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Archive for 2 febbraio 2011

Tecnica mista e acrilico su cartoncinoPerché lo faccio? Non lo so. E’ solo un ragazzo. Uno come tanti. Non può avere molto di più di diciotto anni. Forse meno. Non ho avuto coraggio di chiederglielo. Soffre già abbastanza. E’ chiaro che ama ancora quella ragazza. Perché continuo in tutto questo? Dovrei avere almeno pietà per le persone. “Mi è stato detto che era il ragazzo di Silvana”.
Diversamente dall’altro non è in grado di sostenere il mio sguardo. Abbassa gli occhi. Come fosse in colpa. Eppure so che non ha nessuna colpa. Non lui, almeno. “L’ex. Solo ex. E’ finita un paio di mesi fa”.
Anche questa era una cosa che sapevo. Ho chiesto in giro. E’ stata facile da scoprire. Lo chiedo perché da qualcosa dobbiamo pure cominciare. Vorrei farlo sentire a suo agio. So che non può esserlo. Sono solo un idiota. “Perché”?
Ha un piercing al naso. Non mi da nessun fastidio. Sono affari suoi. Mi hanno detto che è uno di quelli che scrivono sui muri. Questo gli potrebbe causare qualche guaio. Non siamo qui per questo. Spero che gli vada sempre tutto diritto. La sua voce prende un tono ancora più amaro. “Non lo so, commissario. E’ stata lei. Mi ha detto una delle solite cose. Ho sentito dire… ma sono solo voci”.
Dovrei finirla qua. Non so ma non ci riesco. Mi sento di merda. “Non ha pensato di chiedere spiegazioni”?
Ed eccolo un briciolo di rassegnazione. “Non mi sono mai fatto illusioni. Sapevo che doveva durare quanto doveva durare. Era anche troppo bella, per me. Ci conoscevano fin da bambini. Quando se ne andata me ne son fatta una ragione. Era come se me l’aspettassi. Se lo sapessi che prima o dopo sarebbe successo. Se posso dirlo però non credevo sarebbe stata così dura.” –il ragazzo sembra sul punto di piangere. Si trattiene a stento– “Naturalmente non me l’aspettavo. Che finisse così. Non se lo meritava”.
Intanto mi portano il caffè. “Riesce a darsi una ragione? Gliene aveva mai parlato”.
Mai. Era una persona solare. Sembrava felice anche di quel niente. Credo mi amasse. Quando stavamo assieme. Poi l’ho vista perdere quella luce. Ho capito che qualcosa non andava. Gliel’ho chiesto. Credo sia stata felice con me. Di averla fatta felice. Almeno per un po’. Almeno questo pensiero mi consola. Ho cercato di restarle amico. Ma ci siamo persi un po’ di vista. E doveva esserci qualcosa di cui non mi voleva parlare. Forse un altro”.
Certo un altro. “Lei conosce l’ingegner Garbin”?
Quello? E chi non lo conosce. Qui. Il campione. E’ rimasto il campione del mondo. Qui è il padrone di tutto. E’ figlio del padrone. Era il padrone anche di ogni goccia del suo sudore. Ma poi lei ha lasciato quel lavoro. Non lo so perché. Me lo sono chiesto. E anche come faceva. Lei lo sa che non poteva contare su casa. Una famiglia mica ce l’aveva. Aveva solo i suoi sogni. Forse troppo grandi. Non ho capito ma quando è finita c’era qualcosa che non andava. Era strano Mi ha detto che non voleva finire così. Restare povera. Che non ce la faceva più. Che si meritava un’altra vita. Non la stavo più ascoltando. Lei mi capisce? Una donna che ti ha appena lasciato. Credo volesse dire che le cose stavano cambiando. Doveva essere felice e invece non lo era. Bisognerebbe chiederlo a lei ma a lei non lo si può più chiedere; credo”.
E’ possibile che loro due… cioè che si vedessero”?
Mi guarda perplesso. Se non lo è lo sa fare bene. Ne dubito. Eppure deve sapere. Forse nemmeno lui ci vuole credere. “Intende dire che ci fosse qualcosa? E che ne so. Lui non mi piace. Non credo. Non ne abbiamo mai parlato. Lei era ancora così giovane. Quasi una bambina. Non c’è stato niente tra noi. Niente di importante. Mi capisce? Qualche bacio. Niente di più. Un amore puro. Cose da ragazzi. Certo che quando lo incontravamo la guardava in quel suo modo. Che pare che tutto sia suo. Forse… credo di ricordare… penso mi abbia accennato qualcosa. Che una sera l’aveva invitata per un aperitivo. Un aperitivo. Silvana si può dire che nemmeno sapeva cos’era. Si fa per dire. Offrire un aperitivo a una che a stento ha di che mangiare. A una sua operaia. Allora m’è sembrato semplicemente ridicolo”.
E’ perfettamente inutile mettergli altri dubbi. O mettergli in corpo del rancore. Si vede: è già pieno di ricordi. E di amarezze. E di rimorsi. Si sta chiedendo cosa ha fatto. E temo se lo stia chiedendo da molto tempo. Forse c’è anche qualcosa da cui vorrebbe tornare indietro. “Non volevo dire quello. Semplicemente non so perché gliel’ho chiesto. Vorrei capire. E il Garbin mi sembra uno che le chiacchiere le fa fare. E le fa. Uno che le cose le sa. Ma ripeto: era una domanda come tante. Nemmeno a me piace. Scusi se mi permetto. So che non dovrei. Scordi di avermelo sentito dire”.
In fondo è solo il ragazzo di una che dopo averlo lasciato ha deciso di annegarsi nel Brenta. Di una che per quanto bella adesso sta sotto un lenzuolo. Nel bigliettino che abbiamo ritrovato, vergato di suo pugno, quella ragazza aveva lasciato detto «Lui non è come Riccardo. Credo di aver sbagliato tutto. Sono solo tanto stanca». Vorrei consolare quel ragazzo. Dirgli che lei lo aveva amato. Che quello era amore. Non so se faccio bene. Alla fine decido di tenere quel segreto per me.

Primo lo trovo al bar il giorno dopo. E’ lui che mi ha detto tutto quello che non sapevo. Ma parla mal volentieri. E lo vedo da me che ci sono cose che non vuole dire. Forse per pudore. Forse per salvare un ricordo. Forse perché sono troppo difficili da dire. “Si diceva che stava diventando la più bella che si fosse mai vista per le nostre strade”.

Certe conclusioni non stanno proprio a me. Sono solo un magistrato.
Qui la storia finisce. Se una storia come questa trova mai una fine. Ma tranquilli: non c’è nessuna Silvana; non ancora, almeno.

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