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Archive for 2 dicembre 2010

Violetta è personaggio liberamente tratto da una persona che gli autori non hanno mai incontrato. Forse frutto di fantasie malate. Eppure Violetta esiste e Violetta amava Giorgio; nessuno o pochi riferimenti a cose precedentemente scritte. Lo amava proprio perché lui non la amava. E non l’avrebbe potuta amare. Ma avrebbe voluto, Violetta, essere amata. Giorgio la tradiva e Violetta lo sapeva. Violetta non avrebbe voluto essere tradita da Giorgio. E da nessun altro. Ma era con Violetta che Giorgio tradiva. Personalmente non ho mai incontrato una donna che sia riuscito a capire. Lei non avrebbe mai preteso che lui fosse solo per lei. E un poco non le importava. Solo che le notti, i giorni, le ore in cui erano separati parevano non finire mai. E quel ragazzo non si fermava mai alla sua porta. Cioè è la vita che ti spiega che le idee non hanno gambe. E che la realtà a volte è cruda e a volte dura. E lei non si chiedeva quello che avrebbe voluto. Si teneva quello che aveva.
Tutto sembra confuso e forse lo è ma non c’è ragione nelle cose. Violetta aveva imparato a non amare. E ad amare altri. E ad amare senza amore. Si possono imparare molte cose, col tempo; anche le più improbabili. E aveva smesso di amare la donna che era in lei. E si era scordata come si pronuncia un “per sempre”. Eppure aveva la testa piena di “mai”. Come avrebbe amato le rose Violetta se quelle rose fossero state per lei. Se le rose non avessero avuto le spine. Se non avesse ricevuto solo quelle, le spine. E guardava gli altri amare. E a volte invidiava quella leggerezza. Ma non l’avrebbe mai detto a Giorgio. Semplicemente perché lo avrebbe sempre taciuto a Violetta. Invece alla fine aveva ceduto nel dirglielo. Ma nemmeno quel “per sempre” poteva durare per sempre. E poi non credeva che gli altri amassero perché non era certa di cosa volesse dire. E soffriva e faceva soffrire senza accorgersene. Siamo tutti troppo presi dalla nostra stessa immagine. E lei era bella.
Dell’amore Violetta aveva conosciuto tutto tranne che l’amore. Ma che cosa aveva conosciuto? Aveva conosciuto la paura fin da ragazza. E il deserto. Non è mai facile essere giovani. Magari poi li rimpiangi, quei giorni. Mentre li vivi non ti accorgi che scorrono. A volte vorresti fuggire e altre che passassero in fretta. Non si era mai liberata di quella paura. Aveva imparato che ci si nasconde. Aveva imparato la provvisorietà e il dolore. Il disprezzo, ma solo in forma lieve. Anche il più grande dolore. E tutti i piccoli dolori. E a dire (ma non proprio bene quel sì). Aveva imparato a spogliarsi e a nascondersi. E a non chiedere; mai. E a non spogliarsi mai veramente, cioè completamente. Certo che vivere può essere molto complicato; anche con se stessi. Soprattutto in una grande città. Ma nella sua storia non c’era solo Violetta. E anzi c’era troppa poca Violetta. Di questo dovremmo darle atto. Conosceva quel minimo di vanità solo in quei giorni.
In precedenza aveva già imparato il panico. Non era mai cambiata. Era rimasta quella ragazza. Nuda non era mai stata a suo agio. Spesso si era trovata ad esserlo, nuda. La pelle morbida e liscia, a suo modo fragile. Succede che proprio mentre credi di ribellarti hai la sensazione che stai collaborando, che le catene ti si stringono più forte ai polsi. E lei un figlio non l’aveva voluto. Non aveva mai potuto averlo. Per quell’amore sbagliato. Il suo fisico era cambiato ma solo per lei. Ma di questo scordava facilmente il rimpianto. Non le capitava spesso di sentirsi sola per quello. Si sentiva sola del silenzio che c’era in quella stanza. Che si portava dentro. Come una malattia. Ma capiva che era in lei la malattia, non nelle cose. Nella complessità. Un po’ Margherita e un po’ Marinella, proprio quelle delle canzoni. Come tutti un po’ angelo e un po’ diavolo. Ma anche Barbara o Veronica e altre. Come tutti nello stesso momento. Confusa in un unica canzone.
Poi altro tempo. Avrebbe voluto strapparlo quel diario. Che le ricordava. Povere pagine. Se non l’aveva mai fatto… si era limitata a scordarlo in soffitta. Lui e le foto di come era cambiata. Gli anni non si fermano per nessuno. Aveva sempre amato quell’esperienza a Beirut, perché lì si era sentita utile. Aveva scordato quel suo malessere. Basta poco, in fondo. Non sarebbe mai voluta tornare, ma sapeva che l’avrebbe fatto. Gli amici a chiederle. Non aveva piacere di parlarne. Preferiva il silenzio. Provava un gusto strano. Come avrebbero potuto capire. E tutti questi non erano ormai che ricordi legati al passato. Come petali di margherita. In teoria, ma solo in teoria, avrebbe potuto anche scegliere solo quelli che le aggradavano. Avrebbe potuto barare. Se lo faceva lo faceva senza determinazione, in buona fede.
A questo punto la storia non sarebbe completa e mai potrebbe esserlo ma è inutile dire come Astolfo amava Violetta, anzi l’aveva amata. Servirebbe solo ad aggiungere confusione alla confusione. Lui, Astolfo, l’aveva amata quando lei, Violetta, non vedeva che quel suo Giorgio. E l’aveva amata di un amore disperato senza speranze. Oggi l’uomo giace in un ufficio del catasto. Altro non c’è dato di sapere. Solo si sa per certo e per chiacchiere che quando lei decise, dispettosa, di tradire il tradimento lui non c’era, non era rintracciabile. All’anagrafe risultava avesse cambiato la vecchia residenza per una più piccola ma più vicina al lavoro. Non aveva lasciato nemmeno un recapito telefonico.
Per lo stesso motivo è altrettanto inutile soffermarci su come e quanto Adelaide si era perdutamente invaghita dello stesso Giorgio, ma anche di Astolfo. Senza altresì aggiungere che quella Adelaide da sempre era affascinata dall’impossibile. E Giorgio non si era reso conto di quelle attenzioni. Anche perché il suo palato non era abituato all’aglio e a nessun altro filtro. Insomma in questa storia ci sono sempre state più vittime che vincitori. Ma forse Adelaide è una donna incapace di dimenticare. Vede sempre matura l’uva che non sa raggiungere. E se potesse lo farebbe e forse lo fa. Ora guarda Galeno e Federico Giovanni ma anche Ignazio e Alessio Gregorio, ovvero continua a guardare, con occhi sgranati. Ancora oggi che ha una villa a Montecarlo. Ma pecca chi lo fa non chi lo pensa e oltre ai pensieri non sappiamo. Non siamo qui per dar retta ai pettegolezzi e alle calunnia. E’ quella una leggera aria per noi priva di fascino. Noi che badiamo solamente ai fatti.
La morale di tanti fatti e la nota dolente è che possiamo cercare di trarre una sintesi dal passato, e una lezione di vita. Alla fine vince lei, la vita. E’ un gran guazzabuglio di istanti, di emozioni, di tutto. E’ il caos che si autogenera. Violetta è in vacanza sul mar Caspio. Ha un nuovo amore, un amore di giorni e da giorno. Lo esibisce orgogliosa lungo la spiaggia d’inverno. Racconta che è il primo e l’unico, primo e unico vero amore. Le difetta la memoria e il ricordo. E non lo fa con cattiveria. E’ tutto in quella sintesi che si è impietosita. Lei ci crede veramente. Pensa che sarà per sempre e si sente felice. Lui si gira a guardare una bella bagnante. Ha un corpo imbarazzante, imponente e un costume ridottissimo, la bagnante. Violetta pensa solo che non potrebbe più mettere un costume simile. E che è… sconveniente. Quando erano andati a Lisbona, lei e Ulisse, davanti all’oceano, ne indossava uno più piccolo e non portava la parte superiore. Ma sono passati dieci anni e non lo ricorda. Non può ricordare tutto e perché dovrebbe.

Nota dell’autore: se mi sento guardato da una bella donna, per strada penso mi stia confondendo con un altro, sull’autobus la imploro nel silenzio della mia mente: “Ti prego, non cercare di cedermi il posto”.

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