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Archive for febbraio 2011

Tecnica mista su cartaEra stato il primo ad arrivare sulla scena. C’erano solo tre persone presenti al momento del delitto: la vittima, che non poteva parlare; l’assassino, che non voleva parlare, e quel gingillo da borsetta col calcio di madreperla. Tralasciando, per un attimo, la pistola (viene spesso usata un’arma del genere proprio per far pensare ad una donna), c’era lei, la moglie, che si beccava tutto, e il socio. Non c’era e non ci sarebbe potuto essere nessun’altro sospettato. Avevo appurato che con quel socio i rapporti erano tesi, lo si poteva intuire anche da come guardava lei. Lei era sul posto con il volto stravolto e lui era stato rintracciato subito in macchina in un parcheggio, a pochi isolati di distanza, con una mora conosciuta dalla buoncostume che avrei fatto bene a risentire più tardi. Al momento era stata inviata a spargere le sue insolenze in una stanza accanto. Non sarebbe servita nemmeno la scientifica. Non restavano più dubbi che non poteva che essere lui. Aveva un alibi ma era certamente fasullo. Era chiaro che aveva il motivo, che aveva avuto l’occasione e che aveva la faccia di chi lo fa. Certamente non poteva essere lei, con quegli occhi azzurri, quella carrozzeria e soprattutto quel gran paio di paraurti.

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Io finisco la mia settimana il venerdì. Il primo pomeriggio. Mi godo questo piccolo privilegio. Dopo un incerto e poco convinto tentativo non sono mai stato in fabbrica. E nemmeno era fabbrica. A pensarci un po’ mi pare buffo. Ma avevo vent’anni; poco di più. Ormai mi rimprovero meno di non essere mai stato Operaio. Non sono più nemmeno Proletario. Sono poco padrone della mia poca prole ed è mio il tetto che mi copre la testa. Ma i tempi stanno cambiando; vero mister Bob? E forse non è più indispensabile appartenere a quella condizione. Inoltre, nella più precisa realtà, quel minimo-mini nemmeno mi copre la testa. Sta là, attualmente vuoto. E freddo. Oggi vivo altrove, con la mia compagna, a casa sua. Come un rifugiato politico. Con i miei libri e i miei dischi un po’ qua e un po’ là e il resto in una vita che è solo passato. Resti tra noi ma mi guardo intorno come quello spazio sia ancora provvisorio. Le chiedo scusa perché so che mi legge. Non ha nessuna colpa. Forse sono sempre stato così. O forse sono gli anni. Sono, in un certo senso, sradicato. E vivo anni che mi sembrano senza patria. E di trincea. E fatti solo di giorni.
Sarei tentato di dire che sono questi tempi di superficie, ma non mi arrischio. E mi tengo il sospetto che invece della ideologia abbiano cercato di sottrarmi gli ideali. Così tutto sembra niente. Sembra quasi inutile essere Antifascisti. A che serve chiedere un mondo più giusto ed equo se abbiamo la democrazia? Se viviamo già nel mondo migliore possibile? Non mi sembra così (ma questo detto tra noi; sottovoce). Discorsi da fare ne avrei tanti. Mi da gioia vedere il tricolore testardamente esposto alle finestre delle case. Mi da gioia e mi rende perplesso. Che stia diventando nazionalista, campanilista o qualsiasi altro misera lista che sconfina in un senso di appartenenza? Mi continuo a sentire Partigiano, nel senso di parte, di quella, e un po’ (molto) Internazionalista. Tifo per i magistrati e improvvisamente mi ricordo di vecchie battaglie. Dei processi ai compagni. Di una legge a tutela del potere, come è sempre stata. Guardo la piazza e si riempie di bandiere diverse. Nemmeno quella è più la stessa. Potrei proseguire questi discorsi per molto. Non avrebbe alcun senso.
Se mi definisco Compagno sembra debba sempre aggiungere un aggettivo. Ma forse era così anche allora. Il male della sinistra. Mica solo quella riformista. E anche qui il brodo potrebbe allungare. Ma a che varrebbe? In questi giorni cerco di rintracciare documenti di quegl’anni. Anche questa è forse necessità solo mia. Un po’ di amarcord. Eppure mi sembra una situazione di silenzio, di bisbigli e di pettegolezzi. Ho come la sensazione di una non partecipazione. Di un sradicamento. E di questo rimugino da giorni. Mi sembrava che l’Italia uscita dalla guerra e dalla Resistenza avesse come un’ansia. La necessità (per altro falsa) di recuperare un tempo perduto. Una pausa nell’inutilità. Il vuoto di una dittatura che aveva annebbiato non solo le coscienze. E c’era, mi sembra, grande fermento. Oltre all’inno alla libertà. Un grande tessuto intellettuale e allora si stigmatizzava quella figura che sembra stia per scomparire. Senza presunzione e senza assumere un ruolo non mio provo una sensazione strana. Si stava ricostituendo una cultura e fondando una cultura altra. Ho letto allora splendide riviste. Letteratura da lasciarti a bocca aperta. E della grande poesia. Gli artisti che avevano fatto i partigiani erano tornati a dipingere, etc. E ci si chiedeva ragione di tutto. Non c’erano vere certezze.
Non è solo per rimpiangere. Troppo facile chiedersi dove sono finite (ad esempio) le Edizioni del Sole e quelle del Gallo, e gli Editori Riuniti, e quelle riviste che rivisitavano tutto. E non parlo solo di una cultura di parte. E parlo di informazione ma anche certamente di contro-informazione. Dell’approfondimento. Di avere, oltre la volontà, strumenti per capire le cose ed il mondo e le dinamiche. Ora mi sembra ci sia solo una informe marmellata. E gli amici di Maria De Filippi (con tutto il rispetto per quel lavoro che però mi sembra organico). E le case e le isole. E i problemi di letto, che per quanto importanti hanno sempre fatto solo in parte la storia. E di quella ma anche dell’altra storia. Ma forse lo sfascio è solo nella mia testa. Continuerò a chiedermelo; testardamente. A verificarlo e ad interrogarmi su ipotesi per le eventuali cause. Certo nessuno si chiede più quel’è il ruolo dell’intellettuale.
E allora vorrei “festeggiare” questo fine settimana proponendo una canzone a cui faccio seguire anche il testo. Non esclude né conclude il discorso fin qui fatto. Ne è solo un frammento. Non mi sembra siano venuti a mancare solo strumenti come i quaderni de “Il Nuovo Canzoniere Italiano” con le Edizioni Bella Ciao. Forse sono quelli che son venuti a mancare di meno. Perché forse corrono ancora sotto traccia. Ma è del dare spazio a quella voce che sarei interessato. La cultura da salotto la lascerei volentieri a quelli del salotto. E allora, caro Popolo, come il 13 febbraio, torniamo in piazza. Ringraziamo di questa ultima illusiuone le donne. Abbiamo bisogno di tornare a guardare le nostre facce nude.Pierangelo Bertoli > Eppure soffia (1976) > Racconta una storia d’amore
Ho scritto una storia d’amore perché mi portasse fortuna
la solita storia melensa, un lui, una lei e la luna
avevo con me la chitarra, decisi così di cantarla
il canto si alzò pigramente, qualcuno gridò di piantarla.

Ma certo, tu canta alla luna, coi gatti randagi e rognosi
racconta di stupide fole e lascia che il mondo riposi
Riposi di pace artefatta da gente che succhia il sudore
racconta che il mondo e’ felice, che importa la gente che muore?

Racconta che lei era bella non dire che esiste il dolore
non dire che siamo sfruttati, racconta una storia d’amore
e dopo nascondi la testa perché non arrivi una voce
distogli i tuoi occhi dal mondo, ignora la bestia feroce

Non dire di quanti bambini avranno una vita da cani
non dire che siamo milioni, e abbiamo soltanto le mani
racconta stucchevoli storie di principi ad otto cilindri
nascondi miseria e violenza, insabbia, nascondi, dipingi

Dipingi di storie marziane perché sulla Terra è diverso
il popolo lotta e lavora e tante battaglie ha già perso
ha perso, incassato e riparte, tu lì col tuo pezzo di carta
ma ad ogni battaglia si schiera chi sta da una parte o dall’altra

Se mai ti dovesse colpire la luce di un bel sentimento
se un giorno dovesse arrivarti la voce portata dal vento
allora persino la luna avrebbe un suo giusto decoro
invece di spandere nebbia racconta di me che lavoro
invece di spandere nebbia racconta di me che lavoro

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pittura con tecnica mista su cartone telatoEra uno di tanti giorni uguali di una vita normale, anzi era una mattina come tante e come sempre si era recato al suo ufficio.
Giunse con gli usuali dieci minuti di ritardo affrettando come sempre il passo nell’ultimo tratto. Ricordò in seguito come facesse particolarmente freddo in quella occasione.
Accomodò diligentemente il soprabito sull’ometto e appese quest’ultimo all’attaccapanni. Aggrovigliò la sciarpa con un po’ di sufficienza e questa cadde; la raccolse e la buttò sopra il cappotto.
Come meccanicamente ogni mattino prese a riordinare la sua scrivania: mancava una rapidograph. La cosa gli parve strana ma non lo allarmò. Chiese ai colleghi inutilmente, infine concluse che sarebbe rispuntata prima o poi, nel momento meno atteso, come sempre avviene.
In fondo provava una sottile soddisfazione di sé, faceva un buon lavoro, e questo non poteva che essere notato. Era sicuro che presto ne avrebbe nuovamente tratto i frutti. Si! Tutto apparentemente era come sempre, di una normalità assoluta. La rapidograph non ricomparve.

Fu da quel mattino, come in seguito avrebbe notato, che presero via via a sparirgli delle cose; piccole cose. Prima una matita, poi una penna, poi ancora una penna, una gomma, la sua agenda. Aveva allora cominciato a sentirsi a disagio.
Ancora all’inizio aveva pensato, con poca convinzione, a disordine; a distrazione. In seguito ad uno scherzo. Celava quel crescente imbarazzo fingendo impacciata noncuranza.

In fondo la sua era una scrivania in un luogo di passaggio e ogni ipotesi che formulava poteva trovare in ciò una ulteriore plausibilità. Eppure questo lo rese maggiormente silenzioso; anche in casa. Pensieroso, quasi riflessivo.
Quando la cosa durava ormai da tempo e sempre più gli riusciva impossibile nasconderla, pensò sinistramente a dispetti dovuti chissà a quale sentimento; antipatia? Invidia? Prese a prestare maggiore attenzione ai colleghi, i colleghi presero a cambiare sotto i suoi occhi. I sorrisi presero a sembrargli falsi. Si sentiva osservare, e peggio, dietro alle spalle.
Ma contemporaneamente si chiedeva dove potevano essere finiti tutti quegli attrezzi. Erano come cari scomparsi che conservavano nome e cognome e i loro caratteri d’identità. Il suo sguardo s’era fatto indagine; gli sembrò di riconoscere un portamine sopra un’altra scrivania. Allora; perché?
Ma nel tempo anche questa certezza si affievolì. Eppure niente può sparire nel niente.

Improvvisamente ogni ipotesi gli venne meno, gli era sparito il telefono. Chiamò casa dal bar e continuando a fingere una sempre più improbabile indifferenza cambiò le sue abitudini e prese a chiamare lui la moglie ma riuscì a nasconderle il motivo senza destare in lei sospetti. Anzi, da quel momento non fece più cenno di quelle strane sparizioni nemmeno con lei.
Arrivò per alcuni giorni più presto, tanto da presentarsi, in una occasione, addirittura prima dell’apertura, incontrò le donne delle pulizie ancora affaccendate; le cose continuavano a sparirgli ormai con la regolarità di una al giorno.
Tornò alle sue abitudini, ai suoi ritardi, anzi questi si fecero più pesanti. Il lavoro cominciava a risentirne e lui a sentirsi sconfitto da quel fatto ma non sarebbe indietreggiato.

Nel tempo lavorare si rese difficile. Una pratica di quotidiana amarezza. Gli cominciavano a mancare troppe cose per poterne fare a meno senza destare interesse, senza richiamare le curiosità. Chiese, sì, qualcosa in prestito; ma solo quando proprio non poté farne a meno. Indagò se poteva rimproverarsi qualcosa; senza soddisfazione né risultati.
Nessuno sembrava notare i cambiamenti, invero evidenti, che lo riguardavano. La sua scrivania sembrava un deserto. Sembrava un’immagine vuota, mutilata.

Una domenica, mentre pensava a quegl’ultimi mesi, comodo davanti alla televisione che dava la solita partita che ormai non lo interessava più, se ne accorse con terrore: stava scomparendo.
Solo un dito per fortuna, si disse, un mignolo; cosa di poco conto e poi della mano sinistra. Non erano i colleghi, né c’era una cospirazione (questo almeno l’aveva capito) ma qualcosa che gli era impossibile comprendere. Quanto avrebbe potuto nasconderlo?
Ormai si aggrappava alle residue speranze ma chi gli avrebbe creduto? Neanche un medico, anzi, neanche uno sciamano avvezzo a tutto avrebbe potuto.
Gli fu facile celare la perdita di quel dito anche con sua moglie, quella notte inventò una scusa, dovette mentirgli e questo gli costò fatica perché non l’aveva mai fatto. In ufficio fu anche più semplice, al caso teneva quella mano in tasca.

Lentamente anche le residue speranze vennero meno, si aggrappava ormai alle idee più folli. Sognava che si trattasse di uno strano malore passeggero; di ritrovare tutto nella sua cantina o in soffitta (e andò a vedere); che il progredire del male si arrestasse; di ritrovarsi intatto d’improvviso, come svegliandosi da un sogno. Non si svegliò, naturalmente.

Quando la cosa non poté più essere celata fece chiamare al lavoro e si diede ammalato. Subito dopo gli venne a mancare anche la voce. Era strano, va bene che non aveva mai dato confidenza a nessuno, eppure gli sembrava strano comunque che, fin da quel momento, nemmeno un collega avesse pensato di chiamarlo, di accertarsi delle sue condizione, anche solo per cortesia.
Ora sì avrebbe voluto chiedere aiuto ma ormai ne era impossibilitato. Ma come poteva non accorgersi la sua stessa moglie che si stava trasformando in niente?
Non tumefazione, non metamorfosi, proprio spariva nel nulla. Pezzo dopo pezzo.
Avrebbe voluto implorarla ma gl’occhi si erano visti privare di ogni espressione e lei passava affaccendata, presa dalla sua smania per l’ordine e la pulizia. Passava il panno sui mobili scansandolo distrattamente. Sembrava già non vederlo affatto.

Dormiva ormai sul divano e il dormire gli era fatica. La sua parte di letto non esisteva più. I pensieri nel buio si facevano incubi e di lui rimaneva così poca cosa che gli era difficile trovare una posizione comoda e confacente.
Non riusciva neanche a leggere, in verità non gli interessava nemmeno più, non riusciva a pensare ad altro. Ormai diagnosticato il decorso aveva preso a contare i giorni e questi si assottigliavano rapidamente.
Ascoltava la musica che la moglie sceglieva alla radio e quelle canzoni, che gli erano per tanto tempo sembrate sciocche ed inutili, ora erano per lui tutto, di più, la vita stessa.
Di quante poche cose è composto un essere umano? In fondo non aveva mai avuto più di due mani, una testa, due piedi, ecc… In un insieme assemblato con molta parsimonia.

Quando rimase di lui solo un orecchio la moglie, intenta e affannata come sempre, prese quella mostruosità e la buttò, con le cicche, nell’immondezzaio.
Lo spazzino passò come al solito verso le dieci, raccolse i rifiuti con ciò che di lui rimaneva.
Sopra la discarica saliva un fumo nero ma non un grido lo lacerò.¹


1] scritto il 20 maggio 1991
Le date riportate sono sempre approssimative, significa che non è stato scritto dopo quella data. A pensarci è per me sconvolgente pensare che son passati almeno vent’anni. E’ questo un racconto (che non ho riletto e pertanto potrebbe contenere degli errori) in qualche modo importante perché rappresenta uno dei punti nei quali avevo perso (o mi era stato fatto perdere) interesse allo scrivere.

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foto di Antonio Gramsci proiettata sullo sfondo al Festival di Sanremo 2011Cosa dire? non sono uno spettatore attento. Più che distratto sono un non spettatore. Amo la musica, non la kermesse. Così stavo guardando un po’ qua ma anche un po’ là. Con il linguaggio di oggi si direbbe che stavo facendo zapping. Per quello non ho visto tutto. Semplicemente, con un po’ di fortuna, ho visto quello che conta. Se non si è capito sto parlando del festival. Quale? Ma quello di Sanremo naturalmente. Quello ultimo; di quest’anno. Perché allora: cose dell’altro mondo? Essendo dovrebbero essere di questo. In verità è un modo di dire. Indica l’insolito e anche di più. Mi mette un po’ a disagio che in quella manifestazione vinca quella che a me sembra la migliore. Non ne faccio solo una questione di simpatia né voglio darne un parere critico. Personalmente ho dei dubbi nel definirla una grande canzone. Forse sarei per il buona. Semplicemente mi sembrava la meno peggiore del lotto.
Non bastasse questo arriva seconda una ragazzina con una voce e una grinta che si fa rispettare. Una ragazzina, tale Emma Marrone, già anche di “Amici” ho una conoscenza tanto superficiale da poter affermare che ignoro la trasmissione volutamente, dicevo che Emma aveva già mostrato di che pasta era intervistata per la manifestazione di Roma delle donne: quella titolata Se non ora, quando? Svoltasi domenica 13 febbraio 2011 (data da ricordare). Mi ero formato l’opinione senza sapere a chi apparteneva quel viso grazioso e grintoso. Dentro quel contenitore solitamente frivolo che è il “Festival della canzone italiana” si inserisce anche l’intervento del grande Roberto Benigni (vedi sotto) che definire comico e criminalmente riduttivo. Lui, l’autore di “La vita è bella”, ci fa riscoprire l’orgoglio dell’appartenenza, della nostra terra e del nostro inno. Alla faccia di chi predica nel deserto della separazione. Forse assestando un colpo micidiale a chi si è fatto affascinare da quei facili slogan: che soli è bello. Un po’ come dire che chi fa da se fa per tre e anche per tutti. Potrei chiedermi se è possibile che in questo paese la politica sappiano farla gli attori, i comici, i cantanti, gli eccetera mentre i politici non sanno né di questo né di quello. Ormai sono stanco di chiedermi alcunché.
Se non bastasse Luca e Paolo, che paiono gli unici che riescono a divertirsi veramente e non sono tra gli apostoli, se ne escono a leggere una brano di Antonio Gramsci. Proprio di Antonio Gramsci; quello lì. E sullo sfondo c’è un immagine dello stesso con fondo rosso. La stessa appiccicata in testa a questo post (appunto vedi sopra). Un’immagine che non è la solita del Gramsci giovane. Né è quella, tanto cara ad un amico, del Gramsci dell’ultima ora; quello gonfio e sofferente. Quello che la dittatura fascista sta portando alla morte in carcere. In verità anch’io “odio gli indifferenti”. Forse nemmeno li odio. L’odio è un sentimento troppo forte e non lo so molto frequentare. Diciamo che mi schifano. Ma io già volevo, qui o altrove, parlare del Grande Compagno, per altro e trovarmelo al festival mi ha fatto un po’ sobbalzare. Strano paese l’Italia. A volte simpaticamente strano. Anche a pensare che ormai una cultura “altra” sembra non essere all’ordine del giorno di nessuno; non interessare più.
In quel mentre in un altro canale mi sono imbattuto in Dario Fo che recitava uno dei suoi “Misteri buffi”. Ancora una volta mi ha affascinato attorno al monologo che ruota sulla storia della figura di Bonifacio ottavo, dove ottavo non è il cognome ma un numero progressivo. Non avevo mai pensato che ci fosse potuto essere stato anche un Bonifacio uno, un Bonifacio due, e tutti gli altri Bonifaci eccetera. Mia distrazione ma anche perché degli altri nessuno me ne ha mai parlato. Mi si tacci pure di ignoranza ma siamo tutti ignoranti di quello che non sappiamo. Certo che certe cose non invecchiano mai, restano sempre attuali. Il potere si assomiglia sempre. Ha sempre quei tratti di protervia e cialtroneria e sfacciataggine e prepotenza. Così, girovagando per il palco, il grande autore e attore e mimo e cantante ci ha ricordato che: “La storia la fanno i popoli, e la raccontano i padroni”. Così il gatto si mangia la coda. E torniamo all’inizio. Se la nostra memoria la raccontano gli altri non lagniamoci di quel racconto. Non so se è finita la classe operaia, ma la cultura da esse prodotta è scomparsa per suicidio e per apatia. Cosa ci è rimasto di quarant’anni della nostra storia? Di tanti tentativi di raccontarla da noi la nostra storia?

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Luigino aveva la bicicletta nuova. La guardava senza parole, gli occhi spalancati fino a fargli male. La provò davanti casa inanellando giri su se stesso tutti uguali di circa quattro metri di diametro. Al cinquantadue o cinquantatre perse il conto e ricominciò. Solo il giorno seguente si fidò a farla uscire. Non era riuscito a dormire molto e se ne andò in silenzio. C’erano strade in salita e strade in discesa e strade bianche. Prese quella che conosceva bene e che lo portava anche alla sua scuola. Era mattino e in giro non c’era anima viva e faceva un freddo becco. Non era orario di messa. Pedalata dopo pedalata raggiunse e superò la fermata del bus. La foga voleva condurlo da ogni parte. Era bello il vento tra i capelli e la forza che gli trasfigurava i lineamenti. Passò per quel viottolo perché Naide lo vedesse. Passò innumerevoli volte finché lei non si affacciò al suo grido. Il sorriso di quella ragazzina intiepidiva l’aria intorno e valeva ancora più di tutto quello che lui aveva; anche quasi più della sua bicicletta nuova.

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Logo della manifestazione Se non ora quando?In quella domenica imbronciata di febbraio sembrava non fosse successo nulla. Eppure nessuno ci era andato distratto. C’era in tutti loro una consapevolezza di evento. E una strana leggerezza. Come se un sorriso fosse irresistibile. E nessuno era tornato uguale a prima. Ma subito tutti, gli altri, la grancassa dei distinguo d’ogni origine e colore, a dire e a vociare e a spettegolare: “non è successo niente. Nulla è cambiato. Tutto è come prima”. Cercando di negare. A inventarsi giustificazioni, e scuse. A nascondersi dietro i piccoli cavilli. A distrarre. Eppure alcuni sapevano. Altri avevano scelto il silenzio. Altri ancora avevano cercato di togliere i puntini sugli “i”. Persino l’inchiostro per le parole. A dire che non c’era poesia. A succhiare da ogni termine, da ogni lemma, il suo altro. Tutto si può dire di tutto, quando niente è quello che si vuole dire. Con le bende negli occhi è difficile vedere. Io l’ho presa per mano. Mi sono lascito guidare. Dimmi tu dove stiamo andando? Ero tranquillo della sua guida. E non eravamo macchine. E non eravamo solo corpi. Eravamo noi la poesia. Eravamo in una canzone. Dentro.
Ed eccoli gli asini che volano. Come si può dire che non è successo niente quando la metà del cielo cade in una piazza? Quando gli angeli vengono a raduno? Ed è così facile non rispondere a nessuna domanda. Cambiare l’oggetto del contendere. Fingere di ignorare. Trovare il coraggio dell’ipocrisia. E’ la legge dei sordi quella di non saper sentire. Può essere anche la legge dei grandi numeri. O una legge dei sopravissuti. Perché bisognerebbe dire quello che già sanno. Solo le parole da loro decise. Ma io ci sono andato con l’amore, completamente. Eccolo
Il commento di Ross
Strano paese questo. Prima della manifestazione qualche voce qua e là a parlare dell’inutilità di scendere in piazza, tanto nessuno può credere che in un paese che non è mai stato per donne, si trovasse dotato di varie generazioni di meravigliose donne pronte alla lotta, perché abituate alla lotta.
Adesso che la piazza è stata così forte e travolgente la classe politica prende le distanze e chi non ci credeva, ora, ci crede ancora meno o almeno si giustifica, dicendo di non accettare le manipolazioni politiche…
Immagino che ci siano anche quelli che in piazza proprio non ci volevano, che aborrivano le ragioni che pensavano avessimo per manifestare. Ma di quelli non parlo. Mi stupiscono, ma da loro non mi aspetto niente di meglio, tanto meno che comprendano e sappiano analizzare quello che domenica è avvenuto.
Quello che invece mi sconvolge è la minimizzazione della politica di parte, quella che di più da quella piazza dovrebbe apprendere ed imparare.
Mai nessuno gli è venuto il dubbio che domenica in piazza c’era quello che il nostro entourage di governo si balocca di chiamare popolo sovrano, Quello che nessuna motivazione importante e partitica è riuscita a provocare. Una reazione a catena basata su temi etici più che su temi economici. Che strano le donne non si muovono per avere un lavoro, uno stipendio, più asili o servizi, anche quello certo, ma soprattutto si muovono per difendere la loro dignità, per far sentire le loro voci, che sono limpide e pulite come in questo paese non si sentivano da troppo tempo.
Non donne contro altre donne, ma donne solidali, capaci di distinguere la differenza tra libertà e condizionamento, tra libera scelta e percorsi obbligati. Donne stanche di strapotere e di essere relegate ai margini della storia. Chi si sta chiedendo questo? Forse solo le donne incredule che oggi possono dire: io c’ero.

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La paura dei venditori immigrati abusiviSubisco una sorta di richiamo da un blog amico. Almeno io così lo prendo e il subirlo, in realtà, mi fa bene. Siamo davanti ad una complessità politica straordinaria e probabilmente alla crisi della politica. Degli strumenti del fare politica. Di come li conoscevamo. E, a fianco di tante belle parole, ci si trova confusi e frastornati. Si fatica a capire. Ma questa è una osservazione quasi ovvia di parte. La gestione delle cose pare non darsi pena della mancanza di un progetto alternativo, di superamento. La finanza non abbisogna di sentimenti. Infatti a fianco e in corrispondenza di tutto ciò siamo davanti ad una profonda crisi economica. Le cose non credo siano tra loro indipendenti. Ci si trova spesso ad osservare i risultati di tale crisi nei loro effetti generali. Ma questi effetti hanno sempre ripercussioni sulle persone; sulla persona. Quando si chiude una fabbrica sappiamo tutti che non si chiude semplicemente una luogo ma si creano dei disoccupati. Si mettono in “difficoltà” persone e famiglie. Non so agli altri ma a me succede sempre che mi sento un po’ colpevole e responsabile perché, in un certo senso, quelle storie vorrei conoscerle nome per nome, volto per volto. Perché hanno sempre un volto. Mi imbarazza: credo di aver delle difficoltà a spiegare il disagio che provo.
Cosa posso farci se non posseggo le virtù di un Marchionne? Gli amici che mi hanno spinto a questa riflessione stanno cercando di parlare di questi volti. Entrano nella carne del problema. Per quanto possono cercano di raccontare queste persone. La cosa è assolutamente meritoria. Non aiuta certo una soluzione ma ricorda la carne del dramma. E non è, come detto da loro, contro-vento. Credo che anche di questo sia stata la manifestazione di cui stiamo parlando in questi giorni. In assenza di burattinai quello spontaneo incontrarsi e stato di storie, di persone, di problemi, del loro insieme. E stato di mille voci, anzi milioni. In piazza ognuno con il suo personale e il suo vissuto. Lì c’erano voci per tutti.
C’è il bisogno di un progetto politico che torni a mettere in primo piano la persona. E scusatemi se oggi non ho un semplice raccontino da darvi. Volendo lo avrei, anche. E mi avrebbe fatto meno male postare un po’ di fantasia. Ma di tanto in tanto dobbiamo guardare negli occhi la realtà nella sua crudezza, per comprendere che non siamo in uno spot pubblicitario, ma nelle strade della vita. Per riaffermare che il dolore degli altri non mi fa star meglio ma anzi è anche mio. E non ho che parole davanti alle quali Rosa Giancola, operaia della Tacconi Sud, si vedrà costretta a continuare a dire ai figli “la mamma non dorme a casa stanotte”.

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