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Archive for 24 dicembre 2010

Un bambino guarda la realtà che è fuori della finestra dalla televisione

Fotocomposizione grafica con materiale di pubblico dominio¹

Mondo e Erina erano una coppia ormai da molti anni. Loro lo sarebbero stati per tutta la vita. Erano di quelle persone che sono così; e nel proseguo sarà evidente la ragione. Erano entrambi di bassa statura e, forse per questo, camminavano col busto eretto e la testa alta. Cercavano disperatamente di bagnare le loro teste d’infinito.
Lei amava con entusiasmo Ligabue. Lui guidava una macchina che dimostrava quasi la sua stessa età. L’unico vizio a cui raramente indulgeva era una sigaretta di tanto in tanto. Erano molto devoti e pregavano scrupolosamente per interi secoli. Non mancavano mai alla funzione della festa ne di fare la confessione e la comunione. Rispettavano tutti i precetti della loro chiesa e tutti i comandamenti soprattutto quello che gli imponeva di amare il prossimo tuo come te stesso.
Con loro sommo cruccio avevano avuto un solo figlio femmina; Ilaria. La ragazzina, come cominciò l’adolescenza, mise su alcuni chili in più e due tette ingombranti. Aveva lo stesso portamento di quei genitori ma faticava a salutare. In verità nemmeno loro erano molto ciarlieri, si può dire fossero riservati. Poi, il buon Dio, non aveva voluto allietare il loro amore con altri figli. Non che non ci avessero provato, anzi. Per certo era che non avrebbero mai versato il loro seme invano ma che colpa avevano se quel seme era arido. Così lo avevano fatto con assiduità; naturalmente al solo scopo lecito e benedetto della procreazione.
Ma quello stesso loro Dio misericordioso volle metterli un giorno di fronte alla loro prova forse più dura. Con crudeltà inaudita infierì sul povero Mondo senza ritegno. L’uomo infatti si ammalò in modo grave e per un lungo periodo si temette per la sua stessa vita. Ma la volontà del Signore è spesso imperscrutabile. Restò per un’eternità in un letto di policlinico fra la cortesia e la partecipazione di tutti. Le sue due donne si prodigarono nell’accudirlo in modo indefesso e lodevole; giorno e notte.
Certo la figlia, Ilaria, passava un momento non felice. La si vedeva fumare di nascosto dai genitori. Lasciò sul campo del dolore alcune simpatie per suoi coetanei. Ma, come detto, non fece, in quel frangente, nemmeno lei, mancare il suo apporto in casa e le sue attenzioni verso il padre invalido. Aiutò la madre in tutto e imparò quello che di una donna doveva sapere e non aveva ancora capito. E in tutto questo non trascurò gli studi che con la solita fatica continuarono a procedere. Soprattutto faticava con i numeri.
Furono quelli dell’ospedale lunghi mesi di immani preoccupazioni. Andavano su e giù per non lasciarlo mai solo. Le due donne mitigavano la disperazione nella speranza. Poi, se Dio vuole, prese lentamente a migliorare. Non vi erano che pochissime probabilità che tornasse com’era prima. L’eredità più probabile rimaneva una invalidità permanente. Su una carrozzella fu dimesso come un cencio inutile e tornò a casa. Su quella carrozzina si temeva che sarebbe rimasto.
Biascicava malamente le parole con una eccessiva emissione di saliva e le orbite degl’occhi gli cadevano molli. Doveva essere aiutato in tutto. Ormai divideva le ore solamente tra quella carrozzina e il letto. Ma, ringraziando Iddio, aveva avuta salva la vita e nella famiglia tornava ad apparire il sereno. La gente ammirava il coraggio di quelle donne e si rendeva servizievole; offriva generosamente il proprio aiuto.
Poi, pian piano, anche con l’aiuto di Dio e della fede, con una lentezza esasperante, quell’uomo iniziò a migliorare. Solo un occhio attento all’inizio poteva accorgersene. Col tempo e grazie a due stampelle riuscì a liberarsi della carrozzina. Riuscì a prendere a muoversi con le proprie forse sotto l’occhi vigile delle sue donne, ben inteso. Vederlo rinnovava la speranza e metteva di buon umore. Ma rispettiamo il naturale procedere della fredda cronaca degli eventi.
Alcune malelingue, ci sono sempre in ogni piccolo agglomerato quelli che amano spettegolare, presero a rivelare anche particolari più intimi della dolorosa esperienza a cui quel Dio benevolo aveva voluto sottoporli. Quelle voci iniziarono a circolare sussurrate ma con frequenza. E nei primi tempi sembravano mescolare alle parole la pietà e la commiserazione con una sorta di augurante rivalsa. Ma forse non c’era cattiveria. Forse dietro esisteva solo il tentativo di scuotere la noia.
Venne scoperto così che i due coniugi timorati di Dio erano stati interrotti durante un complesso amplesso. Certo il loro era un vero atto d’amore. Non si sarebbero mai abbassati ad accoppiarsi solo per il piacere. Lo avevano sempre fatto per lodare il Signore, per rispettare il vincolo del matrimonio e per allietarlo, Cristo permettendo, della gioia di una nuova nascita. Non era colpa loro se, non si sa per difetto di chi, il loro matrimonio era diventato sterile. E non si erano rassegnati mai che avevano conservato persino la culla e tutto il resto della primogenita.
Mantenevano comunque fiducia nel Signore e non disperavano in una gradita sorpresa. Avrebbero preferito il maschio ma anche una seconda femmina sarebbe stata ben accetta. Era come un ossessione, come dovrebbe sempre essere. Per questo, ignorando e negando con ostinazione quella loro situazione di infecondità, avevano continuato a impegnarsi con testarda sollecitudine. Ogni loro tentativo rivelatosi vano era la migliore ragione per moltiplicare con entusiasmo i loro sforzi in nuovi tentativi. I loro gesti d’amore avevano una frequenza inusuale, limitata a volte solo dal pudore e dalle forze.
Così, come si diceva, si era sparsa la voce che, quando lui venne preso da quel suo terribile malore, stessero facendo all’amore. Qualcuno aggiunse che l’uomo era rimasto così, pressoché irrigidito, nella posizione in cui si trovava. Era restato paralizzato lungo disteso come un ciocco di legno. La malattia lo rese ignaro ma nella moglie, che ancora ragionava normalmente, la cosa non poté che destare imbarazzo. E ridendo quella donna precisò che anche quello, si insomma l’uccello, restò paralizzato spuntando come il ramo sfogliato da un tronco.
Poi, con la clemenza del buon Dio, gl’arti avevano cominciato a ritrovare dapprima quel minimo di flessibilità a poi a risanarsi fino a permettergli la posizione da seduto; come già detto. Ma lì no, aveva continuato a restarsene paralizzato, diritto come un chiodo. E in tutto quel tempo la buona Erina non aveva mai smesso di dedicargli le sue attenzioni e il suo amore. Si prodigava nel lavarlo, nel servirlo, nello spingere la carrozzina e in tutte le altre faccende compreso in quell’amore. E, naturalmente, gli leggeva la Bibbia.
Quanto lui potesse capire non si sa. Sembrava che l’unico problema creato da quella piccola ferita lasciata aperta dalla malattia fosse nel fare la pipì: doveva sedersi nella tazza per non bagnare e bagnarsi da per tutto; si mormorava. Però la infastidivano gli sguardi, che rivolgevano all’invalido le donne, che non erano certo di compatimento. Quelle si congratulavano che fosse ritornato a casa e poi controllavano se era vero quanto si diceva in giro. Lei era, come detto, paziente.
Prima si era munita di un pappagallo ma poi lo sedeva lì con cura e aspettava tranquilla. Infine anche lo puliva e lo asciugava con attenzione e dedizione. Se lo rivestiva per riportarlo a letto. Veramente il più delle volte, soprattutto i primi tempi, non sentiva nemmeno gli stimoli e come un bambino si sporcava, e non solo si bagnava. Bisognava accorgersi ed intervenire quando il danno era già fatto ché era difficile anche costringerlo nel pannolone. Lei si limitava a brontolare in silenzio e provvedeva rassegnata.
Cioè le ferite aperte erano state due. Quell’uomo infermo nel corpo e nell’amor proprio e quella della sua cara moglie. Vederlo così le si struggeva il cuore e non doveva darglielo da vedere. Seduto su quella sua carrozzella le imponeva contorsioni quasi impossibili ma steso a letto era alto di tutta la sua lunghezza. Lo confermò con invidia la signora Pina che era andata a visitarlo in corsia. Ma quella di lei era una ferita talmente lancinante che frequentemente si trovava costretta a calmare riempiendola di lui e cavalcandolo mentre lui giaceva coricato su quel giaciglio immobile, come assente, ma con un pallido sorriso sghembo sulle labbra.
Lei che aveva sempre avuto fiducia nella misericordia del Signore e non si dava così per vinta prese a sospettare che: “Non tutte le disgrazie vengono per nuocere”. Dedicava tutto il suo tempo e la sue attenzioni al suo amore. Si prodigava indefessa per ritrovare la pace famigliare. Chetava la sua ferità in tutti i modi possibili o resi possibili da quella nuova situazione. Anzi si applicava addirittura scatenata per lenire quella ferita. E diceva: “Se Dio vuole, prima o dopo avverrà il miracolo. Sia fatta gloria al Signore”. Ma il fratello di Ilaria non veniva e non sarebbe venuto. Forse lassù, nonostante tutti quei suoi frequenti sforzi, avevano scordato il loro indirizzo e si vergognava al solo pensarlo.
Come già detto lui, sotto gl’occhi colmi di fertile commiserazione della sua donna, riprese a muoversi di forze proprie. Si trascinava pietosamente sulle stampelle, aiutato poco dalle molli gambe, con sforzi inumani. Con grandi e immani fatiche percorreva quei pochi metri che erano già il suo grande traguardo. Lentamente le gambe presero ad aiutarlo e i percorsi si allungarono. Un semplice gradito, però, restava una difficile barriera. Passò dalle stampelle ai bastoni. I soliti pettegolezzi più addentro furono lesti ad informare, senza grandi gioie ma con scherno, che stava guarendo anche lì.
Insolitamente i soliti noti non sembravano rallegrarsi tanto per i suoi nuovi progressi quanto si compiacevano della sua ormai prossima guarigione; del fatto che tornasse comodo, lo stesso, come uno di noi, nei calzoni. Sputavano a denti stretti: “Avrà finito anche lei di tanto sacrificarsi. Si è portata a casa un cero del signore ma adesso, inesorabilmente, come ogni fiamma eterna si sta smorzando. Sia fatta la Sua volontà”. E a dire il vero sembrava che in apparenza sogghignassero.
Qualcuno un poco sensato se ne ebbe e disse: “Stia attenta. Potrebbe capitare anche a lei”. Ma quella pettegola rispose sulla sorpresa dell’uomo un laconico e fiducioso: “Magari.” –e aggiunse tanto sottovoce da non essere quasi udibile– “Capita sempre agl’altri tanta fortuna”. Di quale fortuna parlasse quella povera donna sciocca, che pure frequentava anche lei le stanze del Signore e quelle del parroco, non era dato sapere.
Era difficile capire come quel rado popolo, devoto e generoso di sostegno per i bisognosi, festeggiasse la salute con tanto soddisfatto rammarico e astio ma sembra che una notte le avessero sentito pronunciare le seguenti parole precise, sillaba per sillaba, a voce alta e isterica: “Con questa, anche per stavolta, sono sette. Speriamo almeno che sia un maschio”. Se non sembrasse assurdo si sarebbe potuto sostenere che quei pettegolezzi avessero un sapore di gelosia e di rivincita.
La notizia era stata raccolta dalla signora Adele che al telefono aveva sentito la signora Pina che dice che ha sentito dire dalla Dina a cui la signora Alice ha raccontato che le hanno riferito di come si fosse svolto il fatto. Tutte le notizie circolano così: così era stato per quella grande disgrazia del venerdì diciassette. In questo caso, come era nata non si fu mai in grado di ricostruirlo veramente. Ora sembra che la piccola Erina abbia avuto sentore della completa guarigione imminente del buon Mondino e non abbia voluto perdere tempo.
Naturalmente, vivendo fianco a fianco tutte le traversie di quel lento calvario, aveva tempestivamente notato ogni piccolo miglioramento e tutto aveva annotato. L’uomo riprendeva parte delle sue forze, ogni muscolo ritrovava elasticità. Le risposte di quel fisico duramente provato tornavano su valori di normalità. Il cervello era stato il primo a ritrovare la ragione. Capiva perfettamente quello che gli si diceva. Tornava a parlare in modo usuale e sciolto senza sputare. Tornava a deambulare di fatiche proprie. Tornava padrone dei suoi bisogni. Tornava persino a sorridere. Tornava a pregare.
Così quella caritatevole donna si avvicinava alla serenità. Ma come a volte succede anche le liete notizie creano strane reazioni. Prese la sua aria corrucciata e il suo piccolo amore che, se pur basso di statura, tanto piccolo non era e lo accompagnò a sé in bagno. Lo lavò e asciugò con le cure che si riservano al figlio neonato. Provvide a fargli la barba e se lo profumò. Poi si apprestò a mettere in atto quello che aveva sentito bisbigliare dalla donnicciole e che aveva, quella volta, finto di non sentire per la vergogna.
Si sedette sopra la lavatrice. Per dire il vero vi si arrampico sopra di schiena con una qualche fatica e si accomodò. Stimò l’altezza del marito con buona approssimazione. Saltò giù e corse di là frettolosamente. Tornò e lo fece, salire rivolto alla lavatrice, su quattro volumi della Storia d’Italia Einaudi. Lui cercava di mantenere quell’equilibrio precario appollaiato sulle grucce con molta applicazione e sacrificio. La guardava esterrefatto perché non capiva cosa stesse facendo ne tanta frenesia.
Lei scivolò nel piccolo spazio che lo divideva dall’oblò e tornò sopra la macchina con le gambe a penzoloni. Allargò le gambe e si aprì l’accappatoio. “Viene qui!” –Gli disse. Era stata categorica ed imperativa. Lui cercò di eseguire il suo ordine mimando quel piccolo movimento goffamente ma lei lo trasse piano a sé tirandolo con le mani appoggiate al sedere. Quando le fu sufficientemente appresso che quasi le era addosso si liberò una mano per indirizzarlo con precisione. Non aveva avuto naturalmente bisogno di prepararlo che lui era ancora sempre pronto. Solo con l’altra lo portò ulteriormente a sé e in sé.
Lo fece accomodare e lui abbandonò le stampelle perché si poteva appoggiare a lei. “Senti qualcosa?”–chiese– “Ti sembra di sentirmi?” –e si informò. “Credo di sì!” –rispose balbettando perplesso l’affezionato marito e gli uscì ancora una eccesso di saliva nelle parole di cui non seppe nascondere il pudore ma lei non se ne ebbe. Con piccolissimi spostamenti del bacino gli andò ancora più incontro fino al bordo dell’elettrodomestico. E lui rimase lì proprio come un manico di scopa; conficcato nel fondo della sua donna.
Non fu una scena idilliaca, spiegano, ne tanto meno educativa; più che altro fu una situazione ridicola e impudica. Lei protesa tanto sul bordo da rischiare di cadere, con le gambe denudate che scalciavano piccoli passi. Lui diritto in lei che si sosteneva e la tratteneva; per il resto immobili che i piccoli passettini della donna lo facevano avanzare sempre più in fondo. Ed immobili attesero pazientemente che si compisse il volere di quel Dio e di quella macchina.
Veramente lei, curvandosi verso destra, manovrò tra le gambe del loro insolito abbraccio la manopola del programma per la biancheria. Ruotò quella manopola per quasi tutto il suo percorso così da non dover consumare troppa fatica del marito e troppa impazienza. Accelerò solo l’attesa e il volere degli eventi. Così la macchina versò acqua e schiuma ed esplose a tremare per la centrifuga. Si mise a vibrare violentemente che era anche un modello piuttosto vecchio che loro non avevano cambiato perché erano stati costretti a fin troppe economie. Invero cigolava pure un bel poco.
Immaginare di vederli stuzzicava piccoli scoppi di risa brevi ed improvvise e qualche “Oh!” e qualche mano sulla bocca. Se la macchina si scuoteva e sussultava loro, che erano l’uno appoggiato e l’altra seduta sopra, furono trascinati in quel movimento in una sorta di balletto meccanico. Dei benigni sbatacchiavano quei due poveri cristi come marionette inarticolate e austere. Lui era preso da quelle convulsioni mentre la moglie sembrava accentuare i movimenti traballanti della macchina mantenendo la sua aria altezzosa e sussiegosa. La lingua dell’uomo rischiò di scappare fuori.
E’ divertente. Scusami, credo non si dovrebbe dire. Ma mi sembra che mi piace.” –si provò a biascicare Mondo. “Stai zitto! cretino e fammi chiavare” –gli rispose lei tutta impegnata ma se ne pentì all’istante. Era stata dura, probabilmente cattiva, forse ingenerosa nei suoi confronti e quasi volgare ma ormai le era sfuggito. Insolitamente, per questo o per quant’altro vi fosse nella loro disperazione, si lasciò andare. Lo sentiva sbatterle addossò e, con precisione millimetrica, sbatterla cioè sbatterle dentro. Lì in fondo alla mona che non aveva mai avuto la sfacciataggine di chiamare con quel nome.
Dai che ci siamo! dai! dai! che se Dio vuole questa e la volta buona. Basta che stai fermo e che me lo dai. E’ davvero bello scopare. E dammelo… dammelo tutto.” –quella piccola devota donna si esprimeva in quel modo così inverecondo e tanto sconcio e triviale. E la centrifugazione durò oltre il tempo strettamente necessario. Così che l’uomo la godette e lei poté anche bissare; ebbe il tempo di fare anche il secondo tentativo. E per lui disse: “Finalmente.” –ma per la seconda volta sua gridò più piano e aggiunse prima di ritrovare il suo pudore– “Cristo santo che trombata. Ne avevo proprio bisogno. Sia fatta la volontà d’Iddio”.
Un auditore più attento avrebbe potuto cogliere un’estrema costernazione, forse inconsapevole, nel tono della moglie. Forse quello che, in cuor suo, cercava di negare e temeva era quello che in seguito si sarebbe realizzato. Lui guarì appunto completamente e non fu più quello stesso. Quando la macchina terminò di completare quel programma di risciacquo lui cadde esausto fra le sue braccia e si intimidì. Divenne cioè come dovrebbe essere ogni uomo in situazione di riposo: si ammosciò.
Pazienza.” –disse sottovoce la fedele moglie afflitta ed avvilita. Ma il suo sacrificio non rimase vano e le tornò nel petto quella speranza che non li aveva mai lasciati. Col tempo lui tornò persino ad andare in bicicletta pedalando con concentrazione. Lei cominciò ad ingrossare e presto fu evidente che finalmente, dietro quell’aria malinconicamente depressa e rassegnata, si nascondeva una nuova gravidanza. Presto la loro unione sarebbe stata, per così dire, rallegrata da un nuovo dono del signore e fu proprio un bel maschietto di quasi quattro chili e mezzo.
Nonostante la sua incrollabile riservatezza, con quell’aria stranamente avvilente, si confidò con la signora Dina che: “Mondo è guarito. Finalmente potrò dedicarmi solo ai miei figli perché il Signore ha comandato così, se Dio vuole. Ora sappiamo che non potremmo averne altri nella sua grazia. Lo avevo curato con tanto amore che quasi mi dispiace. Sia fatta la volontà di Dio”. Ma quel suo marito camminava in una vita di salute piena e non vi era più nessun’altra probabilità di una ricaduta, che tornasse cioè a soffrire di paralisi nemmeno parziali.


1] La fotocomposizione è tratta dal sito-rivista di un amico per il quale l’ho fatta. Il racconto è stato scritto il 5 maggio 2002

Approfitto… AUGURI

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