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Archive for 11 aprile 2011

Il personaggio, di cui al titolo, è facile incontrarlo per le nostre calli. A parte un piccolo errore ortografico dello scrivere girovagando con sole due dita e gl’occhi fissi sulla tastiera. Dovendo parlare prese la parola. Alcuni occhi si spostarono su di lui. Gli sembrava normale… già! normale; cosa voleva dire normale? Avrebbe voluto affermare che tutti… almeno per cominciare. Ci sono parole che tradiscono. “Tutti” è una di queste. Sembrò volergli restare in gola. Trattenersi ancora un attimo. Appena uscita provò quella inadeguatezza. Già in due ce n’era uno di troppo per quel tutti. Su tutta la linea. E cercava di dare velocità al suo rimuginare. Di non soffermarsi nel guado. Cercava i termini perfetti. Ad esempio: “tutti sognano il grande amore”. Sembra una frase scontata. Un po’ al femminile, se vogliamo; ammettiamolo. Invece? Gabriele sognava la vittoria della Spal. Ma lui era di Ferrara. Anzi di un paesino lì vicino. Ester si immaginava già a fare la velina. Ma Ester era rimasta a casa. E così via viaggiando. Perché la testa mica la fermi. Perché tutti, e il suo singolare tutto, è una parola non solo estremamente imprecisa, ma anche pericolosa come in amore un “sempre”. Ma ci sono Le 10 cose per cui vale la pena vivere? Al solito Amedeo mette al primo posto: fare all’amore. Anche Giuseppe. E pure Ernesto. E anche Cristina, che me l’ha confidato a parte. Per Riccardo c’è ma è terzo. Credo che Antonella farebbe lo stesso, l’unica cosa che ignoro è il posto in graduatoria; certamente all’inizio della hit. In questa corsa pare che nessuno lo scordi. Allora è valido per tutti? Certo, basta non dare nome al soggetto.
Ho spiegato a Sandro di non aver detto d’essere bravo a fare all’amore. L’affermazione era che sapevo amare. Ma questo molto tempo fa. Troppo. Credo di non ricordare più come. E poi è tutto così complicato. Ero solo stanco di ascoltare le sue grandi imprese, di Sandro. Ed Elvira dissentirebbe di sicuro. Lei così decisa e decisionista. Così profondamente donna da essere molto più maschio di molti maschi. Ha deciso, caparbiamente, che si può farne senza. Nessuno ha trovato il coraggio di chiederle se dell’amore o dei gesti del farlo. Di qualsiasi dei suoi gesti. Ma forse tutti sapevano già la verità. La risposta. E volevano evitare di imbarazzarla. Solo che non l’ho mai vista provare un vero imbarazzo. Solo quei rossori di lusinga. Certo che dovrebbe riprendere l’esercizio del reggiseno. Smettere di lasciarli nel cassetto. Non vuole rendersi conto ma ormai comincia a non bastarle più quel pudore. E nessun ammiccamento. E solo che ognuno si loda a modo suo. Ed io sono uno che ha sempre amato con parsimonia. Diversamente però mi sono dato ai miei pochi amori con spreco. Soffrire fa parte del mio modo di amare. Ma torniamo a quel “tutti”. L’indomani avrebbero dovuto essere tutti in piazza. Samuele aveva da fare. Carlo i bambini. Cristina avrebbe ritrovato la scusa del parrucchiere. Chi era lui questa volta? Certamente qualcuno avrebbe timbrato. A quel modo nessuno andava da nessuna parte. Io non m’ero ancora deciso. Era stato così che il nostro oratore s’era preso un attimo di riflessione.
Ne ho viste troppe per lasciarmi ancora affascinare. Da credere nel suono delle parole. E mi stava soccorrendo una certa sonnolenza. Forse un pranzo pesante. E così vagavo nelle mie fantasie. E pensavo alle tette di Elisa. Ora era pronto. Ne sapeva di cose. E ne aveva imparate. Ed era aduso ai linguaggi della politica. E anche a quelle trappole. Era completamente proprietario delle due parole. Del “Ma” e del “Però”. Ma era veramente pronto? Comunque come cominciava a pronunciarle io cominciavo a tremare. Lo so bene che vogliono dire tutto il contrario del già detto. Ormai credo che tutti vi abbiano fatto caso e l’abbiano imparato. E anche stavolta promettevano che la cosa non sarebbe finita lì. Che tutto ricominciava e che sarebbe durato ancora per molto. Alle fine del “tutto quanto detto dal collega (collega?) che mi ha preceduto mi trova completamente d’accordo” poi, senza sorpresa, eccolo quel “però”. Come da prassi non restava nulla di valido nel precedente intervento. Il nuovo relatore, naturalmente, dopo quel “però” dissentiva su tutto (e qui il tutto era veramente tutto). Persino sul nucleare c’era un distinguo che comportava un progetto diverso, certo frutto di un analisi diversa. Persino per quanto riguarda l’acqua. E aveva annunciato “sarò breve” esibendo una pila di un palmo di fogli di appunti. Non aveva certo alcuna intenzione di andare a braccio. Forse voleva non correre il rischio di dover scordare qualcosa. Quello che era più bello è che gli appunti erano chiaramente stati redatti prima. A casa. All’oscuro di quanto avrebbero detto quelli che avevano parlato prima del suo turno. Avevo deciso che stava abbondantemente giustificando il nome che gli avevano dato.
Intanto me ne stavo a sorbirmi quell’ennesima pippa. Alla fine non sapevo più cosa c’entrava la politica. e si mescolava la politica al letto. O almeno mi distrassi. Non mi affascina più. Preferivo pensare a questa sera e a Rebecca. Certo che ha un nome da film, ma è quello vero. Uno non può scegliere di chiamarsi con un nome diverso da quello che si trova. Ecco un’altra parola di sproposito. Nessuno si prende la briga mai di chiamarsi, cioè di chiamare sé. Ilenia l’ha fatto ma lei Sandro l’ha incontrata in chat. I suoi l’avevano chiamata Veronica ma non le piaceva. E’ così che l’ha incontrata come Ilenia. Ma è stato affascinato anche dal cognome che s’era inventata. Non era stata una gran prova d’ingegno ma aveva funzionato. Non si può non chiedere subito l’amicizia ad una che si chiama in rete Ilenia Porcona. Poi gli aveva mandato una foto con quell’aria fatale e quelle labbra gonfie da scoppiare. Una foto che non era evidentemente sua. Ma tanto non se la doveva mica sposare. E nemmeno lei aveva messo quel profilo in rete a quello scopo. Credo che da qualche parte un marito ce l’abbia. Sandro dice che a pensarlo lo eccita anche di più. Ma per ora lo fanno solo per chat.
Sempre meglio che chiamarsi Efrem, o Astarita. Ma dove vanno certi genitori ad inventarsi i nomi? Credo sia una vera crudeltà. E lei ormai non ci fa più caso a sentirsi malignamente raddoppiare la t nel nome. E intanto stamattina hanno trasmesso per la settima volta lo stesso telegiornale. Mi chiedo perché mia moglie si intestardisca ad accendere la tele appena alzati. Intanto l’attenzione langue. E mi sembra di partecipare al festival dell’ipocrisia. O di presenziare al funerale del buonsenso. Manca solo il prete che come un attore smaliziato fascina la platea narrando le meraviglie dei suoi giochi di prestigio. Lui si è veramente padrone delle parole. Ma lui possiede un vocabolario proprio. E ogni parola si relativizza già prima di prendere suono. Avrei voluto solo non essere là. Meglio il calcio. L’unica cosa di cui sono rimasto certo è che non sono un masochista. Si fermò giusto in tempo così da non lasciarsi imbrogliare dall’unica domanda impronunciabile: “Come”?

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