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Archive for 4 novembre 2010

Volutamente aveva affondato le fauci nelle sue stesse carni. Il perché le era diventato chiaro: voleva capire oppure non ricordare. Non aveva più suoni dolci la sua lingua. Non aveva nemmeno più lingua la sua voce. Erano una catasta di giorni i suoi trent’anni. Che strane note può avere una canzone. A volte allegra. Quella sera era triste, anzi malinconica. Spense la radio mentre infuriava il vento. Di quella rabbia nessuno avrebbe potuto rimproverarlo. Lui. Quando ancora colorava fiori, e conservava le carte dai colori sgargianti dei cioccolatini, era ancora capace di sognare. Era facile farlo a quell’età. Le pareva più facile farlo in quel mondo, ma non ci si può mai fidare di ciò che si ricorda. Tutto sembra più bello quando lo si è lasciato. Soprattutto non ci si può abbandonare a credere a ciò che è solo raccontato. Sapeva che avrebbe ritrovato quel gusto di inseguire un sorriso. Si strinse la borsetta forte al seno come se avesse riposto là dentro il suo segreto. Invece c’era solo una fotografia che aveva timore a guardare. Invece era solo per un momento in cui si era persa. In cui aveva perso il suo orientamento. Come se le cose, da sole, avessero mutato posto. Chi dava il diritto di ricordare? Aveva smesso di chiederlo. Aveva scelto che fosse il silenzio a parlare.

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