole; chi deve eppure dire. Indugiava.
Fu Roberto a violare il silenzio: “Tutti ci portiamo dentro una grande speranza di disperazione e non come desiderio aneliamo nelle cose il pianto, per poterne dare sfogo. Per darne corpo; o più semplicemente ragione“. – particolare: gl’occhi. Opachi. Senza riflessi. – “Attraverso quasi impercettibili flash fatti di granate. Non la disperazione, certo, della tragicità ma solo quella dei piccoli gesti. Quasi smorfie nei bimbi. Cantilene. Sottili sfumature. Non come espiazione; tutt’altro. C’é un senso molto carnale in ciò anche se libero da eccitazione. Quando si lasca l’istinto; la forza del dolore diventa aspirazione. Come sogno. Sete. Tutto il resto é falso. Balle. Belle e buone“.
Gl’occhi tornarono a posarsi sul foglio. A chiedere una pausa. Il percorso degl’occhi seguì l’attenzione delle dita sulla carta. Le dita tracciarono lente simmetrie. La voce rispose bassa, di pancia; apparentemente composta: “E’ tempo di partire. Dispiace. Parlarne fa male. Ma faresti bene a seguirmi. Mi è costato molto decidere. Ehm! Si lascia… sempre… Anche se lacerante, non derogabile. Eppure non é questione di radici. Viticci. Edera. Non é questo. Non voglio. Non chiedo: Perché giustificare? Lenisce (o é utile a) qualcosa? Siamo eterotrofi. Viviamo di ciò; in ciò. Niente in realtà spezziamo. Come scia di lumache. Ci impastano la parola i linguaggi detti. Espropriazione; infondo. Quotidianità. Copione. Tutto il resto appare come eretismo. Ma in realtà non sono che piccoli, fragili fosfeni. Non siamo diversi; non siamo più maturi. Solo il tempo ci muta torno. Riflessi! Ricordi si compongono piano piano; solo come memoria. Così non si lascia mai. Addio é una parola troppo grossa. Non una sospensione ma una frattura definitiva. Appunto il frantumare realtà in ricordi. Forse anche un basta. Traslare. Di ciò può restare rammarico. Ma contrarietà non perdita. Io non giudico. Né questo chiedo, né questo chiedi. Siamo carne e la carne dolora. Le bugie del dubbio la ulcerano; la irritano. Ma nel piano reale (superficie asettica) contano in noi i gesti. Rifrazione“.
E disse questo ben sapendo che la vita altro non era che l’enorme ingranaggio della metafora. Così non erano ne ciò che mostravano, ne ciò che volevano mostrare; ormai, forse, nemmeno quello che si specchiavano. E quasi fingendo disprezzo lo vedeva già farsi poco più che un riverbero: disfarsi.
Non é una semplificazione. Forse non é neanche questo. Sono rimasto deluso. Per me é importante. In realtà non fuggo. Non sono mai fuggito. Per incapacità. Per vizio. Un guaito é un guaito. Se il bagaglio é pronto perché parlarne? Convenzione? Altri itinerari, con gl’occhi, ho seguito. Di più le parole avrebbero forse potuto? Petulanti. Niente saprà tradirci. Senza scelte. Senza giudizi. Senza rancori. Forse non si sceglie mai; in verità. Le strade altro non sono: percorsi. Da noi percosse. Analogie. Il mito ha un che di tragico; che non rifiutiamo. Pigrizia? Paura? Il viaggio. Io sono e così vivo. Ma perché io? Non temiamo tracce. Al di là di qualsiasi processo di lettura.”
Mentre rimase a fissare la luna Matteo si allontanò per fumare e si appartò a pisciare.¹


1] 10.04.1991

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Eretica

Lei aveva l’inverno fra le cosce.
Di che cosa potevano essere i suoi sorrisi se non di porcellana? Le sue sete erano naylon. Le sue parole selci.
Il suo amore divenne disperazione.¹


1] scritto il 4.04.1991

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A parlare con lui era ormai come cercare di districarsi a farsi sentire da una folla. Quando si erano conosciuti era solo Gabriele. A dire il vero anche un poco timido e impacciato. Era stata la sua discrezione che le era piaciuta. Si ricordava che aveva rischiato, anzi, di spazientirsi per la sua indecisione, ma alla fine le era piaciuto imparare ad aspettare. Poi, senza un vera ragione, s’era fatto un blog. A tutti veniva la puzza di farsi il proprio blog e così se l’era fatto anche lui. Nella rete s’era presentato come FantaForma. Era conciso e puntuale, con una vena di sarcasmo. I loro primi screzi erano apparsi a quel punto. Non sopportava le precisazioni della sua identità virtuale. E, poi, quando commentava i commenti era persino arrogante. A volte anche con lei. Poi s’era appassionato di chat. Il suo nick era ScatenaToro (c’era già un ToroScatenato in rete). In quella veste era mellifluo. Aveva scoperto una attenzione particolare per le sue forme e per tutte le forme o meglio per il culo; quasi una ossessione. Stava diventando un vero casino. Ora doveva parlare anche col grande ego del suo avatar e con quello non c’erano proprio possibilità di capirsi.

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Foto colori di Ross in barca a PonzaDonne. Apriamo la finestra per stendere i panni al sole. Come fossero altrui. Non chiedevo altro. Ma non vorrei fare del male a nessuno; cioè a nessuna. E Lei commenta che le piacciono le regole. Nello stesso tempo non mi vuole sentire parlare di regole. Semplicemente la spaventano. Certo che ad essere coerenti si sfiora la criminalizzazione. Ma Lei è donna. E quando parlo di me non parlo mai veramente di me. La vita è come in quei gialli in cui ti dicono dall’inizio chi è l’assassino. A margine ricordo che l’assassino è sempre una figura di contorno. E’ la vittima, in quei casi, ad essere l’unico protagonista. Ma questa è una lettura leggermente sublimata e gotica.
Riassunto
Ho amato una donna (come da richiesta), e lei mi ha amato. Ma poi lei ha incontrato uno che le ha detto che l’avrebbe amata come me, anzi che era me. Lei è andata con lui e c’è pure rimasta. Ho continuato ad amare quella donna, ma mi sentivo un po’ solo in quella forma di amore. Per fortuna non mi sono mai sentito ridicolo. Forse solo un po’ idiota. Poi lei ha amato uno perché le aveva promesso di non amarla. Ho cercato un’altra donna da poter amare. Non era più come quella volta ma ogni volta è una volta. Poi ancora ha scelto uno solo perché lui non sapeva amare e lei non era costretta ad amarlo. Quell’altra mi ha detto che mi voleva amare senza l’amore. Mi sono sentito confuso. Alla fine me ne sono andato. Veramente sono stato fatto andare. Poi Lei ha creduto di potersi fermare e finire amando solo nessuno. E’ allora che l’ho ritrovata e mi ha chiesto se mi ricordavo come si fa ad amare. Certo che me lo ricordavo. Quando ti insegnano ad amare non lo scordi più.
Capitolo dopo (o Seconda strofa)
La vera storia è un attimo più estesa. Anche se non ho tempo di fermarmi troppo. Ebbene sono un tipo fortunato. Sono nato nella città più bella del mondo. In una casa enorme. Da una famiglia numerosa. Avevo sei genitori: due madri, di cui una, in verità, era mia matrigna, e quattro padri; a fare i sei. A cavillizzare solo due erano stanziali. Gli altri erano sempre di passaggio e cambiavano in continuazione. Così in fretta che avevo smesso di scervellarmi per imparare i loro nomi. Non che tutto andasse sempre liscio perché quelli fissi, soprattutto Giuseppe, brontolavano in continuazione. Non erano del tutto contenti di quella situazione di instabilità. Dicevano che era per i figli, anche se ero figlio unico. I miei fratelli avevano preso la via della vita da orfani. La salute mi ha sempre sostenuto. Non mi mancava cioè niente di quello che avevamo. Ripeto: son sempre stato fortunato.
Ma qui il tema è l’amore e anche in amore… Anch’io son cresciuto di leggende metropolitane. Avevo incontrato la ragazza più bella della città. Mi son sempre chiesto se lo meritavo. Senza qualche dubbio la vita non è vita. E Lei s’era accorta di me. Accorta è dir poco. Mica dei dubbi; di me. Allora ironicamente mi son dato dello stronzo. Poi ho provato a farlo. Non mi riusciva del tutto bene. Ero poco credibile. Solo al primo attimo. Avevo scambiato la parola con stupido. Sempre con la esse iniziavano. Ma Lei, almeno per un po’, c’è cascata. Ora torniamo alla storia. Forse un limite c’è sempre stato. Troppi più nella mia vita. Capita, qualche meno. E’ da mettere in conto. Per una ragione statistica. Odio le statistiche. Solo che magari non era quello il momento adatto.
Forse ho imparato da allora ad odiare le statistiche. Era come quando vinci la lotteria senza nemmeno comprare il biglietto. Detto per inciso è quello che mi è successo ieri incontrandola una seconda volta. L’ho detto e ripetuto. Ma è che a volte trovi anche chi si arrangia a mangiarsi la tua vincita. Questo non toglie nulla alla fama del fortunato. Che poi, a guardar bene, il vigliacco profittatore è un benemerito: toglie dalle responsabilità. L’improvvisa ricchezza può creare fastidiosi contraccolpi. I troppi soldi creano problemi, non riesci mai a spenderli tutti. L’abbondanza rende ciechi e obesi, persino nelle idee. E’ che tutto sembra così impossibile. Esagerato.
Era tutto abbondante nella mia vita; i pasti no. Ero talmente fortunato da essere due. Peccato che lei, la più bella ragazza del mondo, e bella non solo d’aspetto, se provate ad immaginarla era ancora più bella, esageratamente, tra i due scelse il me stesso sbagliato. La copia. Ironia della sorte e del racconto. Pensai all’ennesimo colpo di culo. L’altro aveva Lei ma io avevo la libertà e tutte le ragazze che volevo. C’era solo un piccolo particolare insignificante: tutte quelle ragazze non volevano me. E a ben pensare nemmeno io volevo loro. Ma non sempre si può avere ciò che si vorrebbe. Ho fatto colazione appena sceso dal treno. Ci sarebbe da giungere alla conclusione che Alterego è sempre un amico infido, alla fine si trasforma in sé. Più simile ad un verme che all’uomo che ero e sono. Ma forse la stima che faccio è, nonostante tutto, generosa. E a dire verme è stata proprio Lei ma solo poco prima di ieri. Prima sapeva ma non voleva vedere.
Ho avuto molti incidenti ma sempre senza conseguenze fisiche. E pensare che non ho né ho mai avuto la patente. E’ per questo che preferisco viaggiare in treno. Se mi lagnassi sarei come quelli che vogliono fare del blues a pancia piena. E qui non siamo nella canzone di Vergassola. E io non sono quel Mario. Ad un certo punto mi ero convinto di piacere alle altre. Come se fossi a scadenza breve. E soprattutto alle madri e alle nonne. Tranne naturalmente quando presagivano di poter trasformarsi in suocere. Mi ero convinto di piacere a quelle che non mi interessavano e a cui non interessavo particolarmente. Non sono particolarmente decorativo, ma in un certo contesto faccio la mia bella figura. Come certi quadri. Posso fare arredo. La cosa peggiore è che sono adatto al rimpianto. Magari ad essere piantato per poi riscuotere pentimento. Per informazioni si può chiedere alla mia ultima ex. Ultima di due. Già! a lei poetare non le sembrava una cosa seria. Per lei sognare non era una cosa pratica. Così mi ho trascinato stancamente la mia fortuna in un mini che non ha ancora imparato cos’è il sole. Due stanze e servizi oltre confine.
Forse sbagliavo spesso momento. Col dubbio che alcune quando chiedevano amore volevano sesso e quando chiedevano sesso volevano amore; appunto. O quando mostravano le tette lo facevano perché le guardasse un altro. Mi viene in mente Cristiana, povera diavola, che nonostante gli sforzi non è mai riuscita a mostrare quello che non aveva. Ero già arrivato a concludere che per amare era la cosa più facile del mondo, persino banale, bastava non dirlo ad anima viva. Amare in silenzio non porta inquinamento sonoro. Non offendi né fai male a nessuno. Scegli come e con chi farlo.. Richiede poco tempo, poco impegno e meno passione Ti stendi a letto e la voglia se n’è già andata.
Ma la fortuna era in agguato. E’ stato allora che ho trovato Lei, quel bel tipo (di cui sopra). Mi vede e mi dice: “Ti ricordi come si fa ad amare”. Non era la memoria a farmi difetto. Solo un po’ di allenamento. Poca cosa. Porca miseria. E m’ero mantenuto in forma. Niente pancia né acciacchi significativi. Faccio ancora i cento metri ma poi mi devo fermare. Maledetto fumo. A quel punto mi son detto “non è per l’amore, ma… preferirei guardare un film”. Lei non mi ha fatto vedere il film. Non era bello e l’avevo già visto. Ha insistito. Son tornato a vivere nella città più bella del mondo. Dimenticavo di dire che me n’ero dovuto andare per sfratto. Insomma… Non chiedo altro

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