Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 3 settembre 2010

C’è sempre un modo giusto e un modo sbagliato di fare le cose. Restò con il rasoio a mezz’aria. Chi era? Quella faccia senza luce. Gli occhi privi di qualsiasi volontà. Eppure era lo stesso di sempre. Eppure per la prima volta non riuscì a sfuggire alla domanda: aveva mai amato? Stava per dire di sì. Stava per dire di no. Insomma stava per dire. A volte la risposta è la cosa più difficile, a volte è solo inutile, altre ogni risposta è quella giusta e contemporaneamente quella sbagliata. Decise di andare con ordine alla ricerca di una piccola verità consolatoria.
In verità amava il suo gatto. Ad essere onesti e precisi nemmeno quello, ed era una gatta. Lo infastidiva quell’ammasso informe di peli in autunno sempre tra i piedi. Era la bestia che pareva amarlo. Lo cercava continuamente. Se la trovava sempre tra i piedi. Anche lì e in quel momento. Ma non era questo che voleva dire. In generale amava gli animali, ma quelli degli altri. Li amava a piccole dosi. Il tempo di un gioco prima della noia. Come i bambini. Un po’ come la natura, il grande tema dell’ecologia. Era sempre stato attento ma non riusciva ad essere sempre attento. A guardare bene tutto finiresti per impazzire. E l’aria, e l’acqua, e i cibi. E poi capita sempre un piccolo attimo di distrazione. Nessuno è perfetto o può essere rigorosamente coerente senza uscire di senno. Eppure aveva sempre amato la politica.
Sì! quella. Belle soddisfazioni gli aveva dato. Aveva sempre pagato per le sue idee. A volte un prezzo fin troppo oneroso. E ora. Gli veniva da ridere e da piangere come s’era ridotta. E come s’era ridotto il suo paese. Al comune era andata una giunta di destra. Sarebbe stata il meno. Erano peggio che disonesti. Erano una banda di incapaci. Zotici e stupidi e stronzi, ma soprattutto incapaci. E poi è sempre facile parlare. Certo amava le sue idee. Certo è facile dirlo. E’ facile anche dire che si può morire per le proprie idee. E facile da dire, magari anche da cantare, non certo da fare. A pensarci a fare il delegato aveva guadagnato solo di essere ancora quello che era quando era entrato. Finché aveva continuato a farlo aveva visto tutti passargli davanti. Bisognerebbe farsi furbi prima. Aveva capito presto che nessuno pensa per te, se non ci pensi tu. Quello che non poteva certo dire era di amare il proprio lavoro.
Degli amici meglio non parlare. Ci sono sempre quando non servono e di più quando hanno bisogno loro. Se presti un libro puoi esser certo di non rivederlo. I soldi puoi te li devi riguadagnare. Carlo non glieli aveva mai più restituiti e alla fine si erano anche litigati. Così aveva perso tutto. Non era stata una grande perdita per lui, ma diecimila son sempre diecimila. Sì! tanto meglio da soli. Almeno c’era cascato quella volta sola. Amava la sua città ma come ci si adegua e abitua ad un posto. In fondo avevano una bella casa e forse era quello. Alla fine un posto vale un altro. Qualcuno è più comodo, qualche altro meno rumoroso. Non c’è poi questa grande differenza. Ma quelli sono piccoli amori. Quelli. Certo aveva amato gli urania. Ora non aveva più tempo nemmeno per la gazzetta. Amava la sua squadra del cuore. Il presidente aveva deciso non non metterci più un euro. Non era più tempo per fare gli eroi.
Certo aveva amato sua figlia. Quel momento, quello della nascita, era il più bello ed emozionante che aveva avuto. Come si può non amare il sangue del proprio sangue? L’ultima espressione era degna di Ilaria, sua moglie. Peccato che i figli poi crescono. Non che non gli avesse dato soddisfazioni; questo non poteva certo dirlo. Era quello che si può definire il suo orgoglio; quella che si cita come una brava ragazza. Studiosa. Intelligente. Autonoma. Si stava facendo una strada. E dopo. Cosa gli dava? La sentiva sempre più raramente. Si vedevano sempre meno. Gli sembrava che non avessero niente da dirsi. E si rimproverava il mondo che le aveva lasciato; per le sue vane illusioni. E poi lui, quel… come si chiamava… Eugenio. Non riusciva proprio a farselo piacere.
Amava Ilaria, ovvero l’aveva amata. Come avrebbe potuto essere diversamente? Ilaria aveva due tette splendide e tutti gliela invidiavano. Le era stato fedele quanto può esserlo un uomo. Erano state le occasioni a cercarlo, non viceversa. Non aveva niente da rimproverarsi. Niente di cui essere rimproverato. Certo, in un certo senso, gli era sempre pesato che lei guadagnasse più di lui. Non si era mai sentito, come dire… libero. La vita a due è una vita a due. Non era più riuscito a fare le cose che gli piacevano. E la sua famiglia. E le vacanze in montagna. Al diavolo tutto perché poi tutto era diventato abitudine. Spesso una noiosa abitudine. Anche Ilaria. Anche fare all’amore il sabato sera. E non aveva più potuto essere… spensierato. Ma certo la causa sta anche nel tempo che passa. E stava diventando persino sciatta.
Erano le sette ed era ancora in mutande. Doveva sbrigarsi perché doveva andare al lavoro. Forse l’amore ha mille significati diversi e mille interpretazioni. Anzi sì! E’ una sola parola per descrivere troppe sensazioni. Troppe emozioni. Diametralmente diverse. Ma che colpa poteva muoversi se lei aveva smesso presto di avere attenzioni per se. Ormai dimostrava l’età che aveva. Le sue belle tette erano un ricordo. Sarebbe ingeneroso scendere in particolari. Fatto sta che ogni gesto era stanco, privo di trasporto. E non aveva mai avuto molta fantasia. Certo che le donne invecchiano presto o all’improvviso. Poi la loro bellezza diventa un lontano ricordo. Non resta molto di quello che una volta era servito ad affascinare. Alda invece aveva ancora quell’età, e quell’entusiasmo. L’amore con lei era ancora una cosa entusiasmante. Certo non era felice di non poter mostrare la propria felicità; che si dovessero nascondere. Ma lei gli era necessaria per amarsi perché di una cosa era certo, almeno di quella: aveva sempre amato Armando.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: