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Archive for 15 settembre 2010

a Eftimios

Dietro le pareti, dietro i vetri il vento era una costante; non un sibilo ma più un sussurro, un respiro, leggero.
La luce quel mattino era un violento bagliore, un barbaglio; accecava la vista e incideva sulle cose profili come solo un punteruolo può sulla cera.
Il panorama, dall’ampia vetrata, di infiniti suggerimenti degradava indeciso verso il lago per poi rialzarsi brevemente e infine spegnersi nel mare; nell’avvicinarsi al quale si faceva meno sicuro, si sfumava e stemperava in quel chiarore. A sinistra un piccolo colle orgoglioso si alzava appuntito quasi ad affermare una presenza come provvisoria. Ma il lago non rifletteva la luce, anzi la tratteneva.
Dario si muoveva lentamente con passi misurati e soffocati per le ampie stanze facendo attenzione per non lasciarsi sfuggire il senso di quei sospiri tanto tenui da tradire la presenza, e non lasciare orme; senza riuscire a ritrarre lo sguardo da quei ritratti (tracciati con segno sottile ma preciso) più che come specchi; specchi.
Per l’amore e il dolore (quelli veri) la parola è pura; violenta; bestemmia. Quanta letteratura si era tradita in ciò. Adesso questo gli sembrava più chiaro ed esplicito ed anche in sé taceva, gl’occhi colmi di lacrime mai confessate.
Ma poi era solo quel paesaggio a lacerargli il cuore? Lui era lì, presente anche se non riuscivano ad incontrarsi; non per gli oggetti che pure erano appartenuti a lui, non per i gesti-riti che ne serbavano memorie. Eppure vi era quasi una trasparenza insolita per i sentimenti. Una nudità; dura.
Misurava ogni gesto per non sporcare, per non tradirsi. Le fronde che da lontano si agitavano erano più che un richiamo, un continuo celare e svelare fatto della mitologia del quotidiano. Le nubi giocavano piccoli disegni.
Aveva perso qualcosa di sé per sempre e di questo ne prendeva piena coscienza ma contemporaneamente ne era accresciuto; contemporaneamente capiva come vi siano presenze che non potevano mai venir meno ed essere mutate da nessun processo di ricostruzione mnemonica.
Il tempo non poteva essere né un limite né un argine. Non sapeva ancora se ne avrebbe parlato né che ci avrebbe parlato. Anzi, se il sapere è qualcosa in qualche modo legata alla ragione, non sapeva. Non voleva sapere.
Per un attimo trattenne anche il fumo della sigaretta, poi la spense per non tradire nemmeno gli odori e si accomodò in una sedia, lo sguardo fisso nel vuoto. Temette di perdersi.
Fra tanti paesaggi solo con lui voleva stare in quel momento, solo con lui come non mai e con il fascino di quel silenzio. Da uomo a uomo. Con lui che forse non aveva in realtà mai chiesto il come ma solo l’essere; che pure doveva aver cercato in sé una ragione senza poterla trovare.

Poteva capire quel suo cupo e rancoroso dolore? Lenirlo con il sogno di un pallido forzato mite sorriso? Raccolse e sfogliò distrattamente un libro senza però distrarsi dai suoi pensieri, poi, prima di tornare sui suoi passi, sottoscrisse il patto: i suoi silenzi sarebbero stati d’ora in poi i loro, il loro modo di capirsi, l’angolo di questo patto e lì solo lui l’avrebbe veramente capito per quell’amicizia che non aveva avuto modo di diventare.¹


1] 3 aprile 1991

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pittura con tecnica mista su cartone telatoGli scivolò addosso, lo sfiorò delicatamente e come lui si lasciò andare con uno sguardo gli trafisse gl’occhi ((strano segmento di sorriso) lui lo fuggì) e poi gli leccò via tutte le parole. Nudo così, completamente, cercò la sigaretta e una pena d’ombra.
Carla uscì e sarebbe stato per sempre.


1] 2 aprile 1991

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