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Archive for 11 settembre 2010

Alla soglia dei quarant’anni s’accorse, non senza stupore, che l’altro sesso mostrava un nuovo, improvviso, interesse nei suoi confronti. I primi ad accorgersene erano stati gl’altri; lui non vi aveva fatto caso.
Piccoli segni. Il cortese cedere il passo di giovani e avvenenti donne. Il liquido dialogare di graziose ragazze fattosi naturale e generoso. Gl’occhi che seguivano il suo passo. Sorrisi. Insistenze.
Eppure usciva sempre alla stessa ora, alla stessa ora rientrava. Continuava a compiere i soliti consueti gesti; meccanicamente, ormai. Il caffè alla solita ora, al solito bar. Ma servito con insolita grazia dalla solita ragazza che adesso ostentava le lunghe gambe fasciate da calze scure e lasciate scoperte da corte gonne con insistita civetteria.
Come sempre non portava la camicia più di un giorno e la barba era frettolosamente rasata. I suoi saluti rimanevano più rantoli o mugugni che gesti gioviali, ma gioviali erano le risposte. Vestiva allo stesso modo. Leggeva lo stesso giornale che la giovane sposa gli porgeva con un sorriso ogni giorno più luminoso.
Ne rideva con i colleghi d’ufficio ma erano sempre due differenti modi di riderne. Lentamente ne prendeva coscienza e lentamente ne provava una sottile, perversa, soddisfazione. Nel suo parlare appariva un impercettibile segno di rivalsa. Nel loro un frammisto sentore di invidia e di rabbia, ma sempre impercettibile; mascherato di cortesia.
Portando a passeggio il cane si scoprì persino a parlare del tempo con l’elegante inquilina del piano di sopra. Tutto ciò che era femminile dimostrava un’eloquente cordialità nei suoi confronti.
Se stava leggendo indagavano rapide su cosa stava attirando la sua curiosità e poi inventavano pretesi interessi per poter avviare un pur minimo discorso.
Fu in quei giorni che capì come tutti gli oggetti di culto abbiano bisogno di godere di attenzioni raffinate e qualitativamente selettive per non essere inscatolati per consumi senza consapevolezza. Ecco, forse era la consapevolezza… o forse l’ammirazione deve essere determinata. Anche l’estetica doveva avere una sua cultura.
Non ci si può porre davanti all’opera di un grande maestro come ci si pone davanti ad una scatola di gamberetti surgelati. L’opera perderebbe il suo spazio e il suo spessore. Non vi è, e non vi può essere, confidenza. Ripeteva mentalmente la formula: “ammirazione”.
Questo gli fu più chiaro quando lo interloquì affabilmente quella donna nei confronti della quale aveva sempre provato una celata ma sana forma di ripugnanza. Non era capace di essere sgarbato ma tratteneva a stento la sua insofferenza.
Non tutto però scorreva liscio; Claudia era radiosa persino alle prime ore del mattino ma i colleghi affidavano sempre meno a lei le pratiche da portargli e sempre più preferivano recapitargliele personalmente; si dimostravano gentili ma concludevano le frasi con vezzosi nomignoli o allusivi titoli.
Chissà se in qualche modo la primavera che si avvicinava aveva un ruolo ma certo le gambe si accavallavano lente e generose. Era un continuo aggiustarsi di calze. Uno trafficare di trucchi e di cosmetici. I profumi si facevano nubi.
Come sempre accade eppure questo lo mutò. Guardò la sua donna, della quale aveva raccolto confidenze e ignorato debolezze, e la vide. Non reggeva un perché ma in fondo erano esistite mai delle ragioni?
Le sensibilità, per altro distanti, erano meno che un pretesto e non era certo per l’avvenenza che si erano disputato per quasi vent’anni lo stesso spazio nello stesso letto, senza discostarsi; che le aveva prestato quelle attenzioni che solitamente sostituiscono le prime calorose effusioni. Un tempo questo interminabile; gli sembrò.
Quelle debolezze non riuscivano più a nascondere la loro gravità, persino la loro enormità. Lei non riusciva nemmeno più a restare almeno giovane. I seni si erano appesantiti, gli occhi incupiti e ingrigiti. Fili bianchi fra i capelli. Disordine per la casa. Qua e là indumenti. Cenci.
Sì, non era nemmeno mai stata elegante; né nel vestire né tantomeno nel parlare. Sempre quella sua approssimazione. Quel suo vivere le cose senza bisogno di compierle. La vacuità dei suoi discorsi. Si sentiva soffocare assalito dai suoi mille problemi inutili. Imparava la scortesia.
Forse a volte i sentimenti non fanno questioni di dimensioni ma possono avere un involucro molto fragile. Provava ormai un vero e proprio ribrezzo per quel corpo e per quella voce. La sera si fermava e guardare la televisione e si coricava che lei già dormiva.
Non vi era in lui rancore; affioravano appena rimpianti. Non le rimproverava niente di importante ma un insieme di minuscoli segni. Qualcosa di fisico e di attuale; se mai grazia aveva avuta.
Quella notte, prima di raggiungere il letto, si sedette in bagno ma non riuscì a mettere a fuoco la sua attenzione sul libro. Rilesse più volte le stesse poche righe e quelle lo respingevano, restavano estranee. Impenetrabili. Depose quel libro a terra e si soffermò solo alcuni istanti a fissarlo.
Cercò di pensare ai programmi che aveva seguito. Ai risultati della giornata. A Claudia. A una qualsiasi Claudia. Sentiva il respiro pesante della moglie nella stanza accanto. Cercò di pensare al giorno seguente. Frugò, inutilmente.
Lo specchio ripeteva le fonti di luce; la piccola stanzetta era completamente illuminata. Una sola presenza, la sua. Particolare: il suo viso.
Si sorrise dietro le palpebre chiuse a dolcemente si amò.¹


1] 4 febbraio 1991

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