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Archive for giugno 2011

Ponza: veduta del mare
Oggi il mare è tranquillo. Di un blu cobalto. Attorno agli scogli non c’è un minimo di colletto bianco. Quelle che chiamano ochette. Solo poche vele sfruttano il poco vento. L’aria è calda. Un urlo d’estate. Estate: stagione di voglia di leggerezza. Lì in fondo il mare diventa cielo senza soluzione di continuità. E’ un unico sfondo. Tutto fa frivolo, allegro. Non ti aspetti di vedere le navi dei pirati. Si stanno radunando. Ormai manca poco. Sono pronte a dirigersi verso Gaza. Solo chiudendo gli occhi sembra di vederle. E sulla prua lui, il pirata che chiami per nome. Strani pirati pronti ad affrontare la flotta dei tiranni. I cannoni, se serve, il piombo e il fuoco. Armati solo del loro coraggio. E davanti a loro arroganza e disprezzo. Davanti a loro il potere della forza e della violenza. I fuorilegge del potere che seminano terra e mare di odio. Il pensiero va agli amici coraggiosi. Alla loro traversata, all’impresa. Ed è allora che ricorda quella vecchia storia di pirati; altri pirati. Un pensiero leggero va anche a loro, e un po’ d’invidia. Un pensiero dice che in quel mare c’è spazio per tutto e per tutti. Loro solcano un altro mare. Lui sale sull’albero, non c’è un orizzonte più lontano che possa vedere. E gli occhi si bagnano di mare. Ha una leggera vertigine, una piccola paura di vuoto. Gli sembra di poter sfidare il mondo. Ha un sogno folle che gli bagna le ciglia. E si sente libero.
Non prova più nessuna stanchezza. Non c’è altro rumore che quello impercettibile delle foglie. Il raro grido lontano di qualche gabbiano. Alcuni cinguettii. Due piccoli gattini nati da poco nascosti in un cartone, tra i rovi, chiamano mamma e pigolano sommessamente. Alvise ha aperto loro gli occhi. Con acqua, cotone e delicatezza. E’ quasi silenzio. Il grande gelso si allunga per due terrazzamenti ma non si alza mai troppo verso il cielo. Si lascia stuzzicare dalle ginestre. Le sue membra sembrano rattrappite come in un grido muto. Sembra incerto e volersi tenere sul sicuro, vicino a terra. E’ robusto e frondoso e pieno di frutti maturi e saporiti. Poi all’improvviso più in basso scorge due ragazzi. Come sono giovani. Golosi cercano i frutti più lontani. Quelli che sembrano inarrivabili. Sono sempre quelli a sembrare più gonfi e più buoni. E’ lui il più ardito. E li raccoglie con gioia per l‘amica. E glieli porge. Hanno solo i costumi, come corressero verso quel mare che continua a stare distante. E ha parole piene di risa. E qui sorrisi abbagliano come il sole. Non potrebbero vestire diversamente. Lei ha ancora forma da ragazzina. Lui si finge uomo e coraggioso. I frutti li sporcano di gioia e d’un rosso acceso. Ne hanno le mani impiastricciate, e i capelli, e il viso, e tutto il corpo. E si guardano e tornano a ridere. Lui ha paura di farsi scorgere, si raggomitola e sale più su. Non sa staccare gli occhi da quella loro allegria. Gli sembra un altro mondo il loro. Crede di ricordare qualcosa. E’ passato tanto tempo. Poi lo riconosce, quel ragazzo è lui. Quella ragazza è lei. Loro sono tornati. Sì! è passato veramente molto tempo, ma non troppo. Vorrebbe ma non può parlare, chiamarli. Si sente il cuore leggero. Non si tenesse aggrappato al ramo quei sogni d’estate potrebbero farlo impazzire. Chiude gli occhi e in quel cielo assolutamente sereno e luminoso si lascia volare. E tutto il mono è fuori. Ed è bello essere nuvola ed essere leggero. La ragazza chiede al ragazzo un bacio. Non bisognerebbe andare a Ponza se non si è disposti a credere ai sogni.

P.S. l’immagine del gelso è ancora dentro la macchina fotografica. Ci sarà bisogno di tempo perché possa essere postata.

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Franca in barca a Ponza nel 1981In questa ultima domenica di giugno. Comunque non potevo mancare. Incollo una delle immagini del tuo passato, di quel passato solo tuo, tra quelle che amo di più. Non ho altro da aggiungere al mio amore. La canzone si incarica di dire tutto il resto. Basta ascoltarla e/o leggere il testo. E credo che tu la conosca già molto bene. Non ho alcun dubbio. Le cose che dice te le ho dette mille volte. Te le ripeterò fino a straziarti. Una parola in più sarebbe superflua.  Narra già tutto lei. E’ esaustiva e onesta. Credulmente e dolcemente onesta. Sei il mio ieri, il mio oggi e il mio sempre. Buon ascolto e buone emozioni.

Tu vestita di fiori
o di fari in città
con la nebbia o i colori
cogliere le rose a piedi nudi e poi
con la sciarpa stretta al collo bianca come mai
ma… eri bella bella
comunque bella
Quando l’arcobaleno
era in fondo ai tuoi occhi
quando sotto al tuo seno
l’ira avvelenava il cuore tuo perché
tu vedevi un’altra donna avvicinarsi a me
prima ancora che io capissi e riscegliessi te
tu… eri bella bella
comunque bella
Anche quando un mattino tornasti vestita di pioggia
con lo sguardo stravolto da una notte d’amore
siediti qui
non ti chiedo perdono perché tu sei un uomo
Coi capelli bagnati – so che capirai
Con quei segni sul viso – mi spiace da morire sai
coi tuoi occhi arrossati
mentre tu mentivi e mi dicevi che
ancora più di prima tu amavi me
tu… eri bella bella
comunque bella

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Ancora una canzone del periodo (1972). Ancora una canzone appartenente a quel genere, la musica progressive. Non una canzone qualsiasi ma la canzone. Il pezzo della Premiata Forneria Marconi che rese celebre il genere in italiano. Il pezzo simbolo. Un pezzo famoso e riproposto. Dove si mostra tutto il progetto. Ottimi musicisti che parteciperanno ad un famosissimo tour con Faber. Ottimi musicisti ma prima, come Quelli, pressoché sconosciuti. La musica si allarga verso un lirismo non ancora visitato. Con suoni che pretendono rispetto assoluto. Si cercano contaminazioni. Qui solitamente adotto una mia filosofia: che della musica non c’è molto da dire tranne che ascoltarla. Forse è quasi impossibile distinguere tra buona e cattiva musica. La musica deve dare emozioni. Senz’altro aggiungere spero torni ad emozionarvi e, mia cara, ad emozionarti.

Quante gocce di rugiada intorno a me
cerco il sole, ma non c’è.
Dorme ancora la campagna, forse no,
è sveglia, mi guarda, non so.
Già l’odor di terra, odor di grano
sale adagio verso me,
e la vita nel mio petto batte piano,
respiro la nebbia, penso a te.
Quanto verde tutto intorno, e ancor più in là
sembra quasi un mare d’erba,
e leggero il mio pensiero vola e va
ho quasi paura che si perda…
Un cavallo tende il collo verso il prato
resta fermo come me.
Faccio un passo, lui mi vede, è già fuggito
respiro la nebbia, penso a te.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo.
e intanto il sole tra la nebbia filtra già
il giorno come sempre sarà.

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Ponza vista dall'Isola che non c'è

Un sole (uno solo) acceca. C’è là un mare d’incanto. Una leggera brezza lo increspa. Ne porta l’odore fin lassù: all’Isola che non c’è. Si sono distratti, come due ragazzi. E come un ragazzo Michele ha la meraviglia negl’occhi. Quello stesso senso di incredulità. E si sente sereno. Ed è felice. Se la coccola con gli occhi. Rossana lo sa, e se ne accorge. Sembra che il mondo sia solo colore, che non abbia suoni. E’ tutto così lontano. Non possono chiedere di più perché un di più non c’è. Guardano lontano abbracciati. In silenzio lui si scusa con gli amici. Gli sembra quasi di mancare. Vorrebbe averli tutti là. Anche se sa che è solo un breve arrivederci. Ma non proprio breve. Tutto è sospeso tra le pagine di una favola. Ogn’uno se la può scegliere la favola. Ma è una favola a lieto fine. E il promontorio è la prua della nave. E il grido dei gabbiani avvista terra. Nell’aria c’è già una canzone. Inutile disturbarla. Inutile interromperla. Come due ragazzi si tengono per meno e vanno verso quel sole. La felicità sa trovare lacrime dolcissime. La vita deve essere amata.

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Non ho nulla da aggiungere. E’ semplicemente quello che mi hai fatto vivere e quello che vivo. E’ un’altra festa e un altro giorno d’amore con te. Emozioniamoci.

Apro gli occhi e ti penso
ed ho in mente te
ed ho in mente te
io cammino per le strade
ma ho in mente te
ed ho in mente te
ogni mattina
ed ogni sera
ed ogni notte te
io lavoro piu’ forte
ma ho in mente te
ma ho in mente te
ogni mattina
ed ogni sera
ed ogni notte te
cos’ho nella testa
che cos’ho nelle scarpe
no non so cos’e’
ho voglia di andare
di andarmene via
non voglio pensar ma poi ti penso
apro gli occhi e ti penso
ed ho in mente te
ed ho in mente te
ogni mattina
ed ogni sera
ed ogni notte te

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Ancora un pezzo di quegli anni settanta. In questo caso proprio degli inizi: 1971. Insisto su quegli anni perché ci sono precipitati addosso subito dopo quel sessantotto. Ci hanno visto variamente distanti. E sembra che tu sia stata distratta e non abbia potuto ascoltare la musica di quel periodo. Sono anni quelli che la cambiano, la musica. Non sono qui a provare a fare in modo goffo il critico. Sottolineo solo brani che in qualche modo mi hanno colpito. Che ho amato. In questo caso un pezzo degli Osanna. Complesso dalla vita relativamente breve ma inversamente importante. Sempre di Napoli. Ti prego però di prestare attenzione a questa mio piccola fatica. E’ un modo per costruire un altro pezzo di passato assieme. Un momento o l’altro riascolteremo tutto assieme. Non è una minaccia. Spero che possiamo condividere delle belle emoziono. In fondo saremo due persone diverse senza la musica. Ne sono convinto. Buon ascolto a te che mi ami e a te che mi leggi, ovvero a tutti. Ero ragazzo allora.

L’uomo, la terra, il cielo, il mare
creare, creare, ovunque creare
Il sole, la luce, il freddo, il calore
l’amore, l’amore, ovunque l’amore

Dai tempi di un tempo
da poco vissuto
l’inizio di un mondo
non certo voluto
agli oggi in cui i sogni
non sono sinceri
nei giorni più tristi, nei giorni più veri

Nel corso di questi
l’orgoglio vivente
ha spinto le forze
del costo di niente
La gente, le razze, il danaro, la terra
L’odio, l’invidia. la forza, la guerra

Momenti di pace
non sempre sfruttati
han reso nei buoni
dei cuori ghiacciati
Si vive e si muore
nel fango e l’orrore
si cercano invano
momenti d’amore

Ahh… ahhh…
Osanna
Ahh… ahhh…
Osanna

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pittura con tecnica mista su cartone telatoAlberta non c’è. E’ stata abbandonata dal suo passato. Mi guarda con quegli occhi azzurri. “Ma quando ci siamo conosciuti”? Sono ancora i suoi occhi, pieni di tenerezza. Ma sono occhi colmi di timidezza. Frugano cercando un loro orizzonte. “Come”? Chi sa si chiede perché. E persino le domande portano imbarazzo. Pare impossibile. Muovi un gesto di tenerezza. Lo riconosce senza capirlo. C’è stata una storia tra noi. Non riesco a scordarla. E’ lei e non lo è più. Come se dovesse toccare le cose con le mani. Come dovesse palparle. Piena di domande. Senza una risposta. E la mano scivola sui suoi lunghi capelli biondi: “Perché”? E’ cieca delle cose. Non so e non riesco ad accettarlo. So che non riesco a capirlo. Quello che è per me non è per lei. Questa pena è la sua felicità. Guarda le persone che entrano chiedendosi se hanno fatto parte della sua vita. Le invita con gli occhi a sedersi. A spiegarsi. E’ come una bimba. Ma tutto e più difficile. E’ come una bimba in un mondo di adulti. Tutti vorrebbero proteggerla. Io vorrei scuoterla. Spaccare questo diaframma. Farmi capire, ma persino le parole sono come un assurdo indovinello. “Non ricordo nulla di lui, ma è tanto caro”. Ero io lui. Porta nella borsa un rosario di ametista. Chiedo scusa ma debbo andare. Chiedo scusa per non farle vedere che piango.

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Uno dei logo dei referendum 2011Non ho nessun ruolo per azzardare un’analisi del voto. E’ solo che vorrei capire, ma che diritto ho io di pretendere di cercare di capire? Hanno perso tutti e ora cercano di perdere anche quelli che stanno festeggiando. Con quel tutti voglio dire i partiti. Nessuno certamente può prendersi il merito di questa vittoria. Magari hanno collaborato, strada facendo. Magari qualcuno, per i secondi due referendum, si è anche speso a raccogliere le firme. Non ho risposte. Solo dubbi. Una cosa è certa: i quesiti non avevano valore politico. E’ quel quarto quesito che mi frastuona.
La mia non appartenenza a partiti. Attenzione, questo non significa che non sia di parte, tutt’altro. Il mio non coinvolgimento diretto in un comitato. Tutto questo mi consiglierebbe un mite silenzio. Ma ho firmato, invitato, partecipato, collaborato, posto i miei 4 doverosi ““, infine goduto. Goduto come un porco. Proprio come nel vero senso della parola. Cosa mi spinge a chiedermi cosa è cambiato? Forse solo una speranza o una illusione. Forse un vizio.
Sicuramente è una vittoria degli italiani, delle genti di questo paese chiamato Italia. E’ sempre una vittoria degli elettori ad ogni elezione. Questa volta lo è di più. Trovo inutile tornare su quanto quel popolo si sia manifestato in piena autonomia e, anche, in aperto contrasto con il mondo della politica. Un mondo forse quest’ultimo che ha definitivamente e drammaticamente perso il rapporto con il paese reale. Un mondo che ha paura della piazza. Della gente. Della sua stessa gente. Che non sa tessere un rapporto con la realtà. Con quella famosa società civile. Con l’universo delle associazioni. Che non ha sensibilità per capire le “nuove” esigenze. Ma cosa spinge chi ha vinto a mutilare la vittoria?
C’è sempre quel quarto quesito che mi frastuona. Intono a me ho tutte persone di sinistra e tutte si sono spese per il “”. Senza risparmio. Ma è probabilmente un campione non attendibile. Si dice in giro che è una vittoria della “Rete”. La mia pagina di Facebook è invasa da richieste di dimissioni del Premier, e di bandiere rosse. Tutte, le une e le altre, del popolo del “”.Ma anche quello può essere un campione non significativo. I comunisti si mescolano solo tra loro. La televisione ci spiega che hanno votato, e perciò vinto, anche quelli del centro destra. Mi sento un po’ espropriato, è il prezzo delle vittorie di oggi che paiono sempre mezze sconfitte. I “” a questo quarto quesito però non mi sembrano un consiglio amichevole.
Roma – Piazza Bocca della Verità: giustamente i romani si ritrovano a festeggiare. Qualche bandiera “di parte” ma soprattutto vessilli referendari. E tanta gioia. E tanto orgoglio. Giustamente. Sono anche i miei sentimenti. Mi sento parte, piccola parte, di quel popolo. Il popolo del “se non ora quando” con cui mi sono mescolato. Il popolo di tante piazze che in tanti anni ho vissuto e gioito. I comitati, che paiono essere usciti dal niente, chiedono di essere loro i protagonisti, giustamente. Chi? Non vogliono il dialogo in televisione perché non accettano l’intrusione dei partiti, giustamente. Vogliono il palco. Loro hanno proposto i quesiti, almeno (in via quasi esclusiva) i primi due. Loro hanno fatto il lavoro duro, anzi tutto il lavoro. Ma chi rappresenta quei voti? Anche il mio? Lo rappresenta quel manipolo che attacca un unico politico: Bersani? Quelli che non accettano il dialogo con quella parte del servizio pubblico che è RAI3? C’è un unico nome o una elite di nomi che può rappresentare quel voto e che decide che la piazza non dialoga e non è politica? Di quella politica che è di parte e può essere persino ideologica pur non militando sotto una precisa bandiera? Cioè senza incrementare il mercato delle tessere?
E tutto come ieri? Non credo. E’ un voto privo di carattere politico e senza una ricaduta sull’assetto del potere? Non credo. Il dato finale non è patrimonio della sinistra ma, a mio modesto parere, ne contiene una gran parte. Di quella stessa sinistra che ama farsi male. Di quella sinistra che diventa mille sinistre e mai una vera. Qui potrei anche aver usato il termine di centro-sinistra. Non vedo istanze radicali in questa espressione di volontà che sono i “”. Se c’è una radicalità dovrà andarsi ad esprimere trasformando il risultato in politiche. Ed è a questo punto che è doveroso tornare alla piazza. A questa ed a ogni piazza. A quelle piazze che gridano insieme e che nel fare si muovono in mille individualismi e autonomie. Mi resta in gola la domanda: allora, sono tra chi ha vinto, tra chi ha perso o tra chi ha pareggiato? Nel mio comune siamo andati oltre il 60% e al successo ho partecipato anch’io che non sono né partito né comitato. Io, cittadino. E uomo di sinistra.

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tazzina di caffèCome dice un amico (si può parlare di amicizia scrivendo le stesse lettere? Io dico di si) il popolo delle formiche è una comunità laboriosa. Tutte a correre dietro le altre frenetiche e sempre in silenzio. Per dire la verità anche industrioso: avevano scavato delle lunghe gallerie così da non essere costrette ad uscire e correre pericoli di un qualche genere come quello d’essere calpestate da incurante distrazione o di fare incontri come la signora Carla (donna pettegola e appiccicosa come poche). E’ pure vero che quelle piccole creature non pensano agli altri troppo prese da quel che inseguono; ma cosa inseguono per correre tanto e non avere nemmeno il tempo di farlo? Nella loro città suona in continuo una musica che scaricava ogni possibile tensione e così ogni pulsione. L’aveva ordinata la regina ed era sopravissuta anche a lei. Vivevano di una pace complessa e completa. Loro eseguivano gli ordini anche se non c’era più nessuno a impartirli. Anche se al posto della sovrana si era insediato in ragno impaziente. Avevano finto di non notare il cambiamento dopo avere invocato un nuovo inquilino per quell’incarico. Lavoravano per lui ma in fondo lavoravano perché era giusto lavorare. E se qualcuna spariva erano tante e appena ci si poteva accorgere solo a causa di certi affetti che sopravvivevano. D’altronde il ragno era per natura ragno e le scomparse erano solo tra quelle che avevano dovuto spingersi troppo vicine al cuore del loro sistema, alle stanze del potere. Si sa che il potere si giustifica solo con se stesso.

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Soldatino su base in legno e sfondo dipinto a macchie di colore vivace; atc.Notte di silenzio e di luna piena. Sulla spiaggia erano tutti intorno al falò. Tutti intorno a vent’anni. Ancora bagnati di mare e di quel senso di libertà. Le volute della fiamma incidevano indelebili i profili di quei giovani. Volti scavati, barbe accennate e indecise, occhi curiosi, nasi orgogliosi e capelli lunghi, tranne le ragazze.
Di loro Sara si era addormentata sulla sua mano destra e aveva un respiro tranquillo. Anche Samuele le si era assopito accanto dopo l’amore. La sfiorava solo un tenero ricordo. Adamo era nudo, si era arreso e aveva smesso di cercare i vestiti. Cercava di asciugarsi di quel fuoco. Giacobbe spingeva gli occhi dietro le ombre titubanti e rollava distratto. Dolores voleva ritornare a casa perché era attesa, troppo giovane per essere là, per poi decidersi come in un dispetto e sfilarsi la maglietta. Mostrava quello che non aveva e che nessuno cercava di vedere. Non avevano tempo per altro. Christo, il bulgaro, cercava di cucinare la carne infilzata in un lunga ramo secco. Vicino a lui Maria lo coccolava con gli occhi; aspettava un figlio ma lo sapeva solo lei. Elena singhiozzava sottovoce, tornava da un brutto viaggio. Ulisse aveva una casacca che aveva comprato in india, a Delhi o a Bhopal, e una collana di conchiglie.
Francesco suonava la chitarra e cantava le sue canzoni. Per dovere di cronaca fu interrotto mentre intonava “We shall overcome”. Ettore baciava Diana e la cercava. Michele si limitava a guardare il mare e il guizzare dei riflessi pallidi sulle onde, dondolava al fruscio della risacca e della musica. Mugugnava sordo cercando di seguire il testo che si perdeva in un quasi sussurro. Doveva scrivere un libro e nel libro imprigionare una storia, la loro storia; quella. Con un tizzone Efesto cercava di scoprire la provenienza di quell’estraneo leggero rumore. Susanna faceva il mestiere ma nessuno ne sapeva nulla, l’aveva accompagnata Francesco. Era intenta nei suoi pensieri e nelle sue tristezze. Le erano già stati rubati i suoi vent’anni; non le sarebbero più stati restituiti. Avrebbe voluto provare a cercarli. Semplicemente Lilith avrebbe voluto essere maschio e chiamarsi Arturo e odiava quel suo seno e il senso di tutto quello. Narciso aveva una erezione mistica e una fedina di oro falso al mignolo.
Arrivarono all’improvviso da dietro le dune. Non dal mare ma da dietro le dune e la rada sterpaglia. In silenzio. Ombre fra le ombre, profili di niente, invisibili; fruscii. E spararono nel mucchio sputando raffiche di vampe veloci, con piccoli crepitii di secchi tuoni. Sicuri sulle gambe spararono finché tolsero anche all’ultimo l’ultimo respiro. Anche a Maria e al suo futuro. E ancora. Senza un solo attimo di dubbio, ma loro imbracciavano la verità. Alla fine del loro mestiere calpestarono il fuoco senza riuscire a domarlo. Chi li comandava prima di andarsene sputò sul corpo esangue di Francesco. Spiegò agli altri che non avevano palle. Li lasciarono lì bocconi, riversi sulla sabbia. Le onde intimidite si spingevano sempre più avanti nella rena. Il silenzio si impossessò del mondo.

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