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Archive for 25 febbraio 2011

Io finisco la mia settimana il venerdì. Il primo pomeriggio. Mi godo questo piccolo privilegio. Dopo un incerto e poco convinto tentativo non sono mai stato in fabbrica. E nemmeno era fabbrica. A pensarci un po’ mi pare buffo. Ma avevo vent’anni; poco di più. Ormai mi rimprovero meno di non essere mai stato Operaio. Non sono più nemmeno Proletario. Sono poco padrone della mia poca prole ed è mio il tetto che mi copre la testa. Ma i tempi stanno cambiando; vero mister Bob? E forse non è più indispensabile appartenere a quella condizione. Inoltre, nella più precisa realtà, quel minimo-mini nemmeno mi copre la testa. Sta là, attualmente vuoto. E freddo. Oggi vivo altrove, con la mia compagna, a casa sua. Come un rifugiato politico. Con i miei libri e i miei dischi un po’ qua e un po’ là e il resto in una vita che è solo passato. Resti tra noi ma mi guardo intorno come quello spazio sia ancora provvisorio. Le chiedo scusa perché so che mi legge. Non ha nessuna colpa. Forse sono sempre stato così. O forse sono gli anni. Sono, in un certo senso, sradicato. E vivo anni che mi sembrano senza patria. E di trincea. E fatti solo di giorni.
Sarei tentato di dire che sono questi tempi di superficie, ma non mi arrischio. E mi tengo il sospetto che invece della ideologia abbiano cercato di sottrarmi gli ideali. Così tutto sembra niente. Sembra quasi inutile essere Antifascisti. A che serve chiedere un mondo più giusto ed equo se abbiamo la democrazia? Se viviamo già nel mondo migliore possibile? Non mi sembra così (ma questo detto tra noi; sottovoce). Discorsi da fare ne avrei tanti. Mi da gioia vedere il tricolore testardamente esposto alle finestre delle case. Mi da gioia e mi rende perplesso. Che stia diventando nazionalista, campanilista o qualsiasi altro misera lista che sconfina in un senso di appartenenza? Mi continuo a sentire Partigiano, nel senso di parte, di quella, e un po’ (molto) Internazionalista. Tifo per i magistrati e improvvisamente mi ricordo di vecchie battaglie. Dei processi ai compagni. Di una legge a tutela del potere, come è sempre stata. Guardo la piazza e si riempie di bandiere diverse. Nemmeno quella è più la stessa. Potrei proseguire questi discorsi per molto. Non avrebbe alcun senso.
Se mi definisco Compagno sembra debba sempre aggiungere un aggettivo. Ma forse era così anche allora. Il male della sinistra. Mica solo quella riformista. E anche qui il brodo potrebbe allungare. Ma a che varrebbe? In questi giorni cerco di rintracciare documenti di quegl’anni. Anche questa è forse necessità solo mia. Un po’ di amarcord. Eppure mi sembra una situazione di silenzio, di bisbigli e di pettegolezzi. Ho come la sensazione di una non partecipazione. Di un sradicamento. E di questo rimugino da giorni. Mi sembrava che l’Italia uscita dalla guerra e dalla Resistenza avesse come un’ansia. La necessità (per altro falsa) di recuperare un tempo perduto. Una pausa nell’inutilità. Il vuoto di una dittatura che aveva annebbiato non solo le coscienze. E c’era, mi sembra, grande fermento. Oltre all’inno alla libertà. Un grande tessuto intellettuale e allora si stigmatizzava quella figura che sembra stia per scomparire. Senza presunzione e senza assumere un ruolo non mio provo una sensazione strana. Si stava ricostituendo una cultura e fondando una cultura altra. Ho letto allora splendide riviste. Letteratura da lasciarti a bocca aperta. E della grande poesia. Gli artisti che avevano fatto i partigiani erano tornati a dipingere, etc. E ci si chiedeva ragione di tutto. Non c’erano vere certezze.
Non è solo per rimpiangere. Troppo facile chiedersi dove sono finite (ad esempio) le Edizioni del Sole e quelle del Gallo, e gli Editori Riuniti, e quelle riviste che rivisitavano tutto. E non parlo solo di una cultura di parte. E parlo di informazione ma anche certamente di contro-informazione. Dell’approfondimento. Di avere, oltre la volontà, strumenti per capire le cose ed il mondo e le dinamiche. Ora mi sembra ci sia solo una informe marmellata. E gli amici di Maria De Filippi (con tutto il rispetto per quel lavoro che però mi sembra organico). E le case e le isole. E i problemi di letto, che per quanto importanti hanno sempre fatto solo in parte la storia. E di quella ma anche dell’altra storia. Ma forse lo sfascio è solo nella mia testa. Continuerò a chiedermelo; testardamente. A verificarlo e ad interrogarmi su ipotesi per le eventuali cause. Certo nessuno si chiede più quel’è il ruolo dell’intellettuale.
E allora vorrei “festeggiare” questo fine settimana proponendo una canzone a cui faccio seguire anche il testo. Non esclude né conclude il discorso fin qui fatto. Ne è solo un frammento. Non mi sembra siano venuti a mancare solo strumenti come i quaderni de “Il Nuovo Canzoniere Italiano” con le Edizioni Bella Ciao. Forse sono quelli che son venuti a mancare di meno. Perché forse corrono ancora sotto traccia. Ma è del dare spazio a quella voce che sarei interessato. La cultura da salotto la lascerei volentieri a quelli del salotto. E allora, caro Popolo, come il 13 febbraio, torniamo in piazza. Ringraziamo di questa ultima illusiuone le donne. Abbiamo bisogno di tornare a guardare le nostre facce nude.Pierangelo Bertoli > Eppure soffia (1976) > Racconta una storia d’amore
Ho scritto una storia d’amore perché mi portasse fortuna
la solita storia melensa, un lui, una lei e la luna
avevo con me la chitarra, decisi così di cantarla
il canto si alzò pigramente, qualcuno gridò di piantarla.

Ma certo, tu canta alla luna, coi gatti randagi e rognosi
racconta di stupide fole e lascia che il mondo riposi
Riposi di pace artefatta da gente che succhia il sudore
racconta che il mondo e’ felice, che importa la gente che muore?

Racconta che lei era bella non dire che esiste il dolore
non dire che siamo sfruttati, racconta una storia d’amore
e dopo nascondi la testa perché non arrivi una voce
distogli i tuoi occhi dal mondo, ignora la bestia feroce

Non dire di quanti bambini avranno una vita da cani
non dire che siamo milioni, e abbiamo soltanto le mani
racconta stucchevoli storie di principi ad otto cilindri
nascondi miseria e violenza, insabbia, nascondi, dipingi

Dipingi di storie marziane perché sulla Terra è diverso
il popolo lotta e lavora e tante battaglie ha già perso
ha perso, incassato e riparte, tu lì col tuo pezzo di carta
ma ad ogni battaglia si schiera chi sta da una parte o dall’altra

Se mai ti dovesse colpire la luce di un bel sentimento
se un giorno dovesse arrivarti la voce portata dal vento
allora persino la luna avrebbe un suo giusto decoro
invece di spandere nebbia racconta di me che lavoro
invece di spandere nebbia racconta di me che lavoro

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