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Archive for ottobre 2010

Tecnica mista su cartone telato
Prove di volo: Tecnica mista su cartone telato (40*50) del 25 giugno 2010

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Stappò la bottiglia e versò il vino.
Quello che cadde sulla tovaglia tradì il bianco e ruppe l’incanto di quella serata.¹


1] scritto il 17.04.1991

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Qaudro in forma di icona (Autoritratto in tecnica mista di acrilico su cartone telato)Non è accademico ma assurdo interrogarsi sul taglio da dare quando si deve commentare una notizia del genere che per la sua drammaticità colpisce quasi allo stesso modo lo scrivente, i protagonisti e il lettore; questo giustifica, anche se solo in parte, l’imbarazzo che mi coglie nel commentare i fatti.
La commovente vicenda, ignorata dal grande pubblico dei lettori, trova oggi diffusione solo dopo un doloroso travaglio personale e solo in nome del “dovere di cronaca” e del “diritto di informazione” mi sono deciso a passare in redazione queste poche parole per la stampa.
Per la prima volta nella mia lunga e non sempre agevole carriera il mio mestiere di giornalista e la mia etica professionale si sono trovate in travagliato conflitto col mio essere uomo e con i valori più sacri a cui mi sono sempre ispirato e in cui ho sempre creduto senza la minima esitazione.
In questi ultimi tre mesi assolutamente nulla era trapelato e la cosa sarebbe passata inosservata se non fosse giunta al nostro giornale quella breve nota di fonte attendibile sulla quale fonte non possiamo naturalmente che mantenere il più stretto riserbo.
Lo stesso riserbo che riteniamo dovuto agli involontari quanto disgraziati protagonisti colpiti da tanto dolore a cui spero giunga tutta la mia e la nostra (della redazione tutta) solidarietà e stima; è sufficiente dire che gli avvenimenti hanno visto la luce, nel senso più preciso e pregnante della frase, in quella terra di santi e di iconografie virtuali che è l’Umbria.
La giovane madre è una donna gracile e bionda di venticinque anni e sei mesi, che abita appunto in questo nostro grosso centro umbro in via delle Colombe al civico cinque interno due, al suo primo parto.
La signora è stata ricoverata al locale Ospedale Civile in data primo maggio, dopo una gestazione serena e per nulla traumatica, per dare alla luce un bimbo che gli esami avevano pronosticato di sesso maschile e di peso aggirantesi presumibilmente tra i tre chili e mezzo e i quattro.
Tutto lasciava prevedere il buon esito di un parto che non presentava alcun particolare problema, la donna non può che confermare di aver avuto la massima assistenza da parte di tutto il personale ospedaliero; così come dobbiamo testimoniare che nulla era stato trascurato da parte della puerpera stessa oltre al suo ottimo stato di salute.
La levatrice conferma che i tessuti si presentavano sufficientemente elastici e che tutto procedeva nel migliore dei modi quando, la “mammina” è stata trasportata in sala parto immediatamente dopo la rottura delle acque.
Il marito è entrato assieme alla “sposina” per assisterla e condividerne quel momento sempre magico e che mai tanto come questa volta era destinato a rimanere tra i ricordi di tutta una vita; qualora fosse necessario anche l’uomo può dare ulteriore testimonianza di come tutto si fosse fino allora svolto nella maniera più soddisfacente.
Comprensibile era il suo impaccio nell’assisterla nelle povere mansioni che erano a lui demandate: nel bagnare le labbra e asciugare la fronte della sua compagna con quella piccola garza umida che gli avevano fornito.
Il futuro padre cercava continuamente gl’occhi della cara amata con una delicatezza che si può solo immaginare mentre le contrazioni si facevano più violente e frequenti ma data la posizione e l’emozione non riusciva a cogliere con lucidità completamente il susseguirsi ormai febbrile degli avvenimenti.
Con la mano libera teneva dolcemente la mano della moglie sforzandosi di trasmetterle serenità e non l’angoscia e la tensione che gli esplodevano dentro ma la donna, con la sensibilità comune in questi casi, non poteva non leggere sul sudore di quel palmo quelle preoccupazioni e gli sorrise amorevole cercando di tranquillizzarlo.
Lui vedeva il medico e il personale paramedico affaccendarsi spasmodicamente oltre il ventre prominente della sua cara metà e solo la novità della situazione bastò a preoccuparlo e lo confuse ulteriormente; racconta che gl’occhi coglievano immagini sfuocate e che gli bruciavano come in preda alla febbre, tutto il suo corpo reagiva allo stesso modo alla tensione.
Il medicò aveva ordinato la flebo e poi dovette incidere ma solo un piccolissimo taglio, gli spiegò dopo, data la posizione in cui si presentava il feto e il suo notevole peso. Ma lui non ricorda l’ordine dei gesti ne si accorse di quel taglio che per altro richiese solo tre punti di sutura.
Poi, come per una improvvisa accelerazione, tutto precipitò e assunse un ritmo frenetico come in una di quelle brevi farse del muto se non fosse per la solennità dell’evento e per la sua non prevedibile conclusione.
Un bimbo di oltre quattro chili scivolò fuori dall’alveo materno come una saponetta e schizzò fra le mani esperte del vecchio medico; era un bimbo sano di aspetto e dal colorito roseo, pieno di carne abbondante che veniva voglia di morderla e coprirla di baci; con un impercettibile profumo dolce di vomito.
Quei cuscinetti di carne riempivano i piedini e le manine paffute dalle dita tozze che frugavano allegre l’aria e gl’occhi, quando si aprirono, mostrarono quell’azzurro cheto che illuminava il volto della giovane.
Il dottore disse: “E’ un bel maschiotto!” sul sospiro di liberazione che mandarono simultaneamente gli sposini ma immediatamente non fu più possibile nasconderselo: il nascituro presentava una escrescenza sul capo della forma di un disco traslucido; anche se era attaccata – come dire – in modo sommario era con estrema evidenza una vera e propria aureola.
Il bimbo era bello, certo, con piccoli riccioli biondi impomatati alla testolina tonda e le guanciotte piene da pizzicotti. Non aveva sofferto del parto, le carni si presentavano pulite e la pelle era liscia e vellutata; attorno agli occhi d’acqua marina si affollavano mille piccolissime rughe che davano al suo sorriso un che di antico e di pacato.
Non si poteva riscontrare, nemmeno volendolo, nessun’altra anomalia se non quell’assurdo discoide tremante, indeciso, come in bilico sul vertice di quella tozza figuretta dalle gambette storte; proprio come in quei maledetti quadri del Perugino.
Il medico non ebbe un attimo di indecisione e non mostrò imbarazzo: prese l’unica decisione che può essere razionalmente adottata in simili casi. Non ebbe nemmeno bisogno di tante parole, colse immediatamente lo sguardo d’intesa e di approvazione della povera coppia; tutti sapevano che non esistevano alternative: bisognava intervenire immediatamente e qualsiasi persona di buon senso comprende questo.
Non si persero che pochi attimi per permettere alla giovane di tenere il figlio appoggiato al petto e la donna lo coprì di baci vincendo l’orrore per mezzo di quel grande sentimento che è l’amore materno.
Poi il bimbo le fu tolto e con invidiabile efficienza e con la massima celerità fu approntata la sala chirurgica. Ripetiamo che nessuno può muovere il minimo dubbio che quella fosse l’unica soluzione che si potesse adottare.
Il delicato intervento impegnò tutto lo staff medico per più di due ore ma, nonostante il prodigarsi di tutti, l’operazione non poté avere l’esito sperato e non fu possibile rimuovere l’ingombrante aureola e la pur forte fibra del bimbo non superò la crudele ma necessaria prova.
Un eminente scienziato dell’Università del Maryland, da noi appositamente interpellato, ha laconicamente commentato che “Forse è meglio così.” poiché nei pochi casi in cui il paziente è sopravvissuto non ha poi potuto godere di una vita normale. Un altrettanto noto accademico italiano ha colto l’occasione per ribadire la sua già nota posizione sui “diversi” e i meno fortunati e sulle carenze di istituti alternativi. Ma si sa che in questi casi ogn’uno si sente in diritto di esprimere la propria opinione per quanto discutibile essa sia.
Quando toccò alla caposala annunciare alla donna quella drammatica perdita prematura del figlio la povera giovane fu presa dalla disperazione e dallo sconforto che nemmeno il marito riuscì ad alleviare; anzi la sua fu anche più violenta di quella della moglie.
I fiori che inondavano la stanzetta parevano avere un colore opaco e funereo e sembravano mandare un odore di desolazione; come profumassero d’incenso. La mammina non seppe trattenere i singhiozzi davanti a quella perdita irreparabile mentre stringeva a quel petto dove cominciava la montata lattea una camicina bianca finemente ricamata. Bisognerebbe essere fin troppo previdenti e non anticipare mai, in nessun caso, i tempi.
Siamo certi che la giovane età e il fisico sano permetteranno alla donna di non abbattersi troppo, di superare il difficile momento e di riprovare dimenticando così con relativa celerità questa amara vicenda magari con l’occasione di un altro, più felice, lieto evento.
Anche se con questo involontario ritardo inviamo alla giovane mamma gli auguri più sinceri di tutta la redazione e i miei in particolare e invitiamo chiunque voglia a manifestare la sua solidarietà a questa donna così violentemente ferita nei suoi affetti più cari come la perdita di un figlio tanto atteso e desiderato che appena nato non ha avuto il tempo per chiamarsi Adamo.¹


 

1] scritto il 27.02.1995

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Non riusciva a staccare gli occhi da lei. Era come una carezza di zefiro nella stanza; un soffio; un sospiro. Le dita farfalle chiacchierine dai voli rapidi di ali eccitate. Nei suoi occhi baluginavano lucciole, navigavano frammenti di stelle, un’intera galassia. Forse per quella luce. Nella zuppa navigavano filamenti vaghi; era certo pigra di sale. Le candele rilasciavano un fumo profumato. E la voce melodiava parole gentili e mai invadenti. Certo che il bianco non andrebbe servito a temperatura ambiente. Trovarsi lui e lei non era stato così imbarazzante come aveva creduto. Tutt’altro. Conoscerla all’interno delle sue abitudini, tra le sue cose, senza altra maschera, gli aveva mostrato anche pregi che gli erano sfuggiti e che non credeva di doverle tributare. Eppure la parte lo rendeva fin troppo attento, rischiando di fargli commettere l’errore. La sua gentilezza la rendeva anche più graziosa, ma l’arrosto aveva fatto una crosta fin troppo scura. Riconosceva come aveva cercato di dare il meglio. Aveva dato fuoco alla frutta e ai suoi occhi. “Lei è una persona squisita signora Amanda.” Anche se, ovviamente con altre parole, era anche quello che aveva pensato. Aveva mostrato che avrebbe gradito glielo ripetesse e non una volta, ma si era limitata a salutarlo sulla porta.

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Fotografia a colori mentre guardo nell'obiettivoIo. Io. Io. Io non pensavo ad un blog così pieno di Io. Nemmeno frequentato da così tante Lei. Cioè non pensavo ad un blog così Privato. Non l’ho mai pensato. Non per una sorta di pudore. Di vergogna. Anzi. Non credevo né credo di essere così interessante. Non ho mai voluto fare il protagonista. Apparire. Per uno e molti motivi. Invece sembra che il blog sia un posto dove raccontarsi. Confessarsi. Magari aggiungendo che non ti riguarda. Che non ti interessa. Magari infiorando, che ne so? come quelli che dicono, per esempio, in aggiunta: mi ha guardato con degli occhi come dire: m’è caduta hai piedi, come dire: ha anche insistito per darmela ma io niente; irremovibile. E invece magari scopri che non era successo niente. Come sempre. Semplicemente una buca non farebbe bello. E’ sempre meglio un buon finale. E poi… in fondo, ripeto, siamo tutti Rocco Siffredi. O come quelli che mettono la foto di un altro. E non una foto a caso. La foto di come si sognano. E come vorrebbero essere sognati. Insomma tutti hanno un minimo di vanità. Di amor proprio.. Come dire che nessuno è disposto a fare il pirla. Né la cosa mi da particolarmente fastidio. Solo avevo scelto una scelta diversa.
D’accordo che è solo un blog. E poi anche per andare al proprio funerale ci si mette l’abito migliore. In realtà io vorrei essere un povero narratore. Un affabulatore. Mi diverto a lasciar andare la mia fantasia. Decisamente. Diversamente mi sento limitato. Prigioniero. Ma spesso ho dovuto spiegare che non parlo di me. Che non sono donna. Che non faccio il cosmonauta o il camionista. Non addomestico nessun tipo di fiere, nemmeno donne. Che non assalto la gente di notte per le strade buie. Che non canto con la voce di un angelo o di un tacchino. Insomma che non so fare altro che liberare quella mia immaginazione. Cercare di vestirla di parole, la mia fantasia. Così nascono avventure non mie. Magari non è che a me le cose non succedano. Essendo un vivente mi capita di vivere. E vegetare non mi sconfinferla per nulla. E inoltre sono curioso. Non in modo ossessivo. Nemmeno molto. Sono solo affascinato dalle vita e dalle persone. Le osservo. Così mi può essere capitato, di tanto in tanto, qualcosa degno di nota. Che può avere delle similitudini con un’avventura. A dire il vero se mi guardo indietro mi annoio da solo. Poche storie d’amore, cioè di donne. Grazie alla mia timidezza. Che sfiorava la imbranataggine. O ci giungeva. A un ansito romantico esageratamente presente. Grazie un cazzo! Pochi viaggi. Sono un pigro sedentario. In fondo poche emozioni. E’ solo che mi sembra tutto poco.
Persino pochi dolori. Anche in quello ho usato parsimonia. Poi mi affiorano episodi e sensazioni. Mi rendo conto di essere cresciuto. Persino di aver vissuto. E che quel ragazzo timido e introverso, lunatico, irascibile, che giocava con le ombre e litigava anche con gli orchi, quel ragazzino più che un uomo è ormai un vecchio. E non sono cresciuto affatto. E al mattino passo in rivista i piccoli acciacchi che mancano all’appello. Gli altri son sempre presenti. Mi ricordo che non ho appuntamenti. Devo pensarci a sporcare la mia agenda di qualcosa. Ma continua a non piacermi raccontarmi di me. Sono cose che già so. Mi sembrano misere e stupide. Ma Lei è curiosa. E’ golosa di me. E Lei mi aspetta sul cuscino ogni mattina. Ha un bel sorriso, Lei. E quel sorriso è disarmante. Oggi è radiosa perché ha ritrovato una foto di quando ero ancora un ragazzo. Una foto che non è mai stata scattata. Che non esisteva. Che non posso mostrare. E Lei l’ha trovata. Misteri della vita. Mi chiede che le racconti ancora. Si accontenterebbe di una favola. Quale donna non ama lasciarsi cullare dalla voce del proprio uomo? E sentirsi raccontare una favola; ma una vera favola? Guardo l’ora ed è già ora di alzarsi. Perché proprio me? Lei lo sa. Lei è la mia piccola inarrestabile vanità. E pensare che l’avevo riposta tra le cose da gettare.

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Tecnica mista su cartone telatoSilenzi. Non erano silenzi quelli che mi gravavano addosso. Erano silenzi pieni di parole. Parole senza leggerezza. Che piombavano immediatamente a terra. Parole, senza valore. Parole, senza significato. Parole-suoni anzi parole-rumori. Solo rumori indistinti. Come quelle che hanno chi non si ascolta. Che non desta alcun interesse.
Non ho nulla da appendere alle finestre. In quei momenti… di quel tempo… Le vorresti chiuse quelle finestre. Chiuse anche le bugia. Chiusi gli occhi. E il cervello. Staccata la spina. Nel silenzio vorresti nasconderti. Trovare il silenzio nella tua testa. Fuggire il frastuono dei tuoi pensieri. Da quella folla. Assiepata.
Quei silenzi. Silenzi parlati. Silenzi gridati. Silenzi straziati. I miei silenzi erano fatti, quasi sempre, di rimproveri, di grida, di rabbia; fin troppo rumorosi. Silenzi che creavano disagio, reazioni, anche violente, rancori. Silenzi di parole che non cambiavano niente. E poi di pentimenti. Quelli sì muti. Privi di suoni. Perché non ho imparato a contare fino a dieci. Ne a smettere di lottare. Ad arrendermi. E non è di nessun beneficio.
E di mille silenzi potrei parlare. Nessuno mi ha lasciato. Nessuno aveva un colore, né un odore particolare. Ma quelli che sono ancora più presenti sono i silenzi della notte. Quelli fatti di piccoli rumori attutiti che vengono da distante. Del suo respiro al mio fianco. Di buio. Quelli hanno un colore: il nero. Silenzi quando il sonno tarda ad arrivare. O non arriva mai. Silenzi ripetuti. Preceduti solo dalla paura di coricarmi. Del timore di un’altra notte insonne. Di quei pensieri ancora folla.
In quei silenzi mi volgevo dalla sua parte, senza sfiorarla. L’amavo ancora. Lei mi amava ancora, probabilmente. Eppure non sapevamo darci l’amore. Avevamo perso le parole. Non possedevamo più una lingua per comunicare. Volevo avvicinarmi. Non volevo disturbarla. Le parlavo senza dirle parole. La interrogavo. Mi chiedevo se avevo fatto abbastanza. Mi ripromettevo di riprovarci. Facevo un consuntivo: avevo fatto tutto il possibile. Ma lo avevo fatto veramente? Non sapevo di cosa rimproverarmi. L’amore non bastava.
Io non la capivo e lei non mi capiva. Non faceva niente per capirmi. Ero lo stesso uomo ma mi voleva diverso. Ancora più diverso. Forse non voleva un uomo lì. Voleva solo la certezza che non me ne potevo andare. Voleva un compagno di viaggio che non disturbasse. Che non affaticasse le sue fatiche. Sarebbe stato meglio un gatto. Magari di peluche. Consapevole che domani avrei fatto ancora un altro timido primo passo. L’ennesimo ultimo tentativo. Che avrei cercato un altro compromesso con il mio piccolo e stanco orgoglio. Che avrei perso. Comunque.
Certo che domani sarebbe stata un’altra giornata difficile. Di silenzi gridati e guerreggiati. A rinfacciarsi anche l’inutile. Con il timore che non sarei riuscito più ad affrontarla, un’altra giornata. Che non avrei trovato più un motivo od un posto in cui nascondermi. Non riuscivamo a perdonarci più nulla. Frustrato. Con una selva di perché mai risolti. A sbattere contro i suoi no. Le sue testardaggini. Contro di lei che continuava a chiudersi in se stessa. E tutto mi riduceva a niente. A meno di un amico. Nemmeno al padre di mia figlia. E lei dormiva come un’estranea vicino a me; nel mio letto.

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A tutte le persone che aveva amato riservava un posto nel suo cuore e anche per quelle che aveva riposto in un posto d’angolo, in un cantuccio, trovava un pensiero. Ed era sempre un modo garbato e malinconico quello in cui le ricordava. E quando era costretta a farne soffrire soffriva della sofferenza. Piera sapeva che giorni, mesi persino anni venivano dimenticati da quel solo istante. Che il dolore aveva il potere di cancellare tutto e tutto fare scordare, talvolta, in una vaga ipotesi di rancore. Lei non era così. Non le era facile vivere con tutti i suoi ricordi ma non se ne sarebbe mai liberata ed erano parte delle sue compagnie. A volte, anche se era con qualcuno, si assentava per tornare in quel mondo e ritrovare un dialogo silenzioso con quelle facce. A volte ritrovava un discorso fatto; a volte una domanda rimasta in sospeso; a volte una risposta che allora non aveva dato o una maggiore chiarezza. Non le sembrava di potersi attribuire una precisa colpa in nessun caso. Su come la vita attraversa le cose il senno di poi non è mai un giudice buono e giusto, per questo lei ricordava ma non giudicava. Forse era questo, si chiedeva, a mantenerla serena? Ma non era chi aveva amato ma quelli che amava a preoccuparla col loro affollarsi attorno ai suoi minuti.

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(Una storia italiana)

Possibile che in questa maledetta penisola tutto debba sempre finire a tarallucci e vino? Pare proprio che ormai non ci sia scampo e allora tanto vale raccontare anche questa ennesima storia italiana. Secondo Giuliana, mia moglie, ne vale la pena; io conservo tutt’ora qualche dubbio.
Eravamo andati, io e la mia compagna, a passare qualche giorno di vacanza in un vecchio castello in Toscana da poco trasformato in albergo. L’aveva scoperto lei, non ricordo come, e la guida prometteva una tavola raffinata e abbondante.
L’atmosfera era ottima e l’intero stabile ben conservato. Le stanze ampie e comode. Il mobilio antico eppure funzionale. Ma si narra, attraverso la voce della commovente credulità del popolino, che il vecchio edificio, quasi interamente rimodernato, sia tutt’ora abitato dal fantasma del suo antico padrone.
Molti hanno raccontato di questo castello e della sua storia tanto che ne ha parlato anche il grande scrittore colombiano e non vale perciò la pena soffermarsi su come l’antico signore abbia ucciso la donna amata e poi abbia trovato la morte quasi cercandola; basti dire che girerebbe nottetempo per quelle ottantadue stanze “cercando di raggiungere la quiete nel suo purgatorio d’amore”, e tanto è sufficiente.
Certo ne io ne lei crediamo più ormai da anni ai fantasmi; e come è possibile di questi tempi? Forse può riuscirci solo un vecchio scrittore che ha favoleggiato tanto nei suoi libri da confondere la realtà e cominciare a vivere, nella vita reale, una delle sue innumerevoli favole. E poi quella storia così assurda dell’odore di fragole fresche che rimarrebbe nell’aria; via! tutto diventa ancora più assurdo.
Comunque questo fatto, contrariamente a quanto avevo pensato quando decisi di partire, bene a conoscenza di tali dicerie, invece di allontanare gli ospiti, per quanto possa sembrare strano, li richiamava a frotte; la gente accorreva entusiasta alla dimora secolare di quell’impalpabile spirito e ne avemmo conferma appena arrivati
Le stanze erano tutte occupate e certo non ci sarebbe stato possibile pernottare senza la provvidenziale prenotazione che avevo fatto telefonicamente già con due mesi di anticipo, quando ero ancora completamente all’oscuro delle attrattive del posto; per fortuna che io sono sempre previdente e cerco di considerare ogni eventualità in anticipo.
Tutta quella gente, durante tutto il giorno, faceva traboccare di rumori i corridoi e la vasta sala da pranzo ma la cosa non infastidiva punto perché le spesse mura fornivano sufficiente riparo e pertanto, chiusi nella propria stanza, si ritrovava il silenzio e la pace della campagna. Anche se non era proprio come lo avevamo immaginato riuscivamo così a ritagliarci finalmente momenti sereni solo nostri perché avevamo bisogno unicamente di assoluta quiete e di ritrovarci; stanchi di lavoro e di città.
La giornata del nostro arrivo trascorse tranquilla e infiacchita come tutte le giornate che proseguono un viaggio di trasferimento con quelle loro ore pesanti consumate nel prendere confidenza, anche fisica, col posto e nell’organizzare in modo provvisoriamente nuovo la propria vita; come in una qualsiasi prima giornata di una vacanza.
Dopo una cena pantagruelica, fatta di mille squisitezze preparate in modo sublime e bagnate di chianti, finita con una fetta enorme di stupenda crostata di fragole fresche, passammo una notte insolitamente tranquilla rintanati nel sonno in cui ci avevano fatto sprofondare gli acidi delle nostre fatiche e non udimmo che un silenzio spesso come una trapunta d’inverno e qualche grillo toscano in vena di stornelli.
Nei giorni seguenti ci avventurammo senza fretta alla scoperta di quella campagna e nella ricerca della nostra serenità e pian piano cominciammo a entrare in confidenza anche con altri ospiti dell’albergo; prendemmo a cenare anche qualche sera in compagnia con qualcuno di loro, e poi si conversava volentieri. Una coppia era stata dalle nostre parti, giusto un anno fa, e avevano trovato il posto incantevole; così avevano detto.
Quello che mi sorprese ancor più era come tutti, forse perché pensavano di aver pagato anche per questo, fossero convinti della veridicità della leggenda anche se nessuno poteva affermare di aver personalmente visto o sentito il fantasma muoversi per le stanze dopo la mezzanotte, allorché gli ospiti sembravano mantenere un rispettoso silenzio. Finivano per essere patetici così certi che era persino ridicolo provare a contraddirli.
Era puerile ma ci credevano e si adombravano come se dovessero difendere l’onore della moglie o dei figli ma io che amo evitare, fin tanto che posso, ogni possibilità di diverbio e preferisco lasciare stare e lasciare che ogn’uno si cucini nel proprio brodo che poi si vede chi ha carne, sorvolavo elegantemente; in fondo la maggior parte di loro erano persone amabili con cui era anche bello discorrere; e non volevo misurare le loro suscettibilità. Con Giuliana invece si stava assieme ormai da sette anni e avevo avuto modo di conoscere a fondo il suo concreto disincantato; fra noi non si fece mai veramente cenno della leggenda.
Così ci soffermavamo spesso a parlare dopo ogni pasto, io con gli uomini e mia moglie poco distante con le mogli e le fidanzate perché lì abbondavano le giovani coppie, e si parlava del più e del meno come si usa con persone con cui si ha poca dimestichezza e una conoscenza relativamente breve e fresca e quando parlavano del fantasma mi limitavo ad assentire cercando di celare assieme alla mia incredulità anche il fatto che non partecipavo affatto.
Per la contiguità delle donne al nostro tavolo una sera mi accorsi che anche loro stavano parlando di questo benedetto fantasma, proprio un fantasma di fantasma giacché se ne parlava sempre ma in tutta una settimana che eravamo lì non si era mai vista la benché minima traccia, naturalmente, di quell’odore di fantasma, nemmeno un’ombra.
Grazie a quegli enormi spazi verdi tra file di olmi e distese di olivi nella maggior parte quelle donne possedevano una allegria e una serenità soddisfatta che raramente si riscontra in città e cicaleggiavano volentieri bisbigliandosi mille confidenze e quando una temette, o ebbe solo il dubbio, che la potessi udire abbassò improvvisamente il tono della voce e guardò verso di me con sospetto, ma ebbi la prontezza di girarmi distratto fingendo noncuranza.
Non si parlava d’altro. La vita di tutti gli ospiti gravitava attorno al castello. Quasi tutti restavano sempre nei dintorni senza allontanarsi mai molto ne per lungo tempo e se lo facevano era solitamente per passeggiare lungo i sentieri o i boschi limitrofi. In verità il costo di quel soggiorno non era popolare, pensai che fosse compreso nel conto anche il fantasma.
Nemmeno noi viaggiavamo molto più degli altri, avevamo trovato una specie di compromesso tra i borghi diroccati, un ampio parco e le vetrine, comprammo un po’ delle solite cose che appioppano ai turisti: inutili cianfrusaglie, dell’ottimo vino rosso e dell’olio verde e denso come gelatina, ma rientravamo rapidamente alla meta. Forse era questo che rendeva l’argomento del fantasma la cosa più viva di quelle vacanze. Anche perché si aggiungeva che non avesse avuto un gran che bell’aspetto nemmeno da vivo.
Dopo quella settimana, curiosando qua e là con la mia tipica estraniata disinvoltura, avevo raccolto una variante ancora più bizzarra di questa storia; l’avevo montata attraverso i frammenti rubati sia dalle conversazioni delle donne, che finivano in risa stridule e sgangherate a mala pena frenate, che dai bisbigli del personale conditi di mugugni e oscenità: il fantasma, a sentir loro, purgherebbe ogni notte le sue colpe trovando così la quiete in un letto ogni volta diverso e partecipando inoltre alla quiete di un’ospite diversa per ogni diversa sera: segretamente sentii una confidare che quella notte il fantasma l’aveva visitata durante la pennichella del pranzo.
Certo che in quanto a idiozie la gente perde spesso la misura dei limiti e della vergogna ma mi meravigliava pure come mia moglie, di solito alquanto riservata, partecipasse attivamente a quelle chiacchiere di donne e non provasse più di tanto imbarazzo davanti a confidenze assurde che poi finivano con il decantare laide quanto enormi prestazioni del fantasma, il quale sembrava anche insaziabile e inesauribile; certo era la persona più occupata che io conoscessi. Pensare tra me e me che lui non potesse, per sua natura, possedere limiti e dimensioni umane mi metteva di buonumore.
Aveva un arnese di proporzioni gigantesche; veramente enorme.” –udii affermare arrossendo ad una signora fine e di modi squisiti, sicura di non essere udita, mentre accompagnava le parole con una misurazione delle mani di eccezionale esagerazione. Restai così inorridito dallo stupore che devo essermi tradito per un attimo; credo di essere rimasto attonito con gli occhi palesemente spalancati e la sorpresa a impacciarmi qualsiasi reazione. “Io ci metto sempre un battutino di prezzemolo e aglio.” –completò glissando mia moglie con una dose notevole di prontezza e faccia tosta.
Quella sera Giuliana era leggermente più nervosa del solito e sembrava anche un po’ delusa. Presi la cosa molto alla larga cercando di menare, come si dice, il can per l’aia ma lei eluse la mia circospetta investigazione sostenendo che si stava parlando, così come fanno i pescatori, di figli e di nipoti. Mi disse anche di non far molto caso perché le donne, quando parlano tra donne, si lasciano a volte in confidenze anche un poco intime che nascondono sempre un po’ di esagerazione; che, in quei casi, possono anche sfuggire commenti un poco leggermente pesanti, cosa per lei alquanto disdicevole eppure, ma lo si fa per stare in compagnia.
Se proprio vogliamo anche l’impossibile è possibile ma quando si ha a che fare con un fantasma, cioè un’illusione, è meglio lasciar dire, riderci sopra e alzare le spalle; eppure in qualche modo mi ero lasciato un poco coinvolgere dall’argomento principe della locanda, che sembrava quasi ormai una mania, anche perché ogni favola ha un suo fascino e anche se ogni favola è un gioco.
Quella sera giocava il Milan e noi uomini ci eravamo radunati nella saletta al piano terra. Lei, Giuliana, si era ovviamente fermata ancora un po’ a parlare a tavola prima di salire. Eravamo liberi di fumare e anche di commentare a voce alta con gli ultimi bicchieri ancora pieni e quel poco di sano cameratismo che unisce gli uomini nel calcio. La partita era spettacolare e veloce e aveva continui capovolgimenti di fronte ma qualcuno disse: “Chi visiterà stanotte”?; qualcun altro usò espressioni più crude; finalmente l’arbitro fischiò un fallo a favore che era macroscopico.
Notai come le visite del fantasma erano relative sempre alle mogli degli altri, strano paese questo nostro paese che chiamiamo Italia; dove si crede veramente solo in poco cose: Dio e la Madonna, spesso per una comoda bestemmia, un poco alla moglie, in come la sai raccontare e prima di tutto alla squadra del proprio cuore. Il mondo va sempre nel verso in cui gira. Quel mattino, per il puro gusto della pigrizia, avevo finito col non fare neanche la barba e, quella sera, mi godevo appieno della mia libertà.
Dopo la partita si formarono, come sempre, due fazioni: non trovammo accordo se sul primo goal fosse più merito delle capacità balistiche dell’attaccante o demerito della posizione infelice in cui si era piazzato il portiere avversario. E discutemmo per ore sulla regolarità del rigore, di tecniche di gioco e, ovviamente, sulle sviste della terna arbitrale; il più feroce era al castello per il terzo anno consecutivo, la moglie lo trovava così romantico. Ebbe pane per i propri denti particolarmente da uno che, voci sottobanco dicevano, la moglie avesse già ricevuto due visite solo durante questa ultima loro permanenza (donna notevole la sua signora, di quelle che non passano certo inosservate: alta, rossa, vestita da provocare e che se tardavi un attimo di guardarla era già stata lei a metterti gl’occhi addosso). Come sempre le ore passarono in fretta e veloci e quando raggiunsi la camera era a notte fonda.
Mentre salivo silenziosamente le scale pensai e risi della signora alta, rossa, dalle gambe lunghe e affusolate e dai seni tesi; che si mangiava il marito, quell’uomo più piccolo di lei, se lo mangiava a merenda pranzo colazione e cena, non solo con gli occhi; che se lo coccolava tutto il giorno per poi continuamente scappare con lui come fossero sempre presi da bisogni e appuntamenti urgenti; che lo portava a passeggio come un cucciolo di razza pregiata; che rideva sguaiata e si tratteneva meno di tutte; che ancora baciava quel suo marito, anche in pubblico, ma riservava sguardi assassini, con grande generosità, anche per ogni maschio di sesso maschile si trovasse nei paraggi.
Nella nostra camera lei dormiva accoccolata tranquilla, e aveva un mite sorriso soddisfatto che le allargava il viso che pareva mi sognasse. Non feci caso a null’altro e spensi subito la luce per non disturbare il suo sonno. Mi lasciai cadere sul letto, qualunque cosa sognasse mia moglie faceva le fusa. Nel suo sereno torpore emetteva piccoli e rauchi mugolii e lunghi e intensi sospiri. Diversamente dalle sue abitudini si era addormentata senza nulla addosso; al tepore del suo corpo mi abbandonai rapidamente addormentandomi subito in un letargo profondo.
Il mattino Giuliana si destò tardi ma comunque pur sempre prima di me. Quando aprii gl’occhi lei già usciva dal bagno preparata di tutto punto ma con ancora addosso la sua vestaglia da notte. Si liberò di un largo sbadiglio soddisfatto e si scosse con un “Buongiorno caro!” zampillante e cristallino, anzi esplosivo e fragoroso. Si apprestò a tutto con inconsueta celerità: saltabeccava impaziente da una cosa all’altra senza soffermarsi più di un attimo su niente, e cicaleggiava gaia volteggiando tutto intorno.
Aveva una vivacità e una allegrezza piuttosto insolite per lei, per quella stagione e per quelle ore, una vera gioia di vivere e gli occhi ridevano autonomamente. Continuamente si lasciava prendere dall’ilarità e cadeva prigioniera di qualcuna di quelle sue risatine sfrigolanti che sembravano poi dover proseguire fino alle lacrime e oltre. Era ciarliera, quei giorni assieme e senza angosce ci avevano fatto bene e anzi erano stati miracolosi.
Mentre finiva il trucco notai, per la prima volta, che la nostra stanza odorava come di un penetrante sapore di fragole fresche nonostante fosse situata molto distante dalle cucine. Forse fu quello a metterci di appetito ma appena scesi annientammo una colazione più che abbondante e soprattutto lei si accanì con una voracità formidabile. Ironizzava, scherzava, canticchiava e mangiava e sorridendo sembrava scambiarsi sguardi d’intesa con le inquiline degli altri tavoli, tanto che le dissi: “Giuliana; chissà cosa potranno pensare che abbiamo fatto”. Uscimmo ma restammo fuori poco, gironzolammo come da fidanzati e lei fu dolce e carina con me e mi regalò un’orribile enorme cravatta rossa con il David di Michelangiolo.
A pranzo si appartò presto con le donne, quasi si affrettò, e mi accorsi che parlava fitto fitto davanti agli occhi sognanti sgranati di una giovane arrivata nella tarda mattinata mentre tutte ridevano stridule e alcune sembravano colme di invidiosa allegria, e ogni tanto lei guardava verso me e mi faceva un cenno ridendo. Una donna di poche attrattive, che era ospite ormai da più di tre settimane, l’ascoltava attenta e sembrava sul punto di piangere. Udivo nient’altro che il movimento delle labbra e il brusio informe di noi uomini che consumavamo gli ultimi argomenti della partita e commentavamo un paio delle ultime notizie dei giornali.
Circolava, dalle nove di quello stesso mattino, la notizia che qualcuno credeva di aver fatto luce sul mistero del fantasma ma era ridicolo poter pensare, anche per un solo momento, guardando quel piccolo cuoco sardo butterato dalle mani enormi che lo impacciavano continuamente, al vecchio padrone del maniero; ridicolo e assurdo. Certo una minima somiglianza c’era.
Dicevano di averlo notato poco dopo mezzanotte passare silenzioso e furtivo per i corridoi deserti e che era sparito all’improvviso scivolando in una stanza che non avevano saputo localizzare con precisione; a conferma aggiungevano di aver udito, subito dopo, dei mal attutiti lamenti; come dei guaiti di cuccioli ma certo dei veri ululati d’amore che pian piano si spandevano fino a diventare tonanti.
Naturalmente l’albergo non prese provvedimenti non dando credito a quegli assurdi pettegolezzi anche perché non potevano certo privarsi in quel momento del suo prezioso aiuto e spero non solo per questo; ho già detto come il fantasma era una vera, insperata, manna per il luogo. Per fortuna che qualche volta il buonsenso trionfa ancora anche là dove sembra si stiano affermando superstizioni che credevamo scomparse.
Quel cuoco aveva comunque, seppure involontariamente, distrutto in me tutta la magia di quel castello, il pensiero di quell’uomo goffo e onestamente anche un poco ignorante, non molto pulito e col viso devastato dal vaiolo, potesse essere in qualche modo mescolato alla leggenda del castello aveva reso tutto anche troppo ridicolo; e inoltre non potevo permettere che anche mia moglie mostrasse, seppur minimamente, di prestar fede a credenze da medioevo e a una favola certamente seminata da buontemponi che ora se la ridevano anche alle nostre spalle. Così, lasciandola ultimare le sue ultime sciocchezze, senza neanche provvedere ad avvertirla, feci segno al cameriere
Una favola è bella proprio in quanto favola. Per intavolare un minimo di conversazione chiesi quale era la specialità del cuoco. “Crostata di fragole fresche; –mi disse– le facciamo arrivare anche fuori stagione”. Ne ordinai due porzioni e poi provvidi a disdire la camera. Dissi quasi con disprezzo: “Per favore, mi può far preparare il conto di tutto”? Mi guardò sorpreso. Poi: “I signori partono già”? –mi chiese dispiaciuto. Risposi inventando impegni urgenti improvvisamente insorti che mi costringevano a tornare. Aggiunse solo leggermente stizzito: “Spero che i signori siano rimasti soddisfatti e di rivederli presto”. Non mi spiego perché verso la conclusione ammiccò in direzione di mia moglie.
Con quei prezzi certo non sarà facile che ci si possa rivedere tanto presto; comunque non ero affatto pentito di aver speso così i miei soldi. Ero solo un poco irritato perché anche a me seccava non poco dover rinunciare a tre giorni di vacanza solo per le sue sciocchezze, ne avrei volentieri fatto a meno ma non avrei mai potuto minimamente immaginare che fosse così… così… frivola e facile preda dell’idiozia: ma come si può a trent’anni credere ancora all’esistenza dei fantasmi? E pensare che era servita più a lei che a me.

I suoi occhi guardano nel vuoto. E’ tutto il viaggio che vorrei dirle di smettere di canticchiare quella mielosa maledetta canzone ma è meglio evitare anche perché non vorrei toccare la sua sensibilità e suscettibilità, in certi momenti è meglio lasciarla stare, ed è già stato così complicato spiegare la mia improvvisa decisione; perché dovevamo lasciare anzitempo l’albergo frettolosamente andandocene all’alba quasi come due ladri.
Ho dovuto dire anche a lei una bugia perché si ostinava ad insistere che non ce ne potevamo andare senza salutare nessuno, almeno le più intime; che così avrebbero potuto pensare qualsiasi cosa di noi; che forse mi ero dimostrato ancora una volta per il tirchio che ero; che non posso decidere da solo per tutt’e due; ecc… Intanto si è già lasciata riprendere dai nervi e non vorrei che: ricominciasse con le sue eterne emicranie; riprendessero, almeno per un po’, i suoi continui sbalzi di umore e le sue malinconie; fosse già svanito l’incanto della vacanza. Per il momento mi accontenterei che riuscisse a stare ferma, anche un solo istante, e che smettesse di torturarsi le dita. Ma soprattutto che la finisse con questa maledettissima filastrocca che miagola da quando siamo partiti.¹


1] scritto il 16.02.1995

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Era il peggior baro che si fosse mai visto per aver affinato così maestralmente le colpe inutili della vergogna. L’avevano preso subito già la prima volta ed era gente che non sapeva perdonare. Non si può provare altro sentimento che lo sdegno davanti ad uno tanto maldestro. Poco conta la sua voglia di imparare e la strada che aveva fatto. Non erano quelle cicatrici a dolergli di più. In verità si rammaricava maggiormente perché quello che contava di più per lui dipendeva, in un certo senso, da una forma di cortesia: voleva compiacere tutti. Come fosse possibile. Eppure per gli altri era possibile. Cambiare d’abito era una forma tanto consueta. Perché non gli riusciva? Doveva esserci qualcosa in lui. Se lo chiedeva. Si interrogava. Non sapeva darsi una spiegazione e trovare pace. Era così poco credibile quando indossava la cravatta (nonostante la fatica e l’impegno profuso per imparare a fare il nodo; scoprì solo in seguito, con meraviglia, che esisteva un testo a riguardo). Con lei invece non era stato capace che di dirle la verità. Si sa che la verità a volte è l’ultima bugia. Anche se fosse stato il primo, e non lo era, l’avrebbe trattato come l’ultimo. Aveva vegliato notti a pensare alla causa delle sue inadeguatezze. Non era quello il momento di pensare a lei. E lei era libera e lontana. E lui non riusciva a liberarsene. Come avrebbe voluto sapersi amare un po’ di più. Almeno un po’. Quello che distribuiva le carte, quello si! sapeva come e a chi darle.

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Dove sono andati i bambini?
Gli abbiamo rubato gli occhi
e loro son rimasti bambini
e non hanno tradito quel sorriso
ma s’era fatto diafano
e intorno s’era sparsa la sera.
E noi lo sappiamo che la sera si rintanano nel ventre delle ombre.

Gli abbiamo rubato le mani
e loro non si sono ribellati
perché non avevano più perché
né più tane dove nascondersi
né un cerchio da inseguire.
Le loro biciclette non avevano più pedali né ruote né un posto da inseguire.

Gli abbiamo rubato la voce
ma quelli non avevano già più parole
e le campanelle ai polsi s’erano rotte,
muti hanno cercato eppure di gridare
ma nessuno li ha riconosciuti.
Hanno pianto per noi perché noi non avevamo più lacrime.

Gli abbiamo rubato l’innocenza
e allora loro più nulla hanno potuto,
non gli è restato che sparire nel vuoto,
rassegnati, nessun monito era bastato
e solo allora abbiamo capito.
Nel silenzio niente e nessuno cantava più per noi quel riso antico.

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