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Archive for 9 ottobre 2010

linguacciaCarlo Alberto Dazzena di anni 43. Unoesettanta. Occhi: Castani. Capelli: Castani. Stato civile: Celibe. Segni particolari: nessuno. Cittadino: Italiano. Residente in: via Spigolatrice di Sapri al civico diciassette.
Il corpo era lì, ricomposto; nella camera mortuaria. Freddo. Solo. Nessun parente era venuto a trovarlo, nessuno sarebbe venuto ma aveva la patente in tasca. Era stato facile riconoscerlo. Non poteva esserci alcun dubbio: si trattava di suicidio.
Per quanto riguardava l’inchiesta questo era tutto. Non ci sarebbe stato null’altro da dire. Era già a disposizione per le onoranze funebri e quant’altro. Era già pronto il suo pezzetto di terra e quella terra l’avrebbe ricoperto. Poi nient’altro che la pietà del guardiani. Il silenzio. I cipressi. Una storia presto detta. Poche righe.
Eppure dietro un fatto del genere c’è, naturalmente, sempre una storia. Importante o meno ma pur sempre una storia. Un uomo di quarantatre anni non si più racchiudere semplicemente tra due date: quella di nascita e quella di morte. Non è solo una stele mortuaria. Una lapide in un camposanto con fiori di plastica ad ascoltare le preghiere bisbigliate dalla vedova della fossa vicina. Bella donna, tra l’altro; ancor giovane. Destinata, con tutta probabilità, a durare poco. A diradare quelle visite e a cedere rapidamente ad altre lusinghe. Non si può vivere solo di ricordi.

Era una giornata speciale. Non nel cielo. Non nel tempo. In niente che potesse essere visibile. Invero c’era qualche nuvola. E un’aria pregna di umidità. Appiccicosa. S’era alzato alla stessa ora in cui si alzava ogni mattina nonostante fosse sabato. Lui la credeva importante, speciale, per quanto da quella giornata si aspettava. Per quanto si era preparato. Con tutto il tempo necessario per cercare di essere il meglio di sé. Parzialmente soddisfatto al giudizio dello specchio. Rassegnato a non potere fare di meglio. Si era pettinato di nuovo. Poi aveva lucidato, nuovamente, nervosamente le scarpe. Controllato la piega dei pantaloni. Infilata, per prova, la giacca e poi tolta e messa nell’attaccapanni in entrata. Quel vestito era ancora come nuovo. Era stato un grosso sacrificio per comprarlo. S’era fidato della commessa e non se n’era mai pentito. Aveva cercato di far passare il tempo che doveva lasciar passare cercando di governare la sua tensione. Di controllare l’emozione. Non gli era stato facile consumare il pranzo. Stare seduto. Guardando l’orologio ogni pochi minuti. Forse è meglio concedersi un minuto. Un piccolo passo indietro. Cercare di capire come c’era arrivato. Il tipo.
A pensarci più opportunamente non c’era molto da dire: Carlo Alberto Dazzena stava invero veramente tutto in poche parole. Facile da raccontare. Un tipo normale. Niente di speciale. Niente di cui si potesse accorgere. Non bello ma nemmeno padrone di una bruttezza che si potesse notare. Più che altro un tipo insipido, incolore, che passava inosservato. Di quei tipi che si fatica a ricordare anche il nome sebbene i suoi gli avessero dato quello fin troppo importante cioè gliene avessero affidati addirittura due. Naturalmente della cosa era stato fatto oggetto di scherno dai compagni da bambino. I piccoli sono così, hanno quella spontanea crudeltà tipica della loro età. Lui ne aveva pagato piegandosi le conseguenze. Avrebbero avuto comunque da ridire. Riuscivano a farlo anche sul suo cognome. Lui non reagiva. In realtà era incapace di reazione. Se trovava una risposta, quelle poche volte, ci giungeva talmente tardi da renderla inutile; superata. Già allora non aveva dimestichezza con le parole. Preferiva i silenzio. E di silenzi era piena la sua vita. Qualcuno, benevolo, pensava che fosse arte e vezzo di un pensatore.
Aveva dovuto superare, prima ancora di nascere, la prova del decotto di prezzemolo. Era nato lo stesso, a dispetto di tutti e di tutto. Era nato poca cosa da genitori anziani, senza essere cercato quando ormai quelli credevano di aver evitato il pericolo. Quasi un segno del destino. Quarantatreanni prima; appunto. In un certo senso era nato senza compleanno essendo venuto al mondo il venticinque dicembre cioè il giorno di Natale quando la festa è festa per tutti. I suoi l’avevano accolto bofonchiando come una prova del signore ancor più giacché era nato lo stesso medesimo giorno. A dirla tutta quasi come un dispetto del grande e irascibile Padrone; il grande architetto che disegnava i destini secondo un disegno per tutti incomprensibile. Per questo motivo mamma aveva pensato a Natalino per il nome. E aveva osservato, in questo caso, che i lavori pesanti poi alla fine toccavano sempre a lei. Fortuna volle che ne erano nati altri cinque quell’anno in quel giorno di cui gia i primi quattro s’erano divisi tra Natale e Natalino. Il padre per un attimo ebbe la tentazione di Santo o di Donato o di Mariano o Cristiano o Claus; persino di Indesiderato. Poi, di propria iniziativa, gli diede il nome del nonno. Non sapendosi decidere optò sia per l’uno che per l’altro, in pratica sia per il nome del nonno materno che per quello di suo padre. Uscì soddisfatto della sua decisione così come aveva appena lasciato finalmente soddisfatto anche l’addetto dell’anagrafe invero non molto paziente.
CarloeAlberto, perché all’anagrafe era stata registrato così, con quella congiunzione tra i due nomi, era stato un bambino normale. Forse cagionevole di salute ma aveva frequentato la materna e l’asilo con abbastanza regolarità Le suore avevano solo notato la sua propensione a stare con sé stesso. Fin da allora faticava a legare con gli altri. Sorrideva e giocava poco e per lo più se ne stava in disparte. Se si cercava un motivo lo si poteva anche trovare nel fatto che il pupo tendeva a circondarsi di odori maleodoranti. Non solo puzzava di suo ma faticò fino a tarda età a trattenere i propri bisogni e si liberava in abbondanza. Allo stesso modo tardò a imparare a camminare e a parlare. Solo di intestino non era mai stato pigro.

Gli altri non lo invitavano al compleanno perché lui non li invitava al suo.
Perse presto i genitori, uno dopo l’altra, a breve distanza. Si trovò presto da solo, ad arrangiarsi; tra mille difficoltà.

Anche Carlo Alberto aveva un sogno che si era sempre portato dentro in petto: quello di fare l’animatore di comunità o di villaggio.

Era ormai nei pressi quando in controluce si avvide di una macchia sulla cravatta. Era una piccola macchina. Si sarebbe anche potuta non vedere. Se la vedevano? Decisamente dava un’idea di trascuratezza. Di poca cura. Di cialtroneria. Fece quello che probabilmente chiunque avrebbe fatto in un simile frangente: si tolse la cravatta e l’infilò in tasca convinto d’aver risolto il problema. Soddisfatto di sé. Cioè soddisfatto di quella sua decisione e dalla rapidità con cui aveva affrontato quel problema imprevisto. Nonostante l’ansia che lo prendeva. Leggermente insoddisfatto del risultato: un uomo in cravatta e sempre più… vestito.

Sbagliò a tirar fuori la cravatta mentre stava attraversando la strada. A volte certe distrazioni non ce le possiamo permettere. Il prete avrebbe raccontato la sua verità. La stessa di sempre.¹


 

1] scritto l’ 11.11.1994

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