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Archive for 24 febbraio 2011

pittura con tecnica mista su cartone telatoEra uno di tanti giorni uguali di una vita normale, anzi era una mattina come tante e come sempre si era recato al suo ufficio.
Giunse con gli usuali dieci minuti di ritardo affrettando come sempre il passo nell’ultimo tratto. Ricordò in seguito come facesse particolarmente freddo in quella occasione.
Accomodò diligentemente il soprabito sull’ometto e appese quest’ultimo all’attaccapanni. Aggrovigliò la sciarpa con un po’ di sufficienza e questa cadde; la raccolse e la buttò sopra il cappotto.
Come meccanicamente ogni mattino prese a riordinare la sua scrivania: mancava una rapidograph. La cosa gli parve strana ma non lo allarmò. Chiese ai colleghi inutilmente, infine concluse che sarebbe rispuntata prima o poi, nel momento meno atteso, come sempre avviene.
In fondo provava una sottile soddisfazione di sé, faceva un buon lavoro, e questo non poteva che essere notato. Era sicuro che presto ne avrebbe nuovamente tratto i frutti. Si! Tutto apparentemente era come sempre, di una normalità assoluta. La rapidograph non ricomparve.

Fu da quel mattino, come in seguito avrebbe notato, che presero via via a sparirgli delle cose; piccole cose. Prima una matita, poi una penna, poi ancora una penna, una gomma, la sua agenda. Aveva allora cominciato a sentirsi a disagio.
Ancora all’inizio aveva pensato, con poca convinzione, a disordine; a distrazione. In seguito ad uno scherzo. Celava quel crescente imbarazzo fingendo impacciata noncuranza.

In fondo la sua era una scrivania in un luogo di passaggio e ogni ipotesi che formulava poteva trovare in ciò una ulteriore plausibilità. Eppure questo lo rese maggiormente silenzioso; anche in casa. Pensieroso, quasi riflessivo.
Quando la cosa durava ormai da tempo e sempre più gli riusciva impossibile nasconderla, pensò sinistramente a dispetti dovuti chissà a quale sentimento; antipatia? Invidia? Prese a prestare maggiore attenzione ai colleghi, i colleghi presero a cambiare sotto i suoi occhi. I sorrisi presero a sembrargli falsi. Si sentiva osservare, e peggio, dietro alle spalle.
Ma contemporaneamente si chiedeva dove potevano essere finiti tutti quegli attrezzi. Erano come cari scomparsi che conservavano nome e cognome e i loro caratteri d’identità. Il suo sguardo s’era fatto indagine; gli sembrò di riconoscere un portamine sopra un’altra scrivania. Allora; perché?
Ma nel tempo anche questa certezza si affievolì. Eppure niente può sparire nel niente.

Improvvisamente ogni ipotesi gli venne meno, gli era sparito il telefono. Chiamò casa dal bar e continuando a fingere una sempre più improbabile indifferenza cambiò le sue abitudini e prese a chiamare lui la moglie ma riuscì a nasconderle il motivo senza destare in lei sospetti. Anzi, da quel momento non fece più cenno di quelle strane sparizioni nemmeno con lei.
Arrivò per alcuni giorni più presto, tanto da presentarsi, in una occasione, addirittura prima dell’apertura, incontrò le donne delle pulizie ancora affaccendate; le cose continuavano a sparirgli ormai con la regolarità di una al giorno.
Tornò alle sue abitudini, ai suoi ritardi, anzi questi si fecero più pesanti. Il lavoro cominciava a risentirne e lui a sentirsi sconfitto da quel fatto ma non sarebbe indietreggiato.

Nel tempo lavorare si rese difficile. Una pratica di quotidiana amarezza. Gli cominciavano a mancare troppe cose per poterne fare a meno senza destare interesse, senza richiamare le curiosità. Chiese, sì, qualcosa in prestito; ma solo quando proprio non poté farne a meno. Indagò se poteva rimproverarsi qualcosa; senza soddisfazione né risultati.
Nessuno sembrava notare i cambiamenti, invero evidenti, che lo riguardavano. La sua scrivania sembrava un deserto. Sembrava un’immagine vuota, mutilata.

Una domenica, mentre pensava a quegl’ultimi mesi, comodo davanti alla televisione che dava la solita partita che ormai non lo interessava più, se ne accorse con terrore: stava scomparendo.
Solo un dito per fortuna, si disse, un mignolo; cosa di poco conto e poi della mano sinistra. Non erano i colleghi, né c’era una cospirazione (questo almeno l’aveva capito) ma qualcosa che gli era impossibile comprendere. Quanto avrebbe potuto nasconderlo?
Ormai si aggrappava alle residue speranze ma chi gli avrebbe creduto? Neanche un medico, anzi, neanche uno sciamano avvezzo a tutto avrebbe potuto.
Gli fu facile celare la perdita di quel dito anche con sua moglie, quella notte inventò una scusa, dovette mentirgli e questo gli costò fatica perché non l’aveva mai fatto. In ufficio fu anche più semplice, al caso teneva quella mano in tasca.

Lentamente anche le residue speranze vennero meno, si aggrappava ormai alle idee più folli. Sognava che si trattasse di uno strano malore passeggero; di ritrovare tutto nella sua cantina o in soffitta (e andò a vedere); che il progredire del male si arrestasse; di ritrovarsi intatto d’improvviso, come svegliandosi da un sogno. Non si svegliò, naturalmente.

Quando la cosa non poté più essere celata fece chiamare al lavoro e si diede ammalato. Subito dopo gli venne a mancare anche la voce. Era strano, va bene che non aveva mai dato confidenza a nessuno, eppure gli sembrava strano comunque che, fin da quel momento, nemmeno un collega avesse pensato di chiamarlo, di accertarsi delle sue condizione, anche solo per cortesia.
Ora sì avrebbe voluto chiedere aiuto ma ormai ne era impossibilitato. Ma come poteva non accorgersi la sua stessa moglie che si stava trasformando in niente?
Non tumefazione, non metamorfosi, proprio spariva nel nulla. Pezzo dopo pezzo.
Avrebbe voluto implorarla ma gl’occhi si erano visti privare di ogni espressione e lei passava affaccendata, presa dalla sua smania per l’ordine e la pulizia. Passava il panno sui mobili scansandolo distrattamente. Sembrava già non vederlo affatto.

Dormiva ormai sul divano e il dormire gli era fatica. La sua parte di letto non esisteva più. I pensieri nel buio si facevano incubi e di lui rimaneva così poca cosa che gli era difficile trovare una posizione comoda e confacente.
Non riusciva neanche a leggere, in verità non gli interessava nemmeno più, non riusciva a pensare ad altro. Ormai diagnosticato il decorso aveva preso a contare i giorni e questi si assottigliavano rapidamente.
Ascoltava la musica che la moglie sceglieva alla radio e quelle canzoni, che gli erano per tanto tempo sembrate sciocche ed inutili, ora erano per lui tutto, di più, la vita stessa.
Di quante poche cose è composto un essere umano? In fondo non aveva mai avuto più di due mani, una testa, due piedi, ecc… In un insieme assemblato con molta parsimonia.

Quando rimase di lui solo un orecchio la moglie, intenta e affannata come sempre, prese quella mostruosità e la buttò, con le cicche, nell’immondezzaio.
Lo spazzino passò come al solito verso le dieci, raccolse i rifiuti con ciò che di lui rimaneva.
Sopra la discarica saliva un fumo nero ma non un grido lo lacerò.¹


1] scritto il 20 maggio 1991
Le date riportate sono sempre approssimative, significa che non è stato scritto dopo quella data. A pensarci è per me sconvolgente pensare che son passati almeno vent’anni. E’ questo un racconto (che non ho riletto e pertanto potrebbe contenere degli errori) in qualche modo importante perché rappresenta uno dei punti nei quali avevo perso (o mi era stato fatto perdere) interesse allo scrivere.

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