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Archive for maggio 2011

Ancora gli anni settanta. Io c’ero, presente come sempre. Se conosci il pezzo non fa nulla. E’ comunque bello riascoltarlo. Sono gli anni del terrorismo, anni di piombo. Gli anni in cui era coraggioso girare con una rivista in tasca, Metropolis. Gli anni dell’ultima utopia. Gli anni di “né con le Brigate Rosse né con lo Stato”. Dello “sparare al cuore dello stato”. Dei festivals alternativi. Delle radio libere. Poi ammazzano Moro e finisce il sessantotto, il grande sogno. Questa volta posto un gruppo: i Napoli Centrale. Uno dei gruppi di punta del cosiddetto rock progressivo. Ma la musica del gruppo, che nasce dalle ceneri degli Showmen e ruota attorno alla figura carismatica di James Senese, in realtà è una fusione originale di jazz-rock e musica popolare napoletana. Un altro degli esempi che hanno rinnovato la musica italiana. Buon ascolto.

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Non ne aveva mai fatta una; e la fretta non era stata certo buona consigliera. Aveva avuto solo il tempo di preparare le valigie, frettolosamente, e di rubare un taxi sotto il naso ad una coppia di turisti tedeschi. Ancora nella scaletta e già le gambe frenavano e si sentì perso al suono della sirena. Appena partito aveva telefonato per tranquillizzare a casa e Susanna l’aveva ringraziato e gli aveva spiegato di essere dalla parrucchiera e l’aveva invitato a divertirsi. Si era limitato a mettere la giacca a rinvenire all’aria e a controllare il bagno, poi era uscito a prendere possesso di quel nuovo piccolo mondo. Si chiedeva se non era stato un pazzo ad accettare quel viaggio premio con i colleghi delle assicurazioni; la crema della crema. Degli enormi rompiballe che si sarebbe dovuto sorbire a turno continuo per tutti i giorni della crociera ventiquattro su ventiquattro.
L’aveva già notata da subito durante la sua prima perlustrazione e se la trovò al tavolo quando raggiunse la sala ristorante per pranzare. Alberica, che voleva essere chiamata Alba, per quel viaggio era in compagnia di un industriale tessile o qualcosa di simile che ne pareva orgoglioso e cercava di non perderla mai di vista. Per l’occasione indossava un vestito rosso sgargiante, forse un po’ troppo impegnativo in una simile circostanza, con ampia scollatura e scarpe decolté di identica tinta, naturalmente, muovendosi disinvolta su quei tacchi altissimi. Tra i due doveva esserci qualcosa più che delle chiacchiere anche dal modo in cui lui era estremamente premuroso verso la compagna e da come l’aveva aiutata a prendere posto.
Lui cancellò quel pensiero che gli sembrò non fargli onore e cominciò a scorrere la carta dei vini. Quella vacanza non sarebbe passata indolore. Si trovò a parlarci senza accorgersene. Non era donna comunque da passare inosservata, sembrava conoscere tutto e tutti e avere molta dimestichezza con qualsiasi argomento, era cioè di piacevole conversazione. Di tanto in tanto si tormentava l’orecchio e l’orecchino e muoveva a destra e a sinistra il naso in un quasi tic. Come se il suo accompagnatore non ci fosse non faceva che parlare del marito che pare fosse nei preziosi, qualcuno diceva preziosi e burro ma lui ignorava il nesso tra le due cose, ed elogiarlo per dire quanto lo amava. E quando lo diceva una strana luce le brillava negli occhi come se solo allora vi si riflettessero i lampadari del salone. Strana donna quella donna, misurato e intrigante e perfetto equilibrio di fascino e di eleganza.
Avrebbe avuto il tempo per conoscerla? e nel chiederselo progettava le proprie curiosità. Alba era anche in una certa confidenza con il direttore generale immaginifico. Su quel “certa” aleggiava nelle voci un tono poco chiaro e leggermente allusivo. La cosa poteva rivelarsi di una qualche utilità e, distratto dalla luce dei suoi gioielli, non poteva credere a tutte quelle chiacchiere, era una di quelle donne maritate ed innamorate, e poi quel brusio di sussurri non poteva soffermarsi su una persona sola; nemmeno fosse stata una folla.
Aveva appena cominciato a frequentarla e già ne imparava tante storie che avrebbero potuto riempire una intera saga, anche se non poteva negare che emanasse un notevole fascino. Era più portato a credere nell’esagerazione presumibilmente mossa anche da frustrazioni e rifiuti consapevole che l’uomo non ha mai imparato a ingoiare nessun insuccesso. Lei non faceva che immaginificare i luoghi in cui erano diretti, doveva averli già visti, sapeva proprio tutto. Gli spiegò che non poteva proprio perdere di scendere a terra con lei a Lindos di cui nessuno parla e che sarebbe stata invece un’ottima occasione per recarsi assieme in un magnifico mare. E poi di tutto il resto e di tanto altro. Simulò indifferenza, non era disposto ad ammettere apertamente e davanti a tutti di non averne nemmeno mai sentito parlare. Decise che forse avrebbe potuto aiutarlo a sconfiggere la noia.
Eppure ebbe la sensazione di aver suscitato nella donna dell’interesse. La cosa non mancò di lusingarlo anche se trovava il tutto banale. In fondo anche quell’uomo era stato gentile con lui e non cercava di complicarsi la vita, avrebbe voluto che finisse quanto prima. Si perse più volte, il senso di orientamento non era la sua maggiore virtù, alla fine riuscì a trovare il distributore delle sigarette e a tornare alla cabina. Si fece la barba e annegò di dopobarba la pelle del viso e poi preferì rilassarsi in cuccetta aspettando l’ora per avviarsi. La sera, per merito di Alba, cenarono tutti al tavolo del comandante e forse profittò fin troppo del vino gradevole e fresco. In effetti un poco la testa cominciò a girargli e si sentiva leggero di una euforia sottile e strisciante che aiutava la voce a liberarsi. Cercava invano di stare attento a quelle parole e ai suoi gesti che gli parevano comunque goffi.
Alba continuava a parlargli del più e del meno, ma molto più del primo. Il vestito era ancora rosso ma non era lo stesso, attorno alla scolatura, ancora più profonda, correva una passamaneria dorata. Parlava e si muoveva senza preoccuparsi della scollatura e sotto si sarebbe detto che non portasse nient’altro che, come s’usa dire, chanel. Gli orecchini dondolavano lampeggiando mettendo a prova gli occhi e gli stomaci dei presenti. Tra tante cose gli aveva comunicato, eccentricamente mortificata, che al primo scalo sarebbe stata raggiunta dalla figlia, ma lui non aveva prestato molta attenzione alla cosa. Insomma dopo un po’ lui aveva smesso di ascoltarla e s’era immerso nelle dovute riflessioni. Temette di essersi mostrato sgarbato anche con il comandante.
Lei stava dicendo che sarebbe stata contenta se gli avesse potuto dedicare qualche minuto solo per lei per spiegarle dei dubbi che aveva su una polizza vita stipulata dal marito. Aveva pensato di essersi sottratto precisando che si occupava di mutui, ma lei lo aveva rintuzzato subito dicendo “meglio!” e aveva aggiunto sottovoce che era preferibile che si incontrassero da lui. Si era giustificata spiegando che era una donna libera, almeno per il tempo della traversata, a parte la presenza della figlia, ma che era una questione di convenienza, che sarebbero stati più tranquilli, che ci teneva al proprio onore e non voleva pettegolezzi e che non sarebbero stati disturbati. Erano stati interrotti dal ritorno dell’amico della donna. Si scusò, non aveva dato alcun peso alle ultime osservazioni, aveva solo voglia di rifugiarsi nella cuccetta anche se avrebbe preferito un vero letto. Lei, sotto il tavolo, aveva allungato la mano e l’aveva sfiorato.
Le spiegò che non era particolarmente affascinato dal progetto di andare a annegarsi di sudore in una palestra. Era intrigato e stava valutando se era più conveniente abbandonarsi all’istinto e seguire il proprio desiderio accettando la sfida e ingaggiando quella lotta di provocazioni e malizie e sottintesi, o se non fosse meglio sottrarsi per la presenza di tutte quelle attenzioni che quella donna naturalmente provocava e di cui si nutriva e perché qualcosa in lui si trasformava in avvisaglia. In più c’era la presenza del suo accompagnatore, una presenza un po’ troppo invadente. Aveva preferito andarsi a lavare le mani e rinfrescarsi il viso cercando di riordinare le idee che gli tumultuavano in testa con il sospetto infondato di soffrire improvvisamente di mal di mare. Dovette accomiatarsi con gentilezza ma anche con una certa fretta.
Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva rovinati molti, di uomini, per poi buttarli metaforicamente (è l’occasione per precisarlo) a mare. Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva fatti impazzire molti, di uomini, trascinandoli in un vortice di piacere impossibile da descrivere. In verità lui solo non era stato niente; niente di tutto quello e pertanto smise di chiedersi le cose. Faticò a lavarsi i denti e prepararsi per la notte vinto dalla stanchezza. Lesse tre volte la stessa riga per capire che non c’era verso e così accettò e spense la luce per rifugiarsi in un sonno che lo sballottò come nel mezzo di un uragano. Rinunciò all’invito di andare a visitare i resti di Olimpia, non era la giornata adatta e decise che poi in fondo non erano che pietre. Restò in nave a smaltire gli eccessi, non ne aveva mai fatta una e probabilmente non ne avrebbe mai più fatta un’altra.
Lui se n’era completamente scordato, quel mattino gli era difficile ogni pensiero, ma la nave era ancora in porto e Faustina, come gli era stato anticipato dalla madre, doveva essere salita prima che lui uscisse per la colazione. Lo fece con un ritardo colpevole e non gli riuscì di mandar giù che alcuni sorsi di caffè amaro mentre resisteva al panico; il mare era minaccioso e indifferente, laggiù, in basso, una presenza quasi estranea, se non una non presenza priva di alcun fascino. Per quanto gli riguardava Katakolon avrebbe potuto restarsene lì per sempre, non vedeva l’ora di poterla guardare dalla poppa, non avrebbe avuto nemmeno la forza di muovere un passo. Si prese una sdraio e cercò la sopravvivenza maledicendo a minuti alterni la propria stupidità, nel tempo che gli rimaneva cercava di annegarla nell’alka-seltzer.
Il pomeriggio andava già meglio, una buona pennichella era stata un ottimo toccasana. Le incontrò che uscivano dal corridoio che portava alla loro cabina e si rigirò a guardarle di spalle mentre salivano la scala, Alba aveva un culo impegnativo che sussurrava ad ogni gradino aneddoti sfiziosi ma forse troppo lascivi e ormai fuori tempo, probabilmente avvertiva lo sguardo dell’uomo su di sé. Quella ragazza invece era la primavera. Vederle vicine, una accanto all’altra, forse, a parte l’età, sarebbero state uguali, come a volte avviene tra madre e figlia, non fosse che la madre era troppo preoccupata a nascondere gli anni. Aveva capelli di inaridita paglia e un mimica che snaturava i sorrisi in rattrappite smorfie. Il rossetto non riusciva a coprire l’avviluppato nido di rughe e il seno era esagerato ed esageratamente soddisfatto. La figlia era coperta da un abitino corto in cotonina che si appoggiava pigro alla pelle. Aveva solo un’avvisaglia di seni e gli occhi sgranati nella curiosità, ancora colmi di quella petulanza da bambina; quasi inutili nella mancanza di trucco e di vera malizia. In un attimo capì che l’eccessiva e arrogante innocenza di quella ragazza erano già un’ossessione.
Aveva visto troppi film di mare e di pirati oppure troppo pochi, non era come se l’era immaginato: tutto era immobile e l’unico assente era il mare. Si sentiva ingabbiato in una cabina che sembrava una prigione, non avvertiva nemmeno la presenza nell’aria della salsedine, solo gusto di chiuso e di uno strano vuoto senza gusto tranne che per quel po’ di sapore metallico, più che altro rugginoso. Le ritrovò mentre gironzolava, un po’ per caso e molto poco no, e gli venne chiesto se era così cortese di farle una foto con la figlia. Si erano appoggiate al parapetto con il paesaggio che si allontanava alle spalle, si vedeva solo un cenno della scia bianca tra le onde e più in fondo la meraviglia del canale di Corinto.
Un leggero vento fece sventolare la bandiera e le loro gonne e mise a nudo le gambe e lei lo lasciò guardare abbondantemente ridendo prima di coprirle goffamente con un gesto pieno di malizia e gli occhi pieni di promesse fingendo che fossero infastiditi dal sole. Si strinse la figlia al seno quasi volesse soffocarla e per dirgli che avrebbe voluto stringere lui. Lui continuò a scattare: la ragazza era un vero amore, un bocciolo; lo zoom le scivolò dosso fino a un ritratto in primo piano. Alla fine Alba si rivolse alla ragazza e riuscì a farsi fotografare con lui passandogli una mano alla vita e profittando di sfiorarlo dietro, sembrava continuare a divertirsi molto. Non s’era arrischiato di chiederne una con la ragazza e si mordeva la lingua. La nave naturalmente batteva una bandiera che non conosceva.
Da quel momento non aveva avuto altro pensiero che restare solo con Faustina. Quella lussuria dell’innocenza, così diversa da quella della madre, così piena di sensualità e di ignara impudicizia; ma altrettanto licenziosa, ancora più perversa, lo faceva impazzire. Nella ragazza tutto era ancora naturale e lui non pensava ad altro che sporcare quel sorriso che sfidava ogni cosa e qualsiasi pericolo e patto. Si inventò frasi coraggiose e allusive e persino romantiche da dire alla giovane e poi ripeterle in privato. Si annotò il numero della cabina e scoprì che era troppo prossimo a quello della madre e dell’amico della donna. Provò una gelosia rancorosa e altrettanto stupida per quell’uomo che non aveva nessun diritto. Studiò i percorsi per aumentare le probabilità di incrociarla e le possibilità di parlarle in modo appartato.
Gli avevano detto che madre e figlia erano rientrate presto e poi s’erano dirette in piscina. Lui aveva chiesto tutti i particolari giacché s’era attardato per prendere un ricordo per Susanna e uno per la sua piccola e per la curiosità di vedere Licabetto. Niente di ché e non capiva gli elogi sperticati che la donna gli aveva dedicato per poi non andarci. Le aveva raggiunte, ch’era quasi ora di andarsi a cambiare, ancora vestito com’era tornato a bordo. S’era pentito d’essere sceso a terra con tanto ritardo da non poter godere della loro compagnia e s’era scusato. Aveva proposto una bibita e aveva provato giustamente ad insistere ma entrambe avevano rifiutato con la ragione dell’ora e per rispetto di chi le stava aspettando. Il tessile se ne stava lì di controllo nascondendo la faccia quasi completamente dietro le quotazione della borsa enfatizzate nel quotidiano, gli fece appena un cenno e ripiegò il giornale per richiamare le due donne. La ragazza ebbe un solo attimo di incertezza, attorno alla testa aveva un foulard a fiori con trasparenze quasi impalpabili da cui pendevano alcuni cuoricini dorati e un costume minuscolo con molto blu e molto verde. Aveva un corpo flessuoso e si muoveva come una sirena. Era un miraggio; scappò dietro la madre che la chiamava e quell’uomo orribile. Lui decise che l’indomani sarebbe sceso a Rodi con loro.
Fino ad allora era riuscito bellamente ad evitare di farsi coinvolgere dal cameratismo appiccicoso dei colleghi nonostante i reiterati tentativi. Aveva saputo solo che c’era stato qualcosa tra Lorenza e Giuliano, pareva una notte di fuoco, e tutti ne parlavano. Non volle sapere atri particolari. Aveva sbagliato il suo giudizio sulla donna e anche sul compagno di lavoro, gli era sempre sembrata una sempre sulle sue, senza grilli tra i riccioli, solo dedita al lavoro e alle pratiche e poi era anche al di là della più indomita e bieca tentazione. Pensò che era stata quasi un’opera pietevole di volontariato simbolo di altruismo, di coraggio e di abnegazione e sorrise dentro di sé, ma al tavolo trovò la sorpresa, era stato messo distante sia dalla madre che da Faustina. La cena fu di una noia mortale mentre tendeva le orecchie per sentire i discorsi lontani e non vedeva l’ora che finisse e anche i piatti gli sembrarono preparati con meno perizia. Fece però molta attenzione alle bevande che con quel caldo facevano presto a tagliare le gambe e a tradire l’uomo notando su di sé come il dopobarba fosse una pratica distintiva degli assicuratori. Fu una liberazione quando si spostarono tutti di là per avvicinarsi alla pista da ballo, si ricordò solo allora di aver ricevuto da Alba un largo sorriso e che poi la donna aveva alzato il calice e fatto un cenno con il capo come a dargli un appuntamento per quel dopo.
Aveva pensato che avrebbe dovuto guardarsi dal medico di bordo ma l’uomo era stato interpellato d’urgenza e aveva dovuto lasciare la compagnia e, seppure con evidente malincuore, il braccio della ragazza. Non gli restava che guardarsi dalla mamma guardinga, impicciona e gelosa. Non che amasse particolarmente quel tipo di mondanità ed il ballo, ma in quel momento era costretto ad essere grato a questo e a quello e al camiciaio, la coppia ballava parlottando e bisticciando. Rubata ad un secondo lungo e dinoccolato Faustina si lasciava trasportare e trascinare sbadata e non aveva molto da dire mentre i suoi occhi gironzolavano disattenti ubriachi di novità. Al momento opportuno aveva potuto così approfittare della distrazione di Alba per lasciare le danze e allontanarsi con Faustina dal salone fin troppo abbagliante prendendola sottobraccio e non lasciandole nemmeno il tempo per prendere la borsa. Lei era un incredibile animaletto mansueto, lui aveva trovato la scusa di soffermarsi a vedere la luna riflettersi su quella tavola buia di mare e poi lei l’aveva seguito docile e rassegnata nella sua cabina.
Appena il tempo di cominciare a rubarle un primo bacio guardingo ma curioso e per saggiare quelle carni sode che stavano sbocciando, quando era tornata la luce nell’abitacolo ed era entrata indispettita la madre. La ragazza non portava reggiseno e non ne aveva bisogno tanto erano ancora acerbi e appena abbozzati quei seni. Si maledì per avere avuto appena la possibilità di cominciare a forzare la resistenza di quella esile mano e pensò a come lei avesse l’incantevole indiscrezione di chi non sa e vorrebbe tutto scoprire e come mantenesse ancora la meraviglia innocente ed incosciente per ogni cosa come una bambina. Se avesse trovato il modo di pensarci avrebbe concluso che quel fugace bacio aveva il meraviglioso fascino dell’inconsistenza; che era bello proprio perché così incerto e impacciato e improbabile. Quando ormai era nella sua mano s’era sentito svuotare dalla delusione e maledì quella madre con tutte le sue forze. Restò da solo, desolato guardando Alba dargli le spalle e, senza un fiato, trascinarsi dietro sua figlia.
Le due donne avrebbero avuto bisogno di una spiegazione, non ci voleva pensare. Non sapeva quale e non gli riuscì di ridere soddisfatto né di essere lusingato della contesa e decise, com’è ragionevole, che non voleva arrendersi e cercò di calmare l’emozione. Poi, una buona doccia riesce a cancellare molte cose, fece tutto senza fretta pensando che ne aveva avuto abbastanza di confusione, per quel giorno, ma che la notte era giovane. Rimise il pigiama sull’ometto appeso nell’armadio, si riguardò allo specchio e prima di coricarsi ascoltò le notizie alla televisione senza degnarla di un solo sguardo; controllò l’orologio e mise sotto carica il telefonino. Avrebbe voluto raggiungere il ponte per un’ultima sigaretta ma vi rinunciò, si sentì d’improvviso pigro e poi non voleva sfidare la sorte, anche se era certo di una sola cosa: che se doveva succedere avrebbe dovuto aspettare ancora un po’. Non aveva nessuna certezza tranne una percezione così, come aveva detto alla ragazza sfiorandola sul ponte, aveva lasciato la porta della cabina aperta ma probabilmente si era addormentato. Fu richiamato in sé da quella breve luce che era balenata e scivolata nella stanza angusta, ma era stato meno che un attimo, e poi aveva udito prima il fruscio di qualcuno che bisbigliava passi silenziosi sulla moquette e poi quello di un corpo che si liberava degli abiti in un’attesa snervante e febbrile. Era venuta, il suo udito frugava quel silenzio aspettandola, ancora un poco sopito e bagnato in preda del sogno recente aveva provato subito desiderio per la visitatrice e lei gli era già accanto scostando le coperte. Quando le unghie della donna scivolarono sul suo petto non riuscì a trattenere il gemito; non avrebbe voluto mai deluderla.
Aveva allora cercato di allungare la mano per raggiungere l’interruttore ma lei l’aveva trattenuto. Si abbandonò alle sapienti attenzioni della femmina. Quel corpo nudo scivolò con la delicatezza della piuma sul suo e quella pelle divenne un’unica carezza. Riconobbe la donna attraverso ogni attimo della pelle; ne rintracciò ogni più piccolo indizio mentre lei continuava a trattenergli la mano. Avrebbe gradito vederla invece lei lo convinse e lo spinse a girarsi come se non fosse lui l’uomo o se lei volesse possederlo come possiede un uomo e la sentì alle spalle come una presenza insolita, un po’ allarmante e via via più intrigante. Poi si accorse di non avere più rimedio a quelle mille lusinghe e lasciò fare. Adottò la scusa di essersi lasciato prendere di sorpresa, quando non era ancora completamente sveglio. Non riusciva ad immaginarsela la ragazza che gli scivolava addosso nuda. Così padrona della situazione e di lui, consapevole che la curiosità a volte supplisce a molte cose e si sa mascherare da esperienza.
Il fatto è che l’uomo sa bene come farsi distrarre e lui s’era smarrito quasi subito, troppo preso ad ascoltare le voci del proprio intimo universo. In fondo è la natura e l’istinto che aiutano la vita. Una dona nasce con la consapevolezza segreta di essere donna. O più semplicemente non voleva accettare la possibilità di essere ingannato, e poi sarebbe stato troppo anche per la più fervida immaginazione. Invece avrebbe dovuto capirlo subito: troppo vorace ed esperta era la sua bocca, troppo presuntuoso e falso era quel seno; troppo sfrontato era tutto. Ne ebbe più chiaro e presente il sospetto quando quegli ansiti di godimento proruppero in un grido roboante di liberatorio piacere e in una supplica sconveniente e ne ebbe conferma quando ottenne la certezza che non era ragazza.
Fu distratto perché gli sembrò di udire un sottile rumore alla porta ma decise di smettere di far caso a qualsiasi cosa mentre l’amante scoppiava in una fragorosa e agghiacciante risata. Tornò ad allungare la mano per dar luce alla stanza ma ancora la donna lo trattenne per il polso. Ora sapeva ma, nonostante lo stratagemma, non aveva più tempo per tirarsi indietro, non sarebbe stato gentile nei confronti di quella donna come di nessuna, e poi era ormai tardi anche per lui.
Non aveva bisogno di fare nulla e non avrebbe mai avuto modo di rammaricarsi, lei sembrava avvertire tutti i suoi desideri, prima ancora che li potesse esprimere, anche quelli che non aveva mai confessato nemmeno a se stesso, e conoscere anche il più piccolo angolo del suo corpo per farlo fremere. Ormai non c’era altro mondo fuori di quella stanza, avrebbe potuto crollare il tetto e l’intera volta celeste. Lei era una fornace incandescente ed era un fiume in piena; si scusò, lo insultò, gli disse che era bello, lo minacciò, lo implorò, lo maledì, lo pregò e gli piantò le unghie sulla schiena e i denti sulla spalla. Si sentì frugare dentro e questo non gli era mai successo, il sole doveva essere ormai alto e lei non era ancora sazia quando fu costretta e lasciarlo salutandolo con un bacio profondo e disperato. Mai avrebbe potuto scordare quella notte per il resto della vita.
Avvertì un grande tramestio fuori e fu costretto a uscire da quel tepido sopore per prepararsi e raggiungere gli altri con curiosità sistemandosi ancora la camicia dentro i calzoni imprecando. Aveva visto che sua moglie l’aveva cercato, ci avrebbe pensato più tardi. Non si sentiva stanco, solo vuoto e assente. Avevano trovato Faustina annegata nella piscina. Apparve subito stupido in mezzo a tanto mare annegare in un piscina. Sembra una cosa possibile solo in un romanzo di cattiva grana. E senza nemmeno lasciare una parola a spiegare il gesto. Erano tutti allibiti, bocche spalancate e piene solo di silenzio; un silenzio che sapeva di piombo. Si avvicinò a Alba per darle il suo conforto. Avrebbe creduto che il mattino fosse più crudele con lei. Stava bene in nero, era ancora più affascinate. Lei gli porse, con un sorriso rigido e di circostanza, un biglietto da visita del marito dove sotto aveva siglato a penna il numero del proprio cellulare: “Mi chiami. Si ricordi di farlo. Dobbiamo finire quel nostro discorso. Sono veramente… interessata a… a… quei fondi d’investimento. Ora mi voglia scusare”. Certo che si vede la vera signora.

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Foto di Ross, della mia RossSe devo dedicarti una canzone d’amore non posso scordarmi di questa. Forse da questa avrei dovuto partire. Ma non sto scrivendo una storia. Ne vorrei scrivere mille. E inventare ogni attimo una emozione. Te la dedico ora perché non c’è nessun altro modo di amare.

Senza fine
tu trascini la nostra vita
senza un attimo di respiro
per sognare
per potere ricordare
quello che abbiamo già vissuto
senza fine
sei un attimo senza fine
non hai ieri non hai domani
tutto è ormai nelle tue mani
mani grandi mani senza fine
non m’importa della luna
non mi importa delle stelle
tu per me sei luna e stelle
tu per me sei sole e cielo
tu per me sei tutto quanto
tutto quanto voglio avere

senza fine
sei un attimo senza fine
non hai ieri non hai domani
tutto è ormai nelle tue mani
mani grandi mani senza fine

non m’importa della luna
non mi importa delle stelle
tu per me sei luna e stelle
tu sei per me sei sole e cielo
tu per me sei tutto quanto
tutto quanto voglio avere
senza fine

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Busto di RabaramaSi dice ch’è ormai prossima l’apertura. Ci potrai trovare il kit. Per tutti i gusti. Poi ti puoi costruire l’anima gemella. Da te. Come la vuoi. Passo a passo. Tessera dopo tessera. Puoi scegliere il colore degli occhi. L’altezza. Il peso. E tutte le misure. Proprio tutte. E’ una balla quella che dice che per le donne le dimensioni non contano. Una delle tante balle che circolano. Bella e buona. Chiedetelo a loro. E chi esprime un’opinione diversa ha la coda di paglia. O ha un uomo che non è molto uomo. Una situazione da coprire pietosamente. O lo fa per pudore. E per consuetudine. Per una sorta di morale. Perché una donna seria non lo può dire.
Io me la voglio prendere rossa. Almeno alta come me. Gli occhi verdi. E se non sono verdi almeno molto espressivi. Grandi e amicanti. Un culo come quello della Carla. Di quelli che parlano e ti raccontano una storia che non puoi ripetere senza arrossire. Due tette che sono tette. Proprio come quelle di Albertina. Ma non con un carattere simile. E la voglio porca. Ma non come Irene. Cioè non così, troppo. Perché la voglio anche fedele. E la voglio dolce. E la voglio mansueta. La voglio che la pensi come me. Di sinistra ma non troppo ideologica. Che si lasci prendere dalle passioni. Ma non troppo testarda. Non vendicativa. Che sappia perdonare. Non possessiva. E che le piaccia la buona musica. Come quella degli anni sessanta. E settanta. Un filo di jazz. Non quella nenia dell’opera. Che abbia a cuore la casa. Ma che le piaccia uscire. Una volta ogni tanto. Che ami il mare. E possibilmente il Milan. E assolutamente non gelosa. Una gelosa l’ho pagata già. E pagata a caro prezzo.
Se possibile con diritto di rescissione e di permuta.

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Immagine di donna dopo una violenza«E’ già un po’ di giorni ch’è strana. Che la vedo strana. Non può farmi salire e poi trattarmi così. Un sacco di chiacchiere, inutili. Un sacco di bla bla e bla blo. Di io qui e io là. Di capricci. Di io non credevo. Io non volevo. Cosa crede che sia venuto a fare? Appunto. Per i suoi begli occhi? E no, cara! Sa che mi piace andare al sodo. E l’uomo è uomo. E il suo bel culo mi fa dare di matto. Sono pazzo di lei. Gliele scaldo io le mutandine. Cos’è: è tornata pudica. Cazzo! cosa vuol dire non ne ho voglia? “Cosa vuol dire non ne ho voglia”? Mi fa andare la mosca al naso.
Io la voglia ce l’ho adesso. Cosa c’entra s’è mattina. Non quando va alla tua testa matta. E poi con chi ti vuol bene. Che discorsi sono? Sono il tuo uomo. Tua madre non torna fino al pomeriggio. Sono venuto apposta. Per stare soli. Te lo faccio io battere il cuore. Altro che balle. Altro che romanticismo. Un uomo non può essere sempre solo dolce. Sempre essere paziente. Va bene il rispetto, ma… Ha bisogno delle sue soddisfazioni. Un uomo. Ha bisogno che la sua donna lo faccia sentire uomo. E dammi questa mano. Adesso te lo do. Mi hai fatto venire voglia. Sei stata tu. Lo so che ti piace. Come piace a me. Anche di più. M’è venuta voglia prima ancora di vederti.
Vuole solo farmi incazzare. Quando è così lo fa apposta. Noi ci vogliamo bene. Le dico “Ti amo”. Lei continua testarda. Cos’è cambiato da ieri? E dall’altro giorno? Non so cos’è questa novità. Non ha mai fatto la ritrosa. Sei stata tu ad allungare la mano. O no? Quella volta. Perché ti piace come il mio. Bello e vivo. Tu ne vai pazza. Ammettilo. E io ti faccio diventare matta. E’ inutile che protesti, tanto non ti può sentire nessuno. E poi in fondo cos’è? Una in più o una in meno. E poi con me? Quando c’è l’amore. Quando c’è l’amore la voglia c’è sempre. Cosa ti sei messa in testa. Guarda che io ti sposo.
Cosa vuol dire? Non ci si può lasciare dopo quello che c’è stato. Tra noi. No? Mica si fa così. Sei la mia donna. Garda che… no! Te lo faccio dentro. Così impari. Vai a piangere per il mondo. Dove vai dopo con un bambino? Dove vai dopo con un bambino a fare la puttana? Perché tu lo sei per vocazione; puttana. Ma a me piaci così. Io non sono mica come quelli che ne approfittano e poi spariscono. Io non ho preteso di essere il primo. E adesso fai queste storia. Non sono forse stato buono? Non ho avuto pazienza, con te? E poi… insomma sei la mia donna. La mia donna. Niente balle. Non c’è nulla di cui dobbiamo parlare. Domani andiamo in centro e ti prendo un bel regalo.
Questo è il mondo dei più forti. Cerca di essere carina. In fondo me lo merito. O no? Stai ferma. Stai buona. Vedrai che dopo la voglia viene. Te lo tolgo io quello sguardo di sfida. Te li faccio abbassare, cazzo, quegli occhi indomiti. So io come piegarti. A colpi di questo. Di cazzo. “Adesso te lo do. Mi hai fatto venire voglia. Sei stata tu a provocarmi”. E vallo a dire a qualcun altro. A qualche fesso. Che non volevi. Si vuole i due. E poi cos’è questa storia. Questo “dovremmo parlare”. Non c’è molto da dire. Mi va. E se non ti va te la faccio venire io la voglia. Lo so che sei porca. Che sei porca dentro. Dovevi pensarci prima. Quando una donna va con un uomo è di quell’uomo. Cosa sono queste storie? Ti sei alzata con la luna storta? Sei indisposta in testa? Ma vuoi prendermi per il culo? Sai che così… non farmi essere cattivo.
E apri queste cazzo di gambe. Come se fosse la prima volta. Con tutte le volte che l’abbiamo fatto. L’uomo ha bisogno della sua soddisfazione. Sai che ne ho diritto. Come se non sentissi. Lo sento che ti stai già bagnando. Non è bello. Lo vuoi proprio. Guarda che me lo tiri fuori. Anche se non l’ho mai fatto. Anche se deve essere la prima volta. Vuoi prenderti uno sganassone? Non essere testarda. Sai quanto mi piace. Dai che sei brava. Vedi che se fai la brava… Cazzo sono quelle lacrime. Ecco! Basta che stai ferma. Faccio tutto io. Vedi com’è bello. In fondo ci amiamo. Dillo che piace anche a te. Tanto lo so. Non fare la testarda. Ammettilo. Siamo uno per l’altra. Dove lo trovi uno come me? Sono proprio della misura giusta. Solo un attimo. Uno che ti vuole così bene. Vedrai che faccio presto. Guarda che scherzavo. Starò attento. Fai la brava. Così! Se una non vuole non vuole. Non c’è verso. Così vuol dire che volevi. Vedi che avevo ragione. “Un uomo è un uomo”.»

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Dai! prova.” La esortò Marinella. Quell’invito non ammetteva possibilità di replica. Le sue dita schiacciavano tra il pollice e l’indice la punta del filtro con violenza. Le sue labbra cercavano di succhiarci l’aria come se volesse sorbire il cielo. E sputava fuori subito una simulazione di nuvoletta biancastra. Sembrava più respiro, ma la stanza si andava riempiendo di fumo. Anima, pigramente, s’era alzata ad aprire la finestra. Cominciava ad avere timore. Non sarebbe bastata. Sua madre se ne sarebbe accorta. Si sentiva di legno seduta per terra, la schiena poggiata al letto; ritta. Avrebbe voluto ribellarsi. Scappare. Era solo un attimo. Era affascinata dal sorriso di Marinella. Sapeva che non avrebbe mai saputo dirle di no. E l’amica era così curiosa di vita. In fondo la invidiava. Avrebbe voluto essere come lei. Le invidiava tutto. Anche quell’anno in più che la faceva sembrare più donna, anzi meno bambina. Si ricopri con le gonne, Anima, e si sistemò i calzettoni bianchi. Prese titubante la sigaretta allo stesso modo cercando di imitare l’altra. La avvicinò alle labbra e subito inspirò con tutta la sua forza e sputò velocemente con violenza fuori quell’invasione di aria calda. E si sentì coraggiosa. E si sentì insieme colpevole. Sarebbe stato bello disubbidire. Socchiuse gli occhi per non farsi vedere. Era come se volesse scomparire. Non era successo nulla. Restituì il sottile cilindro di carta e tabacco. In fondo era stato semplice.
Si sentiva coraggiosa e orgogliosa. Era cresciuta in quell’attimo. Si sentì leggera quasi galleggiare. Avrebbe voluto dire “Buono”. Non aveva mai provato nulla di simile. Le venne sete. Un leggero intorpidimento la prese, come un formicolio. La luce che filtrava dalla finestra le sembrò troppo violenta. Iniziò a girarle tutto intorno. Si trattenne, avrebbe voluto cercare di fermare la stanza. Arrestare la testa tra le mani. Con le mani cercò un appoggio. Non voleva che l’amica se n’accorgesse, ridesse di lei. Improvvisamente la nausea aumentò e divenne violenta. Arrancò in cerca d’aria. Cercò di respirare a fondo. Se ne sarebbe vergognata per tutta la vita. E temeva di sporcare. Si rese conto che era in balia del proprio corpo. Le scappò un colpo di tosse. Le si gonfiarono gli occhi come dovesse scoppiare nel pianto. Chi cavolo glielo aveva fatto fare? Dovevano essere rossi e gonfi. Il conato le salì impetuoso in bocca e si liberò vuoto. Scoppiò come una bolla d’aria. Un piccolo rutto quasi silenzioso che singhiozzo sottile e si fermo nell’aria immobile. Solo un filo di saliva. Non ci avrebbe riprovato mai più. Fumare era una cosa da stupidi. Marinella scoppiò a ridere.
Rilassati, A volte… è la prima volta”. Il suo sorriso era rassicurante ma lei stava male. Cercò di tranquillizzarla: “Va meglio”. L’altra intanto succhiava e sputava il fumo guardandola delusa e stupita. Si sentiva solo una bambina. Non le piaceva. Ma l’altra era ripetente. E se glielo avessero chiesto i ragazzi? Loro lo fanno. E sembra così facile. Non voleva rinunciare a quella festa. Non sa. Non sa cosa ci trovino nei ragazzi. Ma quelli sono più grandi. Faranno sentire grande anche lei. O forse nemmeno se ne accorgeranno. Come ci si deve comportare? E poi lei è sempre curiosa. Non delle stesse cose di Marinella. Lei non lo ama quel rischio. E adesso sapeva di non saper fumare. Se glielo chiederanno dirà che lei è contro. Ci sono tante cose e tante ragione per cui essere contro. E per il fumo avrebbe potuto dare la colpa a Ernesto. Certo non le avrebbero creduto. Ma non le hanno creduto mai. Lui era il maschio. E il serpe. E il delfino. E poi non avrebbero creduto nemmeno che potesse essere stata lei. Forse avrebbero dato la colpa a Marinella; le solite cattive compagnie. O all’aria che viene dentro. Ai fumi di Marghera.
Intanto il respiro stava tornando normale. L’amica gettò la cicca dal balcone. Scoppiarono a ridere all’unisono. Quello che provava per l’amica era forte. Temette di essere diversa. Cos’è la diversità? Avrebbe voluto confidarsi. Cos’è la normalità? Era confusa. Avrebbe voluto confidarsi. Avrebbe voluto abbracciarla. Chiederle qualcosa e mille cose. Ma non poteva essere amore. Lei lo sapeva che l’amore era incanto. Lo sapeva perché… lo sapeva e basta. Non ci vuole molta fantasia per capire che dev’essere molto di più. Ma era amore quello che vedeva nei grandi? In sua madre? Se ne raccontano tante. Non poteva essere così. E non lo avrebbe voluto. E poi chissà se lei avrebbe mai imparato ad amare?

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Da Mario, quando era entrato Claudio, con una folata di vento e un turbinare di nevischio, era entrata anche l’aria del natale. “Chiudi la porta che si gela”. Quelli dell’età di Mario lo sanno tutti che ogni qualvolta suona un campanellino nasce un angelo. Lui era un credente blasfemo e non perse l’occasione di citare una delle sue consuete bestemmie preferite; con quelle condiva ogni pietanza e accompagnava ogni battuta. Aldo alzò distrattamente gli occhi a guardare il nuovo venuto: tutto era già stato visto. Aveva, Claudio, ordinato da bere per sé e per l’angelo accolto sgarbatamente. Poi si era chiuso nel suo bicchiere con gli occhi assenti. La sposa del venerdì si era affacciata sulle scale, gli aveva sorriso e gli aveva fatto un cenno se voleva salire da lei. Era una lusinga quasi distratta ma semplice da cogliere. Lasciò salire prima l’altro, l’angelo, per pensare a sé e perdere tempo e tradirlo. Fu così che quella figura d’amore si lasciò sporcare le ali di mondo mentre Claudio aspettava paziente il suo turno. All’inizio si erano fatti ingannare di un sorriso malizioso, poi sentirono rumori e non erano rumori d’amore. Si precipitarono tutti su ma ormai era troppo tardi. I soldi erano sul comodino e lui era volato dalla finestra.

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