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Archive for agosto 2011

tazzina di caffèIo lo conoscevo bene. Era un uomo intelligente e molto riflessivo e aperto e tollerante ma come molti, anche tra le persone indubbiamente pensanti, si credeva portatore di principi; nel suo caso si trattava della controversa teoria della logica. Quando incontrò Annelise cercò di nasconderlo anche a se stesso, fin dal primo istante, che in quel rapporto, che lui inseguiva, non c’era un briciolo di posto per il buonsenso. In realtà la giovane donna, straniera per madre, non era che lo specchio di quella contraddizione, oltre a restare un amore impossibile. Erano piccole incrostazioni ideologiche sedimentatesi col tempo, quelle che vengono definite verità. Poteva lui amare senza essere riamato? Amare la donna di un altro? Non si pose il problema di che cos’è una verità nella sua lotta col dubbio. Il dubbio uccide quella che viene comunemente definita verità. Senza il dubbio quella verità era troppo simile ad un atto di fede e lui era un non credente. Si immaginò alcune lettere indirizzate a lei e cercò di non porsi angustie anche se lei era evidentemente più colta e intelligente di lui, tanto da dargli soggezione. Chiese il suo parere su dove fosse meglio far passare quella dannata strada ovvero se tagliando una parte di bosco secolare o confiscando quel vecchio mulino in rovina. Superò qualsiasi dubbio consapevole che in qualunque luogo avessero posto il tracciato di quella strada avrebbero scontentato gli uni e lasciato indifferenti gli altri, ma si doveva fare e poi ne aveva parlato tanto per parlare. Decise che quella strada avrebbe rappresentato progresso per la sua cittadina e che avrebbe potuto amarla se lei si fosse lasciata amare.

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Foto di donna in cucinaIo non ci pensavo proprio, non fosse stato per lei non ci avrei mai pensato. Per la verità proprio non lo sapevo. Prendo quel maledetto autobus tutti i giorni per andare al lavoro. Mi scoccia muovere la macchina. Sono soldi mal spesi. Non che ci manchi, quello certo no, ma non è certo un modo buono per buttarli. Lei lo sa, ma le bugie, come si dice, hanno le gambe corte. Le donne sono stupide, e lo sono di più quando vogliono fare le furbe; mantenere un segreto. E una mattina me la vedo passeggiare con uno. La sera gli chiedo e lei è elusiva. Mi dice che è un collega, un tale Giannantonio, anche gentile. Niente di più, niente di meno. E’ proprio quell’essere evasiva, la sua vaghezza, a mettermi la pulce. Non un vero sospetto. Solo un malessere senza senso a cui al primo momento non avevo dato credito. Ma il dubbio è una cosa che spesso monta col tempo. Sarà la crisi del settimo anno o che altro. Sarà che un po’ sento di averla trascurata. Sarà che sono a combustione molto lenta. Sarà quel che sarà ma scopro di poter conoscere una punta di gelosia. So che non lei, che lei non lo farebbe mai, ma un giorno telefono e mi prendo ferie. C’è il bar proprio davanti al nostro portone e lì mi apposto. Dopo una mezzora la vedo uscire. Vuoi vedere che s’è fatta guardinga, e attenta. Seguirla non è un reato, e nemmeno poi così difficile. Sembra sentirsi sicura di sé quanto di me. Mi crede già alla mia scrivania. Pare non avere nessuna fretta. Al semaforo all’angolo ecco chi ti incontra se non Giannantonio. Sale in punta di piedi per un bacio sulla guancia. Niente di che. Lui è abbastanza alto. Molto, direi. Mi tranquillizzo, ma qualcosa non mi torna. Per entrare entrano nel portone delle generali. Ancora niente di strano, lì ci lavora. Sono stato proprio uno stupido. Poi mi domando perché un collega dovrebbe andarle incontro.
Ci giro intorno tutto il giorno e la sera e la notte ed il giorno successivo. Gli chiedo com’è andata la giornata. Mi risponde tutto monotonamente normale. Mi giro nel letto. Decido di farle una sorpresa. La sera vado ad aspettarla. Esce sottobraccio a Giannantonio. Come mi vede si stacca. Le spiego di essere passato per portarla a prendere una pizza. Me lo presenta e saluta il collega con una stretta di mano. Mi spiega che non è proprio un collega ma il suo capo direzione. Mastico la pizza in silenzio e mastico amaro. Si è staccata dal suo braccio con imbarazzo. La pizza mi resta sullo stomaco e non solo quella. Appena a casa cerco di parlarle. Lei mi da del pazzo. Io insisto. Mantiene la sua versione sulla mia pazzia e il suo amore. Perché dovrei saperlo? So solo che nessuna rassicurazione mi può convincere. Un po’ alla volta mi altero e la mia voce sale di tono. Mi invita a calmarmi. A letto torno sul discorso con molto delicatezza. La assicuro che in fondo sarei anche in grado di capirla, senza rassicurare me.
Alla fine lei cede, scoppia a piangere e confessa. A sentire lei è tutta colpa mia. Sono cambiato e la trascuro. E’ stata solo una follia, un errore, una debolezza; nulla di importante. Aveva bisogno di tornare a sentirsi donna, di sentirsi desiderata. Mi rinfaccia di aver scordato il compleanno. E l’anniversario. Di non saperle parlare che di lavoro. Di averle fatto mancare anche quel poco. Sono furibondo, le sputo addosso i peggiori epiteti. Mi prega di non alzare la voce. In realtà le mie erano parole violente ma non stavo gridando. Non voglio che i vicini sentano. Non so che fare. Ci addormentiamo dandoci le spalle. In realtà sospetto che nemmeno lei sia riuscita a dormire bene. Non faccio che rimuginare dentro. E più ci penso più sale la rabbia, e con la rabbia scopro nascere della curiosità. Inizialmente vorrei solo trovare una risposta ai primi elementari perché. Eppure mi aveva messo sull’avviso mia mamma, per quei capelli e quella kappa nel nome. Non c’era di che fidarsi. Ma i giovani non vogliamo mai accettare la saggezza degli anziani.
Allora m’era sembrata una stupidaggine. Insomma stavo per uscire senza nemmeno farmi la barba. Passo il giorno a guardare l’orologio. A cena non riesco ad alzare gli occhi dal piatto. Mi chiede per l’ennesima volta scusa. Mi assicura che era fuori sede. Che appena lo vede fa finire quella follia. Dice che non vuole più vedermi così. Ch’è pentita. Voglio sapere tutto. Dove. Come. Quando. Quanto. Mi giura su sua madre. Mi giura che non dura da più di due mesi. Sessanta giorni, mi sembrano un eternità. Capisco il suo imbarazzo. La invito a continuare. La incoraggio; e la sollecito. La prego di andare avanti. Com’è cominciata mi pare di poca importanza. Non è una scusa che sia stato lui a corteggiarla e che le abbia, seppure per un attimo, fatto perdere la testa. Veramente lei dice che si tratta della tramontana. Mi sembra un dettaglio irrilevante. Sono decisamente geloso, e un po’ invidioso. Mi sento sotto esame. Provo fastidio e aumenta la curiosità. Più lei parla e più le chiedo. E con la curiosità appare dentro di me una strana sensazione. Non fossi così furibondo direi che il suo racconto non manca di provocarmi una leggera eccitazione. Anzi mi sento attratto come da tempo non mi succedeva. Devo ammetterlo che quella notte abbiamo fatto all’amore e che è stato bello; particolarmente bello. Lei mi nascondeva il viso sulla spalla ed è tornata a piangere, ma in silenzio. Non ho sentito i suoi singhiozzi ma le lacrime scivolarmi sulla pelle. Ero tentato di dirle che la perdonavo. Ero tentato di staccarla e dirle che non le credevo. Che doveva pensarci prima. Ma era tutto così fantastico che alla fine sono sprofondato in un sonno pesante e ristoratore.
Le ho detto che non mi sarebbe dispiaciuto di incontrarlo, il mio rivale. Alla fine abbiamo deciso di invitarlo una sera a cena. Ero emozionato aspettando quella cena e non sapevo cosa aspettarmi. S’è presentato con un paio di bottiglie di brunello, il che non guasta; e testimoniava del suo buon gusto. D’altra parte Monika era una sufficiente garanzia; è ancora bella come allora. Era elegante ed educato e garbato e sapeva intrattenere; era un buon parlatore. Aveva attenzioni e parole carine per lei ma restava molto misurato. Non avessi raccolto le confessioni di mia moglie niente avrebbe potuto mettermi il minimo sospetto. Doveva essere il vino ma mi sentivo elettrizzato. L’ho pregata di essere gentile con lui. Tutto sembrava filare bene. La cena era ottima, anche in cucina quel diavolo di mia moglie ci sa fare. Quando sono andato a raggiungerla per aiutarla a portare i contorni l’ho pregata di essere carina con lui. Le ho detto che i suoi perché non richiedevano nemmeno una risposta. Che volevo vedere. Lui pareva accorgersi appena di lei. Abbiamo scoperto di essere tifosi della stessa squadra. La serata stava diventando eccitante. L’ho implorata di essere più libera. Mi ha chiesto quanto. Certo che le donne sono ben strane. Le ho spiegato che insomma… un po’ maliziosa; anzi proprio provocante. Non la conoscevo sotto quella veste. Era una Monika nuova; una vera scoperta. Lui faceva fatica a mostrarsi indifferente. E più lui faticava più lei sembrava metterci impegno. Ero così curioso della situazione e degli sviluppi che stavo scordandomi di me. Fossi stato più presente credo che il poveretto non avrebbe mancato di farmi pena. Mi fossi controllato di più mi sarei reso conto che mi stavo eccitando come non lo ero mai stato. Alla fine a lei bastò guardarmi per capire. Intanto la distaccata e controllata signorilità, quasi indifferenza, di Giannantonio si trasformava in imbarazzo. Aveva smesso di essere carino per essere solo sudato. La cravatta lo soffocava.
Vederla amoreggiare con un altro sotto i miei occhi mi rendeva letteralmente pazzo. La volevo e volevo vederla farlo con lui. In quel frangente Monika si stava rivelando una vera artista, un vero diavolo. Riusciva a mostrare con attenta disinvoltura ogni sua avvenenza, e poi sempre più con spudoratezza. Sfoderava sorrisi amicanti, anzi proprio porchi. Ogni volta che si piegava i suoi seni rischiavano di esondare dagli argini, di fuoriuscire. Ogni volta che si chinava era un lacerante grido e una promessa. Sì, perché è proprio bella la mia Monika. Non me n’ero reso conto a sufficienza. Lui non sapeva più come comportarsi e alla fine ha dovuto fare lei, ha dovuto arrangiarsi da sola, davanti ai miei occhi sgranati. Ha dovuto fare e disfare. Liberarlo da quella ragionevole riservatezza e degli abiti dopo essersi liberata dei suoi. Con una sfacciataggine talmente disinvolta da far sembrare tutto normale. Erano proprio belli e non voglio dire di più perché non sarebbe nemmeno carino. Non l’ho amata con tanta violenza nemmeno quando eravamo solo due studenti. Da quella prima volta Giannantonio viene a cena da noi ogni giovedì. Non hanno più bisogno di nascondersi e di chiudersi in uno squallido ufficio. Lei non ha più potuto lagnarsi della mia insensibilità e d’essere trascurata. E io ho scoperto cos’è il vero amore. Ma per questo fine settimana ho invitato Carloalberto. Lui è un tipo molto meno signorile; è uno spiccio; un vero maschio. Con lui ho già chiarito tutto. Può fermarsi tutta la notte da noi. Voglio che lei lo faccia uscire di testa. Spero solo che lo sappia trattenere almeno fino a fine cena. Mi aspetto che lui le dia una… una bella passata. Già me li vedo davanti agli occhi.

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Forse è una ben strana canzone d’amore. O così può sembrare. La dedico, come ogni domenica, alla mia Compagna e a tutte le donne; e a quegli uomini che sanno amare, cioè agli innamorati. E’ il racconto di una vicenda personale. Un personale però vissuto da molti. E in fondo contiene qualcosa di profondamente vero, e vero per tutti, in quella sua “filosofia” finale. E poi un piccolo screzio c’è stato veramente alcuni istanti fa, una cosa da nulla, già superata. Insomma anche questa altro non è che una dichiarazione d’amore. E’ spero che capisca cosa le voglio dire, ed è un “per sempre”. Buon ascolto.

La prima volta che ho fatto l’amore
non è stato un granché divertente
ero teso ero spaventato
era un momento troppo importante
da troppo tempo l’aspettavo
e ora che era arrivato
non era come nelle canzoni
mi avevano imbrogliato…

Ma l’amore
non è nel cuore,
ma è riconoscersi dall’odore.
E non può esistere l’affetto
senza un minimo di rispetto
e siccome non si può farne senza
devi avere un po’ di pazienza
perché l’amore è vivere insieme
l’amore è si volersi bene
ma l’amore è fatto di gioia
ma anche di noia.

E dopo un po’ mi sono rilassato
e con l’andar del tempo
ho anche imparato
che non serve esser sempre perfetti
che di te amo anche i difetti
che mi piace svegliarmi
la mattina al tuo fianco
che di fare l’amore con te
non mi stanco
che ci vuole anche del tempo
ma lo scopo è conoscersi dentro.

E l’amore
non è nel cuore
ma è riconoscersi dall’odore.
E non può esistere l’affetto
senza un minimo di rispetto
e siccome non si può farne senza
devi avere un po’ di pazienza
perché l’amore è vivere insieme
l’amore è si volersi bene
ma l’amore è fatto di gioia
ma anche di noia.

Oggi ho litigato con la Elia
Si parlava di diritti e di doveri
Ma se ci penso nella nostra storia
fatti i conti, in fondo, siamo pari.

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pittura con tecnica mista su cartone telatoLa violenza a Londra è una violenza diversa. Senza il caldo asfissiante delle storie metropolitane della città degli angeli o di Frisco. Questa è la grande, sostanziale differenza, ma lì nemmeno sembra violenza a parte alcune storie un poco più trucide. Lì si esplica in quelle sere con la nebbia appiccicosa, meglio se accompagnata da quella sottile pioggerellina fitta. Anche a Milano è così o nella bassa padana. Forse è proprio il buio a renderci diversi e poi che importa se a volte è la realtà ad essere diversa? E’ una ben strana città quella che noi viviamo in tempi in cui non si muore più di guerra ma di paci. Anche in quel caso non si erano accontentati dei soldi ma avevano voluto offendere e picchiare lui, offendere e sporcare lei. Ma i morti sono tutti uguali dopo, anche quelli degli assassini. Mentre si accanivano sulle cose, forse credendole simboli, il padrone di casa era riuscito a raggiungere la pistola. I loro occhi non volevano credere a quello che vedevano ed erano rimasti spalancati e increduli. Il sangue rosso aveva inzuppato il prezioso persiano ed era schizzato sui muri. Lui non lo ammise mai, ma ciò che lo aveva più offeso era che gli avessero svaligiato il frigorifero, oltre ad averlo deriso. Il commissario era troppo esperto per lasciarsi ancora incantare dal suo coraggio o affascinare dalla loro meticolosa preparazione come dalla stoltezza o dalla sfortuna. Non poté che ammirare la moglie che restava in silenzio e piangeva e non aveva ancora avuto il tempo per rimettersi completamente in ordine. Forse era proprio solo quello il loro vero sbaglio cioè che nella grande città, e comunque da quelle parti, i crimini vanno consumati nel silenzio scivolando poi nelle nebbie. Anche di occhi è fatto il pianto di chi soffre.

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E’ difficile ripercorrere istanti della vita del rock senza un preciso progetto né ordine. Andando a raccontare momenti musicali che affiorano qua e là dalla memoria. Cercando solo di offrire ad una persona che è stata distratta il gusto di scoprire piccoli gioielli che hanno fatto una storia e lasciato segni indelebili. Anche questo gruppo britannico di progressive rock e jazz-rock, i Colosseum, in qualche modo anticipa gli anni settanta. Si formano a Londra nel 1968, dopo varie esperienze dei loro membri con i John Mayall’s Bluesbreakers e con Graham Bond, e Tony Reeves, e il pezzo che presento è del 1969. Il loro progressive è ricco di elementi jazz e blues molto raffinati, che nel repertorio, trovano ampio spazio in lunghe suite di grande pregio come questa che rappresenta il loro grande successo. In verità allora non ho dato la dovuta attenzione al gruppo. Semplicemente non li consideravo, al di là della loro indiscussa preparazione tecnica, tra i grandi gruppi che hanno dato una volta a questa musica. E’ stata mia figlia, in tempi molto più recenti, a farmelo riassaporare e rivalutare. Indubbiamente è un pezzo che si riascolta con intatto piacere. Qui li sentiamo nell’intera suite del disco omonimo. Buon ascolto:

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Foto di un tramonto a ponza dell'isola di PalmarolaIl ritorno è sempre faticoso. Come ogni ritorno. A dirla tutta ormai il viaggio non mi crea più grandi ansie. Sono passati quei tempi. Nemmeno un leggero mare mosso riesce a togliermi il buonumore, e la calma o ad inacidirmi lo stomaco. Solo un senso leggero di mancanza d’aria. Il bisogno di deglutire. Lei mi ricorda di avermi sconsigliato di leggere durante la traversata. Forse Lei è saggia almeno quanto io sono testardo. Ah! le donne; sempre così orgogliose e così materne. E io devo vincere i miei limiti ed i miei timori. Alla fine tutto torna liscio. Ci salutano gli amici mentre sostiamo a Roma. Anche questo è il nostro viaggio. Un viaggio a quattro mani e a molti cuori. Sfruttare ogni occasione per l’incontro. Avere la possibilità, come in questo caso, nella nostra “Isola che non c’è” di aprire la porta. Di ospitare. Di conoscere nuove amicizie. E poi quel saluto veloce a quei vecchi amici. I nostri viaggi sono sempre viaggi attraverso le cose, i posti, e le persone. Portiamo sempre indietro un pugno di foto e gli occhi colmi di immagini e sorrisi. Nulla riesce a dissuadermi. Nemmeno quella casa che più la amiamo e più sembra volerci respingere. E’ una casa difficile e delicata, bellissima per noi, ma ha bisogno di tante cure e coccole. Ogni mattino ci chiede nuove attenzione. E il mare è bello e lì lontano mentre ci costringere a riprenderci cura di lei. Ma questa è una storia tra tante storie. Ad esempio… causa le attenzioni di Alvise per troppo amore la casa si è trasformata nella casa dei gatti, ma questo forse lo racconterò in un altro momento. Le ho anche scattato un paio di foto a ricordo. Pure a lei. Una gatta molto curiosa e molto aristocratica ha eletta la casa dimora della sua famigliola invitando anche un’amica o amico che fosse. Allattava i suoi due gattini, purtroppo il terzo non ce l’ha fatta, e ci chiedeva cinque pasti al giorno. Le abbiamo lasciato qualcosa prima di partire. Spero saprà far fronte al cambio di tavola calda. Solo la vita può spaventare, non certo il viaggio. Ed è stata solo vacanza. E un po’ lavoro. Distanti da tutto. Eppure tutto era là a aspettarci. Lo sapevamo. Solo sole e mare davanti agli occhi., Di che lagnarci? Posto incantevole come pochi; come sono incantevoli i nostri posti. In fondo è incantevole il mattino da quando Lei è al mio fianco. Si può essere più frivolo? E pensare che non ho mai amato parlare di me. Forse ho vinto quella mia riservatezza parlando di Lei; o di noi. Vorrei far vedere il sole ed è uno splendido sole quando uno ce l’ha negl’occhi. E dentro. E in fondo, per i piccoli lavori, comincio a sospettare che non sia colpa del nostro eremo. Sospetto che sia tornato a farsi vivo il mio fantasma personale. A richiedere anche lui le mie attenzioni. Troppi sono i piccoli disagi improvvisi e inspiegabili. Non ricordavo più nemmeno il suo nome. Tornerò a pregarlo di sedersi a tavola con me per spiegarsi. Dicevamo… Ma il ritorno è sempre una sorta di penitenza. Certo che capisco gli occhi sgranati di meraviglia di chi arriva nella nostra splendida città. Meraviglia ancora anche me, e lo sarà sempre. Venezia resta uno dei miei amori più grandi. Mi riportano a casa i suoi palazzi affacciati sul canal grande. Metto in fondo una povera foto per cercare di dire di questa mia emozione. Ciò non basta a mitigare che è un ritorno. E lui, il fantasma, lo ha fatto, il ritorno, con me. Solo piccoli dispetti per avere il mio interesse. Una connessione che all’improvviso non va. Un niente su un computer nel momento che ne restano altri due attraverso i quali ritrovare gli amici di rete e leggere i loro messaggi. Un interruttore che dispettoso non accende più le luci. Quello che mi infastidisce veramente è il lavoro che mi aspetta. Sono troppo vecchio e troppo felice per pensare al lavoro. Alla fine mi chiedo a cosa servono questo mie parole. La rai (due) ci fa leggere un racconto di ferragosto. Lettura d’autore. E allora capisco che se queste povere parole non hanno grande spessore non sono poi così inutili perché a scrivere banalità non serve un cosiddetto scrittore, posso riuscirci autonomamente anch’io.Foto della Ca' d'oro di notte illuminata di luci multicolore

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La starEra uno scricciolo di ragazzina tutta denti e occhi; poi era cresciuta. Era cresciuta da per tutto ed era cresciuta molto che sembrava non fermarsi mai. S’era fatta una giovane donna bella ed esuberante, molto alta. Si era fatta una di quelle donne che ti costringono a girarti per strada, abbondante sul davanti, e, debbo ammetterlo, persino io me n’ero accorto. Cercavo di essere gentile ma anche nelle gentilezze divenivo goffo poiché temevo di esagerare e che si potesse capire che con lei mi si creava quello strano senso di disagio, eppure la conoscevo da prima, da sempre. Lei invece sembrava tranquilla e non soffrire nessuna pena; riusciva a abbandonarsi anche a delle confidenze che non mi sarebbero state dovute. Conoscevo i suoi e non potevo fare la loro parte anche se per età lo avrei potuto. Per quella sua, come dire? fisicità il tempo non era d’aiuto e ogni giorno le cose si complicavano ancora di più finché non smisi di chiedermelo ma cominciai a sognarla. Credevo si fosse tutto risolto quando una vacanza studio la tenne per molto tempo lontana. La sentii non più di un paio di volte al telefono ed erano telefonate brevi ed insignificanti. Tornò e venne per dirmi che era tornata. Mi chiese solo: “la zia è in casa”? Anche quel giorno mi sarei accontentato anche di poter guardarla un po’ alla volta. Tutta in una volta, e non solo guardarla, era più di quanto potessi immaginare. E sopportare.

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