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Archive for 11 dicembre 2010

L’ufficio (come si confà o come sembra essere di prassi) era poco illuminato da una luce soffusa; il mobilio di vero legno finto antico; una libreria piena di volumi dai colori stinti (con prevalenza di oltremare, grigio e rosso); un grande tavolo colmo di carte sparse, qua e là pesanti fermacarte e necessaire per scrivere per un numero di pezzi esagerati; uno scrittoio forse in pelle e un portacenere sporco; attorno sedie dal lungo schienale e dal sedere basso.
L’avvocato era uomo di bassa statura come assiso sprofondato in un’enorme poltrona, gli occhiali spessi con le lenti sporche, e dietro mostrava occhi furbi e sfuggenti.
Cercò gl’atti e li trovò a fatica col gesto di chi ne era proprio certo poi prese a leggerli scorrendoli col dito, con grande fretta e parlandoci sopra. Anzi prese a parlare seguendo con gl’occhi il dito che correva sopra quei fogli.
Ma anche la sua voce aveva strani itinerari: correva ad altre cause simili ma ben più gravi. A quella disputa famigliare che costò la perdita dell’intera proprietà in discussione (ed era di grande valore), divorata da parcelle e altri costi legali. Solo dispetti, forse.
Saltava alla giovinezza, al collegio, agli amici e come a sé rammentava. Si formava nella sua voce una folla di nomi solo a lui importanti e famigliari. Si distrasse dalla pratica e continuò a parlare. Ma tacque su quello che fu uno dei suoi primi amori.
Mi pose poche domande e non aspettò mai le mie risposte; come le conoscesse già. Mi salutò dicendomi che non c’erano problemi, che la vittoria era certa. Che erano bazzecole. Di chiamarlo per un altro incontro.
Il giorno fuori si disfaceva in una sera ancora incerta.¹


1] scritto non dopo il 18 aprile 1991

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