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Archive for 17 dicembre 2010

Merda! non c’è niente da fare; non intende proprio saperne di voler partire”. Sbatté la portiera e tirò un calcio di stizza sul copertone. “Le macchine italiane”.
Per un attimo si lasciò al panico privo di conforto, anche se questo non era da lui: “E adesso cosa facciamo? Quando le cose non vogliono andare non c’è verso. E anche trovare un taxi a quest’ora di questa sera neanche a parlarne.” –e di quella sera poi.
Lei era ammutolita; quelle poche volte in cui l’aveva visto così, anche se solo per un attimo, in difficoltà e come privo di risorse, non era riuscita che a restarsene in silenzio. “E’ sempre così!” –ma poi la fissò e non disse altro.
Lei aveva controllato tre volte che i bambini dormissero tranquilli e almeno mille se era proprio in ordine. Aveva chiuso, aperto, chiuso, aperto e richiuso il gas e la bambinaia ormai ne aveva ben oltre il sopportabile delle sue raccomandazioni.
Aveva acceso la televisione per poi spegnerla, controllato tutte le finestre, inserito e disinserito l’allarme e fuori della porta si era ricordata di non sapeva cosa, poi aveva dimenticato la borsetta e al terzo tentativo era uscita in pantofole.
Per poco non era ruzzolata per i gradini. Era sempre così quand’era in ritardo, anzi quando doveva andare da qualche parte perché, con lui o da sola, non gli era mai riuscito di arrivare per tempo ma forse era meno colpevole giacché arrivava sempre trafelata.
Lei aveva rincorso una macchina sul ciglio della strada nella speranza che si fermasse; inutilmente. Ed era anche una delle ultime poiché il traffico a quell’ora diradava e la gente si infilava già nelle case con tutta la loro allegria sottobraccio. Guardò a destra e a sinistra la strada desolatamente vuota.
Cercare di raggiungere la fermata del tram voleva dire attraversare mezza città; ecco la bellezza della villetta bifamiliare nel verde della tranquilla periferia. Lui pensò di chiamare qualcuno ma chi avrebbe potuto trovare? e poi non era disposto a una figura simile. Non c’era niente da fare: sarebbero arrivati con un mostruoso ritardo se anche riuscivano ad arrivare.
Solo allora lui si ricordò che in qualche angolo doveva ancora esserci, piuttosto che restare lì senza neanche provare, e allora lo tirò fuori, sporcandosi di quella polvere grassa che poi si fatica a togliere. Non sopportava di sentirsi così imbrattato di quello sporco appiccicoso; questa era la cosa che lo metteva più a disagio, forse l’unica.
A lei sembrò solo una grande tavola finché lui non la poggiò orizzontalmente per terra. Più che un carretto era una specie di zattera fatta in legno dolce, di cassette di frutta, di quand’era ragazzo, con quattro piccole rotelline da mobile, fragile e con un che di posticcio e raffazzonato.
Assieme lo portarono fuori dal garage e lo misero in acqua, per così dire, davanti al cancello. Gettarono sopra lo spumante, ma di quello buono, e il dolce e vi si accomodarono alla bell’e meglio. Lei era estremamente cauta per la paura che si infrangesse sotto i suoi piedi.
Su di un fazzoletto di carta lui tracciò la rotta meticolosamente con tratti sicuri usando il rossetto di lei. Forse non era il tragitto più breve e diretto, anzi tutt’altro! questo era certo; era comunque quello più scorrevole e privo di insidie. “Speriamo bene” –disse.
Ma ci voleva pur qualcosa per far muovere quella carretta e anche in questo fu rapido nella soluzione: la sfiorò solo, come in un gesto fuori luogo ma delicatamente. Lei non ebbe neanche il tempo di fraintendere.
Issò allora le sue mutandine come una vela. Queste erano un indumento tanto piccole da non trattenere neanche uno dei luccichii del suo abito da cioccolatino e tanto leggere da non poter avere colore eppure, appena lui incitò il vento e queste lo presero e si gonfiarono, l’imbarcazione si mise a correre come un puledro imbizzarrito e allegro; più del vento stesso.
Con le mani le tratteneva in tensione e ne orientava la direzione; aveva una sorriso di soddisfazione che gli allargava il viso. Si sentiva come colui che aveva salvato il mondo. Così presero ad allontanarsi per arrivare.
Quella specie di barca traballava nella corsa e le piccole ruote sobbalzavano sul terreno scosceso; sembrava fossero i sentieri angusti a mantenere la direzione, coi loro ristretti margini, anche se così non era: non si lasciava indirizzare che dalle mani sicure e conosciute dell’uomo.
I cappelli e la minigonna di lei sventolavano come vessilli, garrivano fruscianti, mentre tentava di ripararsi dall’aria dietro al marito, inutilmente. La brezza le rinfrescava il viso e le imporporava le guance. Lui, al timone, offriva il petto al vento.
In realtà non sentiva freddo ma anzi il vento la rendeva come febbricitante, da sotto riceveva una strana smania, le gambe senza calze e con quella gonna che sbatteva impazzita, una sensazione speciale le saliva dal basso ventre denudato.
Tutta la sua pelle, interamente, era come arrossata, attraversata da una diffusa scossa elettrica. Avrebbe avuto solo voglia di mollare tutto e quella avventura e tornare a casa a fare all’amore fino ad essere esausta per alla fine abbandonarsi alla propria pigrizia.
Incontrarono un treno; ne avrebbero incontrati altri in quel viaggio. Uno mise fuori la testa con l’intenzione di gettare una bottiglia di vetro di acqua minerale ma il suo sorriso beffardo gli si spense fra le labbra quando s’avvide di essere in aperta campagna e che non c’erano che loro, comunque troppo lontani.
Il piccolo occhio della sigaretta sfavillava controvento. Allora quello gridò con forza un “Buon’anno!” che gli fu ricacciato in gola; a stento lo deglutì perché ne rimase quasi soffocato. La caracollante barca passò oltre.
Ormai il treno era sparito alle loro spalle e si era portato via anche il suo sferragliare, aveva solo gridato un’ultima volta in lontananza e presto restarono solo le rotaie nude e poi neanche quelle. Per un tratto corsero parallelamente ad esse.
Le rotaie invitavano come sempre alla morte; lui lo sapeva bene: ci aveva pensato più di una volta e anche non molti giorni prima in occasione dell’arrivo del dott. Sibilla, quando era rimasto a fissarle anche dopo che era passato un espresso che sembravano ancora vibrare e scivolare e allora si era chiesto come possono sfuggire i giovani a quell’impulso di suicidio.
Lei non pensava; tanto a che sarebbe servito? Eppure il treno restava per lei la partenza, l’emozione, la promessa e la meraviglia; fin da quando bambina i genitori la portavano per le stazioni e vedeva arrivare e partire tutti quei volti sconosciuti e non se ne sarebbe mai andata di là se non su uno di quei vecchi treni sferraglianti e sbuffanti che per lei erano così pieni di fascino.
Anche i suoni della stazione le mettevano allora allegria; anche quella voce misteriosa che parlava quel linguaggio metallico per lei incomprensibile. E la gente che si salutava quasi strappandosi brandelli di cuore.
Dove il sole non conosceva le stesse regole il sole batteva ormai la mezzanotte e Lei disse come se ne fosse preoccupata: “Non arriveremo comunque mai in tempo”.
Lui si lagnò per i suoi dubbi dell’ultima ora e di tutti i tredici anni di ritardi passati assieme tra una scusa e l’altra, sempre più inverosimili, eppure lei sapeva che se c’era una cosa che lui odiava era arrivare tardi ma come sempre non si perse d’animo e con il suo solito sangue freddo inventò su due piedi una soluzione proprio mentre le rinfacciava compito: “Forse non sarebbe sufficiente neanche se il tempo corresse all’incontrario”.
Spostò le lancette e rimise l’orologio indietro di un’ora con un sorriso soddisfatto, anche se non si dovrebbe farlo a cavallo di quella mezzanotte, infatti quando telefonò che stavano arrivando nessuno rispose dall’altro capo; poi guardò verso l’orizzonte. Fu così che per ore sentirono battere la stessa ora.
Gli alberi si chinavano riverenti. Canali, fiumi e mari si aprivano al loro fianco e in fretta si richiudevano. Acque diverse, qua calme e là rabbiose, non sempre sottomesse al vento. Scivolarono con uno splash morbido su una vasta pozza fangosa e gli spruzzi furono schizzati all’intorno e risero. Ma quella sera avrebbero dovuto attraversare anche un largo fiume, largo quanto non ne avevano veduti mai, e alcuni torrenti e nei pressi delle rapide le onde angosciosamente affaccendate gli avrebbero soffiato dosso il loro sottile vapore d’acqua.
Le ombre dei monti incutevano rispetto e intimidivano, come sempre. Il ponte si ergeva su di un vero abisso che faceva paura guardare giù. Infatti lei non guardò. Sul cielo che cambiava una larga massa nuvolosa scivolava silenziosa verso nord-nord-est. Quanti cieli avrebbero visto in quella loro grande avventura, nel loro viaggio sulle orme di Fogg.
Si annunciavano via via raggruppamenti di case, villaggi e città attraverso i campanili che spuntavano lì infondo, nella direzione in cui stavano andando. Erano città quasi prive di suoni anche in quella notte.
Ma cosa può restare dopo un viaggio come quello? Solo piccole impressioni, paesaggi rapidi e frettolosi: immagini. La sensazione principale era data da un senso di vuoto.
Traversarono quattro piazze, sette semafori e una paninoteca quasi deserta tra gente distratta e nemmeno Alice fece loro caso. E’ strano come ormai il mondo stia diventando deserto. L’uomo preferisce sempre più restare nascosto nella sua tana e in qualsiasi ora della giornata ormai le folle sono passanti frettolosi. Nessuno era nemmeno incuriosito dalla velocità con cui gli sfrecciavano accanto.
E attraversarono posti dove i bambini stavano ancora giocando e altri nei quali si apprestavano ai giuochi. Due di loro, un maschietto e una femminuccia, non ancora ragazzi, parlavano d’amore ma non conoscendone le parole cinguettavano e pigolavano già infelici. Luca, così almeno lo richiamò la madre, scavalcando una margherita vi inciampò e cadde bocconi.
Un pescatore assorto nel tentativo di ripescare i propri sogni da una bottiglia di vino buio non si distrasse un solo attimo; gl’occhi ormai assonnati continuò a cantare una canzone fatta di nebbie col volto scuro volto alla luna.
Una pia vecchia si batteva il petto settemilatrecentoundici volte sperando di non dimenticare nulla mentre la morte, ormai impaziente, si appoggiava all’acquasantiera imprecando come un turco per la fretta.
Il turco non imprecava, soddisfatto di aver potuto sottrarsi a quel compito ingrato e gravoso, avendo trovato chi lo sostituiva in ciò. Aveva lunghi mustacchi neri, il turco, e un mantello di un blu tenue sotto la luna e non aveva mai fumato in vita sua.
Eppure, in quella lunga corsa, ne incontrarono di personaggi strani. E esseri di tutte le età. E’ singolare come a volte si scoprono cose non conosciute quanto si pensa ad altro e si è distratto dal proprio viaggiare.
Al mercato del pesce ormai chiuso i gabbiani impettiti zampettavano, fra i banchi vuoti e il forte odore che emanavano, completamente padroni del campo e becchettavano e si azzuffavano e spettegolavano tranquilli. Facevano un brusio da mercato.
Un solitario turista istruiva un tassinaro annoiato sul percorso per rintracciare la propria malinconia e cercava la via più breve per evitare di risultarne imbrogliato. Il trentasette si fermò e non ripartì più in una nauseabonda pozza d’olio.
Un mendicante gettò la sua povertà fra le immondizie del giorno assieme alla vecchia fisarmonica che continuava a suonare quello sgangherato motivetto sempre uguale e sempre approssimativo e al piattino di ottone; timbrò il cartellino e staccò, anche lui si preparava alla festa.
Un giovanotto lasciò il lampione e un biglietto per la sua bella che non avrebbe mai letto: se ne andava in silenzio fra le braccia di un’altro lasciandosi dietro l’innamorato deluso e le stoviglie del vecchio anno. E l’altro le toccava il culo come fosse cosa completamente sua.
Un uomo trascinava violentemente sua moglie per un braccio e lei si lasciava trascinare come rassicurata. Più in là volò anche un ceffone ma si nascose dietro i primi botti. Lei gli disse “Scusa.” –e– “Grazie”.
Per quanto corressero nel verso inverso le ore passavano inesorabilmente e passavano perché non sapevano comportarsi altrimenti e allora, per non saper fare nulla di diverso, passavano contandosi con la più macabra pazienza.
Solo così arrivarono puntuali, non un minuto dopo, ma con un anno di anticipo e non se ne poterono subito rendere conto. Suonarono alla porta ma nessuno venne ad aprire. Gli amici attendevano impazienti e non vedevano arrivare nessuno.
Nemmeno lui poteva certo immaginare cosa era successo e quello che questo implicava: gli altri non potevano sentire ne lo scampanellio ne il loro bussare e anche se avessero aperto l’uscio, per una qualsiasi remota ragione, non avrebbero potuto vederli perché l’anno precedente avevano trascorso quelle ore in una discoteca, così ne loro ne gli amici c’erano gli uni per gli altri.
Ovvero erano là nello stesso identico momento, camminavano gli stessi passi, avevano la stessa apprensione e la stessa ansia, parlavano quasi lo stesso linguaggio ma non si potevano vedere ne sentire; li separava solo una porta e un maledetto anno.
In questa astrusa commedia in due atti il secondo cominciò solo allora e non riservava loro meno sorprese del primo. Stapparono lo spumante, ma di quello buono, da soli e soli lo bevvero su quel pianerottolo per non perdere l’istante che fuggiva. Passavano altri inquilini e questi li guardavano con meraviglia e perplessità pur senza vederli.
Nella donna il sottile aroma salì per il naso e si fece rossa e tentò come di starnutire portando le mani davanti al volto e finendo con l’arrossire: ora era sicura che meglio sarebbe stato se fossero rimasti a casa, magari a fare all’amore fino a stancarsi.¹


1] Scritto il 20 marzo 2002

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