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Archive for agosto 2011

Ebrei contro l'occupazione alla manifestazione di Roma a sostegno della Freedom Flotilla 2Volevo inserire qui un post sereno, di incontro, perché io sono una strenuo sostenitore di pace, da per tutto e per tutto. Volevo, dicevo, ma poi vengono dei momenti davanti ai quali non ti sai sottrarre. E non posso fingere di non capire le presunte argomentazioni di chi difende le ragioni dell’invasore, di una politica miope e di sterminio etnico. E non posso nemmeno capire il silenzio di notizie e degli stati cosiddetti civili. Gli interventi dell’ONU disattesi che non danno più nemmeno una speranza vana.
Quelli che difendono quelle ragioni ti chiedono perché non parli degli atti di terrorismo. Non è mai bello fare il conto delle vittime e non servirebbe a nulla e a nessuno. Ma invece di strombazzare una voce di parte perché non leggere le pagine che Vittorio ha dedicato in questo martirio ai cittadini di Gaza in: Restiamo Umani. Lui è italiano e non si può certo accusare di terrorismo; ha dato la vita per i suoi ideali di pace. Lui racconta una guerra mai dichiarata: la cosiddetta operazione “Piombo fuso”. Carri armati e bombardieri contro civili inermi armati solo delle loro mani e nemmeno di quelle. Certo è vero che non è stato ucciso dal piombo Israeliano, almeno così c’è stato raccontato. Non ci sono riusciti. Lo hanno affondato due volte mentre era su pescherecci; non su cacciatorpediniere. Lo hanno ferito e imprigionato portandolo in Israele. Lo hanno trascinato con la forza nelle loro carceri e poi condannato per immigrazione illegale.
Ti raccontano che quella terra è loro, degli ebrei, e che ne hanno diritto. Se cerchi di spiegare quello che racconta la storia allora la storia non è vera. E allora qualcuno mi ha detto che quella terra era la terra promessa. Da chi, dagli inglesi? E’ stato lo stesso terrorismo sionista a cacciare gli inglesi. E un altro però mi ha detto che dal 48 non si può parlare ancora di storia, perché ci vogliono almeno cent’anni. E per ciò è solo cronaca e la cronaca non è veritiera. E’ tutto vero tranne le ragioni degli altri, tranne i diritti degli altri, tranne il diritto di esistere dei palestinesi.
Sembra non interessare a nessuno veramente di loro. I checkpoint sono aperti. Certo. Trascuro il fatto che mi chiedo con che diritto si creano barriere a casa degli altri o in casa di tutti. Con che diritto si fermano navi di aiuti in acque internazionali. Ma se ci fosse un diritto, e ripeto se, quei checkpoint sono aperti quando vogliono i soldati, dove vogliono i soldati, e si passa solo se lo vogliono e quando vogliono i soldati. E quei soldati altro non sono che un esercito di invasione. Non esiste uno stato di Israele, esiste uno spazio chiamato Caserma Israele. Quello che noi chiamiamo popolo di Israele non è un popolo ma un esercito, anche nell’espansionismo dei coloni. La loro è una politica razzista. Certo non tutti gli ebrei la pensano allo stesso modo, nemmeno tutti gli israeliani. Come non tutti i palestinesi sono terroristi.
Mi viene spiegata la grande umanità di Israele, che gli ospedali israeliani curano anche palestinesi. La Palestina non può avere uno stato, non ha ospedali. Sono stati cancellati dall’esercito aguzzino. E negli ospedali anche i palestinesi curano gli ebrei, se gli ebrei si lasciano curare da uno sporco palestinese. Ma gli ospedali sono sovraffollati. Una politica meno miope cercherebbe la prevenzione, se non si stermina un popolo non ci sarebbero così tante vittime, e tante persone ferite; da curare. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto. La Palestina vive in guerra da sessanta anni e non vede ancora nessuna speranza. Come sono generosi gli assassini e poi si vantano di tanta generosità. Lo so che non dovrei lasciarmi alla rabbia.
Cosa potrei rispondere se un amico mi raccontasse la verità: “Avevo una casa, me l’hanno rubata. Avevo una terra, me l’hanno tolta. Avevo un nome, è diventato una bestemmia. Avevo dei figli, erano il mio futuro, sono morti sotto il loro bisogno di sicurezza, ancora bambini. E’ doloroso vedere morire i propri figli prima di te. Vago senza una speranza; vestito di stracci. Anche i topi hanno un buco dove nascondersi, io no. Non in ospedale, non mentre prego, nemmeno in cimitero mi lasceranno tranquillo. Poi mi hanno costruito un muro tutto intorno. Mi lasciano uscire se vogliono e quando vogliono. Mi hanno spiegato che non posso essere più un essere umano, che sono con disprezzo solo “Quello”. Non vivo, sopravvivo. Lo faccio ormai solo perché non so fare altro. E vivo se arrivano gli aiuti. E devo dire grazie di quel pane. Io non posso guadagnarlo. Non posso seminare il grano. Non posso farlo con le mie mani. Sono solo un pericolo, un possibile obiettivo. Ora mi chiedono di amare la pace. Io ho sempre amato la pace. E’ difficile non odiare dopo tanto dolore”.
Io non posso dire di più di un ebreo che era imbarcato nella flotilla e la cui testimonianza ho rintracciato in un bellissimo sito. Certo quell’ebreo sarà considerato un pericoloso terrorista palestinese. E allora mi limito a aggiungere solo una poesia (che ho trovato in quest’altro splendido sito) lasciando parlare il cuore del poeta.

Dedico questa poesia ai bambini palestinesi
Che di loro rimanga memoria

A Buchenwald nel corso della guerra mondiale, come in altri campi di
sterminio, vennero uccisi molti bambini. Questa poesia li ricorda.
di Joyce Lussu

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…
(da Pietro Ancona – resistenza_partigiana@ 27.1.2007)

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luna, castello, uccello e personaggiNon c’è niente di meglio dopo che una buona sigaretta”. Le persone si riconoscono anche da come bevono il caffè. Ero stato a guardarla attentamente, Olga non aveva lasciato sulla tazzina la minima traccia di rossetto. Il sole la colpiva di sghimbescio senza riuscire ad infastidirla. Alice, naturalmente, stava sorseggiando svagata un the alla menta. Gabriele la guardava come vedesse una visione e versò dello zucchero sul piattino. Marcello aveva una macchina fotografica digitale nuova e non la lasciò nemmeno un attimo; il cucchiaino tintinnava senza gentilezza nella tazza. Era una regalo di Carla: Carla aveva uno dei suoi soliti piccoli malanni ed era stata aspettata per nulla. Aveva mandato un messaggio diverso per ognuno. Alessia non riusciva a stare ferma per ricordare a tutti ogni sua grazia e teneva il mignolo teso e il naso all’insù. Non ne aveva molto di seno ma non era un mistero per nessuno. Gli angoli della bocca di Giuseppa erano rivolti in giù e anche quel caffè sembrava avere un sapore terribile. Flavia era in ansia per presentare alla compagnia il suo nuovo; l’ultimo. Diede di gomito alla vicina. Lui portava gli occhiali e tutti si aspettavano qualcosa di intelligente, ma era solo una questione di vista. Tutti ancora si chiedono il perché del gesto di Isabella.

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Giovane ebrei e palestinese abbracciati«Quello che quel giorno vidi, era quanto di più vicino al paradiso e lontano dall’inferno potesse esistere: una striscia di spiaggia isolata, a pochi chilometri dalla miseria di Gaza, dove le onde si infrangevano sulla riva. Probabilmente non sembravamo molto diversi da qualsiasi altra famiglia sulla spiaggia; i miei figli e le mie figlie guazzavano nell’acqua, o scrivevano i loro nomi sulla sabbia. La giornata fredda, il cielo di dicembre rischiarato da un pallido sole invernale, il Mediterraneo risplendeva, limpidissimo. Ma sebbene guardassi i miei figli giocare fra le onde, la preoccupazione mi attanagliava.
Poco più di un mese dopo, gli israeliani avrebbero bombardato Gaza e buttato all’aria la mia vita.
Quel giorno eravamo tutti in casa: i miei otto figli, i miei fratelli, le loro famiglie. Dove potevamo andare se neppure ospedali e moschee venivano risparmiati dai bombardamenti?
Giocavo con Abdullah quando ho sentito l’esplosione nella stanza delle ragazze.
Ho perso le mie figlie, e nonostante la rabbia e lo sconcerto, so che non odierò

dalla seconda di copertina del libro Non odierò di Izzeldin Abuelaish

P. S. Credo non ci sia molto da aggiungere, tranne un silenzio che diventa rispetto, per uno che come me crede in una vera pace. RESTIAMO UMANI.
Posterò appena la trovo una testimonianza da parte israeliana di chi crede alla vera pace e non alle bombe, allo sterminio e alla prepotenza delle armi. FREE PALESTINA.Disegno di un bimbo palestinese e di una penna che lacrima di notte in attesa di quella pace di Vauro

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Per dedicare alla mia donna (per festeggiarla giorno dopo giorno ogni giorno, anche se posto i miei messaggi per Lei solo la domenica, per la festa della donna) e a tutte le donne e a tutti gli innamorati e gli animi romantici stavolta ho scelto questa bellissima canzone (in sé recente) di Francesco Guccini in fondo per quel “perché non sono quando non ci sei”. Parole tanto vere che in una breve frase racchiudono la sintesi dei miei pensieri. Perché con lei Vorrei semplicemente tutto. Perché di amore non ce n’è mai abbastanza. Caso vuole che proprio oggi si chiuda il racconto scritto assieme a quattro mani. Lo stesso caso vuole che la fine dello stesso racconto sembra voler dire che è l’amore l’unica cosa che può cambiare il mondo. E’ bello fermarsi qui senza indagare troppo quanto sia vera questa affermazione e quanti limiti trova nell’essere umano. Ma siamo qui, oggi, come ogni domenica, per parlare d’amore e almeno in questo spazio dimenticare per un attimo la parte della belva umana che cammina nel percorso degli uomini.Vorrei conoscer l’ odore del tuo paese,
camminare di casa nel tuo giardino,
respirare nell’ aria sale e maggese,
gli aromi della tua salvia e del rosmarino.
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero
parlando con me del tempo e dei giorni andati,
vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero,
come se amici fossimo sempre stati.
Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci
e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri,
le strisce delle lumache nei loro gusci,
capire tutti gli sguardi dietro agli scuri

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

Vorrei con te da solo sempre viaggiare,
scoprire quello che intorno c’è da scoprire
per raccontarti e poi farmi raccontare
il senso d’ un rabbuiarsi e del tuo gioire;
vorrei tornare nei posti dove son stato,
spiegarti di quanto tutto sia poi diverso
e per farmi da te spiegare cos’è cambiato
e quale sapore nuovo abbia l’ universo.
Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona
o il mare di una remota spiaggia cubana
o un greppe dell’ Appennino dove risuona
fra gli alberi un’ usata e semplice tramontana

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

Vorrei restare per sempre in un posto solo
per ascoltare il suono del tuo parlare
e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo
impliciti dentro al semplice tuo camminare
e restare in silenzio al suono della tua voce
o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso.
Vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito
che l’ oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all’ infinito

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

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tazzina di caffèGli abitanti di Carvo erano un popolo di gente strana. Quando gli avevano imposto le regole avevano creduto di poter restare quelli che erano e invece (come avviene) le regole li avevano cambiati (un poco per volta). Allora erano una comunità operosa ma anche generosa, aperta a tutto. Per loro non esistevano gli stranieri ma solo gli esseri umani, ma forse avevano cuori e vene troppo fragili per questo giorno. Anche quando era arrivato lui era diverso ma loro non lo avevano visto diverso e le piccole egeni avevano fatto a gara per preparargli la tavola, per stirare le sue camice, per lavare i suoi panni, per pulire le sue stanze e (con piccoli sorrisi appena maliziosi) per scaldare le sue lenzuola (forse non conoscendo ancora nemmeno quelle pieghe dell’egoismo). La pietra che nascondeva nel petto non si era fatta bagnare dall’umidore di quegli occhi generosi. Aveva comprato tutto quello che poteva comprare ed era stato facile perché nessuno lì aveva mai venduto nulla, e aveva insegnato loro l’uso del denaro. Poi con una nave aveva fatto arrivare il liquore di mele e le banane, che non avevano mai visto, e nascosto il frumento dopo esserselo accaparrato. Era uscito di giorno con la donna della notte per insegnare alle altre l’invidia. Lui conosceva il suo mestiere e molto lentamente la peste si era diffusa. Il gorzino lo affrontò sfoderando il coltello e lui seppe che aveva vinto. Quando li minacciò di andarsene loro furono costretti a scegliere: deposero il loro re per offrirgli il trono. Ma lui voleva di più, voleva anche ogni loro sogno.

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Il pezzo dei Gong presentato appartiene all’album Camembert Electrique, registrato durante le fasi di luna piena di maggio, giugno e settembre del 1971, album che getta le basi alla successiva trilogia di Radio Gnome Invisible. Anche se da noi non sono conosciuti quanto meriterebbero con le loro sonorità, che spaziano, come nessuno aveva mai fatto prima a questi livelli, tra la psichedelia, il jazz, lo space rock ed il progressive, i Gong scrivono una pagine fondamentale nella storia della musica rock. Dovremmo dire che sono anche loro figli di quella scuola di Canterbury che ha visto tra i più riconosciuti interpreti complessi come i Soft machine e i Caravan, così affollata di grandi talenti che si incroceranno e si ritroveranno spesso. A mio avviso la musica dei Gong è tra le più innovative del periodo e piena di fascino e di ironia. In verità sono sempre stato dell’avviso che i dischi, quelli che venivano definiti come 33giri, soprattutto dalla fine degli anni sessanta, vadano ascoltati nella loro interezza, e non solo perché spesso vengono presentate delle suite o insiemi senza soluzioni di continuità che si definivano allora concept album. Scegliere un brano come significativo è sempre una cosa soggettiva e complicata e crudele ma la rete offre qualità bassa e tempo ristretto; chiede frettolosità. Questo è il motivo per cui ho sempre usato questi posts solo e unicamente come invito all’ascolto. E poi sono nati per regalare alla mia compagna il ricordo di musiche (per lei che così tanto come me ama la musica) che spesso allora non aveva potuto conoscere. Operazione certo resa ancora più difficile perché alcune atmosfere erano strettamente legate a quei momenti. Comunque… a Lei e a tutti quelli che passano BUON ASCOLTO.You can kill my father
You can kill my son
You can kill my children
With a gun…
You can kill my family
My family tree
You can kill my body, baby…
You can kill my body, baby…
But you can’t kill me
My lord, I love you…
My lord, I love you…
Now you’re here…
Then you’re gone…
Night and day…
Right and wrong…
You can do what you want
You can do what you want
You can do what you want
You can do what you want…
I’ll be seein’ you again
I’ll be bein’ you again
I’ll be dreamin’ you again
Again and again and again
I see you sittin’ there on your old back veranda
You got your shady lady and waltzing Matilda
You’re really only me if you’d only remember

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Le piazze sono vuote. Sarà l’estate. Rimandiamo l’appuntamento a settembre. Forse a ottobre. Meglio. Si sa che ottobre è un mese più propizio. Ce lo insegna la storia. Le scuole sono già iniziate. Abbiamo smaltito la fatica delle ferie e l’euforia della quattordicesima; almeno chi ce l’ha. Ne abbiamo tutti due cose piene. Siamo tutti indignati. Oggi va di moda. Vanno di moda i pantaloni a vita bassa e l’indignazione. Lo fanno anche in Spagna. Perché non dovremmo farlo noi? Ma la Spagna ha il gazpacho e ha avuto il franchismo fino alla morte del caudillo il 19 novembre 1975. Fortuna che il generalissimo è morto così non possiamo chiedere di avere una simile dittatura ornata di garrota prima di scendere in piazza indignandoci. Che poi in quel momento eravamo distratti da una quasi guerra civile. I nostri anni settanta non sono stati certo un esempio di diffusa pace sociale. In realtà loro facevano saltare Carrero Blanco ma da noi hanno trucidato Moro e la sua scorta. Non ci resta che chiedere anche noi di avere almeno il gazpacho, che è solo una zuppa fredda ma è rosso. Ma io ripeto che sarò sempre apartitico ma mai apolitico. E’ un difetto genetico. I termini non sono nemmeno sinonimi. E il qualunquismo non mi interessa, oltre a farmi paura. Non essendoci mai privati di nulla abbiamo avuta anche un Partito qualunquista, non rispondeva alle mie aspettative. Non ho una tessera ma sono sempre stato comunista e non ho intenzioni di dimettermi da me stesso. Eppure ci sono anche altre questioni che con tutta serenità, ed un po’ di ironia, vorrei sottolineare. Preferisco sempre il fare che il dire, ma so che non sempre la storia da appuntamenti. La grande manifestazione delle donne chiamata “Se non ora quando?” a Venezia era apartitica e quasi apolitica. Io c’ero ma c’erano anche quegli indignati che tanto gridano? Dicono di essere milioni, eravamo un po’ meno. Qualcuno ha detto: noi veniamo domani. Abbiamo chiesto le dimissioni del governo, ma forse questo era politicamente scorretto. Comunque i presenti erano tornati al loro fare. A Roma per sostenere la “Freedom Flotilla 2” per gli aiuti a Gaza e il sostegno al popolo palestinese eravamo un po’ meno, io e la mia compagna c’eravamo. E gli altri indignati? Troppo pochi per esserci tutti, eppure anche quelle era una manifestazione apartitica. Tranne che non vogliamo considerare la bandiera della Flotilla o quella palestinese come un simbolo partitico e di appartenenza. Riassumendo e saltando alcuni appuntamenti a Genova per il decimo anniversario dell’omicidio di Carlo Giuliani c’eravamo nella manifestazione “Voi la crisi, noi la speranza”. Non conosco la faccia degli altri indignati ma avrebbero dovuto essere a Roma e la piazza di Roma era vuota. Ora non posso fare la “rivoluzione di professione”. Ho una famiglia e, per fortuna, un lavoro anch’io. Magari alla prossima occasione non riuscirò a scendere in piazza. Per quanto me ne dispiacerà dovrò piegarmi a questa società del profitto. Stiamo parlando di Capitalismo quando non c’è nemmeno più il Tardo capitalismo né il Post-capitalismo ma bensì la Società della finanza. Pertanto sono d’accordo per un azzeramento dell’attuale classe politica ma non in cambio del “Tanto peggio tanto meglio”. Sono contrario persino ad una fusione di attuali segreterie. Sono tutti loro che ci hanno portato fin qui. A questa immane e infame crisi. Se ci penso sono solo per una società più solidale, più veramente democratica; insomma che marcia verso un comunismo. Ma la sinistra, pardon! la vera sinistra, cerca una casa comune. Salvo poi i distinguo pure sulla C maiuscola o minuscola di Comunisti. Io uso la “C” maiuscola come si può notare. E se va bene ci dividiamo sulle virgole, ma riusciamo ancora a dibattere il tema di grande attualità: con Stalin o con Trovskji? Sarebbe un falso storico affermare che Stalin ha dato una gran mano ai franchisti, ai fascisti e ai nazisti a far perdere il fronte popolare nella guerra di Spagna. E’ un falso storico dire che i morti sono vivi. E mi riferisco alle purghe. Ed è una verità dire che forse manca un po’ di disciplina di gruppo. Sogno una sinistra che discuta, senza ammazzarsi. Sogno i distinguo nella gestione dello “stato” non questo frantumarsi prima di combatterlo. Il fatto è che ho un vizio: se proprio debbo farmi male preferisco farmi meno male possibile. Parlerò del mio caso personale. Lo so che non si dovrebbe parlare del personale in politica, ma a volte il personale diventa politico. Soprattutto quand’è di molti. Ho lottato con una giunta di centro-sinistra (si può leggere anche staccando le due parole senza la lineetta) per aprire e difendere un Centro sociale. Una giunta di centro-destra ce l’ha chiuso insieme ad un nido. Per le mie idee politiche, non partitiche, quella giunta ha cercato di togliermi il lavoro, e sono un dipendente pubblico, e mi ha fatto cinque anni di mobbing duro. Onestamente a Mussolini non ho nessun dubbio di preferire Pertini. Onestamente mi fa star male vedere i saluti romani al Campidoglio. Sono Comunista ma prima ancora antifascista. Sarà un limite ma me lo tengo, e con orgoglio. ORA E SEMPRE RESISTENZA.
P.S. e correggerei in ORA E SEMPRE RESISTENZA ATTIVA.Manifestazione: Voi la Crisi, Noi la Speranza - Genova 2001-2011

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