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Archive for novembre 2010

Tecnica mista e acrilico su cartone telatoSi stava chiedendo come mai la notte gli poneva così tante domande che il giorno tralasciava. Uscì, come spesso gli succedeva, e fuori si sentì solo e incerto. Anche questa sensazione era una cosa che gli capitava sempre più frequentemente. Era costretto a guardarsi intorno, diffidente. Era un mondo strano il suo mondo; ma quale non lo è? Ogni epoca ha la sua chiave di lettura e lui sapeva che non tutti potevano capire quello che era successo nel futuro. Non era tanto il rischio che lo rendeva così nervoso quanto l’incertezza. E il disagio di scoprirsi diverso.
Tutto era cominciato con la legge Merlino-Fontana del 22 dicembre. Doveva passare sotto silenzio, inosservata, e fu così. Tutti erano presi per il natale, fuori c’erano già le bancarelle, ma probabilmente sarebbe successo ugualmente. Ormai le persone si occupavano solo di quelli che chiamavano “i problemi importanti” oppure “seri” o “veri”. Da un frammento di dialogo rubato durante un trasferimento di lavoro aveva raggiunto l’impressione che ormai quella gente ne aveva abbastanza della burocrazia. Voleva impegnarsi su quello che la colpiva direttamente. Avrebbe fatto a meno anche della democrazia pur di essere lasciata in pace. Ormai nessuno la chiamava più popolo. Ma secondo lui tutto aveva avuto inizio molto prima. Erano cominciati come semplici reality, programmi di intrattenimento. Alla gente piacevano, chi l’avrebbe mai detto? E poi la televisione era la televisione. Se non addirittura con un libro che ormai non si trovava più in circolazione; uno dei tanti. A cosa servivano? Ormai non si vendevano che manuali. Era un altro segnale dei tempi. E della filosofia di evitare tutto ciò che era superfluo.
Prima ne era stata autorizzata la vendita solo in farmacia e sotto prescrizione medica. Ma, almeno per i primi tempi, non era difficile trovarne, come si dice, per strada. C’era uno spaccio abbastanza diffuso. Se non ad ogni angolo quasi. Come sempre, pian piano, era diventato sempre più difficile. E questo aveva raggiunto l’unico scopo di alzarne i prezzi. Ancora una volta era intervenuta anche la chiesa. Ai medici era stato consigliato di attenersi ad una rigida casistica. Molti erano stati gli obiettori. In quel caso si sarebbero potuti definire i “giustizialisti”. Un vero esercito di servitori sempre più numeroso. Era stata consigliata piuttosto la somministrazione di psicofarmaci come calmanti e similare. Si sa l’importanza di un simile consiglio: aveva assunto più valore di un ordine. Lo avevano trasformato in una sorta di crociata in difesa della civiltà. Alla fine non c’era dottore in città disposto a farsi strappare una ricetta con le buone o con le cattive.
La politica si occupava della salute dei suoi protetti. Aveva a cuore soprattutto il cuore dei cittadini. Anche se le vittime erano state poche e quasi tutte soffrivano già precedentemente di cardiopatie nessuno al governo voleva correre rischi. Secondo lui quella non era che una scusa. Avevano esagerato allo scopo; enfatizzato. Più recentemente c’era stata un’altra stretta. Le pene erano state rese molto più severe. I controlli s’erano fatti più rigidi. Dall’estero cominciava a non arrivare più niente. Veniva tutto fermato prima e non è che all’estero le cose andassero meglio. Dalle notizie in ogni paese era la stessa cosa. C’erano stati alcuni arresti importanti. Vere e proprie retate. Ne avevano parlato anche i maggiori quotidiani. E anche i più coraggiosi si erano fatti guardinghi. Erano aumentati succedanei e palliativi e la qualità s’era fatta sempre più scadente. Naturalmente venivano colpiti sia gli spacciatori che i consumatori.
Era sempre più difficile, quasi impossibile ormai procurarsi una emozione. Sperava di incontrare la sua pusher preferita, ma era sempre più difficile. Di lei si fidava. Non gli aveva mai venduto niente di taroccato. Era ancora giovane e si poteva definire bella, almeno interessante, ma questo aveva poca importanza; ormai lei evitava i posti fissi, cambiava continuamente. Era costretta a vestirsi come una di quelle donne per passare inosservata, nella notte. Le strade infatti avevano continuato ad essere strane trappole ad alto rischio. Una donna vestita da donna o da signora o da ragazza avrebbe fatto fatica a girare senza essere importunata quando non pesantemente apostrofata e in qualche caso abusata. Poi la colpa veniva sempre data a quelli, che chiamavano diversi, a sentir loro venivano sempre da fuori i “passionali” e gli “eccitati”. Era stato sempre così fin dai tempi dei tempi, ma lui non credeva nemmeno a questo. Non poteva credere di essere il solo del posto e soprattutto lo sapeva. Ne aveva incontrati tanti, anche in crisi dura. Una sera aveva visto in uno di quei bar perfino il professore del quarto piano che faceva tutta quella fatica per passare per una persona per bene e controllata.
Per fortuna la vide alla stazione mescolata ai passeggeri che aspettavano i treni in partenza. In fondo anche il suo era un viaggio. Gli diede la sua dose furtivamente nei pressi di un vagone abbandonato. Fu una cosa rapida; frettolosa. Non si sentì colpevole, ormai se aveva avuto quei problemi li aveva superati o scordati, nemmeno nei confronti di sua moglie. Era una questione per lui di sopravvivenza. Era una brava donna quella donna; sua moglie. Una donna volitiva e pratica. Niente da dire. Non aveva nulla da rimproverarle. Poteva anzi ritenersi fortunato. Non era nemmeno brutta, ma questo importava meno. Eppure non riusciva a trattenersi e doveva uscire in sere come quella inventando per lei la prima storia credibile che gli veniva in mente. E quello che lo preoccupava era che succedeva sempre più spesso. Non gli restava che ricorrere alla sua spacciatrice per trovare un po’ di alleviamento. Quante volte aveva sentito dire che domani sarà diverso? Avrebbe potuto capirlo fin da subito: quella vita non gli bastava. Persino la prima notte di nozze non aveva potuto evitare di pensare a quella ragazzina dai capelli lunghi e gli occhi enormi. La sua prima ragazza, il primo amore. Era giovane anche lui allora e come sempre il tempo passato gli sembrava un tempo migliore.

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Tecnica mista e acrilico su cartone telato
La promessa (50*70) tecnica mista e acrilico su cartonme telato; 2 luglio 2010
proprietà: Rossaura Shani

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Il professor Carlo Maria, laureato a pieni voti a Padova con una tesi sulle malattie veneree, praticone in un paesucolo della bassa padana per un’accusa di procurato aborto, (in una notte senza vento né luna, dove l’aria mite diventava silenzio fra spazi che parevano infiniti) l’aveva trasformata da fiera a giovane di bella presenza. Una presenza che si poteva definire qualcosa di molto più che graziosa ma negl’occhi era rimasto quel fascino particolare; pieno di lampi e bagliori.
Ormai non guaiva più, anzi aveva acquistato una proprietà di linguaggio raffinata e sicura. Se mai vi fu donna niente era mai stato più femmineo, più consapevolmente donna. Aveva l’eleganza del velluto e nulla poteva celargli imbarazzo. Per quanto dotta nessuna discussione la trovava estranea o spettatrice; per quanto ardita potesse farsi la situazione riusciva ad attraversarla (e trarsi d’impaccio) con consumata compostezza e in modo non privo di delicato umorismo o tagliente sarcasmo; rapida se ne liberava.
Si poteva, senza esagerazione alcuna, definirla brillante. I caffè venivano illuminati dal suo sorriso. Non un pettegolezzo che potesse durare oltre l’arco di un sussurro. Al suo creatore non era mai appartenuta. Non un gesto esagerato. Ogni discussione, che si potesse definire tale, era squarciata dalle sue sagaci osservazioni. Era ancor più fonte di ammirazione che di malcelati (e appassionati) amori.
Di questa donna, e del suo passato, non ci saremmo trovati ad interrogarci perché non sarebbe rimasto che lo spessore fragile delle parole tradito dal consumarsi nel tempo; se non fosse ritornato ad affiorare, improvviso quanto inatteso, quel suo passato.
Cacciata di casa da un’insonnia ormai sempre più frequente, da uno stato di disagio, ad ora insolita vagava per le strade buie tenendosi volutamente lontana dai lampioni. Era il venerdì santo. Scivolava e l’ombra si allungava sottile. Fiutava un rumore di passi.
Fu proprio per quel fascino di cui si accennava prima che non ebbe problemi a trovare una giovane vittima che come lei vagava senza meta apparente. Ancora una volta la scelta denotò il suo raffinato gusto.
Era un giovane alto, ben modellato (spalle larghe, non un etto eccedente), dal vestire curato ed elegante, i cappelli pettinati con cura, i gesti sicuri; che profumava ancora di dopobarba. I suoi baci sapevano di tabacco e alcool. Lo sbranò fra le mura compiacenti della sua camera.
Quando riuscii a parlargli si lasciò sfuggire che non si era trattato tanto del sapore di carne ma del riscoprire il gusto del cacciare. Che questo era apparso come mai dimenticato. Del fascino del disegno della strategia del cacciatore. Confidò solo a me, con gran circospezione, che il cibo più inebriante era stato gustare la sorpresa e il finale abbandono nella preda. Per questo era tornata fiera. Ora lo sapevo.
Non ebbe rimorsi perché, a differenza di quanto comunemente si é invitati a pensare, il rimorso si nutre nel gesto che lo rende pubblico; che lo scopre. Anzi tornò sempre più spesso a cacciare e le sue prede furono numerose. La sua attenzione non la tradì mai e così ogni giorno poté tornare ad essere signora.
Dico questo, che so vero ma che non posso provare, perché un vincolo di sangue mi legava a una di quelle ignare prede. Un peso che si é fatto sempre più insopportabile da portare mi grava. Ora, nemmeno io riesco a dormire e, vago continuamente per quelle strade.¹


1] scritto il 18 aprile 1991

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L’uomo basso si avvicinò con cautela cercando di assicurarsi ai sostegni. Gli occhi gli cadevano continuamente al suolo e con voce incerta dovette ripetere più volte le sue scuse per richiamare l’attenzione dell’altro. Il movimento della corriera sembrava renderlo ancora più incerto: “Mi scusi! mi scusi! se mi permetto. Ma… ma credo che Lei, naturalmente distrattamente, abbia preso… insomma che sia la mia borsa”. E sembrò liberato dopo aver portato a termine questo faticoso discorso.
L’uomo alto si girò di scatto, lo squadrò rapidamente dall’alto in basso, sembrò provare solo fastidio. Si distrasse brevemente poi i suoi occhi tornarono a posarsi sull’interlocutore con un lampo di disprezzo: “Quale sbaglio avrei commesso? secondo lei! ma cosa dice buon uomo”. La sua voce aveva stracciato tutta l’aria fra loro due.
L’uomo basso si curvò per guardare in volto l’altro ma fu questione di un solo attimo. Subito fuggì: “Non vorrei proprio importunarla, ma… la borsa… quella borsa è… è la mia”. E indicò rapidamente la borsa che l’altro teneva stretta in mano.
L’altro allora sembrò indignarsi di tanta e simile intromissione. Come parlasse all’essere più piccolo, più infimo del creato: “Certo che mi importuna; e per cosa? Ma come si permette? Non c’è caso che io mi sbagli e poi stia attento a come parla; come può tollerarsi tanta arroganza”?
Sembrava che solo l’uomo basso subisse lo sballottolio della marcia e il suo equilibrio restò alquanto precario: “Vede, quando sono salito, d’altronde come sempre, avevo con me la mia ventiquattrore e ho provveduto ad alloggiarla sulla apposita reticella dalla quale lei, distrattamente, la deve aver presa. Le assicuro ciò e sarei in grado di elencarle ogni cosa vi è contenuta, se questo può tranquillizzarLa e convincerLa”. Aveva cercato affannosamente il tono più persuasivo che conoscesse.
L’uomo alto gli sputò dosso uno sguardo di commiserazione e parve lo vedesse più in basso di quanto non fosse, anzi più in basso del suolo: “Lei sta vaneggiando! ma di che borsa e borsa sta parlando? una borsa che le apparterrebbe e che io avrei preso. Ma la smetta. Se ne sentono sempre di nuove. Lei è pericoloso e pazzo e deve fare attenzione prima di permettersi. Ma guarda che faccia tosta. Che strani tipi si incontrano al giorno d’oggi”.
E stava già voltandosi con queste ultime parole ancora in bocca quando un terzo passeggero, che aveva assistito interessato alla scena, pensò bene di intervenire: “Guardi che credo che quel signore abbia ragione – disse indicando l’uomo basso – l’ho visto io salire con la borsa in mano”.
L’uomo alto sembrò trattenere a stento l’ira e anzi si temette che si scagliasse improvvisamente contro il nuovo intruso. Tutti gli altri passeggeri affondarono ancora più profondamente nei loro giornali o prestarono più attenzione nel guardare fuori: “Eccone un altro. Questa è ancora più bella. Cosa pretende di poter aver visto lei che poi non è stato interrogato da nessuno. Ma quale borsa e borsa”!
L’uomo basso si pose fra i due in una posizione causa la quale subiva l’abbaglio del sole che entrava di sghimbescio e si rivolse all’intruso: “La ringrazio del suo interessamento, per quanto lo ritenga del tutto superfluo e privo di relazione. Permetta che sia io a dirimere questa questione che d’altro canto riguarda solo la mia persona ponendosi altresì il sospetto che forse mi stia sbagliando e che quella borsa così simile alla mia in effetti proprio la mia non sia”.
Poi tornò a rivolgersi all’uomo alto: “Mi scusi molto, forse lei ha ragione e se ne è tanto sicuro… eppure è così uguale ma certo mi sarò sbagliato”.
L’uomo alto non perse nemmeno il tempo di fissarlo fino alla fine di quelle parole. Sembrava divertito se non fosse stato tanto seccato: “Non so che farmene delle sue scuse e un’altra volta si guardi bene prima di importunare una persona”.
Appena sceso guardò la borsa come se la vedesse per la prima volta e con lo stesso disprezzo dimostrato per gli uomini che lo avevano infastidito così tanto. La prese fra il pollice e l’indice come una cosa sporca e la gettò lontano da sé, fra le immondizie.
L’uomo basso aveva lasciato passare quella che era anche la sua fermata, per non trovarsi ancora in imbarazzo con l’uomo che aveva importunato, e ora si arrovellava il cervello su come avrebbe giustificato con la moglie il suo ritardo e la perdita della borsa che lei gli aveva regalato per il compleanno.
L’uomo che si era intromesso trovò posto a sedere e si immerse anche lui nella lettura del giornale.
Un’ultima annotazione: la statura dei protagonisti della disputa era grossomodo la stessa e non è ben chiaro, in base a ciò, come uno risultasse tanto più alto e l’altro tanto più basso quando nemmeno il modo di stare potrebbe giustificare una simile differenza. Ma si sa come vanno le cose. E intanto fuori scendeva la sera.¹


1] scritto il 13 dicembre 2000

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Lo condusse per la passeggiata del mattino. La giornata era fresca ma meravigliosa ed entrambi non avevano fretta e volevano godersela. IlgrandeBleck si mostrava stranamente irrequieto. A suo modo aveva delimitato il territorio. Poi qualcosa di diverso doveva aver attratto la sua attenzione. Lui sapeva che non era più buono per la caccia. Era un gran bel cane ma uno dei suoi precedenti padroni lo aveva inavvertitamente impallinato. Da quella volta aveva sempre avuto più di una paura anche durante i temporali. I tuoni lo facevano letteralmente tremare e andava a nascondersi sotto il letto, però il comportamento quella mattina lo sorprese. Gli passò una mano sul corto pelo e sulla testa senza risultato evidente. Continuava a gironzolare intorno come preso da un’enorme eccitazione. Allora l’uomo si chinò per parlargli. Si accorse sul terreno di alcune orme di lepre. Di lato, vicino ad un ciuffo d’erba, scoprì anche le cacche dell’animale. Le saggiò e le annusò: erano fresche. Alzò gli occhi e lo vide tranquillo e quello curioso guardava lui; senza nessuna intenzione di scappare. Il cane si mise a guaire e sembrava il suo un vero e proprio pianto.

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Oggi avrei voglia di poesia. Ma forse non so più scrivere poesia. E’ molto che non riesco a scriverne. E forse, come dice il grande Quasimodo, non è tempo per la poesia. Ieri stavo ascoltando vecchie canzoni con la mia compagna. Suonavano alcuni dischi di un Dalla che ho amato molto. Sono le canzoni scritte con Roberto Roversi. Mi restituiscono le stesse emozioni. Penso a come sarebbe stato bello condividerle allora. Mi sarei accontentato di allungare la mano e trovare la sua. Ieri non potevo trovare quella mano di trentacinque anni fa. Intanto la musica scorre. Alcuni pezzi mi sembrano ancora buoni e attuali. Varrebbe la pena ricordarli. Nel piatto, si fa per dire, scorre “Ulisse coperto di sale”. Non una di quelle che amo di più. Eppure anche quella è ancora bella. Allora era il 1975. Ma qui posto una canzone ancora precedente. Forse più ricordata: Itaca¹. Una canzone molto brechtiana. Magari quella di Ulisse la rimando alla prossima aggiungendo il testo che in rete non si trova.

Ho qualche rimpianto per aver smesso di postare la grande poesia e la musica che ho amato e mi ha emozionato. Quanti figli e figliastri ha seminato il grande Brecht per il mondo. Io sono uno di quelli degeneri. Cerco di tenerlo presente e non riesco a non lasciarmi coinvolgere. Mi innamoro persino dei personaggi che inventa la mia fantasia. Eppure il poeta di Augusta fa parte della mia formazione e dei miei amori. Credo di aver voglia di riprendere in mano le sue pagine. Forse è il tempo adatto. Questa non è solo l’occasione per riascoltare il pezzo e riproporre una breve poesia che è un po’ la summa del suo pensiero. E’ anche l’occasione per tornare sulle contraddizioni dell’uomo, o almeno sulle mie. Non sempre il “cuore” segue la “ragione” cioè non lo fa quasi mai.

Generale, il tuo carro armato è
una macchina potente
Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta
e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.


1] Lucio Dalla: Itaca

Capitano che hai negli occhi
il tuo nobile destino
pensi mai al marinaio
a cui manca pane e vino
capitano che hai trovato
principesse in ogni porto
pensi mai al rematore
che sua moglie crede morto
itaca, itaca, itaca
la mia casa ce l’ho solo la’

itaca, itaca, itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

capitano le tue colpe
pago anch’io coi giorni miei
mentre il mio piu’ gran peccato
fa sorridere gli dei
e se muori e’ un re che muore
la tua casa avra’ un erede
quando io non torno a casa
entran dentro fame e sete
itaca, itaca, itaca
la mia casa ce l’ho solo la’

itaca, itaca, itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

capitano che risolvi
con l’astuzia ogni avventura
ti ricordi di un soldato
che ogni volta ha piu’ paura
ma anche la paura in fondo
mi da’ sempre un gusto strano
se ci fosse ancora mondo
sono pronto dove andiamo
itaca, itaca, itaca
la mia casa ce l’ho solo la’

itaca, itaca, itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

itaca itaca itaca
la mia casa ce l’ho solo la’
itaca, itaca, itaca
ed a casa io voglio tornare…

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Si addossava il cicaleggio fatto di curiosità e del bisogno d’esserci. Alcune voci mostravano una palese curiosità. Altre la forzavano per darle convinzione. Il cronista locale pensava già al titolo; gli avevano lasciato dieci righe. Il ragazzino rispondeva calmo con voce pacata con fare naturale. Una leggera brezza alzava una rada nuvola di polvere nella strada bianca. Sembrava una delle tante storie che diventano storia. Poi si era interrotto. Gli altri lo stavano ancora aspettando con il pallone tra i piedi. Indecisi se continuare a farlo o riprendere il gioco in sua assenza. A qualcuno sfuggiva qualche calcio di impazienza. Uno si era seduto scomodo sulla staccionata. Negli occhi l’espressione di chi non capisce. Più lontano alcune roulotte.
Mi mantenevo in disparte e osservato tutto con distacco. Tornai a immergermi nel giornale. Fu a quel punto che il giovane venne verso di me. In un certo senso me lo sarei potuto aspettare. Quasi sempre l’attenzione viene rivolta a chi non presta la sua. Con un gesto fece capire che ne aveva avuto abbastanza; che voleva restare solo. Gli amici si stancarono definitivamente ma decisero di rifare le squadre. Chiese il permesso di sedere e garbatamente mostrò la sua sorpresa alla mia trascuratezza. Non mi fu di alcun imbarazzo spiegargli che anch’io, una volta, sapevo volare.

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Tercnica mista su cartone telato
Le capitali del mondo: Venezia (porta d’oriente) (50*70) 1 luglio 2010
Di proprietà di Francesca Cardaci

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Anzi era sul finire dell’estate del ’86. A campo dei fiori, nel tepore della sera, quella coppia si fronteggiava come fanno a volte certi uccelli nel periodo degli amori.
Le voci pian piano si alzavano progressivamente nel tentativo di prevalere, di annullarsi, alternativamente e si caricavano di rancore. Anche i gesti erano quelli, artigli, di chi sbrana in un rabbioso amplesso. Fuochi negl’occhi e ferini bagliori.
Infine disse il ragazzo: “Che tu credi, piccola troia, di poter fare tutto quel che vuoi? Io… io ti ho aspettato”.
Non ho padroni, non ho comari. Qua, qua, qua.” – gridò lei.
La voce del ragazzo divenne un urlo ormai senza pudore. “Dai pure il culo. Fai pure ciò che vuoi. Non hai padroni ma poi non dir cazzate. Ma v’affanculo stronza… tu e le tue puttanate…”
Ma prima che lui si allontanasse lei allungò la mano sicura e nel portarla al basso ventre (al pene, sopra i calzoni) rispose: “Sono tutti questi gli argomenti che c’hai?”
Non restai ad ascoltare oltre per non sembrare indiscreto e simulando indifferenza me ne andai mescolandomi alla folla della sera.¹


1] scritto il 18 aprile 1991

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Cosa si può dire a riguardo se non che brancoliamo ancora nel buio. Già ma questo è l’unica cosa che non si può dire per non creare allarmismo o panico. Ma li teniamo d’occhio. E se sono stati loro, come sospettiamo e siamo certi, li teniamo per le palle; prima o dopo faranno la mossa sbagliata e li incastreremo.
Dopo due anni di lavori e numerosi rinvii finalmente la villa comunale era stata ristrutturata e ultimati i lavori; in due mesi erano stati spostati i libri. In quella vecchia villa della fine dell’ottocento sarebbe tornata a scorrere la vita: ora era pronta ad ospitare la biblioteca.
Era stato organizzato tutto a puntino per l’inaugurazione. Erano stati appesi molti manifesti ed inviati un’infinità di inviti; praticamente a tutta la cittadinanza. Era stata appesa la bandiera. Persino il quotidiano locale e il bollettino della parrocchia ne avevano parlato. Si erano spesi capitali per il rinfresco. Il sindaco aveva già il discorso sulla carta, nero su bianco.
Era stato preparato un mazzo di fiori per la nostra miss Isola felice. Era stato organizzato addirittura un complesso da camera e il discorso dell’autore più importante del luogo. L’uomo aveva scritto la storia del suo gatto di razza beagle, che ben pochi avevano letto ma molti acquistato su suo stesso consiglio. Lo scrittore infatti era anche il proprietario dell’unica libreria-cartoleria del paese.
Quel gatto era morto un anno prima che il volume fosse dato alle stampe e chi lo avesse letto, quei pochi, avrebbe scoperto che non aveva, in tutta la sua vita, mai miagolato. Al massimo si era permesso di disturbare i suoi padroni con dei mugolii più simili a dei latrati che ai versi di un felino.
Era un animale ben strano. A differenza degli altri suoi simili non era legato al territorio ma agli uomini. Non familiarizzava con gli altri gatti se non con quelli della sua stessa specie. Solo con quelli del tutto simili a lui era disponibile e a volte anche giocava.
Amava però di più stendersi ai piedi dei suoi padroni e guardare la televisione. Era proprio come se capisse. Uno di quei casi in cui la gente è disposta ad ammettere che gli manca solo la parola. Proprio gli mancava solo la parola, almeno finché era in vita.
Ma lasciamo stare le storie di letterati e dei loro libri e anche quelle sui gatti e torniamo ai fatti. La notte prima qualcuno si era introdotto nello stabile e ne aveva fatto scempio. Il mattino dopo avevano scoperto subito i segni di quella scorribanda. Davanti alla porta i commessi erano rimasti a bocca spalancata. Lo spettacolo che si era presentato loro era deplorevole.
Facilitati dal fatto che l’allarme non era ancora stato installato,. ma chi poteva immaginare una cosa simile, e che il servizio notturno non era ancora stato attivato, avevano forzato la porta d’ingresso. Essendo, la villa, situata in posizione centrale dovevano essersi mossi senza l’aiuto della luce o almeno nessuna luce era stata notata.
Non era difficile immaginare gli autori. Quella banda di giovinastri perdigiorno sempre impegnati nelle loro bravate. I ragazzi, porcaccia la miseria, non sono più quelli di una volta. Stanno sempre a bighellonare senza arte e ne parte. Non si sa mai cosa hanno in testa e, pazienza, cosa bevono e cosa fumano. Ma cosa li spinge a tanto vandalismo e a tanta disperazione?
Tutti si lavano la bocca con tavole rotonde e dibattiti sulle bande, il bullismo, il disagio e gli adulti significativi. Tante parole spese invano e per fortuna che non sono tassabili. Poi alla fine non si approda a nulla e questi sono i risultati. Avrebbero avuto bisogno di qualche buon scappellotto fin da piccini.
Invece questa è la conseguenza di averli covati e cresciuti sulla bambagia. Di aver concesso loro tutto. Di aver giustificato tutto, di averli capiti sempre e di avergli dato sempre ragione. Una generazione senza spina dorsale, senza morale e senza ideali. Ma una volta non era così. A quell’età si era già stanchi di guadagnarci il pane e si conosceva il sudore che costava.
Purtroppo, progressivamente, anche il nostro centro si sta metropolizzando. Nato e sempre vissuto ai margini della grande città ne è diventato ormai periferia; nel bene e nel male. Così, anche tutte quelle problematiche che si credono legate unicamente ai grossi centri, cominciano a manifestarsi anche qui.
La comunità progressivamente si è divisa in tante piccole sotto unità. Ci sono le persone, donne comprese, poi i bambini, i vecchi, e infine i giovani e gli adolescenti ed essere giovane non è mai stato tanto difficile. Per questa categoria dai grandi appetiti, inventata nei primi anni sessanta, la vita non si è fatta particolarmente più difficile ma sempre meno si cerca di dissimulare la diffidenza nei nostri confronti.
Anche tra loro ha cominciato a diffondersi l’uso di sostanze stupefacenti. A questo proposito tra due seminature di mais è stata trovata una vera e propria piantagione di cannabis con piante tra il metro e trenta e il metro e mezzo. I furti di scooter e telefonini sono ormai all’ordine del giorno. Non c’è una panchina o una cabina telefonica che non siano state danneggiate. E anche qualche scippo.
Davanti alla farmacia comunale ha cominciato a radunarsi una sempre più folta folla. Tanti coetanei di mio figlio hanno cominciato ad appassionarsi alla musica delle discoteche e a tutti quei rituali e infine hanno cominciato a ravvivare le cronache. Per dirla come sta Maria è stata l’amore di quasi tutti quei ragazzi.
Quando si parla di quelli è sempre più difficile (se non impossibile) sentire una storia edificante. Si stanno trasformando in un ricettacolo di disperazioni. Mancherebbe solo che andassero ad occupare la vecchia fornace per farne un Centro sociale autogestito come si mormora. Non c’è nulla al mondo di peggio di un simile covo di terroristi senza regole ne leggi.
I nostri padri sono andati all’estero per sopravvivere, sono stati costretti ad emigrare. Noi, invece, abbiamo cresciuto questa generazione imbelle. Certo io no perché se mi accorgo che mio figlio si mescola con loro lo riempio di schiaffoni. Preferisco ammazzarlo con le mie mani.
I nostri padri sono andati dall’altro capo del mondo e adesso ci arrivano in casa questa massa di senza speranza affamati di tutto. Sporchi e pidocchiosi. Senza religione, senza regole e senza leggi. Questa disperata fiumana di pezzenti elemosinatori di pane e di pietà. Che se non son stati i nostri ragazzi certamente son stati loro.
Ma poi perché fanno quegli atti? Senza nessun rispetto hanno infierito sulle cose. Hanno distrutto la macchinetta distributrice di bibite e versato il contenuto di una lattina sopra una tastiera di computer rendendola inutilizzabile. Abbiamo trovato persino due preservativi usati. Sono rimaste tracce di spinelli un poco ovunque; nessun di noi aveva dubbi che erano dei drogati.
Hanno imbrattato i muri con scritte ora oscene ora senza senso. Hanno divelto due porte e sbattuto per terra una scafalatura. Si son appropriati di tutti i cd musicali che hanno trovato. E questo non è tutto e sarebbe stato niente perché avrebbe ugualmente permesso che si procedesse con la cerimonia. Non avrebbe intaccato che poco di tutto quanto si era preparato.
Quello che riusciva invece impossibile a capire e che sorprendeva di più era come fossero riusciti a svuotare i libri che ora si presentavano uguali a prima, anzi forse sembravano più nuovi, ma completamente vuoti. Avevano leccato via accuratamente tutte le parole da ogni volume. Le parole erano state letteralmente succhiate; divorate, é questo l’incredibile. Cosa se ne fanno dei ragazzi, e poi quelli, di quella montagna di parole?

I consiglieri parlottarono tra loro per giungere ad una soluzione. Il membro anziano, nell’alto della sua grande saggezza, coniò una delle sue frasi celebri: “Lo spettacolo deve continuare”. E così, fra lo sgomento e il panico dei tanti responsabili si diede comunque inizio alla cerimonia. Il signor Sindaco, naturalmente, tagliò il nastro tricolore. Seguì tutto come era stato per tempo programmato. Un commesso fece il banditore e il cerimoniere.
Lo scrittore argomentò a lungo, promosse il suo libro, ovviamente, ma soprattutto dissertò sul suo protagonista preferito: il suo gatto. Aggiunse dei gustosi particolari inediti e si vedeva chiaramente come la materia lo affascinasse. Come nella sua prosa era un poco monotono e monocorde ma i presenti, numerosi, ebbero il gusto di mostrar pazienza. E quella pazienza era ben riposta.
Il panico si trasformò in terrore quando venne il momento dei saluti dell’esimio sig. Sindaco. Di tutto quello che si era preparato niente sembrava più essere attuale e andar bene. Di parlare a braccio neanche pensarlo; non era nelle sue corde e poi era ancora sconvolto dalla nuova piega che avevano preso gli avvenimenti. Lui l’aveva pur detto che si doveva rimandare tutto. E guardava disperato in cerca di aiuto verso l’addetto stampa che cercava di sparire tra la folla. Vi fu un interminabile attimo di silenzio in cui l’ansia si poteva tagliare con l’accetta.
La situazione fu risolta da un colpo di genio del solito suo Vice. Questi era uomo sempre elegante e molto addentro alle cose della politica. Si sa che l’esperienza a volte permette di far fronte alle situazioni più difficili. Non per niente aveva sempre un sorriso per tutti e per tutti una parola; anche se questa parola durava il minuto. Non per niente aveva attraversato senza annegarci l’intero arco costituzionale ed era finalmente approdato a tale incarico.
Fu allora quell’uomo con la erre pressoché assente ad avere uno scatto d’orgoglio e senza dire ne ari e ne stari a prendere la parola. Un poco, smaliziato com’era, annacquò il brodo per prendere tempo e arruffianarsi la platea: “Cari colleghi e colleghe, amici e concittadini tutti. Ormai molti di Voi sapranno la tragedia a cui questa mattina ci siamo trovati di fronte. Una mano ignota ha colpito la nostra piccola comunità ma fidiamo molto nelle nostre forze dell’ordine per il buon fine delle indagini. Se non avessi degli indizi certi non parlerei così. Potrei dire che la mano della restaurazione e della sovversione ha colpito ancora. –il capo dell’opposizione si spazientì in modo evidente e fece alcuni passi attorno a sé scuotendo il capo– Ma sono proprio questi i momenti in cui un’operosa comunità, come la nostra, deve stringersi attorno ai suoi rappresentanti liberamente eletti con una maggioranza che oserei definire larga”.
Esprimo sdegno e condanna per quanto è successo; a nome mio personale, del sig. Sindaco e della Giunta tutta. I segni lasciati da questi malfattori, dei veri e proprio banditi, sono ancora evidenti intorno e dentro di noi. Faremo tutto il possibile per perseguire gli autori dei fatti e affinché non restino impuniti. Siamo certi di avere la solidarietà della parte sana del nostro piccolo centro e di tutte le persone che si sono prodigate per renderlo migliore e più accogliente. Ma quegli autori sappiano che non hanno potuto piegare la nostra operosità e il nostro impegno per questo nostro territorio. In questo siamo irremovibili e risoluti”.
In questa occasione, per la quale ci siamo così numerosi riuniti, ho l’orgoglio di inaugurare la nuova biblioteca. Le do il benvenuto in questa nuova sede accogliente e finalmente degna per lo scopo. Abbiamo profuso tutti i nostri scopi a questo fine e vivere la sua inaugurazione ci riempio di fierezza. Un popolo senza cultura è un popolo senza passato, è un popolo di ombre evanescenti. Ma come disse Cantarossi: un popolo deve saper appropriarsi della cultura, costruirsi la propria cultura”.
Io credo che i libri siano come le persone. Ogni libro è un uomo e le sue pagine sono la sua vita. Il suo titolo e il suo nome. Quella che io oggi inauguro non è, per questo, una semplice biblioteca. Non è solo lo forzo immane di tante persone che hanno progettato la sua realizzazione e che si sono impegnate a questo scopo. Del tanto sudore versato solo per dare ai concittadini quello che noi crediamo si meritino: una cultura appunto”.
Questa sarà la nostra nuova casa. Questa potrà finalmente diventare la nostra nuova identità. Noi apriamo le porte della più grande biblioteca al mondo di storie mai scritte. I visitatori non verranno qui per leggere parole scritte da altri. Non troveranno qui dentro parole che non appartengono a loro o alle loro memorie. Ogni visitatore, che non sarà più semplice lettore ma autore, potrà in questa dignitosa sede scegliere il nome a cui legare il suo passato e le sue fantasie. Qui troverà la pagine bianche in cui potrà lasciare traccia di sé e a cui affidare il proprio sapere”.
Ogni libro, dal più grande al più piccolo, dal più voluminoso al più sottile, è a Vostra completa disposizione e sappiamo, fin da ora, che saprete farne buon uso e onorare le nostre intelligenze e la nostra saggezza. Faremo pervenire, quanto prima il materiale necessario. Già si sta approntando una fornitura considerevole di penne, alla fabbisogna, anzi sufficiente anche per una normale giacenza di scorte, e di carta per le brutte copie. Riempite le pagine bianche che vi aspettano delle Vostre parole migliori”. –L’uomo stava facendosi prendere la mano ma seppe trattenersi e fermarsi prima di inneggiare a Dio e alla Patria.– “Non mi resta che precisare che contiamo su di Voi”.
Il popolo presente non seppe trattenersi e scoppiò in un frastuono di applausi con grande irritazione dell’opposizione tutta. E qui partì la musica e si diede inizio al rinfresco. Quella folla si sposto in massa, come una cosa sola, verso i tavoli del buffet. Con la bocca piena e i calici alzati avevano ben altro a cui pensare. La più grande crisi politica del nostro Comune era stata risolta signorilmente con una sottigliezza di mente encomiabile dell’unica persona presente che ne avesse le capacità.
Forse la cronaca nazionale ignorerà questo momento terribile passato da noi tutti che ci resterà scolpito per sempre nella memoria perché queste sono le cose vere e questa è casa nostra. Che altro dire se non che li tengo d’occhio?¹


1] scritto il 9 dicembre 2000

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