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Archive for ottobre 2010

Tecnica mista su cartone telato
Prove di volo: Tecnica mista su cartone telato (40*50) del 25 giugno 2010

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Stappò la bottiglia e versò il vino.
Quello che cadde sulla tovaglia tradì il bianco e ruppe l’incanto di quella serata.¹


1] scritto il 17.04.1991

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Qaudro in forma di icona (Autoritratto in tecnica mista di acrilico su cartone telato)Non è accademico ma assurdo interrogarsi sul taglio da dare quando si deve commentare una notizia del genere che per la sua drammaticità colpisce quasi allo stesso modo lo scrivente, i protagonisti e il lettore; questo giustifica, anche se solo in parte, l’imbarazzo che mi coglie nel commentare i fatti.
La commovente vicenda, ignorata dal grande pubblico dei lettori, trova oggi diffusione solo dopo un doloroso travaglio personale e solo in nome del “dovere di cronaca” e del “diritto di informazione” mi sono deciso a passare in redazione queste poche parole per la stampa.
Per la prima volta nella mia lunga e non sempre agevole carriera il mio mestiere di giornalista e la mia etica professionale si sono trovate in travagliato conflitto col mio essere uomo e con i valori più sacri a cui mi sono sempre ispirato e in cui ho sempre creduto senza la minima esitazione.
In questi ultimi tre mesi assolutamente nulla era trapelato e la cosa sarebbe passata inosservata se non fosse giunta al nostro giornale quella breve nota di fonte attendibile sulla quale fonte non possiamo naturalmente che mantenere il più stretto riserbo.
Lo stesso riserbo che riteniamo dovuto agli involontari quanto disgraziati protagonisti colpiti da tanto dolore a cui spero giunga tutta la mia e la nostra (della redazione tutta) solidarietà e stima; è sufficiente dire che gli avvenimenti hanno visto la luce, nel senso più preciso e pregnante della frase, in quella terra di santi e di iconografie virtuali che è l’Umbria.
La giovane madre è una donna gracile e bionda di venticinque anni e sei mesi, che abita appunto in questo nostro grosso centro umbro in via delle Colombe al civico cinque interno due, al suo primo parto.
La signora è stata ricoverata al locale Ospedale Civile in data primo maggio, dopo una gestazione serena e per nulla traumatica, per dare alla luce un bimbo che gli esami avevano pronosticato di sesso maschile e di peso aggirantesi presumibilmente tra i tre chili e mezzo e i quattro.
Tutto lasciava prevedere il buon esito di un parto che non presentava alcun particolare problema, la donna non può che confermare di aver avuto la massima assistenza da parte di tutto il personale ospedaliero; così come dobbiamo testimoniare che nulla era stato trascurato da parte della puerpera stessa oltre al suo ottimo stato di salute.
La levatrice conferma che i tessuti si presentavano sufficientemente elastici e che tutto procedeva nel migliore dei modi quando, la “mammina” è stata trasportata in sala parto immediatamente dopo la rottura delle acque.
Il marito è entrato assieme alla “sposina” per assisterla e condividerne quel momento sempre magico e che mai tanto come questa volta era destinato a rimanere tra i ricordi di tutta una vita; qualora fosse necessario anche l’uomo può dare ulteriore testimonianza di come tutto si fosse fino allora svolto nella maniera più soddisfacente.
Comprensibile era il suo impaccio nell’assisterla nelle povere mansioni che erano a lui demandate: nel bagnare le labbra e asciugare la fronte della sua compagna con quella piccola garza umida che gli avevano fornito.
Il futuro padre cercava continuamente gl’occhi della cara amata con una delicatezza che si può solo immaginare mentre le contrazioni si facevano più violente e frequenti ma data la posizione e l’emozione non riusciva a cogliere con lucidità completamente il susseguirsi ormai febbrile degli avvenimenti.
Con la mano libera teneva dolcemente la mano della moglie sforzandosi di trasmetterle serenità e non l’angoscia e la tensione che gli esplodevano dentro ma la donna, con la sensibilità comune in questi casi, non poteva non leggere sul sudore di quel palmo quelle preoccupazioni e gli sorrise amorevole cercando di tranquillizzarlo.
Lui vedeva il medico e il personale paramedico affaccendarsi spasmodicamente oltre il ventre prominente della sua cara metà e solo la novità della situazione bastò a preoccuparlo e lo confuse ulteriormente; racconta che gl’occhi coglievano immagini sfuocate e che gli bruciavano come in preda alla febbre, tutto il suo corpo reagiva allo stesso modo alla tensione.
Il medicò aveva ordinato la flebo e poi dovette incidere ma solo un piccolissimo taglio, gli spiegò dopo, data la posizione in cui si presentava il feto e il suo notevole peso. Ma lui non ricorda l’ordine dei gesti ne si accorse di quel taglio che per altro richiese solo tre punti di sutura.
Poi, come per una improvvisa accelerazione, tutto precipitò e assunse un ritmo frenetico come in una di quelle brevi farse del muto se non fosse per la solennità dell’evento e per la sua non prevedibile conclusione.
Un bimbo di oltre quattro chili scivolò fuori dall’alveo materno come una saponetta e schizzò fra le mani esperte del vecchio medico; era un bimbo sano di aspetto e dal colorito roseo, pieno di carne abbondante che veniva voglia di morderla e coprirla di baci; con un impercettibile profumo dolce di vomito.
Quei cuscinetti di carne riempivano i piedini e le manine paffute dalle dita tozze che frugavano allegre l’aria e gl’occhi, quando si aprirono, mostrarono quell’azzurro cheto che illuminava il volto della giovane.
Il dottore disse: “E’ un bel maschiotto!” sul sospiro di liberazione che mandarono simultaneamente gli sposini ma immediatamente non fu più possibile nasconderselo: il nascituro presentava una escrescenza sul capo della forma di un disco traslucido; anche se era attaccata – come dire – in modo sommario era con estrema evidenza una vera e propria aureola.
Il bimbo era bello, certo, con piccoli riccioli biondi impomatati alla testolina tonda e le guanciotte piene da pizzicotti. Non aveva sofferto del parto, le carni si presentavano pulite e la pelle era liscia e vellutata; attorno agli occhi d’acqua marina si affollavano mille piccolissime rughe che davano al suo sorriso un che di antico e di pacato.
Non si poteva riscontrare, nemmeno volendolo, nessun’altra anomalia se non quell’assurdo discoide tremante, indeciso, come in bilico sul vertice di quella tozza figuretta dalle gambette storte; proprio come in quei maledetti quadri del Perugino.
Il medico non ebbe un attimo di indecisione e non mostrò imbarazzo: prese l’unica decisione che può essere razionalmente adottata in simili casi. Non ebbe nemmeno bisogno di tante parole, colse immediatamente lo sguardo d’intesa e di approvazione della povera coppia; tutti sapevano che non esistevano alternative: bisognava intervenire immediatamente e qualsiasi persona di buon senso comprende questo.
Non si persero che pochi attimi per permettere alla giovane di tenere il figlio appoggiato al petto e la donna lo coprì di baci vincendo l’orrore per mezzo di quel grande sentimento che è l’amore materno.
Poi il bimbo le fu tolto e con invidiabile efficienza e con la massima celerità fu approntata la sala chirurgica. Ripetiamo che nessuno può muovere il minimo dubbio che quella fosse l’unica soluzione che si potesse adottare.
Il delicato intervento impegnò tutto lo staff medico per più di due ore ma, nonostante il prodigarsi di tutti, l’operazione non poté avere l’esito sperato e non fu possibile rimuovere l’ingombrante aureola e la pur forte fibra del bimbo non superò la crudele ma necessaria prova.
Un eminente scienziato dell’Università del Maryland, da noi appositamente interpellato, ha laconicamente commentato che “Forse è meglio così.” poiché nei pochi casi in cui il paziente è sopravvissuto non ha poi potuto godere di una vita normale. Un altrettanto noto accademico italiano ha colto l’occasione per ribadire la sua già nota posizione sui “diversi” e i meno fortunati e sulle carenze di istituti alternativi. Ma si sa che in questi casi ogn’uno si sente in diritto di esprimere la propria opinione per quanto discutibile essa sia.
Quando toccò alla caposala annunciare alla donna quella drammatica perdita prematura del figlio la povera giovane fu presa dalla disperazione e dallo sconforto che nemmeno il marito riuscì ad alleviare; anzi la sua fu anche più violenta di quella della moglie.
I fiori che inondavano la stanzetta parevano avere un colore opaco e funereo e sembravano mandare un odore di desolazione; come profumassero d’incenso. La mammina non seppe trattenere i singhiozzi davanti a quella perdita irreparabile mentre stringeva a quel petto dove cominciava la montata lattea una camicina bianca finemente ricamata. Bisognerebbe essere fin troppo previdenti e non anticipare mai, in nessun caso, i tempi.
Siamo certi che la giovane età e il fisico sano permetteranno alla donna di non abbattersi troppo, di superare il difficile momento e di riprovare dimenticando così con relativa celerità questa amara vicenda magari con l’occasione di un altro, più felice, lieto evento.
Anche se con questo involontario ritardo inviamo alla giovane mamma gli auguri più sinceri di tutta la redazione e i miei in particolare e invitiamo chiunque voglia a manifestare la sua solidarietà a questa donna così violentemente ferita nei suoi affetti più cari come la perdita di un figlio tanto atteso e desiderato che appena nato non ha avuto il tempo per chiamarsi Adamo.¹


 

Non riusciva a staccare gli occhi da lei. Era come una carezza di zefiro nella stanza; un soffio; un sospiro. Le dita farfalle chiacchierine dai voli rapidi di ali eccitate. Nei suoi occhi baluginavano lucciole, navigavano frammenti di stelle, un’intera galassia. Forse per quella luce. Nella zuppa navigavano filamenti vaghi; era certo pigra di sale. Le candele rilasciavano un fumo profumato. E la voce melodiava parole gentili e mai invadenti. Certo che il bianco non andrebbe servito a temperatura ambiente. Trovarsi lui e lei non era stato così imbarazzante come aveva creduto. Tutt’altro. Conoscerla all’interno delle sue abitudini, tra le sue cose, senza altra maschera, gli aveva mostrato anche pregi che gli erano sfuggiti e che non credeva di doverle tributare. Eppure la parte lo rendeva fin troppo attento, rischiando di fargli commettere l’errore. La sua gentilezza la rendeva anche più graziosa, ma l’arrosto aveva fatto una crosta fin troppo scura. Riconosceva come aveva cercato di dare il meglio. Aveva dato fuoco alla frutta e ai suoi occhi. “Lei è una persona squisita signora Amanda.” Anche se, ovviamente con altre parole, era anche quello che aveva pensato. Aveva mostrato che avrebbe gradito glielo ripetesse e non una volta, ma si era limitata a salutarlo sulla porta.

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Fotografia a colori mentre guardo nell'obiettivoIo. Io. Io. Io non pensavo ad un blog così pieno di Io. Nemmeno frequentato da così tante Lei. Cioè non pensavo ad un blog così Privato. Non l’ho mai pensato. Non per una sorta di pudore. Di vergogna. Anzi. Non credevo né credo di essere così interessante. Non ho mai voluto fare il protagonista. Apparire. Per uno e molti motivi. Invece sembra che il blog sia un posto dove raccontarsi. Confessarsi. Magari aggiungendo che non ti riguarda. Che non ti interessa. Magari infiorando, che ne so? come quelli che dicono, per esempio, in aggiunta: mi ha guardato con degli occhi come dire: m’è caduta hai piedi, come dire: ha anche insistito per darmela ma io niente; irremovibile. E invece magari scopri che non era successo niente. Come sempre. Semplicemente una buca non farebbe bello. E’ sempre meglio un buon finale. E poi… in fondo, ripeto, siamo tutti Rocco Siffredi. O come quelli che mettono la foto di un altro. E non una foto a caso. La foto di come si sognano. E come vorrebbero essere sognati. Insomma tutti hanno un minimo di vanità. Di amor proprio.. Come dire che nessuno è disposto a fare il pirla. Né la cosa mi da particolarmente fastidio. Solo avevo scelto una scelta diversa.
D’accordo che è solo un blog. E poi anche per andare al proprio funerale ci si mette l’abito migliore. In realtà io vorrei essere un povero narratore. Un affabulatore. Mi diverto a lasciar andare la mia fantasia. Decisamente. Diversamente mi sento limitato. Prigioniero. Ma spesso ho dovuto spiegare che non parlo di me. Che non sono donna. Che non faccio il cosmonauta o il camionista. Non addomestico nessun tipo di fiere, nemmeno donne. Che non assalto la gente di notte per le strade buie. Che non canto con la voce di un angelo o di un tacchino. Insomma che non so fare altro che liberare quella mia immaginazione. Cercare di vestirla di parole, la mia fantasia. Così nascono avventure non mie. Magari non è che a me le cose non succedano. Essendo un vivente mi capita di vivere. E vegetare non mi sconfinferla per nulla. E inoltre sono curioso. Non in modo ossessivo. Nemmeno molto. Sono solo affascinato dalle vita e dalle persone. Le osservo. Così mi può essere capitato, di tanto in tanto, qualcosa degno di nota. Che può avere delle similitudini con un’avventura. A dire il vero se mi guardo indietro mi annoio da solo. Poche storie d’amore, cioè di donne. Grazie alla mia timidezza. Che sfiorava la imbranataggine. O ci giungeva. A un ansito romantico esageratamente presente. Grazie un cazzo! Pochi viaggi. Sono un pigro sedentario. In fondo poche emozioni. E’ solo che mi sembra tutto poco.
Persino pochi dolori. Anche in quello ho usato parsimonia. Poi mi affiorano episodi e sensazioni. Mi rendo conto di essere cresciuto. Persino di aver vissuto. E che quel ragazzo timido e introverso, lunatico, irascibile, che giocava con le ombre e litigava anche con gli orchi, quel ragazzino più che un uomo è ormai un vecchio. E non sono cresciuto affatto. E al mattino passo in rivista i piccoli acciacchi che mancano all’appello. Gli altri son sempre presenti. Mi ricordo che non ho appuntamenti. Devo pensarci a sporcare la mia agenda di qualcosa. Ma continua a non piacermi raccontarmi di me. Sono cose che già so. Mi sembrano misere e stupide. Ma Lei è curiosa. E’ golosa di me. E Lei mi aspetta sul cuscino ogni mattina. Ha un bel sorriso, Lei. E quel sorriso è disarmante. Oggi è radiosa perché ha ritrovato una foto di quando ero ancora un ragazzo. Una foto che non è mai stata scattata. Che non esisteva. Che non posso mostrare. E Lei l’ha trovata. Misteri della vita. Mi chiede che le racconti ancora. Si accontenterebbe di una favola. Quale donna non ama lasciarsi cullare dalla voce del proprio uomo? E sentirsi raccontare una favola; ma una vera favola? Guardo l’ora ed è già ora di alzarsi. Perché proprio me? Lei lo sa. Lei è la mia piccola inarrestabile vanità. E pensare che l’avevo riposta tra le cose da gettare.

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Tecnica mista su cartone telatoSilenzi. Non erano silenzi quelli che mi gravavano addosso. Erano silenzi pieni di parole. Parole senza leggerezza. Che piombavano immediatamente a terra. Parole, senza valore. Parole, senza significato. Parole-suoni anzi parole-rumori. Solo rumori indistinti. Come quelle che hanno chi non si ascolta. Che non desta alcun interesse.
Non ho nulla da appendere alle finestre. In quei momenti… di quel tempo… Le vorresti chiuse quelle finestre. Chiuse anche le bugia. Chiusi gli occhi. E il cervello. Staccata la spina. Nel silenzio vorresti nasconderti. Trovare il silenzio nella tua testa. Fuggire il frastuono dei tuoi pensieri. Da quella folla. Assiepata.
Quei silenzi. Silenzi parlati. Silenzi gridati. Silenzi straziati. I miei silenzi erano fatti, quasi sempre, di rimproveri, di grida, di rabbia; fin troppo rumorosi. Silenzi che creavano disagio, reazioni, anche violente, rancori. Silenzi di parole che non cambiavano niente. E poi di pentimenti. Quelli sì muti. Privi di suoni. Perché non ho imparato a contare fino a dieci. Ne a smettere di lottare. Ad arrendermi. E non è di nessun beneficio.
E di mille silenzi potrei parlare. Nessuno mi ha lasciato. Nessuno aveva un colore, né un odore particolare. Ma quelli che sono ancora più presenti sono i silenzi della notte. Quelli fatti di piccoli rumori attutiti che vengono da distante. Del suo respiro al mio fianco. Di buio. Quelli hanno un colore: il nero. Silenzi quando il sonno tarda ad arrivare. O non arriva mai. Silenzi ripetuti. Preceduti solo dalla paura di coricarmi. Del timore di un’altra notte insonne. Di quei pensieri ancora folla.
In quei silenzi mi volgevo dalla sua parte, senza sfiorarla. L’amavo ancora. Lei mi amava ancora, probabilmente. Eppure non sapevamo darci l’amore. Avevamo perso le parole. Non possedevamo più una lingua per comunicare. Volevo avvicinarmi. Non volevo disturbarla. Le parlavo senza dirle parole. La interrogavo. Mi chiedevo se avevo fatto abbastanza. Mi ripromettevo di riprovarci. Facevo un consuntivo: avevo fatto tutto il possibile. Ma lo avevo fatto veramente? Non sapevo di cosa rimproverarmi. L’amore non bastava.
Io non la capivo e lei non mi capiva. Non faceva niente per capirmi. Ero lo stesso uomo ma mi voleva diverso. Ancora più diverso. Forse non voleva un uomo lì. Voleva solo la certezza che non me ne potevo andare. Voleva un compagno di viaggio che non disturbasse. Che non affaticasse le sue fatiche. Sarebbe stato meglio un gatto. Magari di peluche. Consapevole che domani avrei fatto ancora un altro timido primo passo. L’ennesimo ultimo tentativo. Che avrei cercato un altro compromesso con il mio piccolo e stanco orgoglio. Che avrei perso. Comunque.
Certo che domani sarebbe stata un’altra giornata difficile. Di silenzi gridati e guerreggiati. A rinfacciarsi anche l’inutile. Con il timore che non sarei riuscito più ad affrontarla, un’altra giornata. Che non avrei trovato più un motivo od un posto in cui nascondermi. Non riuscivamo a perdonarci più nulla. Frustrato. Con una selva di perché mai risolti. A sbattere contro i suoi no. Le sue testardaggini. Contro di lei che continuava a chiudersi in se stessa. E tutto mi riduceva a niente. A meno di un amico. Nemmeno al padre di mia figlia. E lei dormiva come un’estranea vicino a me; nel mio letto.

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A tutte le persone che aveva amato riservava un posto nel suo cuore e anche per quelle che aveva riposto in un posto d’angolo, in un cantuccio, trovava un pensiero. Ed era sempre un modo garbato e malinconico quello in cui le ricordava. E quando era costretta a farne soffrire soffriva della sofferenza. Piera sapeva che giorni, mesi persino anni venivano dimenticati da quel solo istante. Che il dolore aveva il potere di cancellare tutto e tutto fare scordare, talvolta, in una vaga ipotesi di rancore. Lei non era così. Non le era facile vivere con tutti i suoi ricordi ma non se ne sarebbe mai liberata ed erano parte delle sue compagnie. A volte, anche se era con qualcuno, si assentava per tornare in quel mondo e ritrovare un dialogo silenzioso con quelle facce. A volte ritrovava un discorso fatto; a volte una domanda rimasta in sospeso; a volte una risposta che allora non aveva dato o una maggiore chiarezza. Non le sembrava di potersi attribuire una precisa colpa in nessun caso. Su come la vita attraversa le cose il senno di poi non è mai un giudice buono e giusto, per questo lei ricordava ma non giudicava. Forse era questo, si chiedeva, a mantenerla serena? Ma non era chi aveva amato ma quelli che amava a preoccuparla col loro affollarsi attorno ai suoi minuti.

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