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Archive for 10 dicembre 2010

Anche questo mio è un caso, come dire, insolito. E non trovo una parola migliore per definire quello che mi è successo. Se non ricordo male tutto è cominciato non più e non meno di circa sei mesi or sono. Sei mesi; mesi lunghi o corti a seconda della prospettiva in cui si guardano, ma sei mesi importanti. Sei mesi che hanno cambiato la mia vita; e non solo la mia vita come si vedrà. Come sarà mia premura esporre da qui in avanti.
Ogni venerdì sono sempre andata dalla mia parrucchiera, la stessa ormai da anni, per dargli una regolatina, ai capelli, beninteso. E così avevo fatto anche quel fatidico venerdì. Solo una accorciatina. Una cosa da niente. Dunque, ero andata per tagliarmi i capelli. Ma… poi, si sa come son fatte le donne, mi era venuta voglia, anche vedendo un’altra cliente, di cambiare qualcosa in quell’immagine che mi rifletteva lo specchio. Proprio così, un capriccio, improvviso, uno di quei capricci a cui le donne non possono resistere altrimenti non sarebbero donne.
Così, per quel capriccio improvviso, li ho anche tinti. Più che schiariti, anzi; sarebbe meglio dire. Ma sempre tinti. Tinti di biondo. Tinti di un biondo, come dice mio marito, quasi bianco. Tinti in questo benedetto, così pieno di luce, colore che ho ancora. E la parrucchiera mi aveva fatto i complimenti. Si era, così, fatta i complimenti. Era veramente contenta del risultato su di me. E contenta di una gioia spontanea e non forzata.
Mi ero guardata allo specchio e mi piacevo. Aveva avuto ragione lei. Era stata una brillante idea, la mia. Certo l’abito non era il più adatto. Ma ripeto, era stato un capriccio improvviso. Quando ero uscita di casa non avevo pensato che sarei tornata così cambiata. Cioè che sarei rientrata poi così diversa. E l’abito, perciò, non era il più adatto ma doveva andare solo per il tempo di tornare a casa. E per giunta non avevo nemmeno dietro un fazzoletto da testa. Pertanto, più che convinta, avevo fatto buon viso davanti alla nuova situazione. Si deve ricordare che, a parte l’effetto abito, mi ero proprio piaciuta.
E’ stato quello un giorno molto importante per me. Forse per questo ricordo ancora tante cose così chiaramente. Potrei anche soffermarmi a dire quale tipo di giornata era, ma questo non è importante. Certo che era un venerdì! questo è naturale. Era un venerdì col sole. Era una giornata di sole. Una di quelle giornate di sole che mettono allegria; non so se mi spiego. No! questo forse non era privo di importanza e conseguenze. Questo forse qualcosa ha influito nella mia decisione di allora.
Stavo dicendo: sono tornata diritta a casa. Forse il tempo per il pane; ma niente di più. E così sono tornata, dicevo, diritta a casa; anche frettolosamente, se così si può dire. E a casa ho cambiato subito abbigliamento. Ho messo un vestito azzurro, d’un azzurro pieno. Un vestito morbido d’un colore vivo. Mi sembrava perfetto. Il risultato era eccellente. Mi guardavo continuamente allo specchio. Ero quasi ammirata da quella donna bionda. E poi bionda, almeno così, non ero mai stata. Anzi, forse il risultato non era proprio perfetto; se poi si può dire perfetto. Ma che ci potevo fare? Già da allora mi ero resa conto che avevo ben poche cose da mettermi con quel colore. Ma quell’abito azzurro, diciamo così che, poteva andare. Non stava proprio male, se proprio vogliamo, insomma.
Come dice Lui, mio marito intendo, è sempre difficile stabilire il limite, a volte sottile, fra la persona e l’immagine. Ma non pensavo allora a queste cose. Certo che spesso ha ragione, sempre mio marito, ci mancherebbe anche altro. E quando uno ha ragione io sono sempre disposta a dargliela. Sono fatta così; cosa ci posso fare? E poi, altrimenti, perché mai l’avrei sposato. Perché io, accidenti, amavo veramente quell’uomo. E, indubbiamente, lo amo ancora; non dobbiamo farci trarre in inganno dal resto. Nel cambiarmi d’abito mi ero compiaciuta a osservare la differenza tra il colore precedente e il biondo che potevo sfoggiare.
Se mi interrompo rischio di perdere il filo e di non ricordarmi più dov’ero arrivata. E allora: dov’ero arrivata? Ah si! Ecco; certo. In poche parole quando tornò a casa mi guardò in uno strano enigmatico modo. Mi chiese cosa avessi fatto ai capelli. La cosa poi era talmente evidente dal non poter essere ignorata. Quale marito non l’avrebbe chiesto? si sa anche come sono fatti i mariti. Ne conosci uno e li conosci tutti. Di complimenti sempre zero; anche quando te li aspetti. E poi anche certo che il volto era cambiato, come sosteneva lui; questo lo vedevo da me. Non ero sicuramente diventata cieca all’improvviso. Ora che ci penso non capisco ancora se ne era stato contento o se invece scontento. Non disse se gli piacevo di più o di meno. Disse solo che ero diversa.
Certo avrei voluto anch’io che mi spiegasse in che senso diversa; e forse tutto in seguito, e ora, tutto sarebbe stato più semplice. O forse no. Bastava solo qualcosa di più che un banale “diversa”. Si! ero cambiata, ma non era questo che volevo? Ma, allo stesso tempo, non ero cambiata. Andiamo, le persone non cambiano così semplicemente. Non basta certo una tintura dei capelli. Bastasse quello. E quello che ti cambiano gli anni; allora? E poi quello che lui definiva cambiamento era in fondo solo un mutamento marginale e poco significativo. Anche se sosteneva che il cambiamento se in fondo era poco avvertibile nei particolari lo era enormemente nell’insieme. Ma quel colore continuava a sembrarmi fine. Così fine… Non avevo avuta la prontezza di riflessi di chiedergli e in seguito non ne avrei mai più avuto occasione.
Il suo atteggiamento mi parve, e mi sembra ancora, una vera e propria esagerazione. Non che non vi fosse, ancora una volta, del vero. Cominciavo a notarlo anch’io. Forse grazie alle sue parole. Forse perché dopo quelle parole mi guardavo con più cura e più attenzione. Forse per qualcosa d’altro che non so e che non credo poi abbia questa grande rilevanza. Certo che un po’ di ragione ce l’aveva anche Lui; povero caro. Un’altra po’ ce l’avevo certamente anch’io: una donna deve piacersi e basta. Non ci sono mezze misure.
Gli occhi avevano la tendenza a farsi piccoli e a sparire. Il candore della pelle, della mia pelle così liscia e delicata, si era fatto pallore e trasparenza. Apparivo quasi smunta come poco in salute. La bocca si era fatta piccola. Anche se questo può sembrare un pregio a volte non è sempre vero, e si era fatta troppo piccola. E poi anche il viso si era allargato senza diventare più allegro. Sembravo d’improvviso sovrapeso. E a causa delle sue parole, inopportune e forse anche un po’ indelicate, avevo preso a piacermi meno. Sempre meglio di prima, certo, ma meno di come durante in quelle ore mi ero vista allo specchio. Era vero.
Ma fra questo e dire, come faceva Lui, che faticava ad abituarsi a quella donna. Che anzi non ci riusciva. E oggi non so dargli torto, ma è facile dirlo oggi. E poi allora poteva ancora fare un po’ più di quel niente. Era solo un’inutile esagerazione la sua. Era troppo facile così. Anche se io ero, e ormai lo vedevo, come una cosa incompleta. Non finita e lasciata a metà. Io ero certo migliore di quella prima. E anche, per molti versi, più interessante. Direi più intrigante.Ecco… si! quella è proprio la parola giusta.
E la nostra vita proseguiva uguale a sempre e monotona ma gli ero un po’ più estranea. Solo un poco: valli a capire gli uomini. Ma come si può parlare così della propria moglie? E poi dirlo proprio a lei; quando poi si è anche in parte responsabili della cosa? Se almeno fosse stato zitto. Poi mi sembra, ma non ne sono sicura, dovette assentarsi, nei giorni successivi, più a lungo del previsto e più del solito. Sempre il suo maledetto lavoro. Mi sentii abbandonata. Ma, lì per lì, niente di rilevante mi sembrava fosse avvenuto. E forse infatti nulla di importante era avvenuto o almeno, come sono portata a pensare oggi, non ancora avvenuto. Affrontai la situazione prendendo il toro per le corsa, mi si scusi il paragone, e mi feci coraggio da sola. Nel momento del vero bisogno gli uomini mancano sempre.
Si sa come siamo fatte noi donne. Un poco frivole, e un poco instabili. E’ questo il bello. Ma quando serve caparbie. E cercai di risolvere quel mio piccolo caso; perché così proprio non mi piacevo. Non ci riuscivo. E allora mi ci misi proprio d’impegno, di buzzo buono; mi ci intestardii sopra. Ma, qualunque cosa facessi, non riuscivo a venirne a capo. Cosa c’era che non andava? Io sapevo abbastanza bene, credo, cosa andava. Se non mi piacevo l’abito non ne aveva troppa colpa. Con altri era anche peggio. La pettinatura? anche quella andava. Cosa c’era che non andava? O meglio, anche questo lo sapevo bene, era in me qualcosa che non andava; ma allora come risolverlo? Forse da sola non ci sarei mai riuscita. Questo è certo.
E’ strano come a volte la soluzione è così vicina che non si riesce assolutamente a vederla. Ce l’hai lì, a portata di mano, lì proprio sotto il naso eppure… Ma dopo, e solo dopo, allora ti chiedi come hai fatto a non accorgertene, ma dopo è facile, come avevo fatto a non capirlo subito, a non accorgermi? Era il trucco che non andava più bene con quel mio nuovo colore di capelli. Con il mio nuovo look; adesso si usa dire così. Avevo dovuto aspettare di sentirmelo dire dall’estetista prima di capire quello che avevo davanti agl’occhi in ogni istante. Certo che era il trucco. Come potevo pensare di fare lo stesso medesimo trucco se ora i miei capelli erano così biondi. E poi di quel biondo.
Nei giorni successivi non avemmo modo, come si dice, di vederci molto, anzi niente; succede col suo lavoro, oggi è qua, domani è là. Anzi, per dirla tutta, succedeva che oggi era qua e domani era là. Ed era più spesso là. Mi ero anche un poco sentita abbandonata davanti ai miei problemi. Sola con le mie angosce. Con i miei dubbi. Come forse ho già detto. Forse per fortuna perché mi ero fatta irascibile. Penso sia comprensibile quando si è davanti ad una questione di cui non si riesce a venirne fuori. Che non si riesce a sbrogliare. Di cui non si sa venire a capo. Ma bisogna anche capire la mia situazione di allora. Si rischia di diventare matta quando si è così sola, come ero rimasta io, e non si ha neanche nessuno con cui sfogarsi.
Si trattava, infine, solo di adattare il trucco del viso. Niente di più facile. Per il resto c’era tempo. Ma in quel momento la questione importante era adattare quel trucco inadatto; impersonale e scialbo. Può far miracoli più di quello che si può credere un trucco appropriato. A volte basta niente. Come cominciai a cambiare il colore della matita, scegliendone uno più scuro, e a ingrossare il tratto già si notava, con molta evidenza, la differenza. Gl’occhi son sempre una parte importante di una donna.
Non per darmi importanza, o per non essere modesta, ma gl’occhi, quei miei occhi chiari che erano sempre stati un po’ slavati, un po’ anonimi, presero subito lucentezza, presero profondità. I miei occhi chiari, anzi non abbastanza chiari ne abbastanza scuri, impararono a sorridere naturalmente. Per lui acquistarono anche malizia, come mi disse in seguito; ma questo non mi sembra proprio che si possa dire e non è argomento del contendere.
Non che tutto possa riuscire facile al primo colpo. Ci volle un po’ di tempo. Ebbi bisogno di un po’ di prove per trovare il risultato giusto. Per giungere al risultato finale che ancora oggi si può ammirare. Fui costretta a procedere a tentativi, ma nessuno nasce maestro; certo. Un rossetto d’un rosso un poco più carico. Un poco più rosso. Anzi un rossetto d’un rosso carico fino ad allargare la bocca e a farla sembrare più carnosa. Le sopracciglia sottolineate; irrobustite. Un velo, ma solo un velo, di fondotinta. Una spenellata ad affusolare il viso. Tanto per dare un po’ di colore. Tanto per togliere quel bianco cadaverico. Il mascara nero o blu.
Per il vestire fu diverso. Non è così semplice come andare in una profumeria e acquistare l’occorrente per poi fare le prove a casa che tanto se sbagli non è per gran che. Basta che ti strucchi e ricominci. Era anche difficile, all’inizio, spiegare che volevo cose che mettessero in risalto la mia figura senza con questo essere troppo sfacciate. E i commessi poi, pochi sanno fare il proprio mestiere. E’ una categoria dove ci sono troppi improvvisati. E non sanno nemmeno quello che hanno in negozio. E cose morbide e corte quel tanto da scoprire leggermente le mie gambe; volevo.
Il nero poteva andare per la biancheria. Certo! Con molti pizzi; meglio. Cose eleganti veramente, naturalmente; di classe. Trovai anche dei graziosi completi blu elettrico lucidi e altri color carne che sembravano non esserci ma cosi delicati e con merletti come sussurri. Sono quelle cose che ti viene la voglia di accarezzarti da sola. Cose che sotto gli abiti spesso scompaiono e sono preziose anche per questo. Alcuni slip erano piccoli come non pensavo si potessero fare, altri erano a coulotte con gamba larga. I reggiseno, grandi e piccoli, dovevano confermare la morbidezza perfetta delle mammelle. Avrei anche potuto farne ancora senza. E a volte lo facevo e lo faccio, come oggi, ma se lo metto deve almeno esaltare le forme.
Le calze solo un velo o a rete. Riga dietro naturalmente. Scurette e naturalmente sempre più spesso le giarrettiere. Non si poteva proprio farne senza; oramai. Io, d’altronde, ho gambe che posso anche mostrare. Di cui non mi devo certo vergognare. Le gambe sono sempre state una delle mie parti migliori. Anche se neanche il resto… Le mie sono gambe che cantano. Quante donne me le guardano e me le invidiano? E anche il resto naturalmente. E poi non sta certo a me dirlo. Mi sembra di non aver proprio bisogno di doverlo dire da me.
Ma per gli indumenti sopra, esterni per così dire, dovevo per forza essere più esigente. Meglio evitare risultati che possono poi sembrare melodrammatici o anche funerei. Per scarpe e vestiti non fu così semplice. Volevo appunto cose piene di garbo pur non restando anonime. Eleganti. Evidenti ma non appunto sfacciate. Appunto: senza apparire sfacciata volevo essere guardata. E quale donna non lo vorrebbe? eppure non mi sembrava di chiedere molto. E non è certo facile trovare cose di quel genere. Una se ne accorge solo nel momento in cui le cerca.
No! non c’erano altri problemi. Anzi, era anche molto che non compravo qualcosa di veramente bello per me. E ne avevo proprio bisogno. Le donne si intristiscono quando non hanno niente di nuovo che gli piaccia da mettersi addosso. E poi hanno bisogno ogni tanto di andare a fare spese. Magari solo per comprare anche qualcosa che non gli serve a niente e poi lasciarla là. Ma di comprare eppure qualcosa. Questo semplice gesto ridà sempre loro serenità; riporta in loro il sorriso. La vita è già abbastanza grigia per conto suo. Credo sia stato inventato per loro, e per questo, l’andare a negozi. Le mie scelte si indirizzarono prevalentemente verso il rosso acceso, il nero e il blu e tendevano a evitare i colori non precisi. Comunque erano tutte cose corte sopra il ginocchio e attillate; con scarpe a tacco alto.
E poi ci mancherebbe altro che, con la nostra posizione, con la nostra situazione, mi avesse rinfacciato anche quello. Ma se non avevamo mai avuto nemmeno il
più piccolo problema finanziario. No! questo, devo dirlo, non è mai successo. E non deve succedere; ci mancherebbe altro. E poi non dovrebbe essere orgoglio anche del marito avere una moglie bella ed elegante? Io l’ho sempre pensata così e niente potrà mai cambiarmi da questa idea. Così persi del tempo per i negozi ma non era tempo veramente perso. Ma se persi del tempo sapevo fin dall’inizio che non sarebbe stato per niente, che il risultato mi avrebbe completamente ricompensata. E già andando mi sentivo appagata; con il solo andare. E’ sempre così. E avevo ragione, alla fine mi sentivo veramente soddisfatta di me. Mi sentivo completamente realizzata. E’ una sensazione che si può solo provare. Per il resto niente di importante era veramente cambiato nella mia vita.
Come dicevo non ci siamo visti molto in quei giorni. Anzi, per nulla. Mi sembra proprio, se mi ricordo bene, che Lui sia stato in giro per lavoro tutti quei giorni; senza mai rientrare neanche la sera. Sempre e solo in giro ininterrottamente. Poi quando tornò, mio marito, sempre Lui, mi disse solo qualcosa del tipo “Guarda lì la dolce mogliettina, e chi l’avrebbe mai detto?” e niente più. E forse questo a Lui doveva essere sembrato un complimento. Per un momento fui delusa ma passò in fretta.
Forse quel mogliettina, soffiato così, suonava un po’ osceno. Ricordo ancora il sorriso con cui disse quelle parole. Un sorriso che ancor adesso non so qualificare. Se mio marito si trovava, dopo tanti anni, sposato con una donna diversa… In questi giorni sono dieci anni che stiamo assieme. Dieci anni senza il minimo screzio. Solo quelle piccole cose prive di importanza. Dieci anni ad andare d’accordo. Stupida non lo sono mai stata. Dal punto di vista estetico penso non abbia mai avuto nulla di cui rimproverarsi ne di cui rimproverare la sua scelta. Dieci anni anche senza stanchezze; almeno apparenti. Se mio marito si trovava, dopo tanto tempo, sposato con una donna diversa sembrò, dicevo, adattarsi subito. D’altro canto credo che dovrebbero augurarselo tutti.
Anche lui cambiò e in maniera non minore della mia. Perché è facile giudicare, è facile condannare quando si tratta degl’altri. Più avanti gli chiesi cosa era successo. Tornai spesso, insistentemente, sulle sue parole di quei giorni. Certo che non fu facile ma io glielo chiesi lo stesso. Lui mi rispose allora che non sapeva. Che gli sembrava che qualcosa fosse cambiato di me. Era come se qualcosa si fosse così volgarizzato nei miei tratti. Anzi, non proprio volgarizzato; anche per Lui era difficile da spiegare. Si era, come definire quella trasformazione? era diventato più licenzioso. Proprio così disse; più o meno. Certo che ora il cambiamento piaceva anche a lui; lo convinceva appieno.
Prima parlò di malizia, poi di licenziosità. Forse ad un certo punto usò anche il termine lasciva o qualcosa di simile ma non ne potrei essere certa. Licenzioso, disse, del mio aspetto; e intendeva parlare certamente di qualcosa che aveva a che fare col sesso. Lo capii subito. Per certe piccole cose, noi donne, abbiamo un sesto senso. Anche se Lui, quando vuole, è uno che sa parlare. Che con le parole porta a spasso. Non uno scemo qualsiasi, voglio dire. E’ per questo, forse, che Lui con le parole, per fortuna, e per fortuna bene, ci mangia. Mica sempre io lo riesco del tutto a capire; questo lo devo ammettere. Forse doveva fare l’intellettuale. Ed è per questo, forse, che è un tipo così strano. Affascinante e strano. Strano che a volte sembra confuso. Non bello, no! affascinante.
Per farla breve, certo è che dopo cena volle andare subito a letto. Può sembrare una cosa normale, naturale; con una donna come me. Ma normale non era. Almeno non era così tra noi. Bisogna aggiungere, per la precisione, che era mercoledì e non succede spesso, anzi mai, che mio marito rinunci alla partita. Solo così si può capire l’importanza della cosa. Infatti quella era la prima volta che lo faceva. Tanto che io credetti di essermi sbagliata e che non fosse mercoledì. Guardai anche il calendario. Invece era proprio mercoledì. Non che io mi intenda qualcosa di calcio. Non me ne sono mai interessata e non mi importa nulla. E lui rinunciò al suo mercoledì per quel mercoledì che Lui, che ha la mania dei films, direbbe “un mercoledì da leoni”. Anzi, non accese per niente la televisione.
E fu proprio un mercoledì da leoni; devo ammetterlo. E poi è giusto dare a Cesare… insomma quella cosa lì. E io non voglio certo sminuirlo davanti agl’occhi di nessuno. Dirò di più: niente era mai stato così come quella sera, cioè, non era mai stato, per me, mai come fu quella sera. Non avevo mai creduto che l’amore, nel senso di fare all’amore, potesse essere così bello e così intenso. Era stato proprio il massimo.
Aveva trovato forze che mai avevo creduto possedesse. E mi è piaciuto tanto. Ma tanto quanto? tanto tanto. Mi è piaciuto veramente tanto. Tanto che mi sono trovata a chiedermi: e allora cosa avevamo fatto prima? Prima fino a quella sera? In tanti anni? Ma c’era anche il sentimento. Quello s’intende. Prima; cosa? forse l’entusiasmo. Qualcosa doveva pure essere mancato. Naturalmente, qualcosa doveva essere mancato. Ma quanto entusiasmo; è difficile descrivere. E credo mi sia persino, spero mi sia scusata la volgarità, scappato di gridare.
Mio dio! non avevo più energie. Neanche mezza. Ero restata lì senza fiato. Senza fiato ne respiro. Ero solo restata lì tutta sudata e guardavo l’uomo. Quell’uomo che non era mai stato tanto uomo come allora. Ero tutta molle. Le ossa erano molli. Come fossi una bambola di pezza. Come uno straccio senza alcunché che lo possa sostenere così che pencola e si affloscia. Insomma ero così. E lui si è alzato per andare a fumare in salotto. Ed è andato a fumare in salotto. Mi ero tutta bagnata di sudore; a dire il vero, anche se provo ancora vergogna nel riferirlo, vergogna come una scolaretta, sudore ed eccitazione.
Ma prima di uscire dalla stanza, intendo dalla nostra camera, si fermò presso il comodino per raccogliere le sigarette e l’accendino. Da sotto la lampada raccolse sigarette e accendino e pose i soldi. Li appoggiò e uscì. E io li guardai e in un primo tempo non capii. Quando rientrò mi disse che ero stata brava e che erano per me, proprio e solo per me e me li porse. Allungai il braccio e li presi distrattamente. Li guardai distrattamente e stavo per riporli.
Ma poi guardai quanti erano. Non erano molti. Per prendere qualcosa non erano in verità molto. Mi sembrarono invece, in quel momento, parecchi. Per niente erano sicuramente parecchi; questo mi sembrava allora. Ma stranamente la cosa non mi parve strana. Era solo che ancora non riuscivo a capire. E neanche dopo che me lo spiegò non riuscivo a capire. Allora ero stata brava. Molto brava? Lui diceva di si. Era stato molto contento di me. Eppure mi sembrava assurdo essere pagata e pagata poi per una cosa che mi era piaciuta così tanto.
So che questo può sembrare puerile. Forse anche sciocco, soprattutto detto oggi. Ma quelli furono, ne più ne meno, i miei primi pensieri. Ma torniamo ai soldi; i miei primi soldi, perché questo è importante. Li infilai sotto il cuscino e dormii tranquilla. Ci dormii sopra. Ma cos’erano infine quei soldi? Forse un segno. Forse un pegno; e io non lo avevo capito. Forse Lui credeva che questo gli avrebbe dato un qualche diritto. In base a quale strano disegno o ragionamento non lo sò proprio e non potrei perciò dirlo. Un segno che, quello si, cambiò la vita di entrambi. E quanto l’avrebbe cambiata solo ora posso dirlo.
Oggi, se ci penso, anzi… no! sarei bugiarda se dicessi così, e in questa storia certamente nessuno più di me ha interesse che tutto sia chiaro: E io voglio che tutto in questa benedetta storia sia chiaro; sia preciso. Da quella volta mio marito non fu mai più trattenuto fuori. Ne il lavoro ne altro lo trattennero più fuori nemmeno una sera. Certo guadagnava meno ma ogni sera era con me e ogni sera era come quella sera. Come quel mercoledì sera. Non che me ne dispiacessi; anzi. Lui guadagnava meno ma quel che guadagnava per noi era sufficiente e inoltre io, per così dire, guadagnavo di più. Avevo soldi solo miei, solo per me. Cominciai a racimolare un bel gruzzoletto che quasi avrei dovuto cominciare ad occuparmi di come impegnarli.
E ogni sera lui ripeteva quella sera, e ancora meglio, se fosse stato possibile. Aveva scoperto una fantasia di cui fino allora sembrava privo. Superava perfino il ricordo. E ogni sera lasciava i soldi sul comodino; naturalmente. E ogni sera, senza ormai chiedergli più niente, senza più aspettare, li infilavo sotto il cuscino. Oppure, se Lui era lì, che mi guardava con lo sguardo negl’occhi un poco spento e un’espressione soddisfatta, e questo succedeva, e se avevo qualcosa addosso, li infilavo sotto il reggiseno o sotto la sottoveste, fra i seni, a contatto con la pelle con un senso di profonda soddisfazione. Quei soldi erano proprio miei e solo miei.
Ma, devo aggiungere, in verità, anche che, prese a pretendere da me prestazioni che non si era mai permesso di chiedere. Non vorrei qui entrare in particolari; sono pur sempre cose delicate. Sono cose tra marito e moglie. Insomma! quelle cose che si fanno fra due che si amano. Che si dovrebbero sempre fare tra il marito e la moglie. Che spesso si fanno ma di cui non si parla che fra donne. O fra uomini; credo. Che sembra sempre facciano solo gli altri. E che troppe volte si fanno solo al buio. Insomma le cose dell’amore. Sono certa di essere capita.
E Lui sembrava avesse proprio perso la testa. Anzi, poverino, come si può dire? a volte pretendeva più di quello che poteva. E io, è naturale mi sembra, in fondo non è forse mio marito? e io credo che ogni donna si dovrebbe comportare così, e non c’è niente da vergognarsi in questo, e allora io cercavo in tutti i modi di accontentarlo. Ero sempre pronta. Sempre pronta per lui e per soddisfare ogni suo desiderio. Tutti.
Queste sono cose di cui una signora non parla con piacere. C’è sempre un po’ di pudore. C’è sempre un poca di vergogna. C’è sempre della riservatezza. E poi non si parla e basta. Certo che è ridicolo ma è così. Non che mi dispiacesse; certo. Non che fosse per me un vero sacrificio. Anzi era tutt’altro che un sacrificio. Devo ripetere ancora che anzi mi piaceva. Che continuavo a chiedermi cosa avevamo fatto prima di quella sera? e come avevo potuto accontentarmi di meno con Lui? Ma, già! le cose non si possono credere se non dopo che si sono conosciute. E io come potevo sapere? O forse solo non ci avevamo pensato. Cioè fino ad allora non avevo nemmeno pensato che si potessero fare. Temo ci siamo molte coppie che hanno un menage, come si dice, una…, possibile che non mi venga un termine italiano, Una routine stanca. Magari solo non lo vogliono ammettere. Ah si! ecco… un’abitudine.
Non che prima ci fosse qualcosa che non andava. Anche a voler guardare bene. Eravamo solo un po’ mosci. Solo non ci avevo mai pensato. Semplicemente non ci avevo mai pensato. E poi Lui non me lo aveva mai chiesto. Non so perché, so solo che Lui non me lo aveva mai chiesto. E forse ho sempre pensato che non dovevo essere io. Eppure è tutto così naturale. Non c’è niente di male quando si fa all’amore. Nulla dovrebbe essere vietato quando si fa all’amore. Non ci si dovrebbe vietare nulla. Perché, come dicevo, non c’è nulla di sporco. Ma, ci mancherebbe altro, in questi casi dovrebbe essere Lui, il marito, l’uomo insomma. Ma mancherebbe altro! ma dove andremmo a finire?
Quando, per esempio, la prima volta me lo chiese, non ebbi nessun problema, e perché? avrei forse dovuto? per prenderglielo in bocca? Non ci trovavo niente di sconveniente. Era così naturale. L’unica cosa che potevo rimproverare a quella preghiera, a quella sua richiesta, a quella sua pretesa, poteva solo essere sul perché non l’aveva fatto prima. Molto peggio è quando ci si mente. O quando si ricerca un piacere che non è lo stesso per entrambi. Lo sapevo già da allora e lo avrei scoperto ancor più in seguito. Ma non ne feci parola; in quel momento è meglio non parlare.
E glielo presi in bocca. Tutte le donne lo fanno. Tutte le donne ne parlano apertamente con disprezzo. Come se loro no; mai! scherziamo; le altre paiono a dir poco sfrontate. Tutte le donne lo fanno. Altro che scherzi. E come me ci trovano gusto. Altroché se ci provano gusto; e tanto anche. Da un senso di potenza, di imperio; ma da dove mi vengono certe idee? comunque può solo sembrare strano che non lo avessimo ancora mai fatto. Comunque, al dunque, problemi zero. Anzi amavo sentirlo sul palato. Amavo e mi sentivo potente. E amavo ancor più, o forse no, la sua bocca su di me. E hanno un bel dire le donne, ma quale donna non ama sentire l’uomo pendere dalle sue labbra.
Forse mi sono un po’ lasciata trascinare, più di quanto avrei voluto, io che sono sempre stata così riservata. Ma ormai quello che è detto è detto e poi per spiegare le cose bisogna pur usare delle parole. Spero di non aver esposto niente di sconveniente. Soventemente sono le parole che volgarizzano le cose. Ed era come se, con Lui, lo avessi già fatto. Se lo avessi sempre fatto. Ero brava e anche sicura. Anche lui me l’ha detto. E anche le altre cose. Come quella volta che aveva voluto che lo facessimo sulla lavatrice mentre quella era accesa e io mi ci sono seduta sopra. Onestamente fu lui a farmi capire quanto ero un’amante… meravigliosa. Non che avesse poi tanta fantasia. Non che avesse scoperto improvvisamente chissà quale fantasia. Non credo poi ci sia ancora molto da inventare a riguardo. Forse solo all’inizio lo pensai come un buon insegnante e gli fui grata; piano piano ebbi la giusta misura dei limiti delle sue conoscenze al riguardo e della sua fantasia. E forse Lui, in fondo, è un metodico; e anche un poco noioso. E qualche volta aiutavo io la sua fantasia. Ma lasciamo stare questi particolari che non ci portano a niente. Che non servono a niente. Che dovrebbero rimanere riservati. Ne ho parlato solo per far capire che non aveva nulla di cui lagnarsi.
Parlavamo meno, questo si, questo è certo, e solo prima di cena. Proprio per questo; avevamo meno tempo. Meno tempo per noi, intendo. E io non mi sono mai interessata di politica. Non ne ho mai capito gran ché. Di sport non avevo mai voluto capirci e non intendevo farlo da allora. Non riuscivamo neanche a parlare, come prima, dei fatti della giornata. In un certo senso aveva come fretta. E nei primi tempi non parlavamo mai di quello che mi avrebbe fatto. Non che non gli avrebbe fatto piacere. Penso invece che si! che gli avrebbe fatto piacere. Anzi lo so per certo, come vedremo in seguito, ma andiamo con ordine. Ho però sempre rispettato, anche forse troppo, forse in modo eccessivo, quello che Lui voleva; i suoi desideri. E sembrò che, d’un tratto, quanto riguardava l’amore non avesse alcun rapporto con il resto della nostra vita assieme. Non dovesse avere più nessun contatto. Anche perché inseguiva quei momenti in modo febbrile. Solo una volta mi disse “Preparati, stasera voglio farti impazzire.” e poi, al dunque, la sera mi chiese “Cosa vuoi che ti faccia?” e io mi sentii autorizzata a dirglielo senza imbarazzo. Ma proprio quella volta andò, per dirlo con delicatezza, meno bene del solito. Escludo di aver preteso troppo. Che siano state le ostriche? non sò! certo quelle o altro se l’era proprio voluta.
Bastò poco e ci affiatammo in modo incredibile. No! non aveva nulla di cui non essere soddisfatto; ne sono certa. Certo, nemmeno io, ma Lui meno che meno. Certo che mi pagava. Come mi sembra ora assurda la sorpresa e meraviglia di quella prima volta. Certo che mi pagava ma era naturale che mi pagasse. Forse non mi guadagnavo quei soldi? Non ero brava abbastanza? Ero molto brava; non c’è possibilità di smentita. E Lui era molto contento; molto contento e soddisfatto di me. Di quella donna che gli dava più di quello che Lui riusciva a immaginare; e sognare. Di quella sua donna che Lo chiamava coi nomi più turpi; come avevo imparato a fare in seguito. E si fosse accontentato anche solo del “chiamarlo”… Che si definiva, come a Lui piaceva, con gli epiteti più turpi e più tonici. Che lo faceva sentire uomo, ma veramente uomo. E questo, si può dire quello che si vuole, ma questo non ha prezzo. E avevo ormai acquistato una confidenza, una completa confidenza con quella parte di Lui. E Lei con me. E nemmeno questo mi sembra poco.
Certo me li guadagnavo quei quattro soldi che lui mi dava. E allora perché avrebbe dovuto essere differente; con lui. Non mi pagavano forse anche gl’altri? Già! questo a lui poteva anche risultare nuovo. Se qualcosa c’è da dire, su questo ultimo particolare, è solo che non sò ancora oggi se all’inizio, quando cominciai a farlo, con gl’altri intendo, inseguivo, anche con loro, quel piacere che per me era ancora nuovo, che avevo appena scoperto, e che con loro però dovevo in qualche modo dissimulare, trattenere, oppure se, invece, cominciavo ad apprezzare quel poco (ma poi non tanto) di benessere in più che i soldi così guadagnati mi davano.
I soldi? Certo, i soldi non ci erano mai mancati, ma ha un altro sapore possedere soldi propri. Soldi che, bene o male, non si devono chiedere. E’ così! Anche quando non si devono chiedere espressamente. Anche se non avevo mai avuto modo di affrontare spese che ci sbilanciassero tanto. Anche se, al limite, mi bastava staccare un assegno. Nelle mie condizioni uno può sempre un giorno sognarsi e chiedere per cosa quell’assegno o quell’altro. Ha un altro senso, comunque, togliersi i propri capricci con soldi propri. Con soldi guadagnati da sé. Ci si sente anche meno mantenuta, non nel senso cattivo del termine. Più libera. Più donna. Meno inutile. E poi i soldi erano il meno. Con gli altri inoltre era anche differente e in più era anche un po’ colpa sua. Aveva cominciato e chiedermi le cose prima e a prometterle, ma più chiedeva e prometteva meno manteneva. Pagava ma cominciava a faticare. E forse chiedeva e prometteva solo per aiutarsi.
Avevo avuto il fiuto di cominciare questa nuova attività nel momento giusto; di cogliere l’attimo in fuga. Credo di aver sempre avuto il fiuto per gli affari ma forse non mi era mai interessato. Fui anche spronata; si! anche questo è vero, ma non fu questo a risultare decisivo. Ho sempre destato… interesse. Ma avevo anche sempre pensato all’amore come sentimento. E ancora oggi non mi sembra questo un peccato grave. Da ragazza ti fai ben strane idee e poi, ripeto, come potevo prima immaginare che fosse così? Forse non avevo mai considerato come così tante persone abbiano bisogno di affetto e quante si sentano nel profondo sole. Non che mi consideri una benemerita perché non c’era sacrificio in quello che facevo.
Acquistai allora un appartamentino non molto lontano da casa. Anche se non si guadagnava moltissimo non ci si poteva lagnare. Così presi questo appartamentino. Una cosa piccola s’intende. Senza esagerazioni. Senza sfarzo ma ben arredato. Piccolo e coccolo. Una spesa che non cambiava gran ché. In un condominietto dove provvedono a tutto. Non so perché ma non mi andava l’idea di farlo in casa. Di portare estranei dentro casa nostra, forse sono solo manie ma io ci tengo al decoro e poi amo siano distinti i luoghi. Non mi piaceva farlo in casa. Non mi sembrava carino. Non mi sembrava serio. Anzi mi sembrava quasi una mancanza di rispetto nei suoi confronti; quante delicatezze sprecate invano. E non potevo ormai più certo farlo in macchina, non solo per comodità, ma anche per decoro. E poi, insomma, non potevo proprio. Inoltre era proprio tempo che mi sistemassi anche sotto quel profilo.
Sì! non è la stessa cosa. Da questi nuovi rapporti sociali che avevo allora cominciato a instaurare capii presto i loro limiti. Scoprii quanto poca in fondo fosse la sua… fantasia, come ho detto. Certo che ci misi anche del mio ma questo mi fu utile sicuramente perché non si inventa niente. Ma non gli ho mai fatto pesare ciò ne, se vogliamo dirla tutta, il fatto che fosse anche un po’ impacciato, anzi proprio imbranato. Certe cose forse a lui non sarebbero nemmeno mai passate per l’anticamera del cervello e lasciamo stare i suoi limiti… diciamo dove non arrivava. Sopperivo con la tenerezza e poi non mi mancavano ormai certo le alternative. Dal quel momento ebbe, se è possibile, una moglie migliore perché erano rapporti diversi, vissuti diversamente; perché mi completavano e mi rendevano più soddisfatta di me.
Certo poteva succedere anche a me, a volte, di essere stanca. No! non posso rimproverarmi proprio nulla neanche da questo punto di vista. Non avevo cominciato a trascurare nulla; anzi. Avevo preso da allora una donna delle pulizie che mi aiutasse nei lavori di casa. E la casa era anche più in ordine di prima, se questo fosse stato possibile; beninteso. Era una signora anziana, la signora Giovanna. Un nome così comune dalle nostre parti. Un nome da donna delle pulizie. Ma era brava la Giovanna. E arrivava sempre puntuale. Era una signora anziana con due figli e i figli sono figli, oggi come oggi. Ma era brava e puntuale. E poi sapeva fare il suo mestiere e stare al suo posto. E’ stato buffo scoprire che uno dei suoi figli, il maggiore naturalmente, veniva a spendere da me quei soldi che io davo alla madre; che davo a quella povera donna. Ma anche molto tenero. E io alla madre non ebbi il coraggio di dire nulla.
Non era per niente invadente ne curiosa, la Giovanna. Aveva ormai le chiavi e quando rientravo la casa era tutta in ordine. Linda e pulita come nella favola. Un nido d’amore per due innamorati. Tanto che è ancora con me. Ripeto che non mi posso rimproverare niente neanche per la casa. Imparai anche, sempre dalla Giovanna, alcune ricette. Di quelle ricettine da leccarsi i baffi; e anche tutto il resto. Io ero orgogliosa di me. E lui non poteva non esserlo. Mangiava come un re e amava come un principe e come un villano, ovvero amava da doversi dichiarare soddisfatto pur nei suoi limiti.
E poi no! non che non ci siano altre spese; anzi, tutt’altro. Anche per stampare cinquemila bigliettini da visita. A proposito; cosa ho scritto? “consulente”. E cosa dovevo far stampare? Non mi è venuto niente di più appropriato. Massaggiatrice mi sembrava inadatto, fuori luogo, falso, volgare e abusato. E poi bisogna prestare la massima attenzione anche ai minimi particolari. Gli uomini non riflettono mai a sufficienza. Vedono, poveri ciechi, solo il risultato complessivo e finale. Ma prendiamo ad esempio un cappello a falda larga di foggia leggermente maschile. Non si può immaginare quanto sia intrigante un cappello. Quasi tutte le donne ne trarrebbero vantaggio. Quasi tutte possono incuriosire con un cappello. E lasciamo perdere la personalità e il portamento; quelli mica si comprano facilmente.
E’ questo che non riesco a capire: Lui non poteva avere proprio nulla per essere scontento. Aveva una donna disposta a tutto. Una donna che lo accontentava in tutto. Una donna anzi che aveva ancora da insegnarli tante cose. Ed ero anche comprensiva. Perché, qualche volta si sa, non sempre va come si vorrebbe. E allora una donna comprensiva è sempre un porto dove rifugiarsi. E poi, non una donna comune. Non faccio per dire ma credo che un corpo come il mio, così perfetto e morbido, un corpicino perfetto e senza nessun cedimento, non sia poi così facile a trovarlo. E io ho cura di questo mio corpo.
Ed era contento di me. E allora perché? mi chiedo ancora oggi. Non era forse vero che avevo continuato a cercare di accontentarlo sempre? Non era pur vero che i nostri rapporti non erano cambiati? Anzi erano decisamente migliorati? Che gli facevo sempre da mangiare? Che aveva sempre continuato a trovare le sue camicie pulite e stirate; e tutte le cose in ordine? E non dimenticavo quello che gli piaceva? E anzi, come ho già detto, la mia arte, anche in cucina, era in quei giorni migliorata. E allora cosa poteva desiderare di più? Io credo niente.
Ma questo dover raccontare le nostre cose mi emoziona e mi imbarazza; per questo faccio questa confusione terribile. E non è forse vero che, qualche sera, per quanto stanca potevo essere, e sicuro che ne avevo le mie buone ragioni per esserlo, stanca, e qualche sera lo ero veramente stanca, e stanca da morire, e mica per niente; ma non è forse vero che non gli avevo mai detto di no? E allora? Certo che è vero. Vero come il fatto che sono qua. Vero come è vera tutta questa assurda storia.
E’ per questo che non riuscivo a rendermi conto perché improvvisamente quella sera, proprio quella sera e non un’altra sera, improvvisamente, e solo lui, avesse deciso di non pagarmi più. Non se ne era dimenticato. Me lo disse anche. Non si era semplicemente dimenticato di mettere i soldi nel comodino. Aveva proprio deciso così. Perché naturalmente, dopo il primo momento di comprensibile imbarazzo, anche per Lui, perché poi queste cose non sono belle per nessuno, io glieli avevo chiesti. Ma Lui si era detto deciso. Ma Lui si era ostinato. All’improvviso si era ricordato che ero sua moglie. Cosa vuol dire? Che a una moglie non si a da portare rispetto, forse?
E poi per quell’assurda argomentazione che non voleva pagare ciò che a lui sembrava spettargli di diritto. Che non lo trovava più giusto. Ma poi per quale strano e bizzarro diritto? Ma dove le scova certe idee? No! così a me non poteva proprio più andar bene. Quale diritto? Ma questo non può essere un motivo valido. Dovrei anche aggiungere e dire che il suo era, ormai, un …prezzo di favore. Un prezzo su cui, solo per delicatezza, non ero tornata. Che era quasi offensivo. E’ vero che l’avevo fatto per tanto tempo così con Lui. Tutt’altro. Mi si perdoni il termine. Ma mi ero fatta, ma si! lo devo proprio dire, sbattere abbastanza per niente. E dire che per Lui facevo anche un’eccezione: lo facevo in casa.
E poi era già da un po’ che volevo ritoccare, adattare quel prezzo. Così, non per cattiveria ma, si può capire, sono stata costretta ad essere chiara. Sono stata proprio, da Lui, tirata per i capelli. E allora, anche la persona più buona, più santa al mondo… cosa può fare? Ero stata chiara: ne avanzavo una e da quel momento non l’avrebbe più avuta finché non si fosse ravveduto. Finché non fosse tornato regolarmente a pagare. E prima pagare quella arretrata, ben inteso. E pagare anche prima questa volta; perché quando una persona con un minimo di cervello è rimasta scottata una volta naturalmente cerca di non esserlo più. E’ non c’erano balle che contassero. E pagare quello che pagavano tutti. Fine dei prezzi di favore.
Lui invece ha perseverato in quella sua decisione. In quella sua assurda e offensiva, direi, pretesa. E’ incredibile e mi vergogno dirlo; e fra marito e moglie poi. Ma è vero; non ho più visto quei soldi. In parole povere il debito non è, ancora a tutt’oggi, stato, mi sembra che si dica così, onorato. Continuo a vantare nei confronti di mio marito quel debito sul quale, si certo, avrei potuto anche benevolmente sorvolare, anche perché per una volta, non mi avrebbe rovinato di certo, sarei rimasta quella signora lo stesso, ma questo, oltre tutto, avrebbe creato un precedente e poi ormai era diventata una questione di principio anche per me.
Non è per avidità; beninteso. No! Non sono mai stata, io, attaccata al denaro. Poi potrei anche lasciarglieli quei maledetti quattro soldi. E poi quante volte non gli ho preso qualcosa con i miei soldi. Anche la cravatta che indossava ieri, solo per fare un esempio, gliel’ho presa con i miei soldi. E con quali altrimenti? Ma quei soldi erano e sono miei. E quei soldi Lui me li deve dare. E poi fra noi che eravamo sempre andati d’accordo. Fra noi che non c’era mai stato il minimo screzio. E anzi non eravamo mai andati bene come in quei momenti. Perché voleva rovinare tutto per così poco?
Ero ancora certa che si sarebbe convinto, che avrebbe capito, che si sarebbe ricreduto. Che sarebbe tornato da me chiedendomi scusa. Ma mi sbagliavo. Si era talmente intestardito che era disposto a rinunciare a me piuttosto che cedere. Non lo facevo così deciso. Non lo facevo così testardo. E questo mi da un grande senso di sconfitta e di frustrazione. Credevo di valere qualcosa di più per Lui. Ma come può un uomo rinunciare a una come me per due miseri franchi? Rinunciare a tutto questo… ben di dio? O sono io a non capire o il mondo si sta rovesciando.
Ci sono tante cose che rendono i rapporti con il coniuge diversi, questo è vero. Anche è vero che non ci sono le stesse spese, che tutto , con gl’altri, era ed è a spese mie. Ciò non toglie che ora penso, ritengo con ciò di essere stata ingannata, profondamente ingannata, gabbata. Tornando a quel rapporto il pagamento era condizione naturale. Il pagamento era semplicemente una clausola che, tacitamente accettata, doveva essere considerata come condizione vincolante senza la quale sarebbe sicuramente venuto a mancare il mio consenso.
E in realtà se solo avessi appena appena saputo che mio marito aveva anticipatamente cospirato al fine di non pagare per la mia prestazione. Ovvero, se avessi sospettato che lui, alla fine del rapporto, avrebbe trovato anche solo da ridire sulla forma con cui doveva essere regolato. Che, improvvisamente, chissà per quale maledetta e disgraziata riflessione… anche se poi era giunto a quella decisione solo dopo… certo allora non avrei assolutamente acconsentito. Che andasse pure dove voleva. Che tornasse pure ad andare fuori con quel suo lavoro. Che lo infilasse dove voleva. Che si arrangiasse pure da solo, al bagno, come un ragazzino. Mi vergogno di me e di tanta volgarità che non mi è certo naturale, lo posso giurare, ma il suo atteggiamento incomprensibile mi ha fatto proprio perdere le staffe; andare il sangue agl’occhi.
Questo a prima vista può anche sembrare un problema banale. Quante coppie non hanno problemi in casa? Ma in realtà la consenzienza della donna ad un rapporto di tipo sessuale resta elemento fondamentale per la definizione di quello stesso rapporto. Pertanto o mio marito recede dalla sua posizione e sana la sua condizione debitoria. Oppure, anche se la cosa mi ripugna, in questo caso, pur non in presenza di vera e propria violenza, anzi, per il resto, ci mancherebbe altro, si è sempre comportato bene, da signore intendo, anche con gentilezza, non mi ha mancato mai del minimo rispetto, forse un poca di freddezza, devo onestamente affermare che non si può che parlare di vero e proprio stupro.¹


1] Questo racconto, nato per la raccolta “Linguaggi”, di cui si potevano fare più post e forse era una soluzione più “gestibile”, è stato scritto non dopo il 19 marzo 2002.

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