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Archive for dicembre 2010

Nello studio tutto ordinato il giovane avvocato, con un aria molto paziente, si rivolge alla sua prima cliente: “Mi chiami pure avvocato”.
La sposina è una giovane donna elegante, bella della sua giovinezza, ma dall’aspetto un poco freddo e accigliato: “Avvocato devi chiederlo a Lui, al mio signor marito, se non è tutto vero. Chiediglielo e poi ridiamo. E’ proprio tutto da ridere. Se non fosse che mi ha rovinato la vita: Anzi no, lasciamo perdere, meglio che parli io”.
Il marito può avere, su per giù, la stessa età della donna; magro e abbastanza alto, curato anche nei particolari, porta occhiali con montatura leggera in metallo: “Che parole grosse per niente. Lo so che la faccenda sembra strana. Tutte le cose che non sono frequenti, che escono dai comportamenti di tutti i giorni, possono sembrare strane. Ma strano poi perché? Strano è solo che tu, cara, abbia voluto fare tutto questo polverone e mettere di mezzo estranei. Sbattere i nostri panni in strada. Scusi sa! non per lei avvocato. Se permette le spiego; almeno per quello che consta a me”.
L’avvocato guarda entrambi con un sorriso comprensivo: “Niente! non è niente! Eppure sembrate persone tanto ragionevoli, possibile che non si possa addivenire ad un accordo. Dirimere la questione in via amichevole e trovare un modo di pacificazione? Io sono sicuro che troveremo assieme un punto di riconciliazione”.
La sposina ha il pepe addosso; lampi di rabbia ne illuminano gl’occhi dando luce all’intorno. Perde piccoli sorrisi sarcastici che lancia al marito e sorrisi di cortesia per l’avvocato. Tutto questo da vivacità e significato a quel viso; gli dona ricchezza e movimento: “Lui spiega. Ma cosa spiega Lui? E’ ridicolo. Ma come si può avere la spudoratezza di parlare. E tu, fai presto tu, avvocato a parlare, ma con chi stai? e non fare l’avvocato; vorrei vederti te nei miei panni; pur con tutte quelle tue parole. E allora vedere se parli così”.
Il giovane avvocato si difende spostando e rispostando distrattamente le poche cartelline pressoché vuote accatastate davanti a lui, sulla pesante scrivania: “Andiamo con ordine, per favore; cominciamo dall’inizio e con calma. Se non vi dispiace vi chiedo io… perché vorrei capirne qualcosa di questa ingarbugliata storia. Al di là di quello che lei, signora, mi ha detto per telefono e anche delle aride parole scritte che molto non dicono e che sembrano scritte per non far capire e che poi non ho neanche avuto il tempo di guardare”.
La sposina sorride solo a lui e insuperbisce il volto nell’ignorare volutamente il marito rappresentando melodrammaticamente il ruolo di chi detesta: “Fai pure; come vuoi”.
L’avvocato sembra rasserenato d’aver trovato una prima soluzione, d’aver messo ordine nella tempesta che sembrava per scoppiare. Sa che finché parla lui gli sarà più facile mantenere ordine e governare la situazione: “Allora da quanto tempo è che siete sposati”?
Il marito parla molto composto misurando le parole e centellinandole come un vino prezioso: “Anch’io continuo a pensare che tutto non si possa che riaggiustare. Certo è un piccolo capriccio di donna anche se non me lo aspettavo proprio da mia moglie. E’ una donna molto sensibile, lei non può nemmeno immaginare quanto. Con lei riesco a parlare di tutto ma proprio di tutto. Ci siamo sposati circa tre mesi fa. Ci siamo maritati esattamente il 2 novembre”…
La sposina, che esaurisce velocemente la sua pazienza condita di commiserazione, lo interrompe bruscamente: “Tu, avvocato, devi dire a quello… al mio signor marito che deve lasciare parlare me. Non sono forse io che… la parte in causa. Si! quel disgraziato giorno è stato proprio circa tre mesi or sono; il due di novembre. Una giornata di… ricordo ancora che pioveva …e poi dicono sposa bagnata”…
Il marito sembra in grado di continuare a controllare completamente le proprie reazioni: “Non mi sembra il caso, cara, che fai così. Tutta questa acredine e realmente esagerata e immotivata. Non vedi che rischi di sfiorare il ridicolo e farci ridere dietro. E poi il signor avvocato finirà con il non capire niente”.
La sposina, come fosse indignata, non regala uno sguardo al marito: “Ridicolo un corno. E poi tu, avvocato, digli che non si deve intromettere e che non si deve più rivolgere a me”.
L’avvocato ancora paziente: “Calmatevi, per favore, e parliamo uno alla volta. Mi spieghi lei allora, signora, che forse è meglio”. E si sbottona la giacca.
La sposina liscia la gonna, la corta gonna che finisce poco sopra le ginocchia, e si dà un contegno: “Bene. Allora, stavo dicendo prima di essere interrotta da… da quell’essere infame”.
Il marito sorride alla moglie che visibilmente fugge lo sguardo girando violentemente il capo: “Non ti sembra di essere eccessiva; cara”?
La sposina sembra sul punto di infuriarsi: “Lo senti? lo senti? avvocato, se poi vengo interrotta sempre, forse è meglio… forse… non riesco a spiegarti. Eccessiva… poi. Come tutte le donne, qual’è quella donna –e la voce si fa concitata– che non lo sogna? Ho sognato tutta la vita il matrimonio in chiesa, l’abito bianco, la gente che ti guarda con ammirazione e che piange perché ti vuole bene, i fiori e la chiesa preparata a festa, e tanti fiori, e gli invitati al pranzo con i brindisi, e tutte quelle cose lì; insomma. Mi ero già raffigurata tutto”.
Il marito, mentre scrocchia nervosamente le dita in segno di imbarazzo, cerca un sorriso molle per la donna senza riuscire ad incrociare il suo sguardo: “E non lo hai avuto; tutto questo? Con quello che ci è costato… un abito bello come il tuo non si vedeva da anni”.
La sposina indispettita si alza, fa due passi attorno alla sedia, torna a sedersi; la gonna le lascia leggermente scoperte le gambe: “Vuoi farlo stare zitto; insomma. E poi i soldi, dei soldi si preoccupa Lui. Fossero i soldi”…
Il marito paziente, anzi servile: “Vorrei solo aiutare e capire cosa veramente mi si può rimproverare”.
L’avvocato interrompe l’uomo: “La prego! lasci parlare sua moglie”. e si allenta la cravatta.
La sposina ha un sorriso di trionfo verso l’avvocato: “Ecco, bravo! finalmente hai capito. Lo vedi avvocato, lo sa, lo sa bene –e sussurra– quel verme, –poi riprende col tono precedente– lui, avvocato, lo sa benissimo cosa c’è che non va. Lo sa benissimo e poi fa finta di non capire e fa quella faccia da finto tonto che mi da tanto sui nervi”.
L’avvocato le sorride e sprofonda nello schienale della poltrona con l’aria di chi si accinge ad ascoltare con tutta la propria comprensione una lunga spiegazione: “La prego! non si interrompa, signora. Vada avanti e cerchi di essere il più chiara possibile. Cosa c’era che non andava nella cerimonia”?
La sposina fulmina il marito con un unico sguardo d’acciaio e si aggiusta il collo della camicetta con civetteria tornando a rivolgersi all’avvocato: “Ecco, vedi, scusami ma mio marito fa di tutto per confondere le cose e per non farti capire. Poi io passo per una povera scema e Lui, quel coso…. alla fine spera di aver ragione”.
La sposina alzandosi: “No! no! per carità! nella cerimonia è andato tutto bene e tutti hanno pianto e dovevi vedere anche tu, avvocato, con quanto impegno tutti piangevano. E io ho lanciato i fiori ad Elvira; ma chissà se mai li raccoglierà per davvero quella stupida che, certo che anche con quel fisico, ma aspetta sempre l’uomo che non c’è e io gliel’ho detto sempre che deve prendere le occasioni al volo altrimenti il tempo vola prima ancora che se ne possa accorgere e poi si ritrova sola e inacidita dentro. Non ritieni anche tu avvocato? non ho forse ragione? Ma lei è testarda, sai avvocato come sono testarde quelle donne che non hanno mai imparato a camminare coi piedi per terra, mentre io… non per dire. –Si accosta a un quadro appeso alla parete– E’ originale questo o è una stupida copia? Intendevo dire che ci vuole praticità nella vita”.
L’avvocato segue con lo sguardo la donna e ne valuta la figura impreziosita dal vestito elegante: “E allora, signora, cosa c’era che non andava? Mi faccia capire”.
La sposina tornando sui suoi passi: “Di solito sono una ragazza calma; calma e riflessiva. Ma anche tu avvocato, se ti fossi preso la briga di leggere, non dico tanto, avremmo fatto certo più in fretta. Ora almeno cerca di portare un po’ di pazienza e di prestarmi ascolto. Se ti ci metti anche tu non riuscirò mai a spiegarmi”.
La sposina sedendosi: “In chiesa è andato tutto bene, ancora mi commuovo a pensarci; che mi viene una rabbia… E il prete ha fatto un bellissimo sermone. Si! si! per quello che conta, per tutta la vita ha detto; anche al ristorante è andato tutto bene, tutto a base di pesce, tante portate che si era perso il conto, e un torta enorme e tutti contenti a gridare e a inventare brindisi e a lanciare le solite frasi sibilline, anzi proprio esplicite, proprio questo, e giù tutti a ridere e alla fine eravamo anche noi un po’ brilli. E’ stato dopo. Tutto è cominciato dopo. Per meglio dire tutto è finito; dopo”.
L’avvocato mostrando di sforzarsi per capire: “Come dopo? Si spieghi meglio signora”.
La sposina assume brevemente un’aria di sufficienza: “Dopo. Per dopo intendo dopo. Dopo vuol dire solo dopo. Ne più ne meno dopo. Come faccio a spiegartelo? non fare l’ingenuo più ancora di quello che veramente sei. Quello che non ha funzionato è quello che è successo dopo. O per meglio dire quello che non è successo dopo. Mi spiego meglio. Come dicevo tutte le donne sognano il giorno del loro matrimonio tutta la vita ed è un giorno importante”.
L’avvocato: “Continuo a non capire”. E slaccia il bottone del colletto della camicia.
La sposina in modo indisponente; gira un tagliacarte fra le dita poi, parlando, lo ripone sulla scrivania: “Ma ci fai o ci sei? Ogni donna sogna tutta la vita il giorno del suo matrimonio, ma… come dire, sogna il giorno ma anche la notte. Quella che chiamano luna di miele. Quella maledetta prima notte. Il giorno tutto bene, dicevo, ma la notte niente”.
L’avvocato scotendo leggermente la testa come cominciasse a sentirsi confuso: “Vuole dire… niente”?
La sposina ancora più indisponente: “Ecco, bravo il mio avvocato, vedi che se hai pazienza, e ti impegni, cominci a capire anche tu. Allora, …senza essere volgare, ce ne siamo andati in macchina, fra i lazzi e gli schiamazzi degli amici e dei parenti, come ti ho detto e come si può immaginare, trascinando i soliti barattoli (una catena lunga alcune centinaia di metri almeno) e durante tutto il viaggio avevo continuato a fantasticare, si! era stato un viaggio sufficiente per sognare quella notte tanto che quello che mi aspettava mi aveva riempito la testa, dietro i barattoli ballonzolavano e richiamavano l’attenzione della gente, e il portiere dell’albergo ci aveva lanciato un signori e un sorriso carichi di malizia, e la direzione era stata tanto carina e ci aveva inviato una bottiglia di spumante buono che tanto dopo ce l’hanno fatto pagare, questo è certo, e quando siamo stati soli ho chiesto di andare in bagno e tutti i miei sogni si sono ripetuti in un solo istante dentro quella stanzetta nascosta dalla porta e mi sono lavata e profumata che dovevo sembrare una di quelle, senza togliermi il trucco perché volevo apparirgli bella il più possibile, e mi sono messa una vestaglia che avrebbe fatto risuscitare anche un morto e quando mi sono guardata allo specchio ero bella che adesso può anche non sembrare forse ma ero bella sul serio perché ero ancora tutta preparata mentre oggi sono uscita di fretta così com’ero, ma quando sono uscita, ci avrò magari messo anche molto, ma quando sono uscita …insomma niente. Lui ha continuato a leggere e basta”.
L’avvocato mostra sorpresa: “Mi sembra di capire che lei rimprovera qualcosa a suo marito per la prima notte di nozze”?
La sposina spalanca gl’occhi: “Qualcosa per la prima notte di nozze? Io rimprovero a …quell’ …uomo tutto, altro che la prima notte di nozze. Rimprovero la sua indifferenza. Rimprovero la sua crudeltà. Lo rimprovero di non avermi guardata punto come fossi trasparente di cristallo. Ma non corriamo troppo”.
Il marito sembra annoiarsi: “Niente! non mi sembra proprio preciso; anzi esauriente. Si può anche pensare che non ti abbia guardata nemmeno”.
La sposina con un lampo degl’occhi, talmente rapido da essere quasi impercettibile, uccide il marito che finge di continuare a vivere solo per far lei dispetto: “Sentitelo! Mi ha detto qualcosa del genere che non gli sembrava il caso, con tutta l’indifferenza di cui può essere capace un verme. Che non lo trovava necessario, capisci? Anzi, non mi ha detto proprio niente. I suoi occhi fatui e vuoti si sono alzati solo un attimo e non mi ha nemmeno veduta ed è tornato a leggere. Provai un’enorme stretta al cuore. Non so se si può dire, si! l’avvocato è come il confessore infondo, mi sono rimessa le mutandine e sono andata anch’io a dormire; spero solo che tu possa capire cosa vuol dire questo per una donna”?
L’avvocato stacca gl’occhi della donna per guardare verso l’uomo in modo impreciso: “Vagamente. Credo di sì”. E si asciuga il sudore dalle mani con un fazzoletto di carta profumata che estrae da un distributore in cartone leggero appoggiato sopra il tavolo.
La sposina pretende l’attenzione dell’uomo di legge tutta su di sé: “Credi? Proprio un uomo mi doveva capitare. Voi credete sempre di capire ma poi… sempre uomini siete. Insomma mi sono detta sarà la prima sera, forse è in qualche modo imbarazzato, e che ne sò cosa può passare per la testa di un novello sposo, e poi nemmeno io ero mai stata sposata. Forse è emozionato. Certo che non è una grande consolazione. E allora ho provato ad aiutarlo. Gli sono anche andata vicina, veramente mi sono proprio attaccata a lui, gli sono andata addosso e gli ho strusciato il seno sulla schiena, e ho un seno che è bello sodo, non c’è che dire –e con fare provocante si rassetta la camicetta sul seno– ma di questo mi devi credere sulla parola, comunque non sono certo tette –col palmo della mano accarezza la stoffa e anzi la fa aderire alla forma del corpo per mettere in evidenza le rotondità del suo seno e poi si slaccia un bottone– che si possono ignorare ma, se anche poi il messaggio non lo avesse capito, nel dubbio, l’ho persino toccato. E’ stato allora e solo allora che mi ha detto quella cosa come ‘non mi sembra il caso’. Ma cosa vuol dire non mi sembra il caso? Tutto e niente. E’ stata una notte d’inferno e ho anche faticato a prendere il sonno e lui gentilino gentilino mi chiede con quel fare cortesemente stupido se la luce mi da fastidio. «Vuoi che la spenga? cara!» mi dice l’imbecille sdolcinato”.
Il marito verso la donna in modo suadente: “Ti prego di non fare così! cara. Non essere volgare con l’avvocato. Mi chiedo che idea si può fare di noi”.
La sposina scuote la testa in un colpo secco come a cacciare le parole del marito: “Se intendi delle mie tette non si può che fare una bella idea, se invece intendi di qualcos’altro non si può che fare l’idea di quello che sei. Ma perché proprio a me poi doveva capitare un uomo… un uomo… così? –solo allora si rende conto di essersi rivolta direttamente al marito e ha un moto di stizza– Avvocato! come te lo devo dire che non voglio essere interrotta da lui e che non gli voglio parlare? Insomma, lasciamo stare il mio petto. Non è poi questo che qui conta ma volevo solo farti capire che non ho nulla di cui rimproverarmi. Poi proprio a Venezia dovevamo andare. Venezia, non so se ci sei mai andato, è una città che non perdona. Ci sono solo amanti, cioè innamorati, e gondolieri. Non per niente tutti lo sanno che è una città puttana”.
L’avvocato: “Se mi vuoi aiutare –ma subito si corregge– …signora, se mi vuol fare capire, cerchi di attenersi ai fatti”.
La sposina ha un sorriso diabolico: “E questi che cosa sono se non fatti? Avrei dovuto sospettarlo durante quando eravamo fidanzati che tutti gli altri non se lo erano mai fatto ripetere. Ma pazienza la prima notte. Sarà stata la prima notte, mi son detta. E così andiamo in giro come sposini e come turisti per questa città che come ho detto è… ti affascina sempre. Andiamo in giro tutto il giorno con gl’occhi pieni di meraviglia, stavo dicendo, e lui è stato tanto premuroso e coccolo ma poi la notte niente; anche la seconda notte niente. Avevo fatto tutto anche meglio della sera prima e anche se non era proprio la prima ed era invece la seconda mi sarei accontentata lo stesso e sarebbe stata ugualmente la nostra prima notte. E invece niente. Eh no! dico io. Mi ero proprio indispettita. Va bene una ma anche la seconda; questo non lo potevo proprio sopportare. Gli ero andata addosso con il mio respiro sul collo, dentro le orecchie, in lui e ancora lo avevo toccato e provocato che più di così non si può e, non per modestia, ma ci so fare quando mi ci metto. Mi devi ancora credere. Ma lui niente. Mi ha detto «stai buona, cara» e che non lo trovava necessario. E io continuavo a dirmi che tanto ogni notte era buona per essere la prima notte ma cominciavo a sospettare di illudermi e che qualcosa non andasse”.
Il marito mostra un ombra di sorpresa: “Io non vedo niente di strano. E di illuderti poi non ci ho mai provato”.
L’avvocato distratto dall’uomo: “Scusi, taccia lei e lasci parlare la signora”. E ha un gesto sfuggente d’intesa con la giovane sposa.
La sposina lo coglie al volo e trionfa: “Ecco! bravo, lo faccia star zitto; finalmente. Necessario… un boia, dico io, certo che è necessario e allora lui mi rigira con un mare di parole e con un’infinità di discorsi pieni di assurde scuse, come sa fare bene e ha sempre fatto, e io penso che forse forse sono stata cattiva con lui e troppo severa e che qualcosa non va e che bisogna avere pazienza; ma quale pazienza? Tutta la luna di miele, di miele –e ha un tono fortemente derisorio nella voce– la chiamano, è stata così: di giorno Venezia e di notte niente. E di notte pazienza. E dopo il ritorno così ancora; una vita completamente senza sale. Ogni sera c’era una scusa nuova, non proprio una vera scusa ma, insomma, riusciva in qualche modo a trovare il modo di non farlo. E non che io non ci abbia provato in tutti i modi. Una donna non dovrebbe essere costretta a tanto. All’inizio con modi più velati, per esempio lo pregavo di porgermi l’asciugamano, che fingevo di scordare, mentre in bagno mi facevo la doccia ed ero tutta nuda ma lui era come se non vedesse. Oppure lo pregavo di insaponarmi la schiena e lui ancora niente; proprio come se non capisse, come se parlassi in arabo, e le sue mani fossero insensibili, guantate di guanti che non lasciano filtrare nessun calore ne forma, eppure sono una donna… e allora dopo la schiena anche il resto. In tutti i modi ho cercato di provocarlo. Mi vergogno, e ne arrossisco, solo a pensarci. Poi sono stata anche più esplicita”.
L’avvocato poggia lo sguardo sulle ginocchia della donna: “Più esplicita quanto? Mi scusi signora, ma …prima”?
La sposina si accorge degl’occhi dell’avvocato con palese soddisfazione: “Esplicita esplicita. Gliela ho messa in mano nel vero senso della parola, proprio in mano e lui come se niente fosse dopo un attimo di indifferenza si è scostato. E poi prima? Prima, mi sembra un secolo fa. Prima era stato come e fra tanti i fidanzati come ho già accennato. Era stato sempre caro e dolce, molto comprensivo e corretto. Forse un po’ troppo corretto e noioso. Ma eravamo fidanzati. Non che fosse la mia prima volta. E’ naturale che avevo avuto altri prima di lui e sapevo bene come vanno le cose, si non ero proprio una novellina. Anche in base a questo posso affermare che quelle notti le ho provate tutte. Avevo avuti altri, dicevo, ma lui era così per bene che piaceva tanto anche a casa, aveva una buona posizione e come parlava bene. Ecco, maledette le parole. E io stupida l’avevo preso per rispetto e allora mi ero rassegnata e mi ero detta tanto vale; non che fosse stato facile e che in cuore mio avessi messo così facilmente da parte ogni speranza ma poi non sò nemmeno io come ma è andata così. Quanto meglio era… lasciamo stare, almeno lui non parlava punto e andava subito al sodo. E invece, con questo qui non si arrivava mai al sodo; cazzo! Ecco, cazzo, questo era il punto, si parlava tanto e poi si parlava ancora e se ne restava lì moscio e io con un pugno di mosche in mano; anzi con il pugno di pelle di niente, in mano”.
L’avvocato cerca di sostenere lo sguardo della donna: “Vuole dire che né prima né in tre mesi…”?
La sposina divertita: “Proprio così, spero che adesso cominci a capire. In tre mesi niente. Nisba! Tre mesi di giorni ma soprattutto tre mesi di notti e niente. Glielo proprio sbattuta in faccia, e mica faccio per dire, mica a parole. Le ho provate tutte”.
Poi l’avvocato si rivolge all’uomo che infondo rimane di una tranquillità impassibile: “Ma lei… insomma”?
Il cadavere del marito imperturbabile; incapace di emozione: “Mi si lasci parlare; finalmente. Posso spiegare. No! non credo di aver nessun problema, anzi ne sono sicuro, sono un uomo normalissimo. Mia moglie non è la prima donna della mia vita, non è la prima neanche per me, ci mancherebbe altro. Ci conoscevamo da tre anni e con lei mi sono sempre trovato bene ma non so come spiegare… Lei sapeva ascoltare bene e anche quando parlava non era mai sciocca. Ammetto che non è facile trovare una donna come lei, almeno così mi sembrava, e ancora adesso lo credo. Lei non solo mi sa ascoltare con attenzione e pazienza ma mi sa anche capire, e sa rispondermi cose sensate e sembra amare le stesse cose che amo io. E’ per questo che mi sembra tutto tanto assurdo. Come posso essermi sbagliato? In certi momenti provavo quasi più piacere ad ascoltarLa che a parlare. Ma, lo dica lei, cos’è una moglie se non la migliore delle amiche possibili? Non è forse qualcosa che sta là in alto, sopra ogni cosa; quella persona a cui puoi dire anche le cose che hai sempre nascosto in fondo a te stesso? C’è qualcosa di più? Non deve essere forse questo una moglie”?
L’avvocato con fare di rimprovero: “In linea di massima o di principio non posso darle torto. Ma non pensa che una moglie può non essere solo questo”?
Il marito indifferente, le pupille vuote, il corpo comincia a esalare i fetidi vapori funerei: “Non riesco a capire? Mi sembra così semplice eppure così naturale. Possibile che neanche lei non riesca a capire. Mia moglie per me è una grande amica. Certo la più grande delle amiche. Una donna a cui non potrei mai mancare di rispetto. Si può amare con tanta forza, tanto intensamente e venire rimproverati per questo? Si può rimproverare un amore tanto grande fino a trasformarlo in colpa e usarlo per mandare a monte un matrimonio, per chiedere una separazione, che poi è una cosa sempre dolorosa per tutti? E’ una colpa amare tanto”?
La sposina ormai trionfa sulla morte: “Naturale e semplice un paio di balle. Amica! sai dove me l’attacco quella amica? Lo puoi immaginare avvocato dove io mi attacco quella amica? Certo che lo sai dove che me la attacco. Non sei un ragazzino più nemmeno tu. E poi, per dirla tutta ha anche una pronuncia francese che fa schifo. I maudit vuole citare e quando lo fa è la loro maledizione. Lo chiami amore questo amore? dove non si fa mai all’amore? Ma almeno tu mi vuoi capire”?
La sudorazione dell’avvocato è diventata una tempesta: “Signora io capisco ma la prego di controllarsi”.
La sposina si accalda: “Ascolta me ora, pezzo di pervertito, e ascoltami anche tu avvocato, come posso controllarmi? Fosse facile eppure le senti le idiozie che dice?Rispetto. Amica. Amica un piffero. Io non sono Carlotta, ne tanto meno Madre Teresa di Calcutta, e non lo voglio essere; perdio. Sono una donna giovane e sana. Una donna –la sposina si alza– che le ha tentate tutte. Tutte per un amore da niente e non mi sono mai sentita così sporca; anzi –la voce si trasforma e passa dai toni freddi e taglienti a toni morbidi e suadenti fino a toni morbidissimi e fascinanti– così porca. Una troia, una troia sono diventata per lui e lui manco mi guardava. Ma come puoi capire tu, avvocato. Ecco! guarda. si può rinunciare a gambe come queste? hanno qualcosa che non va queste gambe? –e si alza con una lentezza esasperante le gonne per scoprire le gambe– Non sono forse perfette? Io non ho niente di cui vergognarmi. Posso mostrarle, io, le gambe e anche il resto”.
L’avvocato, nell’avvicinarsi della donna, è visibilmente imbarazzato, la sua bocca è secca e si rintana nella poltrona senza riuscire a fuggire: “No! certo che no! ma la prego signora”…
La moglie sempre avanzando lentamente verso l’avvocato è costretta a girare torno alla scrivania e continua a sollevare le gonne: “Lo vedi come sono perfette, e senti che carni sode che hanno. Io sono una gran donna e lui mi getta via e mi tratta come una puttana. Manco mi guarda il mandrillo. Ma si può rinunciare a una donna come me? E il meglio devi ancora vederlo; te lo giuro. Più su è ancora meglio; adesso ti faccio vedere io avvocato il paradiso. Il mio amore non è mica una di quelle passerine tutte raggrinzite o tutte pasticciate. E’ carne di prima scelta, senti qua. –la voce della donna perde veemenza e diventa suadente e morbida– Però, guarda il signor avvocato come suda. E come si è fatto rosso. E come si fatto gonfio il porcellino. –ormai è sopra l’avvocato– E dire che non si sarebbe pensato proprio. E come si è fatto grosso. Chi l’avrebbe mai detto. E come ti si è fatto duro. Fammi sentire e non fare il villano. E senti che buon sapore hai, sapore di avvocato. Non avevo mai assaggiato un avvocato. Non mi scappi più caro mio”.
L’avvocato guarda implorante verso il marito poi gl’occhi si fanno una polla d’acqua ferruginosa e lo sguardo si perde nel niente: “Devo dirvi la verità: voi siete i primi clienti della mia vita, e vorrei tanto accontentarvi, in qualche modo esservi utile. Ma anche lei, benedetto uomo, possibile che non possa fare un piccolo”…
Il marito ora sembra sicuro di sé e parla più tranquillo anche sfruttando della distrazione della moglie: “Ho provato, ho provato, ho provato a dirglielo in tutti i modi. Lo vede ora, caro avvocato, lo vede anche lei com’è la situazione. Mia moglie ne sta facendo una malattia per niente. Povera cara, forse è stata la tensione delle nozze, ma credo che lei ne abbia fatto una fissazione. Ma di cosa si può lamentare? non le manca niente. Non ci manca niente. Io la amo troppo. Ho cercato di spiegarglielo in tutti i modi. Io la amo più della luce dei miei occhi, parlerei con lei notti intere perché nessuno è mai stato come lei per me ma come faccio a farglielo capire se lei non mi vuole più parlare”?
C’è un interminabile attimo di silenzio, rotto solo dai sospiri affannati dell’avvocato, poi la donna si alza, si passa il dorso della mano sulle labbra e guarda i due uomini con uno sguardo chetato: “Forse hai ragione avvocato e io sono proprio una stupida. Sono proprio contenta di essere venuta da te. Forse ho esagerato ma cerca di capire, mettiti nei miei panni, anzi lascia stare perché nelle mie mutandine non saresti proprio una bella figura; ma dimmi allora, a parte gli scherzi, una ragazza seria sogna il matrimonio tutta la vita e poi si trova fra i piedi questo schifo qua. Cosa deve fare? Allora perché ha sognato tanto? Una donna a modo dovrebbe farlo solo col proprio marito, farlo e non andarlo a raccontare in giro, io.. io mi trovo a raccontare che non lo faccio, e invece io proprio con lui non lo posso fare e lui mi ha sposato. Ma si! forse a volte sono solo convenzioni; –e si rivolge al marito– e tu sbrigati che dobbiamo andare”.
Lei si è rassettata e mentre marito e moglie si alzano per uscire l’avvocato senza potersi alzare dalla sedia: “Ma signori, e per la parcella”?
La moglie girandosi brevemente e lanciandogli un ampio e luminoso sorriso: “Lasciamo stare, avvocato per oggi offre la ditta. Vorrà dire che anche questa volta l’ho fatto gratis e non sarà certo questo a rovinarmi. Tanto… Sarà per la prossima volta. Arrivederci. Ricordati di rimetterlo via e di chiuderti i calzoni. –ridacchia prima di proseguire- Nel contempo cerca una soluzione per il mio piccolo problema perché non può continuare così e non è che poi neanche tu alla fine, con tutte le tue …parole, mi hai convinto troppo”. E strizza l’occhio.
Solo dopo che la coppia è uscita dall’ufficio l’avvocato cerca di ricomporsi: “Vediamo il prossimo, il secondo cliente della mia vita; e speriamo bene”. Ma i suoi occhi sono rossi e stanchi.¹


1] scritto circa il 20 marzo 2002

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Lui amava come lei preparava la zuppa con i fagioli facendola addensare con un paio di patate schiacciate crude quando la poneva sul fuoco e lasciandola molto a consumarsi. Per fortuna lei aveva imparato a decifrare anche i suoi grugniti perché non era uomo da dare troppe soddisfazioni. Al massimo si lasciava sfuggire un sorriso alzando appena gli occhi, ma questo solo quando aveva anche intenzioni d’altro cioè quando in testa gli si cominciava a formare una voglia per la notte. Era molto più semplice e succedeva molto più spesso che ci trovasse qualcosa da ridire. E’ sempre facile parlare per chi se ne sta comodo seduto ad aspettare. Questa volta era stata lei ma lei non era brava per le lusinghe. Voleva prenderlo per la gola perché erano molti giorni che non la degnava nemmeno di uno sguardo; però forse sarebbe stato meglio che gliene chiedesse semplicemente motivo. O che si limitasse a sedurlo con le armi che aveva sempre avuto ma che le sembravano riscuotere un successo sempre più faticato e blando. Se era stata stupida ormai era tardi. L’assaggiò e si accorse di averla aggiunta una seconda volta di sale. Non poteva rimediare ed era veramente immangiabile. Fece l’offesa perché lui non si era accorto che era andata dal parrucchiere. Prese la pentola e gliela versò direttamente in testa.

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E’ sempre facile parlare di vita e di morte quando si parla degli altri o per sentito dire. Certo che lui li ammirava quelli che il coraggio ce lo avevano. Lui amava Enrica perché era sua moglie e perché era paziente. Aveva cercato di farsi accettare dai suoi e la sua vita era sempre stata così. Non sapeva in che misura lei lo stimasse ma dubitava lo facesse. D’altronde non trovava un argomento per essere orgoglioso di se. Quella donna si era spogliata per raccontarsi tutta. Di storie tristi ne aveva sentite molte anche se forse mai come quella. E non aveva dovuto fare strada per raccontarla. Ed è sempre meglio diffidare: di impostori sono piene le strade del mondo. Cosa rendeva veramente quella disperazione più vera e credibile? Eppure i suoi occhi possedevano una tristezza che pareva un baratro. Sul viso e le nocche portava segni di percosse. E aveva troppi pochi denti per gli anni che diceva. Nemmeno lui lo era duro ma gli avevano sempre raccomandato di essere assennato. E faceva freddo per stare lì in strada. Non riusciva a non essere cortese. Si rendeva conto che lei sapeva e voleva muoverlo alla pietà. Ma la mano era già la mano di una morta. Non aveva che il dubbio e l’unica consapevolezza di essere solo un suonatore di sassofono.

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linguacciaRiprendendo in mano un libro dopo molti anni Marco ritrovò una cartolina di un vecchio amico: Paesaggio sereno di montagna; a uso turistico.
La firma arzigogolata, disegno sicuro, era accompagnata dal nome, grafia elementare, della ragazza di allora. Quei due tratti sembravano ora spiegare tutto. Fidanzati (normalmente dice una classificazione alquanto imprecisa), ora non più. In quel caso si erano scambiati anche gli anelli e si erano restituiti quasi solo rancore.
Come spesso avviene in questi frangenti lui, stava riponendo un poco deciso sogno di pittore, aveva creduto di soffrire. Lei se n’era andata con un altro; ricordo un ragazzo dall’aspetto di quelli che paiono ragazzi per sempre e dai comportamenti composti. Elegante, che dire di più.
Lui, quell’amico, cercò di simulare la disperazione, pensò come colpire l’antagonista, e s’imbatte in un’irosa rabbia. Sembra trasparire sempre qualcosa di falso nei sentimenti estremi dell’uomo quando ha quell’età che non sà concedersi che estremità.
Poi, come sempre, tutto ricominciò daccapo; con verso quasi casuale. Un’altra donna (breve spazio d’attesa) e come un ragazzo essere un uomo in imbarazzo.
La madre (con cui viveva), le storie di tutti i giorni, le curiosità, vecchi amici ritrovati in un momento precario, lo stesso nostro ritrovarsi: quasi un intermezzo.
Di quella ragazza Marco non ricordava nemmeno il nome (se mai l’aveva saputo), non l’aveva mai vista. Con quell’amico si erano da allora persi, chissà se l’avrebbe rivisto. Finì il libro e buttò la cartolina.¹


1] Scritta il 21 aprile 1991

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Un bambino guarda la realtà che è fuori della finestra dalla televisione

Fotocomposizione grafica con materiale di pubblico dominio¹

Mondo e Erina erano una coppia ormai da molti anni. Loro lo sarebbero stati per tutta la vita. Erano di quelle persone che sono così; e nel proseguo sarà evidente la ragione. Erano entrambi di bassa statura e, forse per questo, camminavano col busto eretto e la testa alta. Cercavano disperatamente di bagnare le loro teste d’infinito.
Lei amava con entusiasmo Ligabue. Lui guidava una macchina che dimostrava quasi la sua stessa età. L’unico vizio a cui raramente indulgeva era una sigaretta di tanto in tanto. Erano molto devoti e pregavano scrupolosamente per interi secoli. Non mancavano mai alla funzione della festa ne di fare la confessione e la comunione. Rispettavano tutti i precetti della loro chiesa e tutti i comandamenti soprattutto quello che gli imponeva di amare il prossimo tuo come te stesso.
Con loro sommo cruccio avevano avuto un solo figlio femmina; Ilaria. La ragazzina, come cominciò l’adolescenza, mise su alcuni chili in più e due tette ingombranti. Aveva lo stesso portamento di quei genitori ma faticava a salutare. In verità nemmeno loro erano molto ciarlieri, si può dire fossero riservati. Poi, il buon Dio, non aveva voluto allietare il loro amore con altri figli. Non che non ci avessero provato, anzi. Per certo era che non avrebbero mai versato il loro seme invano ma che colpa avevano se quel seme era arido. Così lo avevano fatto con assiduità; naturalmente al solo scopo lecito e benedetto della procreazione.
Ma quello stesso loro Dio misericordioso volle metterli un giorno di fronte alla loro prova forse più dura. Con crudeltà inaudita infierì sul povero Mondo senza ritegno. L’uomo infatti si ammalò in modo grave e per un lungo periodo si temette per la sua stessa vita. Ma la volontà del Signore è spesso imperscrutabile. Restò per un’eternità in un letto di policlinico fra la cortesia e la partecipazione di tutti. Le sue due donne si prodigarono nell’accudirlo in modo indefesso e lodevole; giorno e notte.
Certo la figlia, Ilaria, passava un momento non felice. La si vedeva fumare di nascosto dai genitori. Lasciò sul campo del dolore alcune simpatie per suoi coetanei. Ma, come detto, non fece, in quel frangente, nemmeno lei, mancare il suo apporto in casa e le sue attenzioni verso il padre invalido. Aiutò la madre in tutto e imparò quello che di una donna doveva sapere e non aveva ancora capito. E in tutto questo non trascurò gli studi che con la solita fatica continuarono a procedere. Soprattutto faticava con i numeri.
Furono quelli dell’ospedale lunghi mesi di immani preoccupazioni. Andavano su e giù per non lasciarlo mai solo. Le due donne mitigavano la disperazione nella speranza. Poi, se Dio vuole, prese lentamente a migliorare. Non vi erano che pochissime probabilità che tornasse com’era prima. L’eredità più probabile rimaneva una invalidità permanente. Su una carrozzella fu dimesso come un cencio inutile e tornò a casa. Su quella carrozzina si temeva che sarebbe rimasto.
Biascicava malamente le parole con una eccessiva emissione di saliva e le orbite degl’occhi gli cadevano molli. Doveva essere aiutato in tutto. Ormai divideva le ore solamente tra quella carrozzina e il letto. Ma, ringraziando Iddio, aveva avuta salva la vita e nella famiglia tornava ad apparire il sereno. La gente ammirava il coraggio di quelle donne e si rendeva servizievole; offriva generosamente il proprio aiuto.
Poi, pian piano, anche con l’aiuto di Dio e della fede, con una lentezza esasperante, quell’uomo iniziò a migliorare. Solo un occhio attento all’inizio poteva accorgersene. Col tempo e grazie a due stampelle riuscì a liberarsi della carrozzina. Riuscì a prendere a muoversi con le proprie forse sotto l’occhi vigile delle sue donne, ben inteso. Vederlo rinnovava la speranza e metteva di buon umore. Ma rispettiamo il naturale procedere della fredda cronaca degli eventi.
Alcune malelingue, ci sono sempre in ogni piccolo agglomerato quelli che amano spettegolare, presero a rivelare anche particolari più intimi della dolorosa esperienza a cui quel Dio benevolo aveva voluto sottoporli. Quelle voci iniziarono a circolare sussurrate ma con frequenza. E nei primi tempi sembravano mescolare alle parole la pietà e la commiserazione con una sorta di augurante rivalsa. Ma forse non c’era cattiveria. Forse dietro esisteva solo il tentativo di scuotere la noia.
Venne scoperto così che i due coniugi timorati di Dio erano stati interrotti durante un complesso amplesso. Certo il loro era un vero atto d’amore. Non si sarebbero mai abbassati ad accoppiarsi solo per il piacere. Lo avevano sempre fatto per lodare il Signore, per rispettare il vincolo del matrimonio e per allietarlo, Cristo permettendo, della gioia di una nuova nascita. Non era colpa loro se, non si sa per difetto di chi, il loro matrimonio era diventato sterile. E non si erano rassegnati mai che avevano conservato persino la culla e tutto il resto della primogenita.
Mantenevano comunque fiducia nel Signore e non disperavano in una gradita sorpresa. Avrebbero preferito il maschio ma anche una seconda femmina sarebbe stata ben accetta. Era come un ossessione, come dovrebbe sempre essere. Per questo, ignorando e negando con ostinazione quella loro situazione di infecondità, avevano continuato a impegnarsi con testarda sollecitudine. Ogni loro tentativo rivelatosi vano era la migliore ragione per moltiplicare con entusiasmo i loro sforzi in nuovi tentativi. I loro gesti d’amore avevano una frequenza inusuale, limitata a volte solo dal pudore e dalle forze.
Così, come si diceva, si era sparsa la voce che, quando lui venne preso da quel suo terribile malore, stessero facendo all’amore. Qualcuno aggiunse che l’uomo era rimasto così, pressoché irrigidito, nella posizione in cui si trovava. Era restato paralizzato lungo disteso come un ciocco di legno. La malattia lo rese ignaro ma nella moglie, che ancora ragionava normalmente, la cosa non poté che destare imbarazzo. E ridendo quella donna precisò che anche quello, si insomma l’uccello, restò paralizzato spuntando come il ramo sfogliato da un tronco.
Poi, con la clemenza del buon Dio, gl’arti avevano cominciato a ritrovare dapprima quel minimo di flessibilità a poi a risanarsi fino a permettergli la posizione da seduto; come già detto. Ma lì no, aveva continuato a restarsene paralizzato, diritto come un chiodo. E in tutto quel tempo la buona Erina non aveva mai smesso di dedicargli le sue attenzioni e il suo amore. Si prodigava nel lavarlo, nel servirlo, nello spingere la carrozzina e in tutte le altre faccende compreso in quell’amore. E, naturalmente, gli leggeva la Bibbia.
Quanto lui potesse capire non si sa. Sembrava che l’unico problema creato da quella piccola ferita lasciata aperta dalla malattia fosse nel fare la pipì: doveva sedersi nella tazza per non bagnare e bagnarsi da per tutto; si mormorava. Però la infastidivano gli sguardi, che rivolgevano all’invalido le donne, che non erano certo di compatimento. Quelle si congratulavano che fosse ritornato a casa e poi controllavano se era vero quanto si diceva in giro. Lei era, come detto, paziente.
Prima si era munita di un pappagallo ma poi lo sedeva lì con cura e aspettava tranquilla. Infine anche lo puliva e lo asciugava con attenzione e dedizione. Se lo rivestiva per riportarlo a letto. Veramente il più delle volte, soprattutto i primi tempi, non sentiva nemmeno gli stimoli e come un bambino si sporcava, e non solo si bagnava. Bisognava accorgersi ed intervenire quando il danno era già fatto ché era difficile anche costringerlo nel pannolone. Lei si limitava a brontolare in silenzio e provvedeva rassegnata.
Cioè le ferite aperte erano state due. Quell’uomo infermo nel corpo e nell’amor proprio e quella della sua cara moglie. Vederlo così le si struggeva il cuore e non doveva darglielo da vedere. Seduto su quella sua carrozzella le imponeva contorsioni quasi impossibili ma steso a letto era alto di tutta la sua lunghezza. Lo confermò con invidia la signora Pina che era andata a visitarlo in corsia. Ma quella di lei era una ferita talmente lancinante che frequentemente si trovava costretta a calmare riempiendola di lui e cavalcandolo mentre lui giaceva coricato su quel giaciglio immobile, come assente, ma con un pallido sorriso sghembo sulle labbra.
Lei che aveva sempre avuto fiducia nella misericordia del Signore e non si dava così per vinta prese a sospettare che: “Non tutte le disgrazie vengono per nuocere”. Dedicava tutto il suo tempo e la sue attenzioni al suo amore. Si prodigava indefessa per ritrovare la pace famigliare. Chetava la sua ferità in tutti i modi possibili o resi possibili da quella nuova situazione. Anzi si applicava addirittura scatenata per lenire quella ferita. E diceva: “Se Dio vuole, prima o dopo avverrà il miracolo. Sia fatta gloria al Signore”. Ma il fratello di Ilaria non veniva e non sarebbe venuto. Forse lassù, nonostante tutti quei suoi frequenti sforzi, avevano scordato il loro indirizzo e si vergognava al solo pensarlo.
Come già detto lui, sotto gl’occhi colmi di fertile commiserazione della sua donna, riprese a muoversi di forze proprie. Si trascinava pietosamente sulle stampelle, aiutato poco dalle molli gambe, con sforzi inumani. Con grandi e immani fatiche percorreva quei pochi metri che erano già il suo grande traguardo. Lentamente le gambe presero ad aiutarlo e i percorsi si allungarono. Un semplice gradito, però, restava una difficile barriera. Passò dalle stampelle ai bastoni. I soliti pettegolezzi più addentro furono lesti ad informare, senza grandi gioie ma con scherno, che stava guarendo anche lì.
Insolitamente i soliti noti non sembravano rallegrarsi tanto per i suoi nuovi progressi quanto si compiacevano della sua ormai prossima guarigione; del fatto che tornasse comodo, lo stesso, come uno di noi, nei calzoni. Sputavano a denti stretti: “Avrà finito anche lei di tanto sacrificarsi. Si è portata a casa un cero del signore ma adesso, inesorabilmente, come ogni fiamma eterna si sta smorzando. Sia fatta la Sua volontà”. E a dire il vero sembrava che in apparenza sogghignassero.
Qualcuno un poco sensato se ne ebbe e disse: “Stia attenta. Potrebbe capitare anche a lei”. Ma quella pettegola rispose sulla sorpresa dell’uomo un laconico e fiducioso: “Magari.” –e aggiunse tanto sottovoce da non essere quasi udibile– “Capita sempre agl’altri tanta fortuna”. Di quale fortuna parlasse quella povera donna sciocca, che pure frequentava anche lei le stanze del Signore e quelle del parroco, non era dato sapere.
Era difficile capire come quel rado popolo, devoto e generoso di sostegno per i bisognosi, festeggiasse la salute con tanto soddisfatto rammarico e astio ma sembra che una notte le avessero sentito pronunciare le seguenti parole precise, sillaba per sillaba, a voce alta e isterica: “Con questa, anche per stavolta, sono sette. Speriamo almeno che sia un maschio”. Se non sembrasse assurdo si sarebbe potuto sostenere che quei pettegolezzi avessero un sapore di gelosia e di rivincita.
La notizia era stata raccolta dalla signora Adele che al telefono aveva sentito la signora Pina che dice che ha sentito dire dalla Dina a cui la signora Alice ha raccontato che le hanno riferito di come si fosse svolto il fatto. Tutte le notizie circolano così: così era stato per quella grande disgrazia del venerdì diciassette. In questo caso, come era nata non si fu mai in grado di ricostruirlo veramente. Ora sembra che la piccola Erina abbia avuto sentore della completa guarigione imminente del buon Mondino e non abbia voluto perdere tempo.
Naturalmente, vivendo fianco a fianco tutte le traversie di quel lento calvario, aveva tempestivamente notato ogni piccolo miglioramento e tutto aveva annotato. L’uomo riprendeva parte delle sue forze, ogni muscolo ritrovava elasticità. Le risposte di quel fisico duramente provato tornavano su valori di normalità. Il cervello era stato il primo a ritrovare la ragione. Capiva perfettamente quello che gli si diceva. Tornava a parlare in modo usuale e sciolto senza sputare. Tornava a deambulare di fatiche proprie. Tornava padrone dei suoi bisogni. Tornava persino a sorridere. Tornava a pregare.
Così quella caritatevole donna si avvicinava alla serenità. Ma come a volte succede anche le liete notizie creano strane reazioni. Prese la sua aria corrucciata e il suo piccolo amore che, se pur basso di statura, tanto piccolo non era e lo accompagnò a sé in bagno. Lo lavò e asciugò con le cure che si riservano al figlio neonato. Provvide a fargli la barba e se lo profumò. Poi si apprestò a mettere in atto quello che aveva sentito bisbigliare dalla donnicciole e che aveva, quella volta, finto di non sentire per la vergogna.
Si sedette sopra la lavatrice. Per dire il vero vi si arrampico sopra di schiena con una qualche fatica e si accomodò. Stimò l’altezza del marito con buona approssimazione. Saltò giù e corse di là frettolosamente. Tornò e lo fece, salire rivolto alla lavatrice, su quattro volumi della Storia d’Italia Einaudi. Lui cercava di mantenere quell’equilibrio precario appollaiato sulle grucce con molta applicazione e sacrificio. La guardava esterrefatto perché non capiva cosa stesse facendo ne tanta frenesia.
Lei scivolò nel piccolo spazio che lo divideva dall’oblò e tornò sopra la macchina con le gambe a penzoloni. Allargò le gambe e si aprì l’accappatoio. “Viene qui!” –Gli disse. Era stata categorica ed imperativa. Lui cercò di eseguire il suo ordine mimando quel piccolo movimento goffamente ma lei lo trasse piano a sé tirandolo con le mani appoggiate al sedere. Quando le fu sufficientemente appresso che quasi le era addosso si liberò una mano per indirizzarlo con precisione. Non aveva avuto naturalmente bisogno di prepararlo che lui era ancora sempre pronto. Solo con l’altra lo portò ulteriormente a sé e in sé.
Lo fece accomodare e lui abbandonò le stampelle perché si poteva appoggiare a lei. “Senti qualcosa?”–chiese– “Ti sembra di sentirmi?” –e si informò. “Credo di sì!” –rispose balbettando perplesso l’affezionato marito e gli uscì ancora una eccesso di saliva nelle parole di cui non seppe nascondere il pudore ma lei non se ne ebbe. Con piccolissimi spostamenti del bacino gli andò ancora più incontro fino al bordo dell’elettrodomestico. E lui rimase lì proprio come un manico di scopa; conficcato nel fondo della sua donna.
Non fu una scena idilliaca, spiegano, ne tanto meno educativa; più che altro fu una situazione ridicola e impudica. Lei protesa tanto sul bordo da rischiare di cadere, con le gambe denudate che scalciavano piccoli passi. Lui diritto in lei che si sosteneva e la tratteneva; per il resto immobili che i piccoli passettini della donna lo facevano avanzare sempre più in fondo. Ed immobili attesero pazientemente che si compisse il volere di quel Dio e di quella macchina.
Veramente lei, curvandosi verso destra, manovrò tra le gambe del loro insolito abbraccio la manopola del programma per la biancheria. Ruotò quella manopola per quasi tutto il suo percorso così da non dover consumare troppa fatica del marito e troppa impazienza. Accelerò solo l’attesa e il volere degli eventi. Così la macchina versò acqua e schiuma ed esplose a tremare per la centrifuga. Si mise a vibrare violentemente che era anche un modello piuttosto vecchio che loro non avevano cambiato perché erano stati costretti a fin troppe economie. Invero cigolava pure un bel poco.
Immaginare di vederli stuzzicava piccoli scoppi di risa brevi ed improvvise e qualche “Oh!” e qualche mano sulla bocca. Se la macchina si scuoteva e sussultava loro, che erano l’uno appoggiato e l’altra seduta sopra, furono trascinati in quel movimento in una sorta di balletto meccanico. Dei benigni sbatacchiavano quei due poveri cristi come marionette inarticolate e austere. Lui era preso da quelle convulsioni mentre la moglie sembrava accentuare i movimenti traballanti della macchina mantenendo la sua aria altezzosa e sussiegosa. La lingua dell’uomo rischiò di scappare fuori.
E’ divertente. Scusami, credo non si dovrebbe dire. Ma mi sembra che mi piace.” –si provò a biascicare Mondo. “Stai zitto! cretino e fammi chiavare” –gli rispose lei tutta impegnata ma se ne pentì all’istante. Era stata dura, probabilmente cattiva, forse ingenerosa nei suoi confronti e quasi volgare ma ormai le era sfuggito. Insolitamente, per questo o per quant’altro vi fosse nella loro disperazione, si lasciò andare. Lo sentiva sbatterle addossò e, con precisione millimetrica, sbatterla cioè sbatterle dentro. Lì in fondo alla mona che non aveva mai avuto la sfacciataggine di chiamare con quel nome.
Dai che ci siamo! dai! dai! che se Dio vuole questa e la volta buona. Basta che stai fermo e che me lo dai. E’ davvero bello scopare. E dammelo… dammelo tutto.” –quella piccola devota donna si esprimeva in quel modo così inverecondo e tanto sconcio e triviale. E la centrifugazione durò oltre il tempo strettamente necessario. Così che l’uomo la godette e lei poté anche bissare; ebbe il tempo di fare anche il secondo tentativo. E per lui disse: “Finalmente.” –ma per la seconda volta sua gridò più piano e aggiunse prima di ritrovare il suo pudore– “Cristo santo che trombata. Ne avevo proprio bisogno. Sia fatta la volontà d’Iddio”.
Un auditore più attento avrebbe potuto cogliere un’estrema costernazione, forse inconsapevole, nel tono della moglie. Forse quello che, in cuor suo, cercava di negare e temeva era quello che in seguito si sarebbe realizzato. Lui guarì appunto completamente e non fu più quello stesso. Quando la macchina terminò di completare quel programma di risciacquo lui cadde esausto fra le sue braccia e si intimidì. Divenne cioè come dovrebbe essere ogni uomo in situazione di riposo: si ammosciò.
Pazienza.” –disse sottovoce la fedele moglie afflitta ed avvilita. Ma il suo sacrificio non rimase vano e le tornò nel petto quella speranza che non li aveva mai lasciati. Col tempo lui tornò persino ad andare in bicicletta pedalando con concentrazione. Lei cominciò ad ingrossare e presto fu evidente che finalmente, dietro quell’aria malinconicamente depressa e rassegnata, si nascondeva una nuova gravidanza. Presto la loro unione sarebbe stata, per così dire, rallegrata da un nuovo dono del signore e fu proprio un bel maschietto di quasi quattro chili e mezzo.
Nonostante la sua incrollabile riservatezza, con quell’aria stranamente avvilente, si confidò con la signora Dina che: “Mondo è guarito. Finalmente potrò dedicarmi solo ai miei figli perché il Signore ha comandato così, se Dio vuole. Ora sappiamo che non potremmo averne altri nella sua grazia. Lo avevo curato con tanto amore che quasi mi dispiace. Sia fatta la volontà di Dio”. Ma quel suo marito camminava in una vita di salute piena e non vi era più nessun’altra probabilità di una ricaduta, che tornasse cioè a soffrire di paralisi nemmeno parziali.


1] La fotocomposizione è tratta dal sito-rivista di un amico per il quale l’ho fatta. Il racconto è stato scritto il 5 maggio 2002

Approfitto… AUGURI

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Paolo Pietrangeli: Il vestito di Rossini

Torno su cose già trattate, anche se raramente, anche se superficialmente. Torno con queste due canzoni: “Il vestito di Rossini” e “Piazza, bella piazza”; entrambe già postate. La prima di Paolo Pietrangeli e la seconda di Claudio Lolli. Torno rubando una domanda che il poeta Roberto Roversi (quello di “Dopo Campoformio”) ha scritto per Lucio Dalla nella canzone “Le parole crociate” (magari ve la proporrò appena possibile) riguardo al cosiddetto passato e alla memoria: “Sono cose di ieri”? Naturalmente torno indignato, ma per nulla sorpreso. C’è una ipocrisia che mi evito, quella del buonismo e delle cose tutte perfette da una parte e dei cattivi dall’altra. E’ un veleno sottile. Ha sempre ammalato tutto, persino la Resistenza. Forse ci sarebbe bisogno di una riflessione, non oggi. Oggi non mi va di spiegare. Oggi ho questo sordo rancore. Come dopo Genova, dopo Piazza Alimonda, di cui sarebbe anche più facile parlare e di cui Guccini ha scritto un’altra bella canzone. E’ strano vedere come le canzoni siano spesso presenti. Ma la piazza è da sempre il luogo dell’incontro, anche quando questo è conflitto.

Claudio Lolli: Piazza, bella piazza

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Solo del suo amore aveva vissuto tutti quelli anni. Si capisce sempre il valore delle cose dopo che si sono perse. Ora gli mancava lei in modo incredibile. E non solo lei ma tutto e ogni cosa gliela ricordava. Gli mancavano persino le abitudini e i fugaci screzi, persino i piccoli vezzi e le manie e i dispetti. E soprattutto il tepore del suo corpo. Anche cercando di non essere egoista ma gli mancava da lasciarlo senza fiato la passione, anche quella ultima un po’ sopita, la vicinanza del suo corpo che gli dava pace e serenità. E i suoi occhi che non avevano mai lo stesso colore e la stessa emozione. Persino la sua voce chioccia e i suoi argomentare pettegoli per i quali aveva sempre provato fastidio. Non che fosse stato facile e col tempo lo era stato sempre meno ma non è mai facile. Ma in fondo era bella e, alla fine, remissiva. A volte portava a casa le inquietudini del lavoro. Era più forte di lui. Se ne pentiva solo dopo. Probabilmente succedeva a tutti. Era stato stupido a farlo per la rabbia di un momento. E adesso chi avrebbe pensato a mettere cena sul fuoco?

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Acrilico e tecnica mista su cartone telato
L’altra faccia della favola (15*20); acrilico e tecnica mista su cartone telato, 14 luglio 2010

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Prefazione
Mi ero fermato per pisciare.
Mi trovavo lungo la strada che porta a Urbino con nulla che mi mettesse fretta quando la mia attenzione fu richiamata dal frastuono di due cani che si contendevano lo stesso osso. Quel rumoreggiare mi aveva sottratto ogni possibilità di discrezione. Quel posto non poteva più essere solo mio, cercai di pensare a altro e mi trovai a ripensare a lei.
L’aria si era fatta irrespirabile, il calore evaporava da ogni cosa e sudavo.

Capitolo I
Il suo primo giorno di lavoro le aveva creato un certo allarmismo. l’ambiente era polveroso e grigio, come tutti gli uffici comunali, e i suoi colleghi erano persone anziane che sembravano (ai suoi occhi almeno) prendere colore da quel posto.
Lei, che non sapeva simulare, se lo era lasciato sfuggire fra un discorso sul tempo e uno sulle sue attività lavorative passate. “Ma sono tutti così vecchi, qui?” Ma infine tutti l’avevano accolta con simpatia (e rassegnazione).
Presto cominciò a sguazzarci dentro in piena naturalezza (come nella sua acqua); a suo completo agio.
Certo aveva le sue responsabilità e anche le sue preoccupazioni; qualche screzio, anche. Ma infondo chi non ne ha?
Non avrei mai creduto di vincere quel concorso” – ripeteva spesso e in molte occasioni – “anche oggi il treno ha portato ritardo ma devo ringraziare i colleghi che mi hanno fatto sentire subito una di loro nonostante il mio livello inferiore però anche oggi Giovanni (suo figlio; n.d.a.) non stava bene ma anche il figlio di una mia amica pensa gli ha fatto già tre otiti quest’inverno ed é ancora sottosopra fra antibiotici e…”
Solo una leggera inflessione di dialetto estraneo nella voce e un suono solo, atonale, quella voce che scorreva veloce e sempre uguale col sapore dell’acqua o come l’acqua che corre sulla pietra.

Capitolo II
Le colleghe, quasi tutte, si recarono a trovarla durante la sua gravidanza; come per dovere contratto. Avevano raggiunto quella periferia con il treno illudendosi di poter trovare un taxi in quella piccola stazione di cui tutti dubitavano l’esistenza. Percorsero l’ultimo lungo tratto a piedi. Erano attese e trovarono dolci e vino secco.
Furono costrette a un ritorno carico delle borse dei prodotti del suo orto.
Lei era la rivincita per tutti. Ricompensavano la sua presenza (chi la circondava, chi la incontrava) con qualcosa di simile alla tenerezza.
Per quel suo essere disarmata e disarmante sarebbe stata comunque per sempre perdonata anche se non aveva mai chiesto tutori.

Capitolo III
A trent’anni aveva scoperto il teatro ad una rappresentazione di Oreste Lionello. Come ogni grande prima …volta: l’aspettativa, per altro pienamente soddisfatta, aveva creato un profondo stato di eccitata attesa completamente risolta in quel locale così particolarmente affascinante dove tutto sembrava concorrere allo spettacolo.
Ce ne fece un’ampia cronaca il giorno seguente.

La sala (un piccolo cinema di periferia con palco improvvisato) aveva una sua propria fascinazione, le luci discrete, lo stesso pubblico elegante sembrava farne parte. L’emozione circolava come una scossa elettrica attraverso i bisbigli e le parole sussurrate. Infine il buio e il silenzio, prima di religiosa attesa (per pochi istanti), poi di attenta partecipazione.
In cuor suo aveva sempre amato quel mondo, non aveva forse cantato, da ragazzina? Aveva i capelli lunghi a quel tempo, lunghi e biondi. Lo ricordava spesso con nostalgia e allora, in qualsiasi posto si trovasse, cominciava a canticchiare un qualche motivo, di quando non importava; con voce decisa.
Amava anche la lettura, ma col bimbo (e la casa) non trovava più tempo per lei tantomeno da dedicare alla letteratura. Aveva ancora tre romanzi della collana Harmony non mai iniziati. Un po’ se ne dispiaceva.
Si teneva informata ascoltando il telegiornale mentre era intenta a preparare la cena. “Non ho capito cos’è successo ieri; con questa guerra…”
No, la pittura no, era rimasta come il prodotto di mediocri artigiani che si esprimeva in quei paesaggi insicuri e falsi con cui aveva ornato le pareti del soggiorno. Copie mal riuscite di brutte cartoline. Era qualcosa da cui non si era mai lasciata rapire.

Capitolo IV
5 marzo:
Quel giorno subì uno di quei piccoli incidenti che rischiano di essere di rovina ad una giornata. Nell’inchiostrare il timbro di quell’inchiostro, per incauta distrazione, si sporcò i polpastrelli. Se non fosse stato per quelle dita (portate in giro pencoloni dai polsi stesi avanti come stessero gocciolando) non si sarebbe percepito alcun disagio; per il resto appariva come sempre (sicura di sé) né allegra né mai triste, semplicemente immutabile in un sorriso diafano e inamidato.
Solo Dio sapeva come avrebbe affrontato la pioggia nel ritorno. Guarda se potevo immaginare un tempo simile e non ho nemmeno un ombrello…

Capitolo V
6 marzo:
Anche oggi il treno ha portato ritardo e io non ricordo un freddo così … sembrava di gelare e il vento poi in quella stazione mi sento tutto il viso come tagliato (intanto si toglieva il cappotto) hai visto il film di Bud Spencer per tivù ieri sera ahò che forza perché mi sono addormentata sul divano e ho perso la fine … non so se lo sai ma domani Giovanni va al cinema lo portano al cinema con l’asilo a vedere gli “Aristogatti” ed era tutto emozionato perché per lui é la prima volta dopo devo telefonare a casa per sentire com’é andata da mia suocera perché quel bimbo non mi ascolta non sò forse sono troppo severa con lui che ha l’argento vivo addosso é vivace una cosa da non credere e tu gli parli e lui non stà a sentire e poi fà quel che vuole come se non gli avessi detto niente pensa ieri stava dando fuoco al fienile ma come mi stanno i cappelli devono essere indecenti e io devo essere tutta impresentabile con tutto il vento che c’era e l’umidità lì ad aspettare in quella stazione…”
Poi le parole si trasformavano in ronzio di fondo: “Posso prendere il giornale poi te lo riporto(?)… io non potrei mai accettare che mio marito vada con un’altra o anche che parli in modo meno che rispettoso di me magari con sarcasmo io gli metterei le valigie alla porta e gli direi “Vai piccolo dove vuoi” (poco importava che quella fosse la casa dei genitori di lui) perché innanzitutto credo nel rispetto reciproco (era un bell’uomo) io avevo altri pretendenti tutti anche più belli di lui e ho scelto lui non per interesse ma per amore e l’amore non é solo sesso non ti pare(?) ma qualcosa di molto di più…” e si allontanava con quel quotidiano locale per cui avrebbe cercato tutto il giorno di trovare il tempo per leggerlo fra un lavoro e un discorso e intanto proseguiva raggiungendo la sua scrivania.
7 marzo:
Arrivò tutta trafelata col suo solito fare rapido e frettoloso. Come si può amare (la parola allo stato puro) un sacchetto di praline senza confezione e nutrirsi della letteratura di quei messaggi da cioccolatini? Aveva il bavero alzato e i capelli spettinati.
Anche oggi il treno che noia e il freddo posso(?) (disse indicando il quotidiano del giorno prima poiché quel giorno non era uscito; con tono velatamente di formale domanda) grazie non so se te l’ho detto che oggi mio figlio và al cinema con l’asilo a vedere gli “Aristogatti” e adesso devo sentire casa perché era emozionato e io anche oggi ho un sacco di lavoro da fare e allora dàje e spero di trovare il tempo per leggere dell’incidente sull’autostrada perché hai sentito di quei poveretti mi fanno pena ma come sono finite le partite di ieri sera non so chi ha vinto perché a casa mia noi non ci interessiamo di calcio mica che mi lagni per il lavoro anzi mi piacerebbe tanto lavorare per un uomo importante come un consigliere che poi quando fai un lavoro per un uomo importante ti senti attiva e utile e gratificata e anche tu importante non ti sembra(?) anche se oggi non mi sento tanto bene forse ho preso freddo e mi sto raffreddando ma mi devo riassettare perché devo avere dei capelli che Dio ci salvi sentivo che parlavano della guerra e delle partite in treno ma poi ho trovato quella mia amica Cinzia di cui ti ho detto che ha litigato con il marito perché aveva bruciato l’arrosto e ci siamo messe a parlare…” Del tutto inconsapevole; si era nel frattempo tolta il cappotto e si allontanava verso il bagno, come sempre, per andare a riassettarsi prima di cominciare a riordinare le carte e decidere le precedenze dei lavori in base agli ordini ricevuti la sera precedente.

Capitolo VI
8 marzo:
La spiegazione del suo ritardo venne svelata da una tempestiva telefonata: era ammalata. Anche se questo non succedeva che di rado la notizia venne presa dalla maggior parte senza molto panico ma, proprio perché insolita la sua assenza, generò sorpresa. “Non prendertela con Grazia – aveva detto, a suo tempo, Antonio – è una buona ragazza (lapidario).” e ne avevano riso.
Sai che lei prende tutto troppo sul serio.”
Nessuno l’aveva in seguito chiamata, preoccupato dalle sue condizioni di salute, dopo quella sua prima telefonata di avviso di malattia che aveva avuto una durata alquanto lunga e articolata, e di cui il malcapitato testimoniava continuamente il ricordo.
Forse nessuno aveva colto la gravità ma la tragedia spesso si mescola alle banalità quotidiane provvisoriamente (ma solo provvisoriamente) svilendosi (e dissimulandosi) e poi si é tanto abituati al peggio, a tutto, da distrarsi come per disperazione.
Ma forse nessuno aveva alcunché di cui rimproverarsi se non per aver ignorato una fragilità oggi compresa.

Capitolo VII
(finale)
E morì come era sempre vissuta, soffocata da un eccesso di parole inutili. Chi ne soffre ne parla ancora. Altri senza partecipazione alcuna.

Io che per raggiunti limiti di età ho abbandonato il lavoro (e non posso dire di averla mai veramente amata; ma provavo simpatia, questo certo) chiedo di rado (nell’incontro con i pochi amici comuni) sue notizie, e con pudore, ma queste son sempre più frammentarie.
Qualcuno, non ricordo chi, mi disse (tempo fa) di averla vista alla stazione di quel paesino che parlava tranquillamente con l’orario ferroviario esposto in sala d’attesa; e che non lo aveva quasi veduto. O forse l’avevano sorpresa in ufficio intenta a parlare con lo specchio del bagno, o con la fotocopiatrice, o col giornale (lasciandosi sfuggire alcune imprecazioni, come sempre non troppo pesanti).¹


1] Scritto il 18 aprile 1991

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Merda! non c’è niente da fare; non intende proprio saperne di voler partire”. Sbatté la portiera e tirò un calcio di stizza sul copertone. “Le macchine italiane”.
Per un attimo si lasciò al panico privo di conforto, anche se questo non era da lui: “E adesso cosa facciamo? Quando le cose non vogliono andare non c’è verso. E anche trovare un taxi a quest’ora di questa sera neanche a parlarne.” –e di quella sera poi.
Lei era ammutolita; quelle poche volte in cui l’aveva visto così, anche se solo per un attimo, in difficoltà e come privo di risorse, non era riuscita che a restarsene in silenzio. “E’ sempre così!” –ma poi la fissò e non disse altro.
Lei aveva controllato tre volte che i bambini dormissero tranquilli e almeno mille se era proprio in ordine. Aveva chiuso, aperto, chiuso, aperto e richiuso il gas e la bambinaia ormai ne aveva ben oltre il sopportabile delle sue raccomandazioni.
Aveva acceso la televisione per poi spegnerla, controllato tutte le finestre, inserito e disinserito l’allarme e fuori della porta si era ricordata di non sapeva cosa, poi aveva dimenticato la borsetta e al terzo tentativo era uscita in pantofole.
Per poco non era ruzzolata per i gradini. Era sempre così quand’era in ritardo, anzi quando doveva andare da qualche parte perché, con lui o da sola, non gli era mai riuscito di arrivare per tempo ma forse era meno colpevole giacché arrivava sempre trafelata.
Lei aveva rincorso una macchina sul ciglio della strada nella speranza che si fermasse; inutilmente. Ed era anche una delle ultime poiché il traffico a quell’ora diradava e la gente si infilava già nelle case con tutta la loro allegria sottobraccio. Guardò a destra e a sinistra la strada desolatamente vuota.
Cercare di raggiungere la fermata del tram voleva dire attraversare mezza città; ecco la bellezza della villetta bifamiliare nel verde della tranquilla periferia. Lui pensò di chiamare qualcuno ma chi avrebbe potuto trovare? e poi non era disposto a una figura simile. Non c’era niente da fare: sarebbero arrivati con un mostruoso ritardo se anche riuscivano ad arrivare.
Solo allora lui si ricordò che in qualche angolo doveva ancora esserci, piuttosto che restare lì senza neanche provare, e allora lo tirò fuori, sporcandosi di quella polvere grassa che poi si fatica a togliere. Non sopportava di sentirsi così imbrattato di quello sporco appiccicoso; questa era la cosa che lo metteva più a disagio, forse l’unica.
A lei sembrò solo una grande tavola finché lui non la poggiò orizzontalmente per terra. Più che un carretto era una specie di zattera fatta in legno dolce, di cassette di frutta, di quand’era ragazzo, con quattro piccole rotelline da mobile, fragile e con un che di posticcio e raffazzonato.
Assieme lo portarono fuori dal garage e lo misero in acqua, per così dire, davanti al cancello. Gettarono sopra lo spumante, ma di quello buono, e il dolce e vi si accomodarono alla bell’e meglio. Lei era estremamente cauta per la paura che si infrangesse sotto i suoi piedi.
Su di un fazzoletto di carta lui tracciò la rotta meticolosamente con tratti sicuri usando il rossetto di lei. Forse non era il tragitto più breve e diretto, anzi tutt’altro! questo era certo; era comunque quello più scorrevole e privo di insidie. “Speriamo bene” –disse.
Ma ci voleva pur qualcosa per far muovere quella carretta e anche in questo fu rapido nella soluzione: la sfiorò solo, come in un gesto fuori luogo ma delicatamente. Lei non ebbe neanche il tempo di fraintendere.
Issò allora le sue mutandine come una vela. Queste erano un indumento tanto piccole da non trattenere neanche uno dei luccichii del suo abito da cioccolatino e tanto leggere da non poter avere colore eppure, appena lui incitò il vento e queste lo presero e si gonfiarono, l’imbarcazione si mise a correre come un puledro imbizzarrito e allegro; più del vento stesso.
Con le mani le tratteneva in tensione e ne orientava la direzione; aveva una sorriso di soddisfazione che gli allargava il viso. Si sentiva come colui che aveva salvato il mondo. Così presero ad allontanarsi per arrivare.
Quella specie di barca traballava nella corsa e le piccole ruote sobbalzavano sul terreno scosceso; sembrava fossero i sentieri angusti a mantenere la direzione, coi loro ristretti margini, anche se così non era: non si lasciava indirizzare che dalle mani sicure e conosciute dell’uomo.
I cappelli e la minigonna di lei sventolavano come vessilli, garrivano fruscianti, mentre tentava di ripararsi dall’aria dietro al marito, inutilmente. La brezza le rinfrescava il viso e le imporporava le guance. Lui, al timone, offriva il petto al vento.
In realtà non sentiva freddo ma anzi il vento la rendeva come febbricitante, da sotto riceveva una strana smania, le gambe senza calze e con quella gonna che sbatteva impazzita, una sensazione speciale le saliva dal basso ventre denudato.
Tutta la sua pelle, interamente, era come arrossata, attraversata da una diffusa scossa elettrica. Avrebbe avuto solo voglia di mollare tutto e quella avventura e tornare a casa a fare all’amore fino ad essere esausta per alla fine abbandonarsi alla propria pigrizia.
Incontrarono un treno; ne avrebbero incontrati altri in quel viaggio. Uno mise fuori la testa con l’intenzione di gettare una bottiglia di vetro di acqua minerale ma il suo sorriso beffardo gli si spense fra le labbra quando s’avvide di essere in aperta campagna e che non c’erano che loro, comunque troppo lontani.
Il piccolo occhio della sigaretta sfavillava controvento. Allora quello gridò con forza un “Buon’anno!” che gli fu ricacciato in gola; a stento lo deglutì perché ne rimase quasi soffocato. La caracollante barca passò oltre.
Ormai il treno era sparito alle loro spalle e si era portato via anche il suo sferragliare, aveva solo gridato un’ultima volta in lontananza e presto restarono solo le rotaie nude e poi neanche quelle. Per un tratto corsero parallelamente ad esse.
Le rotaie invitavano come sempre alla morte; lui lo sapeva bene: ci aveva pensato più di una volta e anche non molti giorni prima in occasione dell’arrivo del dott. Sibilla, quando era rimasto a fissarle anche dopo che era passato un espresso che sembravano ancora vibrare e scivolare e allora si era chiesto come possono sfuggire i giovani a quell’impulso di suicidio.
Lei non pensava; tanto a che sarebbe servito? Eppure il treno restava per lei la partenza, l’emozione, la promessa e la meraviglia; fin da quando bambina i genitori la portavano per le stazioni e vedeva arrivare e partire tutti quei volti sconosciuti e non se ne sarebbe mai andata di là se non su uno di quei vecchi treni sferraglianti e sbuffanti che per lei erano così pieni di fascino.
Anche i suoni della stazione le mettevano allora allegria; anche quella voce misteriosa che parlava quel linguaggio metallico per lei incomprensibile. E la gente che si salutava quasi strappandosi brandelli di cuore.
Dove il sole non conosceva le stesse regole il sole batteva ormai la mezzanotte e Lei disse come se ne fosse preoccupata: “Non arriveremo comunque mai in tempo”.
Lui si lagnò per i suoi dubbi dell’ultima ora e di tutti i tredici anni di ritardi passati assieme tra una scusa e l’altra, sempre più inverosimili, eppure lei sapeva che se c’era una cosa che lui odiava era arrivare tardi ma come sempre non si perse d’animo e con il suo solito sangue freddo inventò su due piedi una soluzione proprio mentre le rinfacciava compito: “Forse non sarebbe sufficiente neanche se il tempo corresse all’incontrario”.
Spostò le lancette e rimise l’orologio indietro di un’ora con un sorriso soddisfatto, anche se non si dovrebbe farlo a cavallo di quella mezzanotte, infatti quando telefonò che stavano arrivando nessuno rispose dall’altro capo; poi guardò verso l’orizzonte. Fu così che per ore sentirono battere la stessa ora.
Gli alberi si chinavano riverenti. Canali, fiumi e mari si aprivano al loro fianco e in fretta si richiudevano. Acque diverse, qua calme e là rabbiose, non sempre sottomesse al vento. Scivolarono con uno splash morbido su una vasta pozza fangosa e gli spruzzi furono schizzati all’intorno e risero. Ma quella sera avrebbero dovuto attraversare anche un largo fiume, largo quanto non ne avevano veduti mai, e alcuni torrenti e nei pressi delle rapide le onde angosciosamente affaccendate gli avrebbero soffiato dosso il loro sottile vapore d’acqua.
Le ombre dei monti incutevano rispetto e intimidivano, come sempre. Il ponte si ergeva su di un vero abisso che faceva paura guardare giù. Infatti lei non guardò. Sul cielo che cambiava una larga massa nuvolosa scivolava silenziosa verso nord-nord-est. Quanti cieli avrebbero visto in quella loro grande avventura, nel loro viaggio sulle orme di Fogg.
Si annunciavano via via raggruppamenti di case, villaggi e città attraverso i campanili che spuntavano lì infondo, nella direzione in cui stavano andando. Erano città quasi prive di suoni anche in quella notte.
Ma cosa può restare dopo un viaggio come quello? Solo piccole impressioni, paesaggi rapidi e frettolosi: immagini. La sensazione principale era data da un senso di vuoto.
Traversarono quattro piazze, sette semafori e una paninoteca quasi deserta tra gente distratta e nemmeno Alice fece loro caso. E’ strano come ormai il mondo stia diventando deserto. L’uomo preferisce sempre più restare nascosto nella sua tana e in qualsiasi ora della giornata ormai le folle sono passanti frettolosi. Nessuno era nemmeno incuriosito dalla velocità con cui gli sfrecciavano accanto.
E attraversarono posti dove i bambini stavano ancora giocando e altri nei quali si apprestavano ai giuochi. Due di loro, un maschietto e una femminuccia, non ancora ragazzi, parlavano d’amore ma non conoscendone le parole cinguettavano e pigolavano già infelici. Luca, così almeno lo richiamò la madre, scavalcando una margherita vi inciampò e cadde bocconi.
Un pescatore assorto nel tentativo di ripescare i propri sogni da una bottiglia di vino buio non si distrasse un solo attimo; gl’occhi ormai assonnati continuò a cantare una canzone fatta di nebbie col volto scuro volto alla luna.
Una pia vecchia si batteva il petto settemilatrecentoundici volte sperando di non dimenticare nulla mentre la morte, ormai impaziente, si appoggiava all’acquasantiera imprecando come un turco per la fretta.
Il turco non imprecava, soddisfatto di aver potuto sottrarsi a quel compito ingrato e gravoso, avendo trovato chi lo sostituiva in ciò. Aveva lunghi mustacchi neri, il turco, e un mantello di un blu tenue sotto la luna e non aveva mai fumato in vita sua.
Eppure, in quella lunga corsa, ne incontrarono di personaggi strani. E esseri di tutte le età. E’ singolare come a volte si scoprono cose non conosciute quanto si pensa ad altro e si è distratto dal proprio viaggiare.
Al mercato del pesce ormai chiuso i gabbiani impettiti zampettavano, fra i banchi vuoti e il forte odore che emanavano, completamente padroni del campo e becchettavano e si azzuffavano e spettegolavano tranquilli. Facevano un brusio da mercato.
Un solitario turista istruiva un tassinaro annoiato sul percorso per rintracciare la propria malinconia e cercava la via più breve per evitare di risultarne imbrogliato. Il trentasette si fermò e non ripartì più in una nauseabonda pozza d’olio.
Un mendicante gettò la sua povertà fra le immondizie del giorno assieme alla vecchia fisarmonica che continuava a suonare quello sgangherato motivetto sempre uguale e sempre approssimativo e al piattino di ottone; timbrò il cartellino e staccò, anche lui si preparava alla festa.
Un giovanotto lasciò il lampione e un biglietto per la sua bella che non avrebbe mai letto: se ne andava in silenzio fra le braccia di un’altro lasciandosi dietro l’innamorato deluso e le stoviglie del vecchio anno. E l’altro le toccava il culo come fosse cosa completamente sua.
Un uomo trascinava violentemente sua moglie per un braccio e lei si lasciava trascinare come rassicurata. Più in là volò anche un ceffone ma si nascose dietro i primi botti. Lei gli disse “Scusa.” –e– “Grazie”.
Per quanto corressero nel verso inverso le ore passavano inesorabilmente e passavano perché non sapevano comportarsi altrimenti e allora, per non saper fare nulla di diverso, passavano contandosi con la più macabra pazienza.
Solo così arrivarono puntuali, non un minuto dopo, ma con un anno di anticipo e non se ne poterono subito rendere conto. Suonarono alla porta ma nessuno venne ad aprire. Gli amici attendevano impazienti e non vedevano arrivare nessuno.
Nemmeno lui poteva certo immaginare cosa era successo e quello che questo implicava: gli altri non potevano sentire ne lo scampanellio ne il loro bussare e anche se avessero aperto l’uscio, per una qualsiasi remota ragione, non avrebbero potuto vederli perché l’anno precedente avevano trascorso quelle ore in una discoteca, così ne loro ne gli amici c’erano gli uni per gli altri.
Ovvero erano là nello stesso identico momento, camminavano gli stessi passi, avevano la stessa apprensione e la stessa ansia, parlavano quasi lo stesso linguaggio ma non si potevano vedere ne sentire; li separava solo una porta e un maledetto anno.
In questa astrusa commedia in due atti il secondo cominciò solo allora e non riservava loro meno sorprese del primo. Stapparono lo spumante, ma di quello buono, da soli e soli lo bevvero su quel pianerottolo per non perdere l’istante che fuggiva. Passavano altri inquilini e questi li guardavano con meraviglia e perplessità pur senza vederli.
Nella donna il sottile aroma salì per il naso e si fece rossa e tentò come di starnutire portando le mani davanti al volto e finendo con l’arrossire: ora era sicura che meglio sarebbe stato se fossero rimasti a casa, magari a fare all’amore fino a stancarsi.¹


1] Scritto il 20 marzo 2002

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